GIORNALE STORICO LETTERATURA ITALIANA VOLUME IV. (2o semestre 1884). III GIORNALE STORICO -^ DELLA / LEnERATUEA ITALIAlA DIRETTO E REDATTO ARTURO GRAF, FRANCESCO MOVATI, RODOLFO RENIER. VOLUME IV. TORINO ERMiANNO LOESCHER FIRENZE ROMA Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307 1884 '1/ Loii ^/( PROPRIETÀ LETTERARIA ;l.^ ^ O- Torino — ViKCBNzo Bona, Tip. di S. M. e de' BB. Piinei^. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SEC. XV TRATTI DA UN CODICE TREVISANO Lo scorso autunno, facendo delle ricerche per altri studi fra i mss. della Biblioteca comunale di Treviso, ebbi la fortuna di imbattermi in un piccolo codice miscellaneo, il quale nella sua prima parte, tutta certamente del sec. XV, contiene ballate e strambotti più o meno popolari. La piccola scoperta non deve recar meraviglia a chi sappia come quella Biblioteca, se bene assai meno conosciuta di quanto meriti, racchiuda una ricca col- lezione di mss., tra i quali basti ricordare un prezioso codice miniato della Divina Commedia, un altro della oramai troppo e troppo poco nota Leandreide, e autografi numerosi e di gran valore. Il pregio di questa collezione, già grande per sé, è accre- sciuto dal giudizioso ordinamento eh' essa va acquistando, mercè le cure dell'ottimo bibliotecario prof. Luigi Bailo, il quale a me lontano fu largo del suo cortese aiuto per la collazione e la de- scrizione del codice. Di che godo di potergli qui professare il mio animo grato. Non tardai a persuadermi che il codice 'era interamente sfug- gito alle indagini né poche, né indiligenti, che erano state fatte in questi ultimi tempi da instancabili e benemeriti cultori d' un campo così vasto e fecondo, qual' è quello della nostra antica poesia popolare. Il fortunato incontro non poteva venirmi in mi- glior punto, quando era recente la pubblicazione che il Morpurgo avea dato nell'eccellente Biblioteca di Ietterai. popoL, diretta OiornaU storico, IV. 1 2 VITTORIO GIAN dal Ferrari, del cod. Marciano 346 ci. IX (1); quando, da poco, era uscita l'edizione del Giustiniani a cura del Wiese (2). Non è difficile comprendere, e le stesse pubblicazioni citate lo lasciano supporre, quanto d'inesplorato rimanga ancora nel tei> ritorio dell'antica poesia popolare italiana in generale, della ve- neta in ispecie. Di un tale difetto, del resto inevitabile per ora, si risente in parte il libro capitale del D'Ancona (3); e il Rubieri scriveva di dover fin da principio riconoscere con rincresci- mento che le testimonianze di poesia popolare antica che meno abbondano, sono quelle appunto che riuscirebbero le più impor- tanti e valide, cioè i documenti effettivi (4). Da questo e da altro ancora che verrò notando in seguito, spero abbia ad apparire giustificata non solo, ma utile ed opportuna la pubblicazione di questi che sono appunto nuovi documenti effettivi. Al punto di dover dire dei criteri da me seguiti nella presente edizione, io stesso prevedo che sarò ben lontano dal soddisfare a tutte le esigenze di tutta la critica: cosa anche questa ine- vitabile, ora che una siffatta questione assgi grave divide non senza ragione i giudizi di tanti dotti italiani e stranieri. Pure è necessario che, presto o tardi, si riesca, come pare che in parte si accenni fin d'ora, ad una soluzione che l'esperienza medesima verrà suggerendo: come d'altro canto è naturale che, quanto maggiore è il lavoro rinnovatore dei testi, tanto più vivo si senta il bisogno di venire ad un modus, a cosi dire, edendi. Nel pubblicare questi componimenti, seguirò, sempre che mi sia possibile, un criterio di distinzione fra ciò che non è se non una pura accidentalità grafica senza un valore qualsiasi nelle re- lazioni col contenuto, e ciò che invece o in un modo o nell'altro ad esso si riconnette: di guisa che, data una redazione diversa (1) Bibl. d. leti, pop., voi. IL (2) Poesie edite ed ined. di Lionardo Giustiniani, per cura di Berthold Wiese, Bologna, 1883. (3) La poesia pop. ital., Livorno, 1878. (4) Storia della poes. pop. ital., Firenze, 1878, p. 183. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 3 del codice stesso, non sembri trascurato nel testo della presente, alcun elemento che possa avere carattere e valore effettivo di variante e sotto il riguardo logico e sotto il riguardo linguistico. Quindi conservo anzitutto la disposizione che i componimenti ed i versi hanno nel codice, tranne, per questi ultimi, ma non senza avvertirlo, nei pochi casi nei quali si tratti evidente- mente di due versi scritti di seguito sulla medesima riga. Pongo gli accenti che mancano pressoché interamente , e la interpun- zione, eccezion fatta per quei casi nei quali potesse cadere qualche dubbio. Sciolgo le poche abbreviature, segnandone in carattere corsivo il risultato: non conservo quelle congiun- zioni 0 quelle separazioni sillabiche dovute interamente all'ar- bitrio dello scrittore, e che non sono giustificate ne da ragioni grammaticali o linguistiche, né da ragioni logiche, anzi rende- rebbero impacciata e talora incerta la lettura ; — sempre però che dal farlo o meno non possa derivarne un senso diverso. Lascio ai versi la misura che hanno nel codice, salvo quando il ridurli alla giusta, misura si presenti naturale ed evidente, senza troppo gravi modificazioni, ma mediante la semplice ag- giunta od eliminazione di una o più sillabe. Conseguentemente trascuro tutte quelle forme e particolarità grafiche che non rappresentano né potevano rappresentare in nessun modo ana- loghe particolarità di suono o di pronunzia (per es. la u vocale che non sempre é usata in cambio della v consonante , la ?/ , specialmente finale, in cambio della i ecc.). Invece stimo pru- dente conservare la ^ e la g, malgrado che l'incostanza del loro uso, anche per una medesima parola, faccia sospettare non senza ragione che esse non avessero per la pronunzia come neppure per la grafia un valore costante e ben determinato. Ad ogni modo non mi permetto il menomo cambiamento della lezione, senza indicarlo o mediante il carattere corsivo, o ricor- rendo ai soliti mezzi grafici, cioè la [ ] per l' eliminazione e la 0 per le aggiunte; oppure più spesso valendomi delle note. Nelle quali verrò facendo anche i riscontri che via via sembre- ranno opportuni, serbandomene più parco che mi sarà possibile, 4 VITTORIO CIAN specialmente per la poesia popolare moderna; mentre d'altra parte mi sono trovato purtroppo nella impossibilità di estenderli, come avrei voluto, alle più antiche e preziose, troppo preziose, raccolte a stampa di poesie popolareggianti. Ed ora tentiamo di determinare con quella maggiore appros- simazione elle sola è possibile in siffatte ricerche, l'età del codice, il carattere del suo contenuto e il posto che gli si potrebbe ragio- nevolmente attribuire nella storia della nostra poesia popolare. Questo dico, perchè non sembrerà difficile a primo tratto l'am- mettere che ci stanno dinnanzi delle poesie più o meno popolari. Ma fino a qual punto meritano esse questo appellativo: dove incomincia e dove finisce l'elemento o, magari, un'influenza comec- chessia letteraria? Qui sta il solito nodo intricato d'una questione tutt' altro che nuova nei suoi termini generali, e si sa che non sempre è possibile, mai facile al critico rifare i conti, per dirla col D'Ancona, in quella grossa e complicata partita di dare e di avere che fu aperta un tempo fra l'antica poesia colta e la popolare. Nel codice questi componimenti ci appaiono scritti da tre mani diverse, che appartengono tutte senza dubbio al sec. XV: e più precisamente, le prime tredici ballate si debbono assegnare piut^ tosto alla prima che alla seconda metà di quel secolo, mentre alla seconda si può dire quasi sicuramente che appartengano tutti gli altri componimenti. Tutti dovettero essere scritti nel Ve- neto, 0 almeno per opera di trascrittori veneti. È certo oramai che, fin dal principio del sec. XV, nella regione veneta il popolo era ben preparato ad accogliere quell'onda larga di poesia che gli affluì poi in massima parte dalla Toscana, e ad arricchirne i suoi rivoli umili e scarsi d'acque. La trasmissione non dovette tardare ad operarsi, e in un modo che ci deve soi^ prendere per la sua rapidità, quando si pensi che già circa il mezzo del secolo medesimo, comincia ad efiettuarsi lo scambio inverso delle poesie del Giustiniani dal Veneto nella Toscana, come basterebbe a provare il cod. palatino che servi di base al- l'edizione citata del Giustiniani. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 5 Cosicché se, come solidamente stabili il D'Ancona (1), all'aprirsi del sec. XV avvenne il passaggio della materia poetica popolare di Sicilia « patria di origine », in Toscana « patria d'adozione », non è possibile ritardarne di molto il passaggio successivo nel Veneto, foss' anco a costo, per alcuni casi (ma non per le ballate propriamente dette, s'intende), o di ammettere, mediante l'espan- sione dei commerci e dei viaggi, una migrazione diretta nel Veneto del canto insulare, oppure di supporre, come è forse più probabile, una maggior copia di produzione originale veneta. È oramai comu- nemente ammesso che il fatto solo di vedere fissato nella scrittura un componimento più o meno popolare prova come esso dovesse preesistere sulla bocca del popolo e ci riporti ad un'origine più o meno anteriore. Ora, precisamente in Venezia e allo schiudersi del secolo XV (circa 1388-1446), ci si presenta la notevole figura del Giustiniani che, patrizio veneziano, investito delle cariche più onorevoli della sua città e, per giunta, umanista discepolo del Guarino (2), si volge a trattare, ripulendola, la poesia popo- laresca, che egli contribuisce a diffondere fra la parte mezzana e fra la parte più coìta della società veneziana del suo tempo ; di quel Giustiniani medesimo che, dalle canzonette improntate in gran parte del più vivo e schietto realismo di popolo e da lui stesso intonate e accompagnate cogli stromenti musicali (3) passò, nell'età più matura, a comporre e musicare laudi sacre. (1) Op. cit, p, 295. (2) Vedi, fra gli altri, Voigt, Bie Wiederbeleb. ecc., 2^ ediz., 1880, I, 420 sgg. (3) Vedi Agostini , Notizie istor. crii. int. alla vita e opere degli scrittori venez., Venezia, 1752, voi. 1, pp. 137 sgg. In generale, le notizie date dal- l'Agostini sono di grande valore e degne di fede, quando anche si ricordi che egli lavorava in gran parte su materiali fornitigli da Apost. Zeno , il quale si occupò con amore del Giustiniani. Gfr. sue Lettere, 2^ ediz., Mo- relli, II, 149, 311 sgg. Merita di essere riferito ciò che, fra l'altro, I'Agostini scrive del Giustiniani. « Erano ascoltate di buona voglia le sue canzoni da « ciascun genere di persone, ed in ispezie si rendeano grate all'orecchio « per l'armonia delle note, delle quali Lionardo si dilettò, come pure dei « musicali stromenti. Non si celebravano, a vero dire, civili nozze, né ban- Q VITTORIO GIAN Egli ha importanza nella storia della nostra letteratura, meglio che pel suo valore intrinseco quale umanista e quale poeta, per l'indole della sua poesia, la quale ci apparisce come uno dei più considerevoli anelli di congiunzione fra la schietta maniera popo- lare e la colta. Con lui abbiamo l'anticipazione, a cosi dire, e l'inizio d'un fatto che si riscontrerà più tardi e più largamente e splendi- damente in Toscana col Poliziano, col Medici, col Pulci, col Giara- bullari e con altri; il fatto, cioè, d'un poeta colto che riprende con intendimenti più o meno letterari ed artistici una materia già vi- vente nel popolo in mezzo al quale egli scrive. Le sue poesie ot^ tennero una larga e pronta e durevole popolarità, della quale son prove, se altre non fossero, i due codici toscani della metà circa del sec. XV, contenenti sue poesie, e le stampe numerose ed antiche (1). Tanto è vero che il popolo è un inesorabile ed im- paziente creditore, come quello che ritoglie in mille modi al poeta la roba che riconosce o che almeno crede di riconoscere per sua. Né sarei lontano dal supporre che il Giustiniani, insieme con collezioni di codici di classici antichi, che si procacciava anche per mezzo dello stesso Filelfo, si dilettasse, come più tardi il Poliziano (2), di fare rappresafflie di quei canti che udiva sulla bocca del popolo (3). Il trovare che sull'aria di alcune delle sue canzonette s'intonavano laudi sacre, dimostra come la loro diffusione non dovesse operarsi soltanto per mezzo della scrittura, ma anche e più per mezzo della trasmissione orale ; al che egh, col musicarle, aveva dato pel primo un impulso efficace. « chetti solenni si preparavano, che fra mezzo non si udissero delle canzoni « del nostro autore, apportando giubilo ai convitati, sì per la loro soavità, « che per il loro concento ». Questo, a chi conosca le sue poesie, dà un'idea viva di quella lieta società veneziana e della universale accoglienza eh' esse dovettero incontrarvi fin da principio. (1) Vedi le preziose indicazioni bibliografiche raccolte dal Ferrari e pre- messe all'edizione citata che del cod. Marciano diede il Morpurgo, pp. 9-15 dell'estratto. (2) D'Ancona, Op. cit, p. 126. (3) Ricordiamo che il Giustiniani fu anche Governatore di S. Daniele di Friuli. Vedi Agostini, Op. cit, p. 152. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 7 Malgrado questo, non è difficile scorgere nelle sue poesie i segni di quella elaborazione letteraria che costituisce appunto l'impronta del poeta e della sua opera individuale. È vero che oramai sarebbe vano l'ostinarsi a vedere nella poesia popolare, trasmessaci dai codici, l'assenza assoluta dell'elemento letterario. Osservò a tal proposito il Gomparetti (1), e, d' accordo con lui, anche il Bartoli (2), che « l'avere il D'Ancona mostrato l'origine « letteraria di moltissimi canti popolari, deve servire a rettificare « il concetto generalmente erroneo che si aveva della poesia popo- « lare » il cui carattere « non istà nella provenienza di tale o tal « altro canto da una determinata classe di persone, ma sibbene « in certe forme che, create e tenute vive dal popolo, sono sempre « ed essenzialmente popolari, siano qualsivoglia le loro vicende ». Nondimeno, certi gradi nelle relazioni di questa poesia col po- polo da una parte e colla poesia colta dall' altra, è naturale ed utile riconoscere e determinare, come fece il D'Ancona per gli strambotti (3). Pertanto, dopo il poco che ho detto circa l'età approssimativa e la regione in cui si deve credere che 1 compo- nimenti del cod. trevisano fossero sorti e diffusi, vediamo, a ri- schio magari di dover insistere troppo su cose già note, fino a qual punto ci sia dato di venire a qualche conclusione rispetto all'indole loro popolare. Gli argomenti che si possono addurre nel ricercare questo carattere e grado di popolarità, io divido in due gruppi: argo- menti di ordine esterno, e argomenti di ordine interno. Comin- ciamo dai primi. Un fatto notevole è anzitutto questo: i componimenti del cod. trev. sono tutti adespoti. So bene che, in via generale, questo non sarebbe un argomento abbastanza valido e che, qualora ne esagerassi l'importanza, mi si potrebbe opporre, fra gli altri, il citato cod. (1) Vedi Rassegna settimanale, 21 luglio, 1878, p. 46. (2) Storia della letter. Hai., II, 243. (3) Op. cit., p. 12e. g VITTORIO GIAN marciano contenente, in parte almeno, poesie del Giustiniani, adespote esse pure. Ma non solo l'obiezione non ha molto peso, anzi il fatto stesso di quelle poesie, non tutte probabilmente del Giustiniani, trascritte senza nome d' autore nel Veneto o da un veneto, nel 1444, cioè ancora vivente il Giustiniani, proverebbe una volta di più com' esse avessero acquistato oramai una tale diffusione e voga, da essere considerate dal popolo quasi un patri- monio suo proprio. Cosi si spiega come potesse il popolo finire col dimenticarne il vero autore, il cui nome in quel primo periodo di trasmissione orale non parve seguire sempre le vicende delle sue poesie vagabonde per l'alta e la media Italia. D'altra parte però, e in altro codice (il Riccard. 1091), e, quasi subito che fti possibile, col mezzo delle stampe, la paternità ne fu riconosciuta, anzi allar- gata, perchè si ebbe probabilmente tutta una fioritura dialettale di canzonette musicate e foggiate sulla maniera del Giustiniani, che da lui appunto ebbero il nome di giusUniane (1). Invece, per i componimenti del cod. trevis. il caso è alquanto diverso : in essi qualsiasi personalità di compositore o piuttosto di compositori (che evidentemente, lasciando ora altri fatti ed in- dizi, attesa soltanto la misura diversa di popolarità, non è pos- sibile parlare d'un unico compositore) si dilegua sotto il velo impenetrabile dell'anonimo, senza che essa risulti altrimenti 0 da caratteri speciali di contenuto e di arte, o, ch'io almeno sappia, tranne forse qualche caso, da riscontri con altri com- ponimenti di autori conosciuti. I trascrittori di queste poesie ho buone ragioni per credere non dovessero essere ne com- positori veramente, né semplici copisti soltanto, ma raccoglitori e, anche magari senza volerlo, rimaneggiatori insieme di poesie e di motivi che sentivano risonare sulla bocca del popolo. Dovevano essere uomini di scarsa coltura, giacché, a tacere (1) Questo fu recentemente osservato in un ottimo articolo di Severino Ferrari sulla famosa Ruffianella (in Bom. Letter., anno III, n» 14), dove è ricordato molto opportunamente un passo notevole del Bembo (Prose, L. I, p. 60, ediz. de' Glassici). BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 9 dell'ortografia naturalmente incerta, non sanno, ad esempio, ricono- scere il sonetto, quando tentano un com'ponimento che vorrebbe ma non può essere in nessun modo un sonetto; sono incertis- simi spesso e poco rispettosi della metrica e non di rado del senso. Ho detto di scarsa coltura ; non così scarsa però che in generale la lezione, relativamente all'età, non sia tollerabile, che non vi si possa scorgere, in alcuni casi, una certa pretensione ad avvi- cinarsi per analogia alla forma toscana, in altri uno studio di serbarvisi fedele; e che, qualche volta, nei momenti nei quali la memoria non soccorreva loro abbastanza fedele , guidati da una certa abitudine per quanto grossolana e malsicura del gusto e dell' orecchio, non si attentassero di tirare innanzi disinvolti, supplendo, per quanto infelicemente, del proprio, e tal' altra, di rimaneggiare addirittura, guastandolo, il componimento. Non mancano però indizi di lezioni mutile e profondamente alte- rate. Anzi, che tutto questo fosse, e che essi non avessero dinnanzi agli occhi un altro testo, credo indubbiamente provato appunto da parecchie scorrezioni e cancellature ed emenda- menti che appaiono" nel codice e non sono propri di vero co- pista , da certe curiose trasposizioni e anticipazioni di versi e di concetti , e , sovratutto , da qualche omissione e lacuna (1). Questo proverebbe che i componimenti che ci stanno dinnanzi erano fatti per vivere più e meglio nel canto e nella recitazione del popolo che nella scrittura. Tanto è vero che dei fatti ai quaU ho testé fuggevolmente accennato, alcuni dovevano essere effetto del prevalere della vaga istintiva reminiscenza propria del popolo e della trasmissione orale, sulla memoria ordinata e precisa, quale risulta dalla tradizione scritta: altri effetto anche d' un altro fenomeno che è notevole elemento di formazione e di diffusione (1) Ad es. , nella Ball. IV i vv. 10 e sgg. che compaiono in principio di stanza non sono che la ripresa della ballata successiva : il componimento XIII è il principio d' una ballata di cui il trascrittore non ricordava se non la ripresa iniziale. Il componimento XXI è evidentemente un frammento assai guasto d'un canto popolare più lungo. IQ VITTORIO GIAN della poesia popolare, cioè il richiamo reciproco d'una poesia con un'altra o di parti' simili di poesie diverse: quella attrazione simpatica della materia poetica alla quale basta talora a dare occasione l'analogia d'una imagine, d'una parola, di un principio di verso o d'una rima (1). Altro indizio del carattere popolare di queste poesie si ricava dal trovare in fine di tutte le ballate e, da poche infuori, dopo ciascuna stanza, conservata la ripresa. La presenza di essa ci avvicina evidentemente al popolo e al periodo in cui questi canti si diffondevano largamente sulla sua bocca. E tanto più è note- vole il trovare la ripresa conservata in queste ballate, in quanto che essa non è indicata di solito nei codici e molto più di rado nelle stampe: le une e gli altri generalmente più sottratti al contatto immediato e continuo del popolo propriamente detto (2). L'importanza del fatto non isfuggi al Rajna, in ogni sua cosa dili- gente ed acuto osservatore, nel pubblicare una Ballata in ma- schera del principio del XV o della fine del XIV sec. (3). I compo- nimenti del cod. trevis. ci mostrano, se ce ne fosse bisogno, il so- pravvivere costante nella prima metà del sec. XV e anche suc- cessivamente, nelle consuetudini del canto popolare veneto, d'una forma qual'è la ripresa, che, insieme col componimento al quale appartiene, ci fa risalire in su con gli anni fino al tempo che essa , già vivente in mezzo al popolo toscano , veniva assunta (1) Cfr. D'Ancona, Op. cit., p. 308. (2) Troviamo conservata la ripresa, se bene non sempre intera né in modo regolare, forse per colpa dell'editore, in qualcuna delle Ballate pubblicate dal Trucchi {Poes. ital. ined. ecc., p. es. II, pp. 245, 358 sgg. 361; III, pp. 64, 66, 68 ecc.). So bene che vi furono, come vi sono ancora oggidì, stampe fatte pel popolo e fra il popolo più o meno diffuse, ma anche circa il modo e i limiti di questa diffusione, specialmente in tempi da noi assai lontani, credo che si soglia esagerare. Senza eh' io ricordi qui le cifre deso- lanti che ci recano le statistiche odierne degli analfabeti italiani, insisto nel dubitare che la diffusione di quella materia poetica risultasse più da un contatto continuo ed immediato delle stampe col popolo propriamente detto, che dalla trasmissione orale. (3) In Propugnatore, voi. XI, P. I, 1878, p. 409. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 11 alla più nobile gloria del nuovo volgare e accarezzata dal genio di Dante e del Cavalcanti. Altre impronte popolari si potrebbero fino a un certo punto scoprire mediante l' esame linguistico dei componimenti. Vera- mente, in generale parlando, l'elemento dialettale v'entra in una misura minore assai di quanto potremmo ragionevolmente aspet- tarci. Anzi, in alcuni casi, sembra di scorgere piuttosto quella che il Rajna (1) disse benissimo patina dialettale, secondaria e sovraimposta, che una vera e propria affezione o trasformazione organica ed originaria. Perchè, dico, a ben osservare, questo ele- mento dialettale non apparisce sempre in eguale misura per tutti i componimenti. Dove abbonda, dove invece è assai scarso e tenue e superficiale, tanto che spesso non è diffìcile sorprendervi la forma toscana, fosse essa l'effetto d'un' intenzione comecchessia letteraria e toscaneggiante da parte del trascrittore, fosse piut- tosto , come è più probabile per la maggior parte dei casi , ef- fetto del perdurare tenace della forma originaria toscana, mal- grado il rimaneggiamento subito nel trasmigrare alla nuova re- gione. Ma non bisogna dare troppo più valore che non meritino agli argomenti linguistici, per dedurne conseguenze assolute circa la natura del contenuto. Si potrebbe far nostra, adattandola al caso presente, un'osservazione che il Nigra (2) ebbe a fare a scopo diverso, che, cioè, la lingua, salvo qualche raro caso speciale, non può fornire elementi sicuri per determinare l' antica e la moderna redazione d'un canto. Più significante ancora per noi è il fatto frequente di coloro che in Sicilia (e non in Sicilia soltanto) poetarono più o meno popolarmente nel loro dialetto e pure appartenevano alla classe colta (3). Ma veramente la cosa è ben diversa allorquando si tratti di ricercare l'origine di un dato componimento, quantunque anche in tal caso il solo criterio lin- (1) Op. loc. cit. Cfr., benché fatta ad altro proposito, l'osservazione del D'Ovidio nello studio sul De vulg. eloq., in Arch. gloit., II, p. 91. (2) In Romania, 1876, p. 429. (3) Cfr. D'Ancona, Op, cit., p. 323. 12 VITTORIO GIAN guistico non possa fornirci per lo più un dato abbastanza sicuro. Per taluni dei nostri componimenti (1) si può ragionevolmente credere, come ho già accennato, ad un'origine toscana; per altri (2) invece, si hanno indizi sufficienti onde sospettare un'ori- gine veneta; altri infine è da ritenersi che non sieno se non tras- formazioni di materia originaria meridionale. In questo con- viene peraltro procedere assai cauti, per non applicare con troppa leggerezza un concetto generale che , per essere giu- stissimo, non va esente da eccezioni, tanto più perchè, tranne in pochi casi, ci manca la possibilità di fare, come il Rajna (3), la constatazione diretta. E purtroppo dobbiamo rinunziare al pen- siero di poter arrivare a distinguere sicuramente fra la deriva- zione diretta d'un componimento dalla Toscana e la semplice imitazione del componimento stesso, foggiato soltanto su modello toscano ó ispirato a un motivo medesimo. Anche lo studio della metrica dei componimenti può dare argo- mento a considerazioni utili al proposito nostro. Anzitutto Vassonanza è indizio innegabile della forma e dell'in- dole popolare d'un componimento. Giacché il popolo o meglio (1) Per es. gli strambotti 2 e 5, n» XXII, che si riscontrano, con non leg- gere varianti, in un cod. toscano. Vedi la nota agli stessi. (2) Per es., nella Ballata Vili, v. 20, si legge « morire convegno », in fine di verso e quindi in posizione di rima. Ora, siffatta costruzione personale è sicuramente propria dei dialetti dell'Alta Italia; p. es., nel padov. cògner^ convenire. Vedi Mussafia, Beitr. zur Kunde der nordital. Mundarten im XY. Jahrh., Vienna, 1873, p. 87. Quest'uso vive tuttora nel dial. rust.-venez. (prov. di Venezia) , dove si dirà p. es. , mi son cògnist andar = ho dovuto andare. Gfr. anche lo Stramb. 4, v. 7, tratto da un cod. udinese e pubbl. in nota al 2° degli Stramb. (n» XXII) di questo cod. Trevisano. Un'altra forma che tradisce un'origine veneta s'incontra nello Strambotto 5 (n» XIX), V. 5, dove halanza rima con usanza e speranza. In questo caso non pos- siamo evidentemente risalire ad una forma originaria toscana bilancia, am- meno che non si voglia ammettere delle forme (non senza riscontri, a dir vero), come usancia, sper ancia. (3) Op. toc. cit. A noi migliore constatazione diretta è data dal riscontro del cod. trevisano con un'altra redazione, d'origine indubbiamente meridionale, che si conserva in un cod. Ambrosiano , e che io pubblico in nota a quel componimento medesimo. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 13 il poeta popolare, specialmente trattandosi di poesia di sua stessa natura destinata al canto, sorvola naturalmente, istintiva- mente , senza averne coscienza, alle difficoltà della rima, ne trascura le regole e le rispondenze simmetriche, o accontentan- dosi dell'assonanza nelle varie sue forme, o sforzando nella sua desinenza una parola ribelle, oppure una stessa parola ripetendo in fine di verso. Tutti questi casi si riscontrano nei componi- menti del cod. trevisano. Nò possiamo ragionevolmente dubitare di avere dinnanzi piuttosto errori grafici accidentali da attri- buirsi al copista, che vere e proprie assonanze. Si sa oramai che tulli questi fenomeni svariati di assonanza sono il prodotto d'una derivazione naturale ed organica, non già fatti isolati, ac- cidentali, fittizi, e neppure, come ebbe a dire il il Rubieri (1) a proposito di quella eh' egli chiama controtHma o contrasso- nanza , un vezzo della nostra poesia popolare. Do qui alcuni esempi più notevoli delle varie assonanze che s'incontrano nelle poesie del cod. trevisano. La ripresa della Ball. I offre subito un esempio di assonanza vo- calica {damisele-bené), cosi pure la Ball. XXIII, vv. 14, 16 {amico- vestito). Esempio di assonanza consonantica troviamo nella Ball. II, vv. 4, 6 {core-ora). Abbiamo poi parecchi casi di quella che dal Nigra (2) fu chiamata consonanza atona. Ball. I, v. 32 sg. ipionda- azenda). Ball. Ili, vv. 3, 5 (felle-zentille). Ball. XIII, vv. 3, 4 {zo- veneta-alintanata). Ball. XV , vv. 14 , 15 {audise-ingravidase). Ball. XIV, V. 22, 23 (penedico-tieco). Una parte notevole nello studio della metrica di questi com- ponimenti è quella che riguarda gli schemi. Per tale rispetto conviene naturalmente distinguere le ballate dagli strambotti. Questi, salvo alcune curiose irregolarità accidentali dovute solo alla negligenza o piuttosto alla ignoranza del trascrittore, e che io verrò registrando nelle note, si conservano fedeli a quella che, (1) Op. cit., p. 252. Cfr. l'osservazione che fa a questo proposito il Saba- tini, in Rivista di Ietterai, pop., voi. I, fase. IV, 1879, p. 156. (2) Op. cit, p. 430. 14 VITTORIO GIAN secondo la divisione del Nigra (1), sarebbe la terza forma dello strambotto popolare, cioè « l'ottava propriamente detta, coi primi « sei versi a rime alterne e i due ultimi a rime baciate ». Per le ballate invece la cosa è diversa. In esse, accanto ad incertezze e ad irregolarità difficili a spiegarsi, compaiono delle forme metriche o rare o, ch'io sappia, senza perfetto riscontro, e che ad ogni modo non esito a giudicare un contributo non indifferente alla futura storia dello svolgimento metrico della nostra ballata. A proposito di che, basta ricordare il saggio im- portante, ma niente più che saggio e quindi incompleto, che nella sua pregevole monografia (2) diede lo Schuchardt, di rac- cogliere in ischemi la storia appunto e lo svolgimento metrico della ballata. Del resto egli non poteva darci di più e per le proporzioni speciali del suo lavoro e per la scarsezza di mate- riali e di documenti, specialmente d'indole popolare: quando infattisi pensi ch'egli dovette accontentarsi di esempi tratti in gran parte da Antonio da Tempo, dalla raccolta del Trucchi e dalle Cantilene ecc. edite dal Carducci. Gli fu impossibile quindi di allargare e approfondire le sue ricerche, quanto sarebbe stato necessario, sulle ballate del sec. XV, allorquando questa specie poetica, entrando in un nuovo periodo di vita, nel vivo scambio di elementi da una regione all'altra, nella svariata e copiosa produzione procedente, ma con nuovi atteggiamenti, da quella del secolo anteriore, nel rifiorire più lieto e fecondo sulla bocca del popolo, raggiungeva il suo massimo sviluppo metrico. Per questo periodo, nel quale appunto cadono le ballate del cod. trevisano, non possono avere che un valore relativo i cenni di troppo ante- riori di Antonio da Tempo (3) e del suo traduttore e rifacitore Gidino da Sommacampagna (4). Cosicché si vede quanto importi, (1) Op. cit, p. 432. (2) Ritornell u. Terzine, Halle, 1875, pp. 137 sgg. (3) Trattato delle rime volgari, per cura di G. Grion, Bologna, 1869, pp. 117 sgg. (4) Trattato dei Ritmi volgari , pubbl. dal Giuliari , Bologna , 1870» pp. 71 sgg. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 15 anche sotto questo riguardo, che si accresca il numero dei docu- menti dai quali soltanto potrà sorgere la storia metrica della nostra ballata, e in generale della nostra antica poesia popolare. Gli schemi che si possono ricavare dallo studio di queste bal- late io dividerei in due gruppi, ascrivendo al primo quegli schemi che appariscono evidentemente regolari e sicuri, e perchè sono dati dalla lezione stessa del codice, e perchè se n'hanno, più o meno, riscontri anche altrove ; al secondo, quegli altri pochi che, risultando da una probabile ricostruzione metrica alquanto di- versa da quella del testo, e che, avendo pochi riscontri o non avendone affatto, presentano minore carattere di regolarità e sicurezza. Comincio dai primi, e anzitutto da quelli dei quali si tro- vano altri riscontri. Lo schema aa pel distico della ripresa, e hcbcca, esastico di tutti endecasillabi, che si trova anche in parecchie ballate pubblicate dal Trucchi, è rappresentato dalle Ballate II, III, IV, V, VI, VII, Vili, X e XV. Lo schema aa, bcc dba è rappresentato unicamente, ch'io sap- pia, dalla Ball. I. La Ball. XX offre uno schema abbastanza raro: aa pel distico della ripresa e bbba pel tetrastico della stanza, tranne, come ve- dremo, per il terzo tetrastico, che ci darebbe ddee. Nei tre schemi finora veduti domina senza eccezione l'endeca- sillabo, nei seguenti è varietà di metro. Le Ball. XVII e XVIII hanno, per l'octastico della stanza, uno schema quasi identico quanto a disposizione di rime, vario quanto a misura del verso: dd'c'ólde'eb' e ed' ed' de' e' a. Nella prima la ripresa ha la forma ab' ab', nella seconda invece ab'b'a. La Ball. IX presenta, anche per la ripresa, lo stesso schema della XVIII, ma invece costituito di soli endecasillabi. Allo stesso schema si può facilmente ricondurre la Ball. IX, ma con qual- che varietà di metro. Veniamo al secondo gruppo, assai più scarso, di schemi. La Ball. XII sembra ribelle a qualsiasi ricostruzione metrica. Forse la si potrebbe ridurre ad una ripresa iniziale di tre versi j^Q VITTORIO CIAN (ab'c) e ad un'unica stanza costituita da un octastico, metrica- mente assai incerto e scorretto, dallo schema de'deddfe. La XIII si deve considerare come il principio d'una ballata rappresentato dalla sola ripresa, un tetrastico con lo schema aaW. Il XVI è un componimento strano pel contenuto, ma di gran lunga più strano pel metro, che pare sottrarsi ad una misura e ad uno schema regolare. V'è notevole la frequenza di versi sdruc- cioli. Ma forse tutte queste anomalie sono soltanto apparenti e dovute in gran parte alla condizione deplorevole del testo, come ho già detto, guasto e mancante. Il componimento semilatino XIV offre particolarità notevoli anche riguardo alla metrica. Non ha uno schema veramente costante e regolare per ciascuno dei 12 tetrastici incatenati nei quali è diviso: o piuttosto uno schema esiste, ma troppo velato il più delle volte da licenze e irregolarità dovute in parte alla ignoranza o all'arbitrio del trascrittore, in parte anch'esse sol- tanto apparenti e dovute all'assonanza. Vi si ravvisano due fatti con caratteri di sufficiente sicurezza : il rimare a coppia dei due versi mediani di ogni tetrastico e il riattaccarsi della prima ini- ziale di ciascun tetrastico all'ultima del precedente. Quanto alla misura dei versi è notevole dunque, nella maggior parte delle ballate, la prevalenza incontrastata dell'endecasillabo, in poche altre l'alternamento di endecasillabi e di settenari, in una (XXIII) la presenza di soli ottonari, senza tener conto, s'in- tende, di quei versi che hanno subito una stiracchiatura o un raccorciamento per la distrazione e l'ignoranza del trascrittore. In questi casi, dove si nota una certa varietà assai dubbia e sospetta di metri, non sarebbe difficile ottenere unità di versi- ficazione: ma l'utile non compenserebbe la fatica, che rischie- rebbe per giunta di non parere più che un ozioso e imprudente passatempo. Non saprei meglio conchiudere questa parte che ricordando ciò che osservava in proposito il D'Ancona (1), cioè « quanto si (1) Op. cit, pp. 308 sgg. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 17 « debba in siffatta materia concedere all' arbitrio degli autori » e che « il sistema della metrica popolare ha più eccezioni che « regole ». Ed ora veniamo agli argomenti di ordine interno. I quali, se per la critica, generalmente parlando, riescono, e non a torto, assai sospetti e malsicuri, nel caso nostro speciale hanno invece un peso gravissimo, un valore addirittura decisivo. Anzitutto, nei traslatì, nelle similitudini, nelle imagini, si riflette direttamente e vivamente lo spirito del popolo, che, specie in Italia, ne ha infiorato, fino all'abuso talora, il suo canto, lascian- dovi anche in ciò un'impronta sua propria. Per questo, possiamo far nostra l'osservazione del D'Ancona (1) rispetto all'importanza che hanno gli epiteti o ipocorismi per giudicare dell'indole po- polare d'un componimento. Nelle ballate e negli strambotti del no- stro codice gl'ipocorismi abbondano, ma non dappertutto in eguale misura. Ne registro qui i principali: chiaro vioco, spechio del core, vixo relucente, vixo roxato, dolze zira, vermelia roxa e zillio i/ colorito, vixo anzolicato, angiolicato aspeto, lizadro fiore, me pari una zaina (daina), Mancha e vermegia fresca quanto roxa, dolce armerino, lapre ch'a zuchar sa someglia, chiara stella, chiareta più che stella ecc. (2). Ora consideriamo un po' da vicino gli strambotti, i quali, quat- tordici in tutto, stanno nel codice distribuiti in due parti (XIX e XXII), di cui la prima ne conta otto, la seconda sei. (1) Op. cit, p. 175. (2) A dare un esempio di curiosi ipocorismi dialettali, pubblico qui tale e quale uno strambotto tratto da un altro cod. trevisano, appartenente an- ch'esso al sec. XV: 0 chatarina o pomo carBonese r5j vixo de sepa faza tartaRela (?) Le tuo belleze qni no far palexe J^J Cu» le diavolose et negre tua jnasele. De hora in bora et pò* dì mese in mese Deventi mata et perdi le zervelle 0 gnerza o stramba o katarina trista De tute le putane tu se' maistra. Giornale storico, TV. 2 18 "• VITTORIO GIAN I tre primi fra gli otto possono considerarsi come formanti un piccolo gruppo di strambotti incatenati, per ciò che in ciascuno di essi si svolge una fase successiva d'uno stesso sentimento, vario appunto nella sua continuità — nel primo lo sdegno per l'in- fedeltà dell'amata, nel secondo l'imprecazione violenta, nel terzo un avvertimento, che suona minaccia ad un tempo e quasi ultimo invito, sulla fugacità della bellezza e dei piaceri. Gli altri cinque strambotti potrebbero costituire un altro gruppo distinto dal precedente, ma fino a un certo punto soltanto, per- chè distacchi assoluti in siffatta materia non esistono né potreb- bero esistere. In esso , alla celebrazione dei pregi dell' amata , succede la viva impazienza dell'attesa e poi, per via di sen- tenze e in tuono di consiglio benevolo, un eccitamento insistente, ma calmo e serio, a cedere ai desideri del cuore innamorato (6, 7, 8). Fra gli altri sei strambotti, che formano, come ho detto, la seconda parte (XXII), confesso di non saper vedere che un legame assai debole ed incerto, ciascuno di essi riproducendo in sé uno di quei piccoli e comuni momenti psicologici, che costituiscono il dramma ordinario dell'amore e quindi del canto popolare. Probabilmente il raccoglitore li raggruppava secondo una certa analogia del contenuto, per quanto la memoria e l'attenzione gli servivano ; ma si scorge come non ne facesse uno studio speciale, perchè egli medesimo, alla stessa guisa che il popolo , aveva il sentimento istintivo di un fondo comune a tutti quegli strambotti, e in pari tempo della loro individualità, a dir così, e indipen- denza l'uno dall'altro, quasi altrettanti piccoli organismi viventi e distinti. Ad essi si può applicare, in generale, l'osservazione che il D'Ancona (1) ebbe a fare per gli strambotti del cod. perugino, che, cioè, « con essi siamo assai vicini alla forma prettamente « popolare, anzi qua e là vi sono rispetti che stimiamo proprio (1) Op. cit, p. 144. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 19 « di popolo •»; con questa differenza, che non ve ne trovo, come in quelli il D'Ancona, mischiati altri interamente apocrifi o curiali. L'analogia ed affinità fra gli strambotti del cod. trevis. e quelli del cod. perug. sono confermate in parte dal trovare due stram- botti comuni ai due codici (1), sebbene con notevoli varianti. È noto che la ballata è un componimento di carattere essen- zialmente popolare e di sua stessa natura fatta pel canto e la trasmissione orale. Anche nelle Ballate del cod. trevisano non tardiamo a ravvisare i principali motivi caratteristici costituenti la poesia popolare amorosa, la quale in fondo altro non è se non un avvicendarsi, un intrecciarsi, un fondersi vario molte- plice nei loro atteggiamenti e nei loro contrasti di questi stessi motivi. Cosi, troviamo il consiglio ad amare e a godere (Ball. I), le timide preghiere e le umili proteste d'amore e di fedeltà del- l' amante addolorato alla sua donna o fredda o noncurante (Ball. II, III, IV, V, VI, Vili, XVII), l'amore lieto che aspira più ardito alle ultime dolcezze (VII); il dolore per la morte dell'a- mante (IX), il dolore pel distacco o la lontananza della persona amata (X, XIII, XVIII); il solito frequentissimo lamento contro gì' invidiosi e malparlanti (XI); il dolore prorompente dell'ab- bandono, che si scalda e s' innalza ad amara e violenta invet- tiva (XX). Adottando la classificazione, che mi pare razionale, del Car- ducci (2), alcune delle Ballate si potrebbero dire liriche o sog- gettive, sino ad un certo punto però e per quanto ciò è possibile trattandosi d'un umile compositor popolano, il quale natural- mente è tratto a confondere la propria individualità nel colorito uniforme e comune dei sentimenti e degli affetti del popolo. Ma (1) Vedi Stramb. XXII, n^ 2 e 5. (2) Intorno ad alcune Rime dei sec. XIII e XIV ecc., p. 165 degli Atti e Mem. della R. Deputaz. di Storia Patria per le provìncie di Romagna, serie 2*, voi. II, Bologna, 1876. 20 VITTORIO GIAN le più delle Ballate si possono porre fra le rappresentatwe, fra quelle cioè nelle quali « sono rappresentati i sentimenti d' una « persona che il poeta introduce a parlare, tenendo del tutto in « disparte la personalità sua » (1). Le Ball. Ili, IV, V, VI, che più delle altre sembrano meritare il nome di liriche o soggettive, presentano minori o meno evi- denti caratteri di viva e schietta fattura popolare. Par di ve- dervi una certa elaborazione e intonazione men rozza e men grossa di elementi non tutti egualmente di genuina maniera popolaresca. Le Ballate più degne di studio, quanto al contenuto, sono le I, XIV, XV, XVI, XX e XXIII. La I contiene alcuni precetti d'amore, quale si suol fare e sen- tire dal popolo, alla giovinetta inesperta, alla donna maritata, alla vedovetta « soso el negro manto bianca e bionda », con quel- l'allegro e disinvolto cinismo di pensiero che è tanta parte e caratteristica della nostra antica poesia popolare. La XV è una curiosa parlata che una figlia rivolge alla madre. Essa non rientra evidentemente nella serie di quei contrasti fra la madre e la figlia impaziente, com'ebbe a dire il D'Ancona, della propria verginità, dei quali si conoscono numerose varianti (2). Purtuttavia non sarebbe difficile scorgervi una certa affinità di motivo e di colorito; perchè la posizione della figlia, nuova, ch'io sappia, e singolare, può, per quanto diversa dalla comune, con- siderarvisi in certo modo connessa per un legame di continuità, e farci supporre un dialogo, un anteriore contrasto, nel quale la (1) Ibidem. (2) Credo non inutile ricordare qui il maggior numero che di queste va- rianti ho potuto raccogliere. Vedi Carducci, Cantilene e ballate, pp. 43, 62, 64; Ferrari, in Propugnatore, t. XIII e P. I, p. 437, e in Bibliot. di letter. popol. , I, pp. 333, 335 sgg.; vedi il IX dei Componimenti del God. Marc, pubbl. dal Morpurgo, Op. cit., p. 43; la III delle poesie pubbl. dal- l'Ite, in questo Giornale, voi. II, fase. 4-5, pp. 153 sgg. Cfr. lo stesso Giornale, voi. 1, pp. 30 e 362; Casini, Poeti bolognesi ecc., p. 180; Car- ducci, Rime tratte da memoriali bologn., loc. cit., pp. 197 sgg. Cfr. infine il principio d'un canto popol. venez. pubbl. da Adolfo Wolf ( Volkslieder aus Venetien in Sitzungsbericht. d. Akad. Wien, voi. 46, p. 287). BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 21 madre avesse finito, secondo il solito, per cedere ai desideri della figliuola. Tanto è vero, che le parole di costei sembrano ispirate alla sollecitudine di rassicurare la madre e togliere ogni resto di avversione che le fosse rimasto nell'animo. La giovane popo- lana allegramente, sfacciatamente narra alla madre la virtù me- ravigliosa del petrosillo per iscongiurare gli effetti del suo amore col suo 1)61 fantino Manco fresco e ricciutello. Su questi effetti appunto, come quelli che si potrebbero dire la nota dominante del componimento, insiste la ripresa al succedersi d'ogni strofa. Per essi ci è dato d'aggiungere al prezzemolo una nuova virtù (1), nella quale ravvisiamo una di quelle tante e svariate credenze superstiziose tradizionali che costituiscono tanta parte della ricca e copiosa . botanica popolare. La XIV è un esempio notevole di poesia semilatina o, come direbbero Antonio da Tempo e Gidino, semilitterata. Negli esempì addotti da questi due trattatisti pel sonetto semilitterato , ai quali moltissimi altri e per altri componimenti si potrebbero aggiungere (2), abbiamo, in generale, l'alternarsi d'un verso tutto latino con uno tutto volgare o viceversa, oppure riscontriamo, di solito, questa mescolanza di latino e di volgare in un mede- simo verso, ma per una sola volta e nel primo verso soltanto (3). (1) Questo dico perchè non mi fu dato di trovarne riscontro altrove. D'altri effetti generalmente il popolo crede capace il prezzemolo (Gfr. p. es. gli Ap- punti di medicina popol. bologn., della signora Carolina Goronedi Berti, in Riv. di Letter. pop., fase. IV, voi. I, p. 3), non di questo vantato dalla figliuola alla madre, che invece si trova attribuito, fra gli altri, alla salvia. Vedi De Gubernatis, La Mythol. des plantes ou Légendes du règne vegetai, voi. II, Parigi, 1882, p. 337. Una virtù molto affine, sebbene, diremo, non profilattica come in tal caso, ho trovato attribuita aì petrosemolo nel Libro de Agricoltura utilissimo, tratto da diversi auttori novamente venuto a luce Dalla spagnola nelV italiana lingua trasportato stampato in Vinegia nel 1557 da Michele Tramezzino, e. 200''. (2) Per es. in Bihl. di letter. pop., anno I, voi. I, pp. 237 ecc.; Garducci, Int. ad alcune Rime ecc., p. 204; e fra le Sacre poesie pop. raccolte da Giov. Pellegrini, Ferrar., nel 1446, pubbl. dal Ferrato in seguito alle Poesie pop. relig. del sec. XIV, Bologna, 1877, pp. 77 sgg., 81 sgg. (3) Per es. in due Strambotti di Panfilo Sasso in Bibl. di letter. pop., voi. cit., p. 277, no I e p. 292, n» LIV. 22 VITTORIO CIAN Qui invece abbiamo costantemente dei versi costituiti d'una parte latina e d'un'altra volgare. Non mancano peraltro riscontri per- fetti e non soltanto con poesie latine, ma anche con francesi, tedesche ed inglesi. E come di siffatta mescolanza, così pure del- l'altro fatto, dell'essere cioè il principio di ciascun verso non altro che il principio di vari versetti di salmi, abbondano esempi (1). (1) Gfr. il pregevole e ricco lavoro del Novati, Sul Pater noster dei Lombardi in Giorn. di filol. rom., voi. II, 1879, fase. 5, pp. 121-147, e spe- cialmente p. 129, dove si ricordano i versi semilatini contenenti la parodia del Tedeum e indirizzati a Lodovico il Moro del 1499, i quali furono tratti dai Diari di Marin Sanudo e pubbl. in Venezia, 1871 , da A. Bartoli e R. FuLiN per nozze D'Ancona-Nissim, e ripubbl. nell'ediz. felicemente av- viata dei Diari medesimi, voi. Ili, coli. 136 sgg., Venezia, 1880. Colgo qui l'occasione di ringraziare pubblicamente l'egregio Novati delle osservazioni ch'egli volle cortesemente comunicarmi, e l'ottimo mio professore Renier del benevolo eccitamento e dell'efficace consìglio di che mi fu largo. E giac- ché ho nominato il Sanudo, aggiungo qui una notizia che spero non riuscirà inopportuna e neppure sgradita agli studiosi della nostra poesia popolare. Il Sanudo {Diari , ed. cit., voi. Ili, col. 392) , sotto la data del giugno 1500 , ha il seguente passo veramente caratteristico : « In questo mexe , vene in « questa terra (Venezia) uno disposto zovene , el qual andava in zipon can- « tando per la terra, con un baston in man, la infrascritta canzon: Torela mo, vilan, La pnta dil gnamel, Tn la farà stentar Con la zapa, col restel. « e va drio, bella di udir ». Ora, un caso fortunato mi pose fra mani una redazione molto affine di questa canzoncina, che il buon Sanudo aveva udito cantare con tanto piacere e che io ignoro essere d'altronde conosciuta , se bene svolga il tema frequente, e forse vivo tuttora, del villano o del pover uomo che ha la disgrazia di prendere in moglie una donna o nobile o per lo meno piena di sé e desiderosa di essere corteggiata. Fra i codd. della preziosa collezione posseduta da quel benemerito e liberale cultore degli studi che é il march. Gampori, uno mi venne fatto di esaminarne, di scrit- tura del principio del sec. XVI, contenente, con la notazione musicale, una copiosa raccolta di canzonette per musica, le più di carattere letterario, al- cune di carattere evidentemente popolare, e fra quest'ultime la seguente che io riproduco cosi come giace nel cod., solo tralasciando in parte, per brevità, le ripetizioni richieste dal ritornello musicale: « Torela mo vilan la puta « del guarnel La ti farà stentar filar al molinel Torela mo vilan ecc. La ti « farà li corni per manco d' un marcel ecc. ». Curioso poi é il ritrovare questo motivo della puta del guarnel malamente appiccicato ad un' altra BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 23 Il componimento, benché si trovi in mezzo ad altri di carattere popolare e popolareggiante, pure, avuto riguardo ai complicati e artiflziosi se bene spesso tutt'altro che felici accostamenti delle varie parti latine colle volgari, dev'essere evidentemente opera di persona mezzanamente colta, ed è molto a dubitare che esso abbia potuto mai ottenere diffusione fra il popolo, ma tutt'al più forse in una cerchia ristretta di persone fornite anch'esse d'una certa coltura. La XVI, una specie di breve cantilena, è, nel suo genere, sin- golarissima, non per la forma metrica soltanto, come ho notato, ma anche e più pel contenuto. Che essa sia popolare, anzi il più popolare dei componimenti del codice trevis., non c'è il menomo dubbio : né occorrerebbe, a provarlo, citare i numerosi riscontri che con qualcuno dei motivi di esso si trovano nella vivente poesia popolare. Né importa molto che in origine alcuno di quelli sia stato di formazione letteraria (1); basta poter affermare con sicurezza che nel componimento riscontriamo gli stessi motivi già trasformati e assimilati dalla poesia popolare e ripresi da di queste canzonette medesime: « Da Torto se ne vien la vilanela col cistel- « letto pien de mazorana 0 che zentil fasana Tutta di rose e fioi" adorna « e bella Se ben de si torela mo vilan la putta del guarnel La ti farà « stentar la ti darà martel ecc. Guarda cola se tien damela pur che la mi « vien ecc. ». (1) Per es. il paragone della tortora, di provenienza probabilmente dotta, si è infiltrato nella poesia popolare attraverso i Bestiari. Vedi per es. il Bestaire de Gervaise, pubbl. dal Meyer in Romania, I, p. 440, 1087, 1090 e, fra noi, il Fiore di virtù, cap. XXXV ecc. Non pare quindi accettabile l'opinione emessa dall'IiviBRiANi {Canti pop. merid., 11, 287), e accolta anche dal Luzio nel suo eccellente lavoro su La brunettina del Poliziano e Bal- dassarre Olimpo da Sassoferrato in N. Antologia , anno XY, fase. XVII, lo sett. '80, p. 51, che, cioè, proprio in un sonetto dell'ArrfeZia dell'Olimpo « si trovi r origine del canto popolare cosi difìiiso, della tortorella ». Più verosimile è invece il dire che questo motivo di orìgine probabilmente lette- raria, certo anteriore d' assai , dovette ben presto entrare nel dominio della poesia popolare, dove vive tuttora, non senza ritornare di tratto in tratto nelle mani di poeti colti e non dell'Olimpo e di Panfilo Sasso soltanto ma, come non isfuggi all'onniveggente prof. D'Ancona {Op. cit., p. 192), pei"fino del Bembo, poeta aristocratico se altri mai. 24 VITTORIO GIAN essa, non direttamente da fonti letterarie. Spira da questi versi un alito di quella delicata e penetrante malinconia d'a- more, quasi dolorosa réverie , di cui il popolo nella sua inge- nua schiettezza sa darci alle volte espressioni cosi felici. E nem- manco m'importa saperne l'autore; meglio anzi, se un solo poeta ci fu, ignorarlo. Io so che l'ala della musa popolare ha sfiorato con una gentile carezza quei versi, la cui rozza e irregolare struttura metrica appalesa l'assenza o piuttosto il carattere pri- mitivo dell'arte di popolo. Pur troppo, per quanti sforzi abbia fatto, ho dovuto concludere che, per ora, una ricostruzione cri- tica del testo è impossibile ; che evidentemente esso , specie nella prima parte, dovette subire gravi mutilazioni dallo scrit- tore, il quale è probabile non ricordasse se non imperfettamente la poesia e ne mettesse in iscritto l'un dopo l'altro alcuni fram- menti secondo che la memoria infedele gli suggeriva , senza curarne più che tanto il nesso logico (1). Questa, che è qualche cosa più che una ipotesi gratuita , spiegherebbe , come ho già accennato, l'irregolarità capricciosa, per quanto in fondo sol- tanto apparente, del metro e la poca chiarezza e coesione del (1) Questo è confermato dalla bellissima e assai più compiuta redazione che di questo componimento è contenuta in un cod. Ambrosiano insieme con altri componimenti assai affini, dei quali il Novati recentemente diede un saggio squisito in occasione di nozze (Quattro canzoni pop. del sec. XV, Ancona, Morelli , 1884). Non voglio diffondermi ora sulle molte considerazioni che si potrebbero fare in proposito. Le lascio volentieri al lettore, giacché la cortesia inesauribile dell'ottimo Novati mi permette di mettere a riscontro la redaz. del- cod. Amb. con quella del nostro. M'accontenterò di notare che il cod. Amb. (G. 35 sup.) dov' essa si trova, fu scritto da un fiorentino fra il 1470 e il 1473; che questo componimento, insieme con altri del cod. medesimo, reca tracce evidenti e di contenuto e di forma , che tradiscono la sua origine meridionale; che, per questo, esso rappresenta in modo ben più compiuto e genuino la redazione originaria, la quale poi, nelle sue trasmigrazioni, do- vette dar luogo ad una redazione settentrionale non in tutto somigliante ad essa, né priva di qualche carattere suo proprio. E questa redazione sarebbe appunto rappresentata , se bene in modo purtroppo incompiuto e confuso , dal cod. trevisano , il quale , fra i caratteri che ne rivelano , a dir così, la settentrionalità, mostra, oltrecché la forma dialettale, la sostituzione verso la fine, del duse de zenoa alla regina di napoU della redazione primitiva. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 25 contenuto. Per questo, stimai opportuno di supplire col mezzo di punti a quei luoghi nei quali si può ragionevolmente supporre una lacuna. Nella Ball. XX è riprodotta con un calore insolito e una vivezza singolare la passione d'una giovane che si vede tradita dall'uomo al quale aveva consacrato il suo cuore e tutta la sua giovinezza. Comincia essa dal rinfacciargli l'amore che egli aveva mostrato di avere per lei e dal ricordargli le proprie bellezze, per le quali egh un tempo si era finto invaghito, e continua fino a ri- chiamare il vivo ricordo dei dolci piaceri ch'egli aveva avuto da lei, in quello stupendo tetrastico: « Non t'aricorda del dolze dileto « Che avista meco in nel mio bianco leto, « Basando li labri, strenzandome il peto? « Or è passato, non sai che cosa sia ». Ma essa non ha ancora perduto la speranza di riavere il suo amore e, sul punto di dover prendere marito, gli chiede ancora una volta se voglia seguirla. L' altro non risponde: terribile risposta per lei che, trasportata dal dolore e dall'ira, prorompe in violenta invettiva contro il traditore. Il movimento vigoroso e il colorito acceso della passione è reso vivamente, anche in quel ripercotersi che fa la ripresa nell'interno della stanza « traditor, ladro », l'idea fissa e tormentosa della povera ragazza. Credo non occorrano altre parole per rilevare il carattere di schietta e viva produzion popolare che ha questo componimento. Nella Ball. XXIII una monaca narra con poca compunzione e meno pudor monacale la storia dei suoi amori: il primo per un predicatore che l'abbandonò per un'altra più bella ; il secondo per un frate minore che non capiva che cosa fosse amore di donna, ma « sempre stava a Dio pregare » ; il terzo infine, più fortunato, con un frate remitano che seppe « contentarla del suo gran dolore ». Questa figura di monaca ricorda vagamente e da lontano la bella e ardita tentatrice del chierico nei distici 26 VITTORIO GIAN latini ripubblicati recentemente dal Ferrari (1), e le due giovani monache ribelli della ballata pubblicata dall'Ive (2). E qui concludiamo, eh' è tempo. Dall'esame rapido dei caratr teri esterni ed interni dei componimenti del codice Trevis., credo si possa legittimamente affermare trattarsi di produzioni d'indole alcune schiettamente popolare, altre popolareggiante soltanto. Il voler poi determinare con precisione e sicurezza l'età della loro composizione sarebbe, per adesso almeno, opera vana. Pure, abbiamo visto, ammesso come principio generale che il fatto stesso di trovare una poesia d'indole più o meno popolare fissata nella scrittura, ci riporti ad uno stadio anteriore di formazione e d'esistenza, possiamo porre la composizione di gran parte almeno di queste ballate e strambotti in sul primo schiudersi del sec. XV. Un autore o trascrittore unico abbiamo detto non potersi am- mettere in alcun modo: che, anche lasciando le diversità paleo- grafiche, troppa sarebbe la varietà e troppa la disuguaglianza del loro carattere, e troppo scarsa e debole nella stessa varietà l'impronta d'unità individuale. Neppure alla questione impor- tantissima circa r origine prima dei componimenti è possibile, per ora, di dare una compiuta e soddisfacente risposta, tranne, come abbiamo veduto, per un caso soltanto. Certamente non sono tutti nati in Toscana, né tutti nel Veneto; qualcuno anche do- vette trasmigrare dal mezzogiorno. Quanto agli strambotti, pos- siamo credere che essi altro non sieno in gran parte se non il .rimaneggiamento fatto per opera d'un Veneto, d'una materia originaria toscana. Delle Ballate poi, alcune si potranno cre- dere trapiantamento di ballate toscane, altre composte nel Veneto, ma foggiate sopra modelli toscani, altre infine, io credo rientrino in quella fioritura originale veneta, la cui esistenza non si può oramai in nessun modo negare. Ma per risolvere questioni tanto (1) Bihliot. di letter. pop., I, p. (2) Op. cit., pp. 153 sgg. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 27 difficili e intricate converrebbe avere assai maggior copia di riscontri e di antichi e sicuri documenti che non possediamo oggidì. Malgrado questo, anzi appunto per questo, cioè come con- tributo di documenti e di fatti, non ho creduto inutile trarre dall'oscurità d'un codice questi componimenti, ai quali, cosi come sono, spero faranno buon viso i cultori dell'antica nostra poesia popolare. Vittorio Gian. DESCRIZIONE DEL CODICE MISCELLANEO Il cod., segnato col n° 43, è cart. in 4" picc, e consta di 8 parti od opu- scoli che offrono fra loro diversità di carta, di scrittura e di materia, e va- rietà minime di dimensione. La legatura , moderna, del secondo quarto del nostro secolo, è in mezza pergamena e carta bianca, e sul dorso un cartellino rosso porta scritto a lettere dorate Miscellaneo Manoscritto. L'opuscolo n° 1 (0,21 x 0,15) consta di carte 12, non numerate, divise in due fascicoletti , l'uno di carte 8, l'altro di 4. Com.: 0 maridate vedoe e damiselle e fin. : De chi ama el so honor. La carta è di tre qualità diverse fra loro e pel corpo e per la marca ; come pure probabilmente di tre mani è la scrittura, tutte però appartenenti senza dubbio (non tenendo conto d'un breve di cui ora vedremo) al sec. XV. I componimenti nel cod. non hanno numerazione di sorta. Il primo dei due fascicoletti contiene in abbastanza chiara ed elegante scrittura probabilmente del principio del sec. XV e di due forme alquanto differenti, che peraltro potrebbero essere della stessa mano in due riprese diverse, le prime tredici ballate, disposte tutte su una colonna soltanto. A queste fu aggiunta più tardi, cioè circa il mezzo dello stesso secolo, sul verso della 7^ carta rimasta bianca, di mano diversa e su due colonne, il com- ponimento XIV Dilexi quoniam ecc. e nell'ultima carta, r. e v., fu aggiunto più tardi ancora e di mano pure diversa, un breve, una specie di scongiuro come usavano un tempo, di Papa Leone Magno, che com.: Sanctus Leo Papa scripsit hoc breve ecc. Il verso dell'ultima carta, insudiciato dall'uso, mostra come in origine questo primo fascicoletto dovesse far parte a sé, ripiegato in quattro liste. Al primo fascicoletto si è poi aggiunto il secondo, di scrittura affatto diversa e meno chiara ed elegante, che si può assegnare circa alla metà del sec. XV. Comincia con la Ball. XV, Chi manza el petrosillo. Ometto per brevità e perchè, a dir vero, non hanno grande importanza, come quelle che rientrano nei caratteri generali abbastanza noti di quell'e- 28 VITTORIO GIAN poca, alcune particolarità paleografiche, riguardanti specialmente l'interpun- zione presso che manchevole affatto ed incerta e l'uso incostante della u e della V, della y, della x ecc. Il no 2 contiene una Canzone che com. : Se may con alto e predoso stile e fin.: Felicissimo seruo oue che Io sia, scritta su tre pagine di foglietto piegato in due carte. Appiè della terza pagina si legge: Deo Gratias. Ego Johanes Salarinus scripsi, indicazione ricalcata con inchiostro moderno su scrittura più antica illanguidita. La scrittura della canzone non è anteriore alla fine del sec. XV. Nella quarta pagina v'è uno sgorbio a penna, che neir intenzione dell' autore sembra dovesse rappresentare la Vergine col bambino. Il no 3, di carta diversa, di seta, e di scrittura del principio del sec. XVI, contiene: Degli Arienti Giovanni Sabadino, Descrizione del Giardino di Annibale Bentivogli in Bologna, dedicata ad Isabella Marchesa Gonzaga, 1051. Com.: Questo giorno nominato al nome de Jone, fin.: et gloria del nostro Ziardin viola (sic) perpetuamente abitami. La prima lettera è mi- niata in oro. Nel margine inferiore e di due scritture diverse, si legge Antonj Yalsinerii, et postea Fr. Alberti Fortis ex dono. Il n" 4, della stessa carta e scrittura del precedente, contiene: Lettera consolatoria a Niccolò Lardi ferrarese, di Giovanni Sabadino degli Arienti. Com. : Più volte ho voluto ponendomi, fin. : Te faciunt post superis tua fata parem,. La prima lettera è anch' essa miniata in oro, e infine e' è uno scudo di forma che risente ancora il gotico, e col mezzo campo superiore rosso a stelle d'oro, con l'inferiore tutto ad oro. Il n" 5 contiene: a) una Canzone che com. : Felice è chi mesura ogni suo passo e consta di 7 stanze di 14 versi ciascuna, l'ultima di 12 soltanto. Fin., alla quarta pagina, per Dio chel se disserna. Seguono due carte bianche, poi : b) in due pagine (e. 5*, v. e r.) una ballata in tetrastici, che com.: Quanto peccato fu a farme torto, e fin. : E quanto peccato fu a farme torto. Fin qui la scrittura pare della fine del sec. XV. e) d' altra scrittura, della metà circa del sec. XV, due Sonetti, il primo dei quali com. : Yno Anzoleto vn Raso obscuro e perso, il secondo A say dolente rim,arrà el m,io cuore. d) di scrittura alquanto più recente, in 5 pagine, tre Elegie latine che cominciano : I. Discite Io Nym,phae nemorum, secreta colentes. IL Natalem, dnae mecum, celebrate coloni. III. Quis Pisane tuum, m.erito celebrabit honorem,. Seguono poi tre carte r. e v. bianche. No 6. Di scrittura del sec. XVI. Fideli Almerico da Pesaro Le essequie di Messer Thomasio Aueduto Fanese. Selva. Com.: Ove T oscura tomba e l duro sasso, fin. : Demmo quella sant'alma in pace a Dio. Finis. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 29 N" 7. Del Groffredò Canto 1. Gom.: A canto le costion e quel Soldà. Sono le prime venti ottave della Gerusalemme liberata in dialetto pavan, di scrittura della fine del sec. XVII o del principio del XVIII. N° 8. PoRTENARi FRA ANGELO. Bei pesi c delle monete antiche ecc. au- tografo. Questo il contenuto del cod., il quale proviene dalla Libreria del Vice- delegato di Treviso Iacopo Gapitanio, morto in Treviso circa la metà del presente secolo. La sua Biblioteca copiosa, mediante l'acquisto fattone da quella città, andò ad arricchirne la Biblioteca Gomunale. Il Gapitanio fu operoso ed intelligente raccoglitore di codd., e seppe approfittare di fortu- natissime occasioni, come della prima soppressione dei monasteri sotto il Regno Italico e dello sperpero miserando delle librerie patrizie veneziane. Fu amico di due benemeriti bibliografi, Iacopo Morelli ed Emanuele Cicogna. Al n"» 1030 dei mss. della stessa Biblioteca Gomunale, fascio 18, esiste, insieme col Catalogo dei codd. Gapitanio, anche la scheda del nostro cod. 43, scritta dal Gapitanio stesso, non che un' altra di mano del Morelli. Il Gapi- tanio, riferendosi ai n' 3 e 4 del cod., scrive che essi appartenevano alla Libreria dei PP. Eremitani di Padova e che egli ne avea avuto notizia dal Morelli, il quale molto prima ne avea scritto al Fantuzzi (Vedi infatti Scritt. bologn., T. I, p. 287). Il Gapitanio fece di sua mano la numerazione degli 8 opuscoli ed inoltre il confronto colle legature degli altri suoi codd. ci mostra come cosa sicura che egli stesso fece riunire insieme nella forma attuale gli 8 opuscoli, che costituiscono il Cod. Misceli, da noi descritto. 30 VITTORIO GIAN 1 0 maridate vedoe e damisele, Seguiti amor se voliti star bene. Tu, zoveneta, col te chiaro vixo Mostrarti a lui cum girlanda in testa, 5 Baiar cantar lizadra zire a festa, A tuti a tuti far dolze guardo e rixo, Se pur algun sofrisi a guardar fisso. Al cor ga la zera d'amor faxelle. 0 maridate vedoe. 10 Poi che hai trovato al tuo pi(a)?er amante, Non una volta ma spesso ti veza. Or slego te corwza , ador vageza , Si che , merzè chiamando , pianze e cante. vv. 1 sgg. : Cfr. il principio d'una Ballata d'incerto trecentista tratta dal cod. 535 della Bibl. Beale di Parigi, dove sta scritta colle note musicali a dna voci, e pubblicata dal Tedochi, Poes. ital. ined. di dìig. aut, II, p. 163: Donne e fanciulle, chi ha gentil core, Pigli del tempo seg^nitando amore ecc. Cfr. anche nel Giustiniani, ediz. Wiese, LXIV, w. 62 sgg. : .... tute le altre damisele spose, uedone e donzele, il quale ultimo verso ricorre, con una leggera variante , nello stesso Giustin. , LIX , v. 126, ccd corrisponde nel cod. Marc. 346, ci. IX, edito dal Mobpcrqo, il II, v. 126. V. 12: n cod. legge Or si ego te coreza ahr vageza. L'emendazione che propongo nel testo è forse l'unica conciliabile col senso, il quale intenderei così : ora corrucciati con lui, ora invece fagli tenerezze, talché ora egli pianga di dolore , chiamando mercede, ora invece canti di gioia. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 31 E 80 d' amor tu voi sentir le piante , 15 Fa che secretamente el te favelle. 0 mandate vedoe. Tu, mandata dona, honestamente Di' vagezar col servo che te grada , 0 da finestra o se tu vai per strada, * 20 U« pocho di' levar 1' echio lucente , E poi rebasarlo così p(i)anamente , Sì che ognor sia vago de le toe fiamelle. 0 mandate vedoe. Poi eh' el trovi constante e liale , 25 Fa se cognosse el suo perfeto amore , De(h) fa che ti e lui sia un sol core , Sì che de ogni voler vai siate inguaio. El furato piazer tanto più vale , Quanto resprende el sol sopra le stelle. 30 0 maridate vedoe. Tu , vedoela , che d' amor sie chiave , E soto el negro manto biancha e bionda, Fa eh' el servo tuo tute se azenda Del to bel guardo amoroxo e suave: 35 Umele benigna stìir no ve sia grave , Sì che r amor in lui si renovele. 0 maridate vedoe. Quando tu vidi che 1' è ben acesso , 0 tu che sei in fiama d' amor perfeto , 40 Dage la pace tua , dage el dilleto , Desca^a fuor de 1' animo ogni pexo. Oi me lasso , da tuti sonte ofesso. Se avi mai piacer senti da quele! 44 0 maridate vedoe. T. 18: Di' per de' dei, devi. Parimenti nel v. 20, Ball. IV, v. 35; il v. 33 ha de' per deve. r. 29 : Il cod. ha veramente resprando , ma la correzione resprende pare abbastanza ovyia e naturale , né la forma resprende fa difficoltà dì sorta , essendo lo scambio delle due liquide un fenomeno fonetico assai frequente. Così, per es., oltre che sprendore, nell'antica poesia troviamo spesso frageUo, grolia ecc. w. 42 sgg. : Questi due versi finali non molto chiari, a dir vero, non saprei altrimenti spie- gare che in questa maniera forse un po' troppo ardita: Dopo le saggie istruzioni date alla giovi- netta , alla donna maritata e alla vedovella , il poeta finge che un ascoltatore sfortunato , quasi invidiando l'altrui buona ventura, esclami: « Altro che diletti per me, infelice che sono! noa « conosco che maltrattamenti da ognuno ». E il furbo istrtittore, quasi in tuono di burla insieme e d'invito : « Sfido io ! pretenderesti di conoscere diletti tu , che non hai gustato mai piacere da « quelle? ». Riguardo poi al sonte (io sono) cfr. in questo Giornale, voi. II, fase. 4-5, p. 151, la nota dell'Ivo ad una poesia popolare con lingua di fondo toscano, ma con qualche infiltrazione di veneto. L' Ivk cita a tale proposito I'Ascoli, Àrch. gìott., I, 399. 32 VITTORIO GIAN II. 0 mia guera, o mio destru§imento , Alcidime , per dio , eh' io sun contento. Za fuss mia alegreza in ogni passo, Salute, 0 dona e spechio del mio core, 5 Or sei freda più che preda e sasso, Crudele e fiera e tenebroxa ogni ora. 0 falsa , 0 ria , perchè tanto dolore Me fai sentir e cosi aspro tormento? 0 mia guera. 10 Tu sai ben che fidel servo e sugeto Stato ti suw e serò fin eh' io viva: Duneha T^terchè m' a' tu ^rexo a dispeto , Che sol d' un guardo 1' ogio to me schiva? 0 nebia scura d' ogni pietà priva , 15 Perder mi fai del cuor 1' entendemento. 0 mia guera. Io t' ò pregata mille volte e priego Che no m' abandoni: nulla mi valle. Però dolente a pianzer mi dispiego, 20 Fermo pur de morir justo e liale. 0 spada mia, o dardo mio crudele. Che no m' algidi s(e) tu n' ai talento ? 0 mia guera. De(h) non star più, che voria esser morto! 25 Ma tu non voi eh' io mora perchè io peni : Tu fugi e poi m' ascondi' el vixo acorto : Così gabando al to voler mi meni. 0 venenoxa , questi duri freni Me tira fora de ogni cognoseimento. 30 0 mia guera. Io vo , 0 zudea , come te piaze e vegno • E comò tu comandi e taxo e canto , Però che sun cortexe: el tuo desdegno V. 3 : Fmsi, 2a pers. sing. del perfetto. Cfr. Detta cadttcità della vita umana, v. 15, in Mus- 8AFIA, Mon. di ant. dial. ital. V. 4: L'espressione specchio del core è frequente. Vedi, p. es., Giustin., ed. cit., LXX, v. 1. V. 5: Questa forma preda per pietra s'incontra spesso. Cfr. Giustin., ed. cit. , n , 69 , e va- riante pietre, LVIII, 104, LXV, v. 24. _ y. 12 : Così ho creduto di dover leggere il Duneha p matu pxo adispeto del codice. T. 22 : Nel cod. il v. è corto, leggendosi stu. ▼. 31 : n cod. legge veramente vegna che va corretto, anche per ragione di rima, in vegno. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 33 Me consuma in sospiri e tristo pianto. 35 . 0 dolzc mia serva , vol^i ci manto , Che sumo ben da la tua pace e' sento. 37 0 mia guera ecc. T. 35 : Il cod. ha volsi, che non può essere se non una scorrezione del trascrittore. Inoltre il verso ò mancante e forse a quel serva, che è inopportuno anche quanto al significato, va sostituito qualche cosa come p. es., signora, madona. III. 1 Se fidel servo , o dona , a ti sun stato , De(h) no voler che mora inamorato. Aiuta ci servo tuo , dona zentille , Che merzè chiama a ti; noi far morire. 5 Sento la morte amara più che felle , Che la mia vita occide e fa languire. Ma se non voi veder el mio fenire La tua belleza mi faga beato. Se fidel servo. 10 Za mi ricordo che dal bello aspetto Zentil to pelegrin e amoroxo Amato fui cun fede e cun dilieto , Ben che al presente te sia nogioso. El cuor che avisti za cossi piatosso 15 Forai tenirlo in ver de mi indurato? Se fidel servo. Io me conforto molto ne la mente Quando io me penso che non [n]ò fallito, Gontra de te , o vixo relucente , 20 Vermelia roxa e zillio colorito. Ma pur el cuor me sta molto scurito, Pensando che per altri m' ai lassato. Se fidel servo. Acorto io sun cun pena e cun dolia 25 Che sei da novo in altrui inamorata , V. 11 : Dopo zentil nel cod. si legge , sotto la cancellatura , madona , che , ad ogni modo, non avrebbe aggiustato il verso mancante, w. 17 sgg. : Cftr. Giustiniani, XLIV, vv. 17 sgg. : Ma speranza me conforta Che con fede e' t'azo amata. Giomah storico, IV. 34 VITTORIO GIAN Unde el cuor(e) me trema più che folia, E venme a men la vita sconsolata , Che m' hai senza caxon abbandonata. Se fidel servo. 30 De questo, zentil dona, sietu zerta , Che 0 voi' amarme o no toa zentilega, La vita e la persona t' azo onferta In tuto in tuto cun grande alegrega. Però che sopra le altre de bellona 35 Porti corona, o vixo anzolicato. 36 Se fidel servo. V. 29 : Nel cod. è scritto abbandota. V. 31: n cod. legge che o voi amarine o vo toa zentilega, ma la lezione che ho sostitnito nel testo mi pare indispensabile per cavarne un senso, cioè, vofilia o non voglia amarmi la tua gen- tilezza ecc. lY. 1 Amor , de' giochi mei vago dilieto , Gum più ti guardo , più te sto sugete. Non ho dilleto sona de vedere La tua benignità che m' à percosso: 5 El dolce guardo col to bel piacere M' à si ligato , che fugir non posso , E d'ogni altro voler [io] son tuto moso, Inmaginando el tuo benigno aspeto. Amor de' giochi mei. 10 De(h) non voler privarmi del tuo amore , Che t' amo , dona , asai più eh' el mio core ! Tu sei colei eh' el mio core ai furato Gol to bel vixo e i toi capilli biondi: Inmaginando el tuo benigno aspeto , V. 3: Sona per se no, se non. Cfr. Ball. XVII, w. 29, 32, dove c'è invece sono; e non po- trebbero essere scorrezioni grafiche per se no ? Pel secondo caso specialmente , in cui la lettura è alquanto dubbia, non sarebbe improbabile. V. 7 : Et ogni altro voler ha il cod. ; ma la correzione che propongo, pare più conforme al senso, che sarebbe : quando imagino il tuo aspetto, son mosso, rimosso da ogni altro volere. w. 8 e 14 : Costituiscono una specie di ripresa interna o secondaria intercalata nella stanza. V. 11 : In principio del verso si legge , malgrado la cancellatura , Qtuindo ego passo cioè e' gè (io vi) passo, che probabilmente non era se non un'anticipazione, alquanto modificata, del prin- cipio del V. 17. V. 14: In principio del v., sotto la cancellatura, si legge Et no. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 35 15 Quanti sospiri zeto al mio despeto! Amor de' giochi mei. Ma s' io gè passo e passo ol mio dilieto Sol per vederte , cuor del corpo mio. . El dì che non te vego al mio dilieto , 20 Non sen' alegra ponto el cuor mio , Pregoti che contenti el mio dexio , Cara speranza , vita e mio dilieto. Amor de' giochi mei. Non he dolor né sì mortai afanno 25 Como non essre amato e amar altrui. Receverme no mi par sì grande ingano , Ch' io non me oso adaplatarme altrui , Ma senpro servo sum e fui A la mia vita to fidel suceto. 30 Amor. Lasso topino che o provato asai , Fortuna no mi vai priego né inziegno , Ma homo disperar non se de' mai , E pur sperando mia vita sostegno. 35 Se del tuo amor algun tu di' far degno , Ricordati di me, angiolicato aspeto. Amor. Se mai tu avissi pietà de persona , Azi pietà de mi [de mi] , vixo roxato. Se fose re , ben te darla corona 40 In alegreza sempre e in un bel stato. In sempiterna tu m' ai inamorato. 42 Amor de' giochi mei. TV. 10-15 : È curioso notare che i vr. 10 e 11 non sono che la ripresa della Ball. Y , imme- diatamente a questa seguente nel cod. Abbiamo yisto inoltre come il v. 14 non sia se non la ri- petizione del V. 8. Tutto questo doveva naturalmente alterare lo schema della stanza, ma Hne- sperto trascrittore non badava e tirava innanzi come la memoria gli suggeriva. V. 17 : Si potrebbe forse correggere : Ma s'io gè passo, «'(io) passo al mio dilieto, e la correzione sarebbe confermata dal trovare nel v. 19 « al mio dilieto »; o, più semplicemente, lasciando la lezione del cod. , si potrebbe intendere : e se io ci passo e ci passo (ripetizione fre- quente) è il mio dilètto, cioè solo per vederti ecc. T. 25: essro ha il cod. Cfr. Ball. IX , v. 4, essre; in ambedue i casi la sincope ò richiesta dalla misura del verso. V. 26 : Il cod. ha in margine e della stessa scrittura, quasi a correzione, Recente. R testo in- vece Recètw'*'^. Non so quanto valore abbia la lezione ch'io, in mancanza di meglio, propongo. v. 27 : Nel cod. oso adaplatarme, che però non si può leggere diversamente. DeìVadaplatare non mi riuscì di trovare riscontro altrove ; forse si deve ricollegare con piato e spiegare < muover « lagno, richiamarsi ». Pei riflessi del pktciUt, vedi Ascoli, Arck. Qlott., I, 80 sgg. nota. V. 28 : n verso ò evidentemente mancante. 36 VITTORIO GIAN 1 De(h) non voler[mi] privarmi del tuo amore, Che t' amo , dona , asai più eh' el mio core ! Se m' abandoni , tosto tu vederai Finir la vita mia cun pianto e dolia , 5 Perchè disposto era che sempre mai Tu sola fusti mio piacer e zolia. De(h) no voler far priva la mia voglia Di tal dilleto per darmi dolore! De(h) non voler privarmi. 10 Non t' aricorda cuanto amor perfeto Zk mi portasti sopra ogni persona? E cossi eri del mio cor sol dilleto Come sempre serai sopra ogni dona , Però che di belle^a porti corona , 15 Né mai si vide di mondo si bel fiore. De(h) non voler. Disposto su» sempre sol obedire L' altero e dol^e tuo comandamento , Purché a grato te sia el mio servire. 20 Sopra ogni amante viverò contento , El mio dexir el mio consolamento , Solo a servir al tuo dolge valore. De(h) non voler. V. 1 : Nel cod., dopo privarmi, c'è dona cancellato. V. 10 : n cod. legge elianto amor, che è da ritenersi errore del copista , per cuanto , qwmtó. Cfr. GicsTmiANi, Ediz. cit., LIX, v. 61: Non ti ricordi el nostro antiquo amore ecc., e fra gli strambotti dello stesso pubblicati dal D'Ancona {Oiorn. di fil, rom. , II , p. 186 , n» 10 , v. 3). Numerosi riscontri con questo motivo si potrebbero trovare nella vivente poesia popolare. P. es., Tiesi (Canti pop. toscani, 265) : Non t'arricordi di quanto mi dicevi, Che tu m'amavi sì sinceramente? il quale riscontra mirabilmente col n» 24 degli Strambotti del Giustiniani ripubblicati dal D'An- COHA (Op. cit, pp. 91 sg.), del quale vedi la nota. VI. 1 Or fame pur dispeto se tu sai , Che da mi amata pur sempre serai. Ben che me niegi la tua dolce fede , Non fia però che (a)marti mai recuxi ; BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 37 5 Ancor pur spero ritrovar mercede Da i toi belli ochi alteri e amoroxi, Perchè a servir a lor sempre dispuxi El primo dì che in te me inamorai. Or fame pur dispeto. 10 Quando primamente me guardasti Gun tanta tua dolge benignitade, Dolze mia dona , el cuor tu me forasti , Tal che ma' più non fui in mia libertade. Se presto non avrai de mi pietade , 15 In pochi di morir me vederai. Or fame. De(h) , non voler , dolce dona , eh' io mora , Che sopra ogni altra t' ò sempre servita , Se me dai morte , tu te dolerà anchora , Gh' alor[a] cognoscerai 1' alma smarrita , Se pur te piaze eh' io manche de vita , Per contentarti obedita serai. Or fame. TV. 21 Bgg. : Cfr. Giustimumi, III, w. 45 e IX, w. 13 sgg. : S'el t'è in piacer che mora, e' son contento de douer morire ecc. Di' almanco, con taa bocha. Che mia morte te piaze e son contento ecc. VII. Poi che de ti , fangola , m'inamorai , L' anima e el core a ti donai. A ti donai uno zentil carobino , Perchè sei vaga bella et amoroxa , Che dal vedere me pari una zaina: Biancha e vermegia , frescha quanto roxa. Però te prego , fanzola vexosa , Che tu non perdi el tempo che tu sai. Poi che de ti, fanzola , m' inamorai. V. 1 : Cfr. il principio dello Strambotto no 28, v. 3, pubblicato dal D' Ancona, La poes. pop., in Appendice, Da poi che in te, fiore, m'inamorai; e del Gicstikiani, Ed. cit., XVI, v. 21, Poy che in ti m'innamorai. 38 VITTORIO GIAN 10 Ben me pare che se apra [tuta] primavera: Quando te vedo fare el dolce rixo; Gun bel[o] costumo e con zentil mainerà Uno angelo me par[e] de paradixo. Li toi belli ochi e l'angelico vixo 15 reluxe più che stella sempre mai. Poi che de ti. Vane , balata mia , al dolce amore La qual[e] vestita va de monachino: Da parte del so liale servidore 20 Gun reverencia fali un bello inchino , Poi te inzinochia a quelo dol^e annerino , Con pietà merzè li ?edarai. 23 Poi che de ti. V. 17 : n cod. legge veramente Vana balata ecc. w. 20 sgg. : Cfr. in Giustiniani, IV, w. 15 sgg. : tu te inzenochieray humile e riverente a le t'inchina. vin. 1 Doi ochi ladri me consuma el core , Si dolcemente fai vista d' amore. Tu volgi l'ogi presti cum vage§a , Vizioxamente fuzi chi t' amira , 5 E prestamente mostri toa belle?a; L' anima dal core fora mi tiri, Guardando a li ati, e 1' anima sospira. Tanto sei ligadra che me fori el core. Dui ochi ladri. 10 le sun vageta per darte dolore , V. 1 : Cfr. Giustiniani, Ediz. cil, I, 47, 0 dtiy begli ochij ladri. V. 2 : Nel cod. la y di fay è leggermente cancellata. V. 10: Ricorda da lontano la ripresa della Ballata in maschera della fine del XJ7 o delprinr cipio del XY, dialogo tra amante e amata, pubblicata dal Rajna, in Propugnatore, voi XJ, P. I, jp. 407-412 : Non per ben che ti voglia Ne per la tua vaghezza Miro la tua bellezza Solo ti miro per far altrui doglia. « BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 39 E non pensar che sia per to dilleto, E spesse volte io guardo li amadore Cun un[ol desdegno per farle despeto. Se la possanza seguise a V afeto , 15 Vendeta ne faria del traditore. Doi ochi ladri. 0 despiatata in ver de mi se' tanto , Orgogiosa fera cun desdegno! L' anima mia se consuma in pianto 20 Poi che per la toa man[o] morir[e] convegno, De(h) pensa in prima, dona, se io su« degno, E poi me aloidi s' el te ven dal core! 23 Doi ochi ladri. V. 21 : Il cod. invece di io, ha veramente, a quanto pare, ciò, probabilmente p«r eio, particola- rità grafica questa curiosa, che si riscontra anche nel v. 4 della Ball. IX, nel v. 6 della Ball. X, e nei vv. 8 e 9 della Ball. XI. IX. 1 Cun lacrime bagnandome el vixo Del mio signorie] lassai. Onde- mi strugo in guai, Quand' io me penso essre da lui divixo. 5 Oi me dolente, ai dura departita, Che mai non fa retorno in questo mondo! Oi crudele morte, oi despiatata vita, Onde lassasi el mio signor[e] jocondo? Ingorda e malvasia senza fondo, 10 Fora degnia sova temperanza! Sciopi ormai tova baldanza 12 Da poi che tolto m' ai ogni zogo e rixo ! V. 8 : Così legge il cod. , ma non dà senso ; forse andrebbe letto : Onde , lasso , si è il mio signor giocondo?, spiegando V onde per dove, uso ancor vivo in qualche varietà dialettale della provincia di Venezia. vv. 10 sgg. : Il verso non conserva la sua giusta misura. La lezione pare corrotta ; certo non ne risulta un senso abbastanza chiaro e soddisfacente. In questi due versi notiamo ancora sova e iota per soa e toa. Cfr. BaU. XII, v. 6, dove tova sta per tovo, tuo, riferito ad amore. Ma altrove occorrono quasi sempre le forme più comuni, toa, soa eco. Probabilmente abbiamo dinnanzi, ben- ché non normale e costante, non un caprìccio o un errore di copista, ma un fenomeno hngnistico notevole, cioè lo sdoppiamento della u latina nel riflesso italiano, fenomeno di cui non mancano altri esempi, come cavolo, Oenova, coniinovo eco. (cauUs, Genua, conimuus), nei quali però la « è postonica. 40 VITTORIO GIAN Poi che da ti me conven partir[e] via, Lassote el core perchè l'è tuo e fia. Io me ne vo perchè la mia fortuna Vol[e] pur cosi et io altro non posso, Mai non ziro né starò in parte alchuna, Che fedel[e] servo a ti sia mai remosso. Ma fin che io vivo e averò spirto adosso, Altri de mi dona non fia. V. 1: Nel cod., dopo da ti me, sotto la cancellatnra , si legge veze quey , e al disopra di essa me conven, quasi a modo di correzione, di mano del copista stesso, con la ripetizione quindi del me. XI. 1 Che pena è questa al cor[e] che sì non posso Uxar[e] cortexemente Con questa mala zente, Che non sia pur da l'invidia percosso! 5 Ma veramente — mai no me torano del propoxito mio | quisti invidioxi. Bem porano dir[e] mal[e] che dir[e] vorano, Che io non segua pur quel[o] che mi disposi G'a longo tempo io li farò dolioxi, 10 Non za cuw villania, Ma per tener tal via Che far[e] no me potran[o] deventar[e] rosso. Che pena è questa al cor[e] che sì non posso Uxar[e] cortexemente 15 Con questa mala zente, 16 Che non sia pur da l'invidia mosso! Non ho conservato la identica disposizione e giacitura che i versi hanno nel cod. , ma ho po- tuto farlo senza punto alterarli. Basti avvertire che i settenari sono scritti di seguito l' uno all'altro sulla medesima riga, ma con una lineetta verticale di separazione ; che i due versi 5 e 6 fino a mio, sono scritti di seguito e colla lineetta &a torano e del, cosicché nella linea seguente rimane soltanto quisti invidioxi. Inutile osservare che nel cod. ne per questa né , in generale , per le altre Ballate non c'è il minimo distacco fra la ripresa e la stanza. V. 1: Nel cod. dopo posso e un po' sotto, si legge, benché cancellato, uxare , che non è se non la parola iniziale del verso seguente. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 41 XII. 1 Strengi le lapre piano, l'amor mio, Gh' a zuchar[o] s' asomeglia. De alga la dolce zira che m' algide! Tu sai ben [cun] quanta pena [cun] quanta angossa 5 Sostegnio per tova amore Avanti che per me fusti piatoxa. Però solisti la catena — che me strengisti al core, Che zorno e note non trovo reposso. Però facisti la mia vita angoxosa 10 E per tornare in gran dolgeza 11 Si che tova zentilleza — vene amore. n testo di questa Ballata, cosi come si trova nel cod. e come io riproduco fedelmente, mostra d'essere assai malconcio, tanto che m'ha fatto rinunziare all' idea di darne una lezione non solo metricamente corretta , ma tale che , specialmente per gli ultimi cinque versi , ne risultasse un senso abbastanza chiaro. Ad ogni modo si potrebbe forse leggere così: Però sol(v)isti la catena che me stren9Ìsti al core, che zorno e note non trovò reposso. Però facisti, la mia vita angoxosa E per tornare in gran dolfeza Si per tova zentilleza vene amore. Xlll. Poi che t" alontanasti, o dona mia. Per ti sospiro e piango note e dia: Per ti sospiro, o bella zoveneta, Poi che sei aluntanata. La credo la ripresa iniziale d'una ballata , della quale il trascrittore non ricordò e trascrisse che il principio, un tetrastico dallo schema aabb', con la consonanza atona nei due ultimi versi. 42 VITTORIO GIAN XIV. 1 Bilexi quoniam te vidi bella, Quomodo dilexi, [tu] el poi ben sapere. Biligam te in fin che av[e]rò el pode(re). Conserva me, o rosa novela. 5 Te decet de non star in ver de mi si fela. Ego dixi e sì tei dico ancora: Paratum cor meum è in le toe dolce mane. Eccpectans expectavi, e tuto è vano. Yerba mea non avir per ingano, 10 Exaltabo te in fin che averò vita, Beatus vir che de te merzè aspeta, Erutavit cor meum in el to belo aspeto. 15 ludica me a tuto to dileto. Audite omnes gentes questa gran sagita. Magnus dominus ne faza la vendeta. Quid glorias in malicia a facendo straze de mi? Eripe me de queste pene, e farai mercede; Non ne deus ingannato chi spera sempre in te. Exurgat presta mente e vegno a ti, 20 Bene dixisti che me portavi amore. Salvum me fac in el to dolce core. Benedicami et semper te benedico, Qui habitat in la toa casa in ogni parte tieco, Quam dileta è la toa faza a guardare ! Per brevità mi limito a citare un salmo sol- tanto, nei casi in cui un principio di verso fosse comune a parecchi salmi ad un tempo: V. 1, Il cod. ha soltanto gwi. V. salmo 114, v. 1. V. 2, V. salmo 118,97. V. 3, » 17,2. V. 4, » 1,2. V. 5, » 64,2. V. 6, » 40,5 ecc. V. 7, » 56,8. V. 8, » 39,1. V. 9, » 5,2 ecc. V. 10, » 29,2 ecc. V. 11, » 11,1 ecc. V. 12, » 44,2. V. 13, V. salmo 7,9 ecc. V. 14, » 33,12 ecc. V. 15, » 47,2 ecc. V. 16, » 51,3. Evidentemente il verso è un po' più lungo del bisogno. La corrispon- denza fra la rima estrema d'ogni esastico e la iniziale del seguente , ci porta ad emendare il mi in me e il mercede del v. 17 in mercè. V. 17, V. salmo 30,16 ecc. V. 18, r. 43,22. V. 19, ^ 67,2. V. 20, » 84,2. V. 21, » 3,7 ecc. V. 22, » 118,49 ecc. V. 23, » 2,4 ecc. V. 24, » 83,2. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 43 25 Inclina aurem tuam e non me far penare. Fondamenta de la toa casa sian benedeta. Beatus chi de te mercede aspeta! Bonum est sperare in te bella sorela. Qiiam bonum est la toa dolce favela! 30 Exultabo in ea e dolce più d' amore. Venite a vedere questo dolce fiore. Qui(d) non consenti a questo dolce ardore? Domine refugium, desfaza questo erore, Voce me crida e tu non la voi aldire. 35 In domino confido de cpiesto mio languire, Confitebor tibi quanto io averò al mundo. Salvum. me fac de questo abisso profundo, Qui regis el cuor mio in tuta toa balia. Eripe me de questa mia gran doia. 40 Credidi propter quod non te sepi ben parlare. Memor està de me e non te smentegare, [Matris) tue dio te fece cuw suo gran dileto. Levavi oculos m,eos nel to belo aspeto, Benedic el tuo dolce e bel servente. 45 Cantate con lei dolce e fermamente, Et veniat super me la toa misericordia. Retribue servo tuo e non aspetar la morte. Memor esto verbi tui ne le quale a me speranza desti. V. 25, V. V. 26, V. 27, V. 28, salmo I6,C ecc. 17,8 ecc. 40,2 ecc. 117,9. V. 29, » 134,1. V. 30, il salmo 117,24 ha invece exulUmus. V. 31, V. salmo 33,12 ecc. V. 32, il cod. ha Qui non conséti, che forse va letto Quid o quia n<»\ consenti, il quale però non trova perfetto riscontro in alcuno dei salmi. V. 33, V. salmo 89,1. V. 34, Yoce me crida legge il cod., ma deve correggersi voce mea crido. V. salmo 3,5 ecc. V. 35, V. salmo 10,2. V. 36, » 9,2 ecc. V. 37, V. salmo 5,21. V. 38, » 88,19. V. 39, . 5,17. V. 40, » 115,10. V. 41, » 73,2. V. 42, La prima parola non si legge chiara- mente, ma dev'essere matris, V. salmo 49,20. V. 43, V. salmo 120,1 ecc. v. 44, » 27,8 ecc. v. 45, » 32,3 ecc. V. 46, » 118,41. V. 47, » 118,17 prima del rttribu» si legge rendes cancellato. V. 48, V. salmo 118,49. 44 VITTORIO GIAN XV. 1 Chi manza el petrosilo, madre mia, Non po' ingravidare in quela dia. Questo me dise un antiqua vecina, Madre mia dol?e, che gè l'ò creduto. 5 Questu m'à amato in fin da picolina Fino a la morte per mi l'è venuto. Cristo del celo sì li done aiuto, (E) al so piacere la persona mia. Chi manza el petrosilo. 10 Madre mia dolze, non me star turbata, Non so nesuna chosa che te zoase. Del petrosilo io ne fe^i una insalata, Enangi ne manzai che lui audise, El non fo ver che alora ingravidase, 15 Per la vertù eh' el petrosilo avea. Chi manza el petrosillo. Madre mia bella, che ai el cor diviso, Al mundo non fo mai sì bel fantino, Al mio parere un angelo de paradiso 20 Che m' à pasato el cor con un coltelo. El era bianco fresco e rigùtello: Chi noi vedese creder[e] noi poria. Chi manza el petrosillo, madre mia, Non po' ingravidare in quela dia. Petrosillo è uno dei tanti riflessi italiani della forma petroseUnon. Cfr. Mdssafia , Beitr. zur Kunde der nordital. Mundarten im XT Jahrh. , Wien , 1873 (Estratto dalla P. XXU degli Atti delVAccad. di Vienna, Sez. fllos. stor.), p. 87, e Caix, Le alterazioni generali nella lingua ital., in Riv. di fil. rom., II, p. 80. V. 6 : Il cod. legge veramente fine. V. 8 : Also è d'incerta lettura. V. 11: Intenderei: Non so a che ti gioverebbe, o madre, restar turbata. V. 13 : Così legge il cod., ma non mi soddisfa interamente. Bisognerebbe ammettere nelVaudite una consonanza atona e spiegare : ne mangiai del petrosillo prima che prestassi ascolto al mio bel fantino. Più probabDe mi parrebbe la lezione : Enanfi ne manzai che (a) lui (n')andase. V. 19 : il V. è lungo : doveva essere press' a poco così : Un angelo me par de paradiso. XVI. Ziristu mai in la calauria | . cola faro zentille Faro con fa la tortora | . poche la perso el compagno so Aqua cara non bevella. | con le ale si la inturbida Col beco si la bevela | . volo sopra de uno strego BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 45 Guardo in fra el mare el pelago. | vede venire una nave Le vele son de samito | larboro e darcipreso Li remi son davolio | lo corde son dor fino In mezo gè un bel fantino | . de foselo lamor mio fino De chi son gravida | . perche lo mio compare sera el duso de zenoa. Faccio seguire alla lezione diplomatica un tentativo, per modo dire, di ricostruzione, quale risulta naturalmente, senza sforzo, senza soverchi e pe- ricolosi ritocchi, e solo, por quanto ho potuto, razionalmente interpunta. Nei cenni d' introduzione ho già osservato come questa poesia sia certamente mancante in principio, e non in principio soltanto. I luoghi probabilmente lacunosi indicherò mediante puntini. Ziristu mai in Calavria? colà farò zentille, Farò con fa la tortora po' che l'à perso el compagno so. Aqua chiara non bevella , con le ale si la inturbida. Col beco si la bevela. Volo sovra de un'ostrego, guardo in fra el mare e '1 pelago: T. 1 : mai con valore interi;ogativo di forse, per caso. TV. 3-8 : Anche nella vivente poesia popolare abbondano i riscontri dì questo motivo, che pure, come abbiamo altrove accennato, è probabilmente di origine letteraria. Cfr. D'Ancona, Op. cit, p. 192 e BuBiERi, Op. cit., pp. 59 sgg., dove si danno copiosi riscontri e notevoli varianti, delle quali l'istriana (Ivg, p. 117) , conferma la lezione chiara con cui si deve correggere il cara del cod. Cfr. del resto al v. 15 della Ball. XVII, careta per chiareta. Ma il riscontro più importante per noi si ha nella XV del GicsTrsiANi, Edix. cit., w. 71-73: Farò cun fa la tortora, quando la perde l'amor so ecc. Cfr. la lezione data dal Morpuboo, Op. cit., V, w. 71-73. v. 8: Sbrego legge veramente il cod. Ma non mi è stato possibile di trovare esempi di questa voce, che non è registrata né dal Diez, nò dal Mussafla, nò dall'Ascoli, nò da altri, ch'io sappia; e neppnre ho potato risalire ad una forma etimologica soddisfacente e conciliabile almeno appros- simativamente col significato del contesto , che pare debba essere qualche cosa come scoglio , al- tura marina o simili. Non credo si possa neppure pensare a una forma strix o strego; il Ddcansk registra strica col probabile significato di ostium portus. Ma non si potrebbe leggere piuttosto ostrega od ostrago, come congettura l'egregio Nevati ? Il metro, è vero, sembrerebbe richiedere piut- tosto questa forma sdrucciola, ma d'altra parte, attesa l' irregolarità dello schema , non la si po- trebbe affermare assolatamente necessaria, malgrado che il pelago del verso seguente faccia sospet- tare una rima sdrucciola. Dato questo ostrega, verrebbe naturale il riconnetterlo etimologicamente col riflesso veneziano di ostrica, cioò ostrega, il quale ci fa risalire alla voce greca SOTpttKOV. Linguìsticamente non ci sarebbe difficoltSk ad ammettere questa formazione, e quanto poi al genere, si potrebbe osservare che , se ò vero che il riflesso veneziano abituale anche oggidì è ostrega femminile, non manca però un diminutivo maschile ostreghin. La maggior difficoltà resterebbe sempre nel significato. Si tratterebbe forse d'un 'ostrica attaccata a uno scoglio , o , piuttosto, di uno scoglio formato di conchiglie d'ostriche accumulate presso la spiaggia? Ad etimologisti più dotti e più fortunati la soluzione del nodo. 46 VITTORIO GIAN 10 vedo venire una nave, le vele son de samito , l'arboro è d'arcipreso, li remi son d'avolio, le corde son d'or fino, 15 In mezo è un bel fantino. Deh foselo il mio fino amor de chi son gravida! perchè lo mio compare 19 sera el duso de zenoa. T. 10: Il cod. legge veramente vede, ma l'emendazione è snggerita dal contesto. V. 11 : Quanto al sciamito, che corrisponderebbe al nostro velluto , e di coi si trovano esempi antichi nella nostra lingua, si può vedere, a titolo di curiosità, il Galvani, Leeioni mcad. volg., I, pp. 318 sgg., in nota. V. 15: Cfr. Tommaseo, Canti pop. tose, I, pp. 186 sgg.: In mezzo al mare c'è nna barchetta, V'è dentro l'amor mio. Di cui si hanno altri riscontri nella poesia popolare. Do qui la redazione del cod. Ambrosiano C. 35. sup. e H A K z 0 N A. f. 324 r. Chella passa e va In Cicilia chome faro di tene faro chomo fa la tortola quando a preso (sic) Il chompangnio aqna chiara non bevera choUalia sua lantorbida eppo monta e va nellaria per corre foglia gulja (sic). Ischopersi la cbalavria Palermo chommessina vidi ghalee venire drente vi sono begluomimi e dentro ve un bel fantino Prengnia mi sento e gravida sul punto del figliare si faccio figlia femmina Oddio chenno a&re piglia pe piedi e prendila egittala nel mare Gli pesci dello pelagho saranno nostri chompari laqua salsa per bevere ella rena per mangiare prengnia mi sento e gravida Si faccio figlio maschulo oddio chenno io affare vescovi ed arciveschovi saranno nostri chonparì f. 324v. la regina di napoli sarà nostra chomare. XVII. El to bel viso dolze, [l]anima mia , me fa languir d' amore , sì che non so che pase al me cor sia per ti , lizadro fiore. Più volte t' ò veduta star(e) lizadra e bella , eser da mi venuta con si dolze favela , che me credea coger la ramela BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 47 10 de quel fruto amoroso che sta piantato nel boscho zoioso , che sta apres(s)o del core. El to bel viso dolze, [Ijanima mia. Se alcuna volta branco -,, 15 de i fior[i] che stan de intorno, E tu me volte el fianco nascondi[me] el viso adorno. Quando me credo aver[e] più dolze el zorno, quelo m' è tuto fele. 20 Che tu me sei si aspera e crudele che perdo ogni vigore. El to bel viso. A mi non vai cantare , né far suave vose , 25 A mi non vai pregare , nò far de braze erose , Che tu mi se' sì aspera e feroce e non sai cortesia , Che non penso sono tuta via 30 d' eser to servidore. El to bel viso. Io non vojo più cantare sono questa parola: El meconven zurare, 35 se mai te trovo sola , De farte intrare in de la scola « de le done amorose , Che san sanar(e) le piago penose che son[o] fate d' amore. 40 ■ El to bel viso dolze. Debbo avvertire che per questa Ballata , come per la seguente , i versi stanno nel cod. scritti di seguito dae per ciascuna riga, e quasi sempre con una lineetta verticale di separazione ; e che non v' ha il minimo intervallo di spazio fra questa ballata e la precedente , come neppure fra questa e la seguente, in modo che sembrano, a primo tratto, un componimento unico. V. 18 : n cod. legge veramente : Quando me credo avere el più dolze zorno. w. 23 sgg. : Cfr. D'Ancona, Op. cit., p. 447, fra gli Strambotti del cod. Perng.: Non m'ò giovato a dire ajuto ajuto, Non m'ò giovato le braccia incrociare ecc. Cfr. anche in Caniil. e ball, ecc., del Carducci, p. 150: Non ti varAi il far delle braccia croce, w. 29 e 33: Riguardo al sotto per se no, se non, vedi nota al v. 3 della Ball. IV. V. 35 : Nel cod. dopo soUt, si legge cancellato il de farte intrare, con cui incomincia il verso seguente. v. 86 : Evidentemente questo verso è mancante. Forse andrebbe Ietto « De fiute infarare in « dentro de la scola ». 48 VITTORIO GIAN XVIII. 1 Amor, che m' ai conduto a 1' ultim' ora Gh' el me conven partire. De ogni grave sospiro [i]'n poca speranza mia vita demora. 5 De(h) quanto è amara e(d) angustiosa la despartanza mia! Con li ochi basi e la mente pensosa pasarò per la via, [Da] po' che fortuna despietata e ria 10 me vol[e] da(r) penitenza. Non so per qual falenza, che tante pene pato in cascaun ora. (Amor che m' ai conduto). 15 Se tu non me socuri, o chiara stella, o a mi [tu] non dai conforto. Morir me vederai senza favella. de(h) a mi tu fai gran torto, de(h) voglime per preso e non per morto, 0 tu che m' alcidi , 20 In tal partito me vidi sì che a presente pur conven che mora. (Amor che m' ai conduto). Sempre 'l[o] portarò in del mio cor depintqi el vostro c(h)iareto viso , 25 E in altra dona non -sera mai tinto , per eser da voi diviso. A mi par che se' nata in paradiso , o vaga mia damsela , G(h)iareta [sei] più che stella , 30 fa meravega quanto par de fori. 31 Amor che m' ai conduto. Nel cod. la ripresa non riappare che in fine. V. 7 : Nel testo è scritto veramente basa , che nel margine del cod. è corretto , della stessa mano, in basi. V. 19 : L verso manca d'una sillaba ; forse si potrebbe correggere 0 dona che ecc. V. 23: Le forme in del, in tei, vivono tuttora nel dialetto venez. rustie, (prov. di Venezia), e in molte altre parti dell'Italia superiore. Cfr. anche Ball. XX, v. 5, e XXIII, v. 32. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 49 XIX. 1. Vog(i)o ben renegar[e] mo'tuto el cello. La tera el mare [con] ogni cosa terena, E male dir de ti ogni membro e pelo, El volto el corpo cun zasc[adjuna vena. Che biastemata sia la binda e 1 vello Soto la cui fidanza porto gran pena. Che io me credea che tu fusi una santa , Ma la so mi , tu sei una rea pianta. 2. Tal dì e tal note sì te dia dio, Como sun[o] quele che per ti (ò) portato , Che mai tu non credisti al dolor mio. Falsa nojosa dal cor despietato. Ma s' el me vera mai acasonato , De ti posa eser de(h) sì namorato. Farò [ben si] che [tu] non te pere mai dar vanto De farme ingano , né de zugar soto manto. 3. Recordate eh' el ven(e) la vechieza , Che tu perdi la toa zoventura: Chi non prende del ben si fa mateza. Fin che 1' à tenpo e (fin) che 1' à ventura , Recordate "che ogni toa beleza Se n' andarà con fa la neve a la calura , Posa non trovarai amor né gracia , Né homo che a gu(a)rdarti non se fa^ia. 4. Vivi zoiosa... e state innamorata Del fino amore e del perfeto core: Da tuta zente ne serai amata , Senpre tenuta de le done el fiore , Che de beleza senpre tu sei apresiata , De cortesia e de cascaduno honore , Dona lizadra e de vertù felice, Degna d' eser al mondo imperatrice. N» 1, Y. 4: Prima di corpo si legge nel cod., sotto la cancellatura, capo. N» 2, V. 2 : n cod. legge veramente porto invece di portato, e v. 8, mantelo in luogo di manto. Le due correzioni sembrano abbastanza ovvie e servono a ridurre lo schema irregolare ddlo stram- botto abacccde all'altro meno irregolare abcbbbcc. No 3, V. 7 : Posa per poscia. Cfr. questo e lo stramb. no 6 col VII degli Strambotti del Oiu- sUniani ripnbbl. dal D'Ancona, Oiorn. di fil. rom., II, p. 185. Ma troppo Inngo sarebbe il venir notando gl'infiniti riscontri che nella poesia colta popolareggiante si potrebbero trovare con questi che sono i motiui prediletti del popolo. No 4, V. 4 : Questa espressione in lode dell'amata ò frequente nella poesia popolare , frequen- tissima poi nel Giustiniani. Cfr. ediz. Wiesb, I, v. 12 ; XXVII, v. 2 ; XLVI, v. 1 ; UV, v. 8 ecc. OiomaU ttorico, lY. 4 50 VITTORIO GIAN 5. Sia biastemata la crudele usanza Che ano le done centra de i soi amanti, Che star(e) li fano in longa speranza , E zorni e mesi cun sospiri e pianti. Perdose el tenpo e sta V omo in balanza Senza aver fruto de i soi afani tanti, E pensa per tardai-[e] eh' el sia 'l[o] mejore , Quando deveria tosto dare el fiore. 6. Chi voi donare si de' donar presto , Che el presto donar[e si] fa el don apresiare. La dona che à el cor zentil disposto Per lo gran ben in verso el so amoroso , Con lui si fa un subito acosto, S' eia el cognose bon e valoroso. Che chi fa ben(e), tosto el tenpo avanza. Che tenpo perso non fa retornanza. 7. Poche parole e bon intendimento, Te prego , dame , pur che 1' abia efeto. Stu voi ben farme , non dar tardamente , Né far che io mora per longo aspetare. Non son sì grande pasuto de vento. Né me notrigo per gratar el peto , Zio che io do' aver da ti , damelo tosto Over che io mutarò con altro preposto. 8. Se a ti ben voio o che io t' ame de bon core , Non [n]è rason che io debia penare. Cosa non [n]è che più mai me conforte Como vederte e odirte parlare. Però non voio da me amara sorte , Che sola sei che me poi confortare , Mostrame spiso el to lizadro viso Gonbatitore che m' à sì conquiso. No 5, V. 4 : n cod. legge « E zorni e mesi cun grandi sospiri ». La correzione , per quanto ardita, mi è parsa naturale. Si potrebbe, del resto, supporre un'assonanza e leggere semplicemente cun sospiri grandi. No 7, V. 4 : Non sarebbe difficile ristabilire la regolarità della rima , sostituendo all' aspetare la forma aspeto, secondo la quale converrebbe naturalmente adattare la seconda parte del verso. No 8, V. 1 : Anche qui la rima produce una irregolarità nello schema , irregolarità forse sol- tanto apparente, ammettendo l'assonanza core-conforte. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 5i XX. Traditor ladro , zamai noi crodea Che me innamorasi e poi andasi via! Tu me diseve , o falso traditore , Che era lu^e e spaio del to amore , 5 Tu me portavi serata in del core Più che altra dona che al mondo sia. Traditor ladro. Tu vagezavi li miei ocbi belli , Li ^eli ad arco con li labri vermeli, 10 Traditor ladro , non te piaceno eli ? Lasali stare che vendeta ne sia. Traditor ladro. Io non te amava perchè me dise moneta, Né drapi d' oro , né borsa di seta. 15 Di toi sospiri prendeane pietade , Che eran fati a tanta maistade. Traditor ladro. Non t'aricorda del dolze dileto Che avisti meco in nel mio bianco leto, 20 Basando li labri , strenzandome el peto ? Or è passato , non sai che cosa sia. Traditor ladro. Non t' aricorda del dolze desio Che avisti meco , che morta fose io 25 De(h) tol ci core e rendime el mio , Non me far star in tanta zilosia! Traditor. Io son invitata de prendre marito: Dime che voi innanti che porga el dito. 30 Po' che l'è fato , non po' tornar adreto , Non vai a dire che fato non sia. Traditor. Cfr. per qualche analogia di mossa la Ballata pubblicata dal Trucchi {Op. cit., II, p. 325), di sol cod. Magliab. 376, come di hxceria dotma (?!) qwittrocentista. Comincia : Tradita son da nn falso amadore Che m'ara per vaghezza tolto el core. T. 15 : Lo schema di questa stanza (ddcc) è diverso da quello delle altre {adda) ; ma proba- bilmente per dimenticanza del trascrittore , che tentò di supplirvi con altre lune. Non sarebbe difficile emendarvi in qualche modo, p. es., facendo: Di toi sospiri prendeane gran pitta, Che eran fati a tanta maistria. 52 VITTORIO GIAN Che non parli, ladro, che stai così muto? Che non te avese zamai cognesuto: 35 Al alto dio (così) fose piazuto, Traditor, ladro de la persona mia. Traditor. Quale è quela dona che non ce sia colta, Se [a]le parole de l'omo (1') ascolta ? 40 Vo'me tu male se fu' finzula stulta A consentire a quel che mi diceve. Traditor. Quale è quela dona che non ce sia inganata Da quela faza de lacrime bagnata, 45 Traditor , falso , chi a' tu inganata Una fanzula che quindesani avea. Traditor, ladro za mai noi credia. 48 Che me lasasi per dona che sia. T. 40 : To'wie, nel cod. vome per vogUmi. V. 48 : È notevole che il secondo verso della ripresa finale differisce dal corrispondente della ripresa iniziale. XXL [SONETO]. 1 Fixa nel mio core senpre tuta via , Rinchiusa e streta con la chiave d' oro , AI mio poder[e] stari , sorela mia , Né mai però dona sera alguna 5 Che per forza d' amor m' entri nel core. E fazami al pezo che vuol fortuna, Sapial chi volo e schiopi de dolore , Che voi sidi quel caro mio conforto A cui ho dato l'anima e '1 mio core. 10 Levative dal cor ogni dureza Amara e cruda la qual longo tenpo Za al mio cor à dato grande aspreza. 13 Alzadi el vostro cor pien di dolgeza , Rivoltando a mi quel dolze aspeto 15 Ove el mio core à posto soa baldeza. Ho creduto anche di puhhiicare questo che, almeno nel cod. è intitolato Sonetto , ma che non è in realtà se non un aggruppamento di cinque terzetti, in ciascuno dei quali i versi estremi sol- tanto rimano fra loro, senza che vi sia, tranne in un caso, il solito e necessario legame di con- tinuità fra r un terzetto e l'altro , per mezzo della rima mediana. È certo ad ogni modo che a nessuna delle forme conosciute del sonetto è possibile ricondurre questi versi. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV 53 XXII. Prim(ier)amente (a dio me) fazo schusa , E poi a voi , dolze speranza mia , De questa falsa zente che m' acusa Che io dico mal de voi , o ch(i)ara stella. Così fogo dal celo sì li brusa, Como fal(sa)mente dise soa favela. Ma senpre vostro onor azo servato In ogni parte là dove sia trovato. Più leto amato de [que]sto mondo fui , Ora me vezo el più desconsolato. E questo si è sol per lo mal dir d' altrui , Che mal aza chi me n' à incolpato , Che ancora credo de veder colui Stentar al mondo per questo pecato , E ancora credo de veder vendeta De quela falsa lengua maledeta. No 1 : Avrei potuto limitanni a dare le varianti di questo collo strambotto corrispondente, pub- blicato dal MoRPCBQO (Op. cit, no 57, p. 110), ma essendo esse troppe e troppo gravi, ho pro- ferito di riprodurlo per intero. T. 1 : Ho potuto completarlo mediante appunto il raffronto colla lezione mardana ora citata. No 2 : Cfir. con quello stesso pubblicato dal D'Ancona (La poes. pop., p. 141 n) e tratto da un cod. dell'Archivio di Siena, scritto l'anno 1438. Lo ripubblico anche questa volta per intero, non per- chè offra varianti notevoli come il precedente, ma perchè è sempre utile notare le differenze, per quanto tenui, di forma , seguendo in ciò il D' Ancona , che riproduceva lo stesso strambotto in Append. dell' Op. cit., al no 47 di quelli tratti dal cod. perug. Cfr. anche il 21o degli Stramb. del Qiustiniani, ripubblicato dal D'Ancona, Op. cit., pp. 190 sgg., e Olimpo da Sassoferrato nel Linguaccio (vedi Lezio, Op. cit., p. 51). Cfr. anche U secondo dei 32 preziosi Strambotti pubbli- cati di stt un cod. della Comunale di Udine, di scrittura anteriore al 1470, per nozze Freschi-Pe- rusini (Udine, Seitz, 1879) dall'egregio cav. Vincenzo loppi, alla cui cortesia debbo di aver potuto fere il riscontro. Lo strambotto del cod. Udinese , confrontato col nostro , offre qualche leggera variante , due notevoli fra le altre , nelle quali esso coincide colla lezione del cod. sanese. Con- viene però notare che il sig. loppi, malgrado che neìl''Avvertenxa assicuri di pubblicare gli stram- botti senza ritocchi e taU e quali li ha trovali, non ha saputo resistere alla tentazione di ritoc- carli, rammodernandoli o meglio toscanizzandoli qua e là nella forma. Non solo, ma l'egregio Big. loppi omise, e si capisce il perchè, quattro strambotti e dei più notevoli perchè dei ^ù popolari del cod. udinese, il quale presenta in generale, quanto al contenuto , un certo grado di elaborazione letteraria. Di queste notizie sono debitore alla gentile amicizia del dott. B. Patelli, il quale, mentre mi avvisava che di tutti questi strambotti sta preparando una nuova edizione il dott. S. Ferrari, volle cortesemente comunicarmi copia di quelli tralasciati dal loppi. Ed io stimo ntUe intanto di darli qui diplomaticamente: 54 VITTORIO GIAN Se io zese per lo mondo predicando, [Ed] oracion facese note e di(a) , Diria la zente che vo biastemando, E così vole la fortuna mia. A Cristo e a li santi me recomando , E anco a voi , dolze madona mia. Quanti sono li inimici de li amanti Vechi zilosi cani e mal parlanti. 4. Consegliame la vita che dezo fare , [E] che io te posa servir [e] senza sospeto, E comò , madona , te deza amare Con zoia e con piacere e (con) dileto , Però che io temo de non te conturbare. Tu che la mia vita ten suzeto, Consegliame , azò che po' non sia , Se m' abbandoni , tuta la colpa mia. 5. Ohi me topino dove son venuto , Azo la lingua e non posso parlare , Pigo r esenplo da V omo eh' è muto , Che nesuna cosa sa domandare: 1. Del mio venir perch tanta faticha Ne havete christianelle e bone donne Io ve so dir chi xe quenci una amica Che rare volte si mostra al balcone Ma la vostra materia è tanto antica Cha voi nò regna punto di rasone Ben si snol dir ste donne semp mai De facti d'altri hano eh dir assai. 3. Hai facto fama volerti far monacha A la vita beata di francesco Brusata ti possa esser la tua tonìeha 0 concreata da lo basilischo Da che nascesti semp fosti Heronìcha Priego te intocchi come uciel i visco Dami ad intender grilli p cicogne Le tue parole tutte son mensogne. La femina sie falsa p natura La occide Ihomo e poi si lo Risana E quando ella e con lui la gè zura Di non li far alchuno falimento E quando le partito la sperzura E com un altro la si da buó tempo Ch i zura e ehi sperzura sacraméto Al altro mondo porta grà tonnato. No 3: zese; cfr. Ball. 1, v. 5, zire-=gire. No 5: Cfr. con quello pubblicato dal D'Akcona (Op. cit., p. 221) , che è la forma toscana dì un canto frequentissimo sulla bocca del popolo ancora oggidì. Comincia: 0 Dio del cielo, che pena è la mia, Aver la lingua e non poter parlare ecc. Cfr. anche il principio col primo verso del XIV degli Strambotti del GrosTiNUsi, ripubblicati dal D'Amcona {Op. cit., p. 188). Come potrò amar caro conforto Occultamente chaltri no si acorga? Come potrò mai esser tanto forto Girne chalcun suspir fuora non scorza? Quando gli occhi al9Ì io Rimango morto De gran dolciecia cóvien chio mi forza Constrecto adunque di fuora cóvengo Mostrar la fiamma ch nel pecto tengo. BALLATE E STRAMBOTTI DEL SECOLO XV Vezo mia dona, col cor la saluto, Dicoli: bella, ben pose tu stare. A questo mondo senpre mai ò pene, E zo(r)ni e note mai non è bene. 6. Oi me meschino mi desventurato, Asai doioso più che altri amanti, Oi me non fose mai a questo mondo nato , Per finir[e] mia vita in sospiri tanti. Oi me non fose mai innamorato Ne li amorosi toi falsi senbianti , Che io seria leto dove son con dog(i)a, E mai no n' averò dileto né zoia. 56 No 6 : H cod. legge veramente « Per finire mia vita in tanty sospiri ». La correzione da me fetta è confermata, oltre che dalla rima, dall'analogia di costruzione col v. 6 dello stramb. no 5 (XIX) « .... de i soi afani tanti ». XXIII. 1 De(h) chi ama el so honore voio che ne sia pregato, De(h) non sia innamorato, né in monica pona amore! 5 Io santa monegeta intrai a dio servire, [E] fu' ferita de sagita che me fe'[ze] quasi morire. Unde non vojo aver amor(e), 10 Che me remagna inganata. Troppo tosto fui innamorata per lo mio gran dolore! (De(h) chi ama). Io amai un predicatore 15 da lo lizadro vestito, Ben lo tegnia per amore, e era mio grande amico. Oi me oi me cativela, e' son sì desventurata 20 Che per una più bella 25 30 35 intra a la santa favella! (De(h) chi ama). De(h) con un frate menore volsi pur aver a fare, El me portava poco amore, sempre stava a dio pregare, Non savea che cosa è amore, se non laldar el dio beato- Che per lui abandonato questo mondo avea. (De(h) chi ama). Se fu' ben intrata in del bonano che m'andai a renpazare con un frate remitano che me savea ben parlai'el Ben me feze lacrimare, sì che de lui en fu' innamorata. Or ben m'ebe contentata del mio gran dolore. De(h) chi ama el so honore- 1 versi sono scritti nel cod. a due a due di seguito nella medesima riga, ma senza la lineetta di separazione che abbiamo notata in altre di queste ballate. Inoltre nel cod. la ripresa non ri- appare che in fine. v. 4 : Nel cod. il ne iniziale è leggermente cancellato. V. 16 : Nel cod. si logge cancellato, prima di amore, amico. V. 21: Forse intrò; ma il senso preciso? TT. 32-35 : Sarei tentato di spiegare « quello si fti un buon principio d'anno per me, ch'ebbi « a che fare (renpazare, impacciarsi) ecc. ! ». Questa forma esclamativa mediante il se vive tut- tora nel Tenete. Forse però non abbiamo che nna scorrezione grafica invece del d«{h) che ricorr» frequente nel componimento in principio di verso. UN COMMENTO A DANTE DEL SECOLO XV INEDITO E SCONOSCIUTO ■ I commenti alla Divina Comedia possono avere valore diver- sissimo. Alcuni, e sono i più antichi, hanno particolarmente im- portanza storica, per le spiegazioni che arrecano ai fatti ram- mentati da Dante, o per la interpretazione dei passi più oscuri, 0 finalmente anche per le idee filosofiche e teologiche stesse, che sono enunciate o accennate in vari luoghi del poema. Queste varie tendenze si rilevano spiccatissime sin dai primi e mag- giori interpreti. Benvenuto da Imola è fra i commentatori di Dante lo storico; Pietro Alighieri, o chiunque scrisse il com- mentario che va col nome di lui, il filosofo; Francesco da Buti, il filologo, 0 a meglio dire il grammatico. Il Boccaccio meglio di tutti si studia di seguire il concetto e l'opera dell' Alighieri; ma il suo commento è troppo presto interrotto. A ogni modo tutte queste opere antiche su Dante, scritte da uomini che vissero in quel secolo in cui il poeta mori, hanno pregio gran- dissimo agli occhi degli studiosi della CoTnmedia, pregio che, disconosciuto troppo un tempo, venne ora dalla nuova critica storica generalmente rivendicato. Allato ai commentari del sec. XTV, il cui valore è veramente positivo, abbiamo quelli del sec. XV. I più fra questi si può ben dire abbiano importanza unicamente per la storia del culto di UN COMMENTO A DANTE 57 Dante. Eccezioni si possono fare per il commento d'Anonimo fio- rentino (1), scritto nei primi anni del quattrocento (2), quantunque esso dipenda nella prima parte dal Boccaccio e da Pietro, e nella seconda sia un plagio del Lana; e specialmente poi per il gran- dioso commentario del Landino, stampato la prima volta nel 1481, e poi riprodotto in edizioni innumerevoli, nel quale troviamo una più larga e profonda comprensione dell'opera dantesca, quale si poteva aspettarsi da un umanista filosofo. Gli altri commenti recano ben poco di nuovo alla intelligenza del poema. Foggiati tutti sui lavori del secolo antecedente, per quanto spetta al ma- teriale storico, si limitano a darci per lo più delle interpretazioni individuali di passi controversi. A questa regola non si può neppur dire che faccia eccezione il più celebre, dopo i citati, fra i commenti del sec. XV, quello all' Inferno di Guiniforte de' Bargigi, che si appoggia interamente al Boccaccio ed al Buti (3). Tuttavia queste interpretazioni di eruditi quattrocentisti, se non possono avere la originalità delle chiose del secolo xrv, meritano tutte considerazione, se non altro per quella magnifica e vastis- sima storia che è la storia del culto di Dante in Italia. Sarebbe molto desiderabile che altri, seguendo le indicazioni del sempre benemerito Batines, togliesse a raffrontare questi commenti, alcuni dei quali anonimi (4), altri ascritti falsamente a personaggi emi- nenti (5). E sarebbe anche necessario che si prendessero in serio (1) Ed. Fanfani, Bologna, 1886-74. (2) Gfr. Fanfani, in Borghini, anno III, n» 24, e Hegel, Ueber den hi- storischen Werth der dlteren Dante- Commentare, Leipzig, 1878, p. 59. (3) Hegel, Op. cit., pp. 68-71. (4) Gfr. Batines, Bibliogr. dantesca, 11, 342-58. (^) Intorno a questi commenti suppositizi, alcuni dei quali forse inventati, altri non diflRcilmente identificabili con opere anonime che abbiamo mano- scritte, vi sarebbe moltissimo da dire. Forse per una serie di equivoci (quan- tunque COSI non creda G. Ricci, Polem. dantesche, pp. 6-7) fu attribuito a Menghino Mezzani un commento a Dante; come per un' altra serie di equi- voci si formò la leggenda di un commento a Dante del Petrarca, d'un altro di Zanobi da Strada e d'uno di Bosone da Gubbio. Sono a consigliarsi inda- gini intorno £ii commenti suppositizi di Accorso Bonfantini e di Domenico d'Arezzo. 58 R- RENIER esame quei commentari umanistici più o meno estesi, per lo più scritti in latino, che ci sono conservati in pochi manoscritti, quali i commenti di Bartolomeo da S. Gemignano (1), di Alessandro Ar- tesi (2), di Giovanni de' Tonsi (3), di Marsilio Ficino (4), di Gio- vanni da Serravalle (5), e le chiose dichiarative di frate Ste- fano (6), di Bartolomeo da Colle (7), di Antonio Manetti (8). Un esame attento di queste opere mostrerebbe forse meglio di ogni altra cosa quale indirizzo e qual metodo si seguisse nell'in- terpretare l'Alighieri, per qual processo andassero confermandosi a traverso i secoli certe opinioni e certe interpretazioni tradizio- nali, ed anche forse con quanta povertà di coltura e d' ingegno si osasse d'affrontare le difficoltà immense del poema dantesco. Dai rinnovati studi della nuova Italia può sperarsi quello che sinora nessuno ha neppur sognato di fare. Se ben consideriamo infatti, i commentari danteschi anche più celebri furono tra noi sino a questi ultimi tempi trascurati vergognosamente. Dobbiamo alla munificenza di un inglese, lord Vernon, se vennero in luce quattro considerevoli antichi commenti , l'Anonimo pubblicato nel 1848, Pietro di Dante, lo pseudo-Jacopo di Dante e il falso Boccaccio; come dobbiamo a un francese, il visconte de Batines, la più ampia bibliografia dantesca, come dovremo fra non molto ad altri stranieri la pubblicazione dell' intero commento latino di (1) Batines, II, 332-33. (2) Batines, II, 336. (3) Batines, II, 33940. (4) Batines, II, 342. (5) Batines, II, 333-35. Il B. parla del cod. copponiano-vaticano di questo commento. Un altro ms. se ne trova ad Eger in Ungheria e ne diede conto T. Csàszàr nell' Uj Magyar Muzeum, IV, 153-163, non che I. Vaisz in questo Giornale , II , 358 sgg. Erra peraltro d'assai il sig. Vaisz quando crede di . essere il primo a darne notizia in Italia. Ciò era già stato fatto molto bene nella Rivista Europea, III, 406410. Ne tenne conto anche il Ferrazzi, Man. dant., V, i, 292-95. (6) Batines, II, 331-32. (7) Batines, II, 337-39. (8) Batines, II, 34041. UN COMMENTO A DANTE 50 Benvenuto da Imola, rimasto sinora inedito (1). E giace tuttavia inedito in una biblioteca di Spagna, il preziosissimo commento di Graziole de'Bambagiuoli, scritto pochi anni dopo la morte dell'Alighieri. Scoperto dal più grande fina i cultori moderni di Dante, esso vedrà fra non molto la luce in Italia (2). I. Il commento di cui intendo qui occuparmi è, come vedremo, ben lungi dall'avere una grande importanza per la interpreta- (1) Una società dantofila americana ebbe il pensiero di pubblicare l'intero commento di Benvenuto, e ne aveva già fatto copiare buona parte, quando si fece innanzi lord Vernon , figlio del celebre dantista , che aveva il me- desimo intendimento e accampava il diritto di priorità, avendo trovato fra le carte paterne l'intera copia del prezioso commentario. La stampa ora si sta facendo in Firenze, presso il Barbèra, dal Vernon assistito dal senatore Lacaita di Taronto. (2) Il commento di Graziole restò per lungo tempo fra i desideri inappa- gati dei cultori di Dante. L'Ottimo lo cita in due luoghi come sua fonte, e la fonte sarebbe davvero antichissima, perchè anteriore di certo al 1330. Il WiTTE credette dapprima di poterlo identificare con un commento anonimo che è nel cod. Laur. pi. XL. 7 {Antologia, XLIII, n° 128, pp. 151-52), ma G. B. Piccioli dimostrò {Antologia, XLIV, iv^ 130, pp. 139-44), che quel commentario « non è che uno de' tanti zibaldoni in forma di commenti alla « Commedia dell'Alighieri, de' quali è dovizia specialmente nelle nostre bi- « bliotechc » e che è formato « accozzando insieme squarci tolti da altri « commenti, e segnatamente dall'Ottimo ». Un frammento del commentario di Graziolo venne segnalato dal Vernon e dal Batines (cfr. Il, 397-99). Lo Hegel {Op. cit., pp. 19-21) tentò di identificare il commento di Graziolo con l'Anonimo pubblicato dal Vernon, ma non vi riuscì. Finalmente il Witte scopri nella Colombina di Siviglia l'intero commento del Bambagiuoli, che è scritto in latino e si estende per tutto l'Inferno. Egli ne fece trar copia e si accingeva a pubblicarlo quando lo sorprese la morte. Di tutto ciò il W. dà notizia al Giuliani in una importantissima lettera pubblicata da G. Vas- sallo nella Sapienza del 1883 (voi. Vili , fase. 34). La lettera ha la data 11 dicembre 1882, e ne venne già data notizia in questo Giornale, II, 454. Ora il commento di Graziolo si stampa in Firenze, a cura del sig. Roediger, sulla copia fatta eseguire dal Witte, mentre La Modena si pubblicano da quell'Accademia le chiose di Ludovico Gastelvetro a 29 canti del poema. Cfr. Revue internationale, 25 giugno 1884, voi. III, pp. 13940. 60 R- RENIER zione di Dante. Esso appartiene a quella seconda categoria di commenti da me sopra indicata, il pregio maggiore dei quali è quello di attestare la continuità dello studio di Dante in Italia. Il qual fatto è tanto più notevole, in quanto che si tratta di un commento probabilmente scritto da un Piemontese, proprio in quel secolo XV, nel quale dai più si ritiene che le popolazioni subalpine scrivessero generalmente il francese e parlassero un dialetto molto più francese che italiano, cosa che, come potrà essere dimostrato in seguito da altri, è molto poco esatta. Il com- mento inoltre, di cui qui dirò qualche cosa, è sconosciuto compiu- tamente (per quanto almeno a me risulta) cosi agli scrittori di cose piemontesi, come ai bibliografi dell'Alighieri (1). Il cod. Var. 22 della biblioteca di S. M. il Re in Torino è car- taceo di dim. 200 X 146 e conta 219 carte scritte, numerate a matita da me. È legato in cartone con dorso in pelle. Sul dorso leggesi in un cartellino verde, a grossi e irregolari caratteri dorati, la scritta spropositata TALIAS SOPRA DANTE. Sotto vi sono, parimenti in oro, le iniziali VE, che indicano come il ms. sia entrato nella biblioteca solo ai tempi di re Vittorio Emanuele II, cioè dopo il 1850. Intorno alla provenienza del codice nulla si sa di preciso. L'attuale bibliotecario Vincenzo Promis (2) afferma essere stato questo uno degli acquisti del padre suo: probabil- mente è di provenienza privata. Il commento è in latino, scritto da una mano sola, con scrit- tura serrata, abbreviature molte e irregolari. Del testo di Dante viene per solito riferito in grossi caratteri maiuscoli il primo verso 0 il primo emistichio di ogni canto, e poi qua e là qual- che parola di esso, che serve semplicemente ad indicare il passo, cui il chiosatore intende riferirsi. .Notansi nelle parole ita- (1) Il Batines, coscienziosissimo, cita solo i tre codici danteschi della Na- zionale di Torino (11, 163-64), e semhra ne abbia notizia indiretta per via del Pasini. (2) Ringrazio qui il comm. Promis per le moltissime gentilezze che mi usò durante il tempo in che io studiai il ms. dantesco nella biblioteca che cosi degnamente egli dirige. UN COMMENTO A DANTE 61 liane di Dante riportate nel codice molti errori ed una grafia stranissima. Spropositati sono pure generalmente i nomi propri. Manca qualunque didascalia iniziale. Ve n'è invece una finale del seguente tenore: * Fauente sancta individuaque trinitate nec non propicia alma dei genitrice maria cui gloria laus et honor in secula pariterque francisco tutte' naie et'omnibus sanctis scriptum, fuit et expletum, opus hoc et lectura dantis aldigherii poete fiorentini per me stephanum talicem de ricaU dono in burgo liagniaci 1474. 15o Kalendas novembris. hora 12a . Laus tibi christe. Amen. Da questa rubrica si può ricavare che nel 1474 Stefano Talice, nativo di Ricaldone, paese situato nella provincia di Acqui, leg- geva a Lagnasco (1), borgo appartenente alla provincia di Saluzzo, il presente commento, e lo scriveva in questo codice, alla fine del quale ringraziava dell'opera felicemente compiuta, insieme a Dio, alla Vergine e a S. Francesco, anche S. Giovenale, protet- tore di Possano. Se questo veramente fosse, si avrebbero tutti i dati per ritenere che questo commento, eseguito da un Piemontese, sia stato letto in Piemonte. E più notevole ancora sarebbe il vedere che una lettura di simil genere fosse stata fatta, non già in una delle grosse città piemontesi, ma in un borgo di circa due mila abi- tanti. Fatto che attesterebbe una cultura cosi estesa e straordi- naria, da farmi ritenere che qui non si tratti veramente di una lettura pubblica, come quella che fecero per tanti anni i lettori ufficiali della Divina Commedia, ma semplicemente della lectura di Dante, che il commentatore aveva expleta insieme con il suo commento. Giacché a me pare veramente che ad una lectura vera e propria qui si intenda accennare, e non già al com- mento, che altrimenti non si saprebbe che cosa stesse ad indi- (1) Il cod. ha liag.ci . L'interpretazione da me data è conforme a quanto opinarono il barone Bollati e il cav. Vayra, consultati in proposito. 62 R. RENIER care la parola opus. Né mancano prove interne. Anzitutto la stessa conformazione del libro, mezzo parafrasi e mezzo inter- pretazione, sembra mostrare che dovesse servire ad una spiega- zione orale di Dante, ed è in tutto conforme a quanto praticarono i grandi lettori e commentatori, specialmente il Boccaccio e Benvenuto. Oltracciò frequentissimi trovansi in questo codice gli eccetera, ogniqualvolta si tratti di fatto noto, ovvero di dedu- zione logica e naturale da determinate premesse, ovvero anche di citazione d'un brano classico generalmente conosciuto (1): ciò che forse ci addimostra, non tanto che il commentatore facesse a fidanza con la cultura dei suoi lettori o ascoltatori, quanto che egli si affidasse alla memoria propria per completare nella lettura quelle frasi, quelle citazioni, quelle dimostrazioni (2). Del resto io non credo di avere gli elementi necessari per risolvere tale questione; onde la lascio a chi, spero fra non molto, darà notizia della patria e della famiglia di Talice. Questo si propone di fare il mio venerato prof. Flechia, che ha già raccolto su ciò qualche materiale. Un altro dubbio solamente credo debito mio di palesare qui. Il dubbio riguarda la autografia del codice. Ognuno che legga la didascalia finale da me riferita, non può non pensare subito che r autore del commento sia anche lo scrittore di esso. Ma d'altra parte come si spiegano gli spropositi continui, incre- dibili che Talice commette nel riferire i nomi propri? Sono spro- positi tali e tanti, che stanno in opposizione manifesta con quella cultura umanistica che egli pur dimostra di avere, per quanto l'opera non sia quasi in alcuna parte originale. E inoltre vi è un altro fatto curioso. Frequenti volte ci abbattiamo in lacune, (1) Si confrontino, fra gli altri molti, i luoghi seguenti: e. 47 r, 50 r, 53 r, 58 «, 59 r, 60 «, %^v, 79 r, 86 r, 92 r, 92», 93 e, 95©, 95 r, 97 v, 101», 102 r, 106», 112», 126 r, 143 r, 143», ecc. ecc. (2) A e. 49», terminando l'esposizione del canto XIV, Inf., Talice dice: « Et hoc sufficit quantum ad presentem lectionem ». Del resto quest' uso degli eccetera è anche comune all'Anonimo fiorentino, plagiario del Villani e d'altri. Gfr. Del Lungo, Bino, I, ii, 710, 714 «., 839, 843. UN COMMENTO A DANTE 63 lasciate ad arte nel codice: lacune di una parola o due, che anche senza uno straordinario discernimento si colmano con dei nomi propri, quasi sempre suggeriti dalla fonte cui Talice è ricorso (1). La più chiara spiegazione di questo fatto starebbe nell'ammettere che l'amanuense, copiando l'autografo, vi trovasse parole intorno a cui fosse incerto, e le lasciasse quindi in bianco per non errare. Ma in questo caso Stefano Talice, divenuto sem- plice menante e lettore di cose altrui, come avrebbe nella let- tura fatto fronte alla difficoltà di colmare quelle lacune, che nella scrittura non era in grado di eliminare ? Non ci troveremo noi per caso di fronte ad un semplice copista, anziché ad un chiosatore? La stessa designazione esatta dell'ora in che la scrit- tura fu compita, cosa abituale ai trascrittori di codici, non si addirebbe meglio agli usi di un copista, anziché a quelli di un autore? Le indagini ulteriori su Stefano Talice, nelle quali io qui non posso né debbo addentrarmi, recheranno forse molta luce su questo punto controverso. Io qui mi accontento di esaminare l'opera, che vorrei non potesse mai essergli ritolta. n. Il metodo seguito da Talice nel suo lavoro non é disforme da quello che usarono altri suoi predecessori e contemporanei. Egli divide anzitutto ogni canto in quattro, cinque o al più sei parti; dice il contenuto di ognuna di esse e poi passa a parafrasare i versi di Dante nel suo cattivo latino. Quando incontra nomi sto- rici dà su di essi qualche spiegazione: quando poi s'abbatte in luoghi difficili, chiosa. Ecco, per saggio, due brani del commento al canto IV dello Inferno. Il primo si riferisce ai grandi poeti, il secondo ai filosofi. (1) Vedi e. 12r, i4r, 15r, 18r, 23r, 26w, 35r, 51 r, 52 e, 53r e », 63 r, 71 r, 101 w, 103 r, 104 u, 111 r, 116/-, 161» ecc. 64 R- RENIER A V. 88 sgg. (e. 15 r): « Et describit primum homerum ferentem unum ensem in manu. Ratio « est quare describit alte factum armorum: vel quare magis acutus aliis « ingenio. Et sciendum quod homerus amisit visum in iuventute: sed ipse « habuit totum mundum simul ante se: quoniam optime descripsit totum « mundum. Et ideo fert ensem seu acumen ingenii. Et Aristoteles multum « ipsum allegat. Et fuit homerus de asmiris. Dantes fingit quod virgilius « commendaret homerum: quoniam multa ab eo accepit. Et dicit alius est « oratius qui fuit a venosa civitate apulie : et fuit de militibus anthonii. Et « satirus fuit excellentissimus cpioniam magis fuit virgilii et ovidii parvus « corpore et magnus animo loquens pauca. Et describit tertium poetam la- « tinum seu ovidium. Et sciendum quod ovidius fuit poeta italicus sicut « Oracius et fuit de civitate sulmone notabilissimus poeta et lascivus homo. « Et non ponit hic virgilius propter virtutes eius sed propter ingenium « suum. Unde sicut dicit ipse quod summum bonum est luxuria ideo laudat « ingenium suum subtile: et ipse fuit tempore octaviani et venit in suam « rndignationem : et positus est in partibus sithie et ibi fecit pulcherrimam « operam: sed specialiter fecit ovidius methamorfoseos ubi ponit omnes fi- « ctiones quas potuit coUigere ab aliis poetis grecis. Alium librum fecit « seu librum de fastis. Et finaliter ibi mortuus est. Et ultro vidit lucanum « et ultimum quare fuit post istos poetas per longum spacium : et fuit tem- « pore neronis. Ideo dicit ultimum. Et nero fecit ipsum mori. Et fuit nepos « senece: et de cordula civitate. Et mortuus fuit eadem morte qua seneca « mortuus est sicut dicitur: sicut scribit mulcius statius. Et etiam visus est « ultimus. quare non fuit ita bonus poeta sicut fuerunt alii: et non fuit lau- « reatus sicut scribit Isidorus episcopus espaliensis. In hispania dicitur quod « lucanus magis fuit historiographus quam poeta ». » A V. 136 sgg. (c. 17 v) : « Et vidi Democritum philosophum qui ponebat mundum esse a casu et « fortuna. Et iste fuit homo magne continentie in tantum quod fecit sibi ex- « trahi oculos quoniam non poterai refrenare stimulum carnis. Et vidi dio- '< genem qui multum despexit mundum : et nolebat alium tectum nisi celum. « Et sua domus erat quedam tina, equs erat quidam baculus. Et quadam « vice videns quod unus puer bibebat cum manu aquam rupit suum vas « quod habebat. Et vidi anaxagoram et iste textus debet dicere pitagoram: « quoniam sic scribit augustinus in libro de civitate dei. Duo fuerunt secte « philosophorum , una greca, altera latina. Primus philosophus et princeps « grecorum fuit tales. De secta latina princeps fuit pitagoras. Et etiam pi- « tagoras fuit notabilior quam anaxagoras. Et vidi Empedoclem philosophum « et poetam de Sicilia qui volebat scire causam quare videbat montem ethna: « tunc cecidit intus: et eruditus (sic, 1. eraclitus) obscurus: quoniam am- « bigue locutus est secundum quod patet ab Aristotele in 3» rhethoricorum. UN COMMENTO A DANTE 65 « Et vidi Zcnonem do quo loquitur boetius. Et iste Zeno audiens quod in « Sicilia erat quidam tirannus falloris transivit in siciliain ut cxtraheret « ipsum a saia nequiciis. Et videns quod erat incorrigibilis tunc conversatus « cum civibus suadebat eia ut illum tirannum expellerent: tunc fallcris hoc « scito in presentia populi fecit ipsum tormentari : et diccbat quod sibi ma- « nifestaret illos qui volebant ipsum prodere. Et vidi diascoridem philoso- « phum qui fuit maximus medicus et fecit « librum de qualitatibus rerum. Et vidi orpheum poetam philosophum. Et « fuerunt tres poete philosophi theologi s. Orpheus Linus et Museus. Et « vidi Thulium rcthoricura et philosophum et fuit de (lacuna nel cod.) « civitate Apulie: et fuit senator rome. Et vidi Unum philosophum, Senecam « moralem per exceilentiam ad differentiam alterius senece qui fecit tra- « godias: quoniam Seneca plenius de moribus tractavit. Val dicit senecam «< moralem et fuit de desccndentibus senece. Et vidi euclidem geometram « qui fuit pater platonis. Unde piato fecit sibi maximum honorem. Quando « aliquis petebat platonem: piato remittebat ipsum ad euclidem. Et vidi « ptolomeum astrologum. Et vidi ipocratem optimum medicum et Avicennam « et galienum. Et ponit Avicennam in medio: quare licet fuerit post ga- « lienum: tamen fuit excellentissimus medicus et melior galieno « Et inde fuit averois qui fuit emulus avicene et fuit comentator Ar. melior « Alexandre. Oritur dubium quare ponit averoim in loco ilio delectabili cum « fuerit iniquissimus et de omnibus maledixit. Respondetur quod ponitur « ibi moraliter quare in isto mundo habuit exceilentiam glorie et fame ». Si noti come saggio anche il seguente passo, con cui si com- menta la discesa di Beatrice nel limbo. A G. II, V. 52 sgg. (e. iv): « Dum ego eram in limbo ubi erant sospensi qui non habent nec bonum « nec malura , (venit) una mulier seu theologia que sola est beata et « pulchra: quum non est pulchrior ipsa scientia: et erat ita pulchra quo- « niam ego petivi ipsam quod mihi preciperet. Ista nominata habebat luci- « diores oculos stellis qui sunt ipsa speculatio theologie. Et ipsa incepit « loqui suaviter et piane. Sententia huius est quare theologia est in stillo « humili et plano : et non in stillo superbo poetarum : sicut stillus videbatur « vilis et suavis et istam sanctam theologiam fecerunt intellectus angelici « seu doctores fidei facientes libros sacre scripture. Et ista anima dixit: « 0 anima mantuana que liberaliter spandisti tuam scientiam: ita quod < adhuc nominaris : et fama tua durabit quousque mundus erit. L' amico : « facto exordio facit narrationem et dicit: dantes qui me bene intelligit et « est meus amicus : et qui amavit a puericia sacram theologiam : vel dantes « est amicus adversitatis et non prosperitatis seu virtutis et scientie et non « viciorum: impeditus in longa via in tempore quo vult retroverti: et timeo « ne steterim nimis ad succurrendum ei seu quare dantes est in medio vite: « et dicit beatrix ego vidi in dee factam dantis sicut in speculo: et facit Giornak storico, IV. 5 65 R. RENIER « petitionem dicens : vade o Virgili et move ipsum et auxiliare ei cura tuis « rationibus naturalibus: et dicit beatrix Ego sum beatrix que te mitto ve- « niens a deo propter amorem verum quem habeo isti homini seu danti. « Unde dantes amavit multum theologiam in tantum quod fuit amatus in « conspectu dei et beatrix promisit Virgilio dicens: si tu succureris danti <•< laudabo te deo ». m. Talice (o chiunque altri è l'autore del commento) rarissime volte cita altri commentatori. È bensì vero che talora, par- lando di fatti storici controversi, espone le opinioni differenti che vi sono in proposito. Cosi, per esempio, nel Canto II del Purgatorio, a proposito di Casella (v. 76 sgg.; e. 95 v): « et « dictus est casella : et fuit excellens cantor tempore autoris : « et appreciatus multum tempore suo: et secundum aliquos fuit ^ florentinus : secundum alios aretinus. Dantes quoniam tedia- « tus erat vel in studio vel ex amore suo portabat ei unum « sonetum, unam cantionem quam fecerat ipse dantes : et iste « intonabat eam et cantabat ei: ex quo dantes habebat magnam « delectationem ». Come si vede, qui il dubbio sulla vera patria di Casella è molto indeterminato, e non si sa se lo scrittore si riferisca a varii commenti, ovvero a varie tradizioni. — Due ao- cenni espliciti però vi sono in questo commento, l'uno a Pietro di Dante, l'altro a diversi chiosatori. Il primo leggesi a e. 92 u, là dove, chiosando il C. I Purg., Talice parla di Catone : « 2* pars « in qua describit custodem purgatorii quare vidit senem unum « venerabilem seu Catonem et iste est fortissimus passus quare « ponit Catonem in purgatorio custodem et introducit animam in « purgatorio ubi debebat ponere in inferno in capitulo violentum « contra se apud petrum de vineis. Dicit filius dantis quod fuit « tante virtutis quod deus inspiravit ipsum et sic salvavit se. Sed « ista ratio est frivola ». Un altro passo, molto notevole, è nel Xn del Purg., là dove è parola d'Aracne (v, 43 sgg.; e. 118 r): « Aragne fingit personam que parum scit sed multum confidit in UN COMMENTO A DANTE 67 « scientia sua. Et directe facit sicut aragne qui eviscerat so et « facit tellara et capit rauscas: sed si vadat unus paser rumpit « tellam : ita faciunt multi ignorantes sicut fuit ille petrus de « la lana, servius zonus qui multas vigilias expenderuni in « componendo commenta: et fecerunt opus aranei quod non « capit nisi muscas i. nisi ignorantes : sed scientes sicut pallas « non ». Quel Petrus de la Lana può dar luogo a molte con- getture. Può darsi che siano due commentatori e che Talice intendesse indicare Pietro di Dante (del quale abbiamo veduto con quanto sdegno respinga una asserzione) e Iacopo della Lana, ovvero che semplicemente errasse nel nominare quest' ultimo e lo chiamasse Pietro invece di Iacopo. Ad ogni modo sta il fatto che nei due luoghi in cui Talice parla di altri commentatori, egli si esprime con crudezza sprezzante a loro riguardo, quasi- ché l'opera sua fosse di gran lunga superiore alla loro. Il che ci deve fare tanto più meraviglia quando consideriamo il modo in che questo commento fu messo insieme. Talice infatti non ha fatto altro che seguire fedelmente le orme di Benvenuto da Imola. Io ho paragonato minutamente i due commentari per tutte due le prime cantiche, limitandomi a scendere la terza, dopo essermi assicurato che il procedimento del nostro com- mentatore non è diverso neppure in essa. Ecco pertanto alcuni raffronti, dai quali, meglio che da qualunque ragionamento, si discernerà il modo in che questo commento è costituito. Inf, II, 7 sgg. Talice. Benvenuto. e. 8 r. Murat., 1037 (1). Dicit 0 alto ingiegno idest per- 0 mente che scrivesti Fuit si- spicax ingcnium: et o memoria valens: (juidem ipse auctor mirae capacitatis, hic videbitur si eris valens. Nota quod et perspicui intellectus , et altissimi (1) Noto che nel citare il com. di Benvenuto io mi valgo , per quanto posso , degli excerpta historica inseriti dal Muratori nelle Antiquitates, I, 1033 sgg. Per il resto sono costretto a servirmi della pessima tradu- zione italiana di G. Tamburini, Imola, Galeati, 185556, che raffi-onto, pò- 68 R. RENIER auctor habuit altum ingenium: pro- funditatem scientie: vivacem memo- riam. Unde sciendum quod dantes fuit medie stature : et ibat inclinatus dum venit in maturam etatem : prop- ter mentem oppressam curis: facies eius erat larga: et habuit nasum a- quilinum et oculos grossos: et ma- xillas magnas: et labrum inferius maius superiori: et habebat capillos nigros et crispos. Et in tempore quo existens verone publicato inferno va- dens per unam contratam verone : et malenconicus transibat prope unam domum magnam ubi erant quedam mulieres una illarum dixit aliis: vi- dete illum qui vadit ad infernum : et inde reportat nova superius. Tunc una matrona dixit. Tu dicis verum : nonne vides tu quomodo habet crispam bar- bara propter calorem: et nigros ca- pillos propter fumum. Ideo tangit partem anime et non partem corporis quare pulcritudo corporis nihil est: sed habere animum bonum est quod- dam optimum. ingenii, et subtilis inventionis. Cuius animi qualitatem , corporis effigies mirabiliter arguebat. Fuit namque hic venerabili s Dantes staturae me- diocris. Et quum ad maturam aeta- tem pervenisset , ibat aliquantulum curvus. Incessus eius erat gravis et mansuetus. Habitus onestissimus, et professioni suae conveniens. Vultu longo, naso aquilino , oculis grossiu- sculis, maxillis grandibus, labro infe- riore majore, colore fusco, capillis et barba densis et nigris et crispis, facie scraper melancolicus , meditabundus speculabatur. Accidit ergo semel in nobili civitati Veronae, jara sua faraa vulgata, et Inferno per eum descripto publicato , dum transiret per unam viam, ubi erant multae dominae con- gregatae, quod dixit una earum voce submissa, ita tamen ut audiretur: Vide illum, qui vadit in Infernum , et re- vertitur inde, quum sibi placet, et re- portat adhuc nova de iis qui ibi sunt. Cui respondit alia : Verum dicis. Non- ne vides, quomodo habet barbara cri- spara propter calorem, et fuscum co- lorem propter furaura , qui est ibi? De quo Dantes risit , licet raro vel nuraquara ridere soleret. Talice. e. 28». {Argenti). Sciendura quod iste fuit quidam florentinus vocatus philippus argentus. Et iste fuit superbissimus: et de adunatis {sic! 1. Adimaris) fuit. Unde fecit unum suum equum ferrari ferris argenteis. Inf., Vili, 33. Benvenuto. Tarab., I, 213. Costui era il fiorentino Filippo Ar- genti degli Adimari , superbissirao , iracondo , senza virtù , intollerabile. II cavallo che dava a nolito era so- lito ferrarlo con argento; ecco perchè gli venne il soprannorae di Filippo Argenti. tendolo, col testo che trovasi nel ms. H. III. 16 della Nazionale di Torino (Pasini, Mss. tor., II, 170-71), il quale sfortunatamente ha solo il Purg. e il Paradiso. UN COMMENTO A DANTE 69 Inf., XII, 56. Talice. e. 39 V. {Centauri). Sciendum quod centauri fuerunt monstra que erant semiequi et semihomincs. linde stipendiarii licet videantur homincs quantum ad formam: tamen quantum ad mo- res sunt bestie: sed sunt semiequi quum equs est ille mediante quo sti- pendiarii faciunt violentias contra proximum. Et equs est animai velo- cissimum: et ita est vita stipendiarii: quare semper est inrepansubilis et in continuo discursi. Et vocantur cen- tauri quia fuerunt centum qui ince- perunt vivere de rapina, et fuit Ision qui primo inciperet derobare. Benvenuto. Tamb., I, 300. I centauri, secondo i poeti, furono mostri in forma di cavallo dal mezzo in giù, d'uomo dal mezzo in su Sembravano un corpo solo cavallo e uomo, e nati dall' utero stesso. Essi ordinariamente figurano gli stipen- diari, e soldati mercenari, o avven- turieri, che in realtà sono parte uo- mini e parte bestie. Nella forma del corpo superiore sembrano uomini, ma per costumi son bestie, e bestialmente corrono , e incrudeliscono contro gli uomini, come contro gli altri animali. Si servono del cavallo, animai belli- coso, come strumento alle prede, alle violenze: il cavallo è animale veloce, come lo stipendiario sempre in moto, ed in corso ai cenni altrui , e vola pronto a dar morte, o a riceverla. Inf., XIII, 10. Talice. Benvenuto. c.43r. Tamb., I, 324-25. {Arpia). Et sciendum primum quod Le arpie sono uccelli rapacissimi arpia est avis monstruosa que deno- figurano l'avarizia, e vengono minatur a rapieis: quare apta et nata così chiamati dal rapire. I loro nomi est rapere. Et per istam poeta dat intelligere vicium avaritie, que semper est apta ad rapiendum: et de istis avibus non inveniuntur nisi tres. Pri- ma est aelo, 2» est occipito, 3* celeno. Per istas tres intelligunturtres species avaricie. Aelo est alienum optans. Occipito est alienum occupans et u- surpans. 3* vocatur celeno alienum celans quare rapta conservai. sono Aello , Occipito e Celeno , che esprimono gli attributi dell' avaro. L'appetito della roba altrui si figura in Aello, che suona appetente l'altrui — l'accumulare si figura in Occipito, che suona occupante l' altrui — il nascondere, custodire e difendere le cose apprese si figura in Celeno, che suona nascondente l'altrui. 70 R. RENIER Inf, T A LICE. c. 50 ?7. (Brunetto). Givis fuit intelligens, ci- vilis et moralis: sed habuit magnas opiniones de semet: quare periculo egrotat qui se egrotare ignorat. Et cum fecisset instrumentum quoddam et commiserat errorem et notificatum est ei ut emendaret: sed ne videretur errasse fuit ila pertinax: quod ante quam vellet emendare promisit dare bannum ignis: ita se tenebat. XV, 30. Benvenuto. Murat., 1068. Habuit tamen magnam opinionem de se ipso. Nam quum esset magnus notarius , et commisisset unum par- vum fallum in sua certa scriptura per errorem, quem poterat facile cor- rigere, voluit potius accusari et infa- mari de falso, quam revocare errorem suum , ne videretur deliquisse per ignorantiam. linde propter hoc fuit coactus recedere de Florentia, et da- tum fuit sibi bannum de igne. Inf., XVII, 1. Talice. e. 55 r. (Gerione). Fuit rex ispanie qui erat tricorpor: et victus fuit ab hercule tripliciter sicut tria corpora habebat : et sub hoc representat fraudem si bene consideras. Omnis fraus com- mittitur tripliciter: aut in verbo, aut in re, aut in facto. Benvenuto. Tamb., I, 414. Gerion fu un re di Spagna, ch'ebbe tre corpi, e tre anime. Fu vinto da Ercole in tutte tre le vite.... Ma Dante con Gerione intende figurare la frode che è triplice , giacché si fa frode con le parole nelle cose nelle opere. Inf., XVIII Talice. c.58r. (Adulatori) fingit quod isti adula- tores sunt in ista valle piena sterco- ribus: et isti natant in ea. Et isti sunt duplices seu joculatores et adu- latores, 2® sunt meretrices: nec iste tales sunt posite in primo circulo luxurie quare non fuerunt corrupte in adulatione sicut iste. Et nuUus fetus est sic horribilis sicut ista du- latio (sic). Et notandum quod sai fin- git reprehensionem et oleum adula- tioneni. Sed auctor convertit oleum in stercus. , 106 sgg. Benvenuto. Tamb., 1, 446. Infligge agli adulatori una pena di vitupero: finge che siano sommersi in valle di sterco bollente, da cui e- mana intollerabile puzzo. Molti chia- mano l'adulazione olio ; ma Dante ri- gido amatore del vero, tanto ebbe a schifo gli adulatori, che convertì l'olio nello sterco. La valle è piena di me- retrici, di giocolieri, di buffoni, e di quelli che vivono adulando. UN COMMENTO A DANTE 71 Inf., Talice. e. 59 r. (Simon mago). Nota quod iste Si- mon magus fuit natione judeus vel ebreus : et magnus philosophus astro- logus nigromanticus. Et iste videns miracula sancti petri et pauli et alio- rum que ipse non poterat facere arte sua sicut cupidus gloria ivit ad san- ctum petrum cum multa quantitate pecunie dicens ut venderet sibi gra- tiam spiritus sancti ut posset cecos sanare etc. Sed sanctus petrus re- spondit: pecuniam tuam tecum in dam- natione: aliter perditione. Et quare iste fuit primus qui in rebus sanctis commisit simoniam in vendendo et emendo: ideo ab eo alii dicti sunt simoniaci : et eius vestigia clerici mo- derni bene sequuntur. XIX, 1. Benvenuto. Tamb., I, 455^56. Simon mago giudeo, fin dalla prima gioventù fu istruito in filosofia, astro- logia e negromanzia. Avendo visto s. "Pietro e gli altri Apostoli operare cose meravigliose , e resuscitare i morti, e non potendo col suo sapere ed arte giungere a tanto , avido di fama, pensò di ottenere consiuìili po- teri per grazia, e recatosi con molto denaro dimandò a s. Pietro, che gli vendesse la grazia dello Spirito Santo. San Pietro arretrandosi rispose : tienti il tuo denaro in perdizione dell'anima tua. Simon mago d'allora in poi de- nigrava s. Pietro, finché avvilito ed oppresso si piegò, e venerò gli Apo- stoli. Fu dunque Simon mago il primo del nuovo Testamento che tentasse comprare le cose sacre ad oggetto anche di rivenderle altrui. Inf., XXIX, 109. Talicb. e. 81 V. (Gruffolino). Et nota quod unus fuit aretinus et vocatus est grufolinus: et fuit magnus magister in ea arte: et semel in senis invenit filium epi- scopi senarum qui erat iuvenis pin- guis et dives. Iste cognovit istum et subito cepit ei adulari dicens quod sciebat facere multa experimenta pul- chra: et docebat ipsum aliqua: et continuo pillabat ipsum: et quoniam bene pillasset ipsum una die dixit.... iste grofulinus : o tu nescis quid scio jam facere: ego scirem facere quod voUarem si vellem : sicut aliqua avis si vellem. Tunc iste fatuus voluit voUare: iste dabat barbam: et sem- Benvenuto. Tamb., I, 714. In Siena al tempo di Dante visse messer Griffolino d' Arezzo gran na- turalista, ed alchimista. Strinse ami- cizia con Albaro , tenuto qual figlio del Vescovo di Siena, dal quale con astuzia spremeva denaro, e doni. Pro- metteva a quel semplice e stolto mari e mondi, e fra le altre che volendo poteva volare per l'aria a suo piacere. Allora crebbero i doni e le preghiere di Albaro , messo in desio di volare esso pure; ma Griffolino lo giocava, sempre dilazionando, finché deluso ed ingannato se ne lagnò col Vescovo, il quale ordinò la più severa inqui- sizione contro Griffolino imputandolo 72 R. RENIER per pillando videns iste quod erat delusus retulit episcopo. Episcopus iratus fecit formarì processum cen- tra ipsum quod utebatur arte ma- gica per inquisitorem : et fecit ipsum comburi. di arte magica , quantunque non la conoscesse; e sotto questo titolo lo fece bruciar vivo. Purg., V, 117. Talice. e. 103 V. Et nota quod dicit Albertus magnus quod quando nebule elevanti! r de val- libus et ascendunt montes est signum pluvie, sed quando surgunt de mon- tibus et veniunt ad pianura est signum serenitatis. Benvenuto. Tamb., II, 117. Quando la nebbia discende dai monti nelle valli è segno di serenità, e al contrario se ascende dalla valle al monte è segno di pioggia. Purg., VII, 2. Talice. e. 106 V. Dicit tribus vel quatuor vicibus ad denotandum numerum parem et dis- parem quare, ut dicit Macrobius de somno scipionis numerus par est per- fectus et appellatur ab arithmeticis masculus: et impar numerus est im- perfectus et appellatur femina. Benvenuto. Tamb., Il, 14445. Pone Dante il numero dispari a- vanti il pari, perchè il primo secondo gli Aritmetici è numero maschio, ed il pari è femmino {sic); perfetto il primo , imperfetto il secondo per quanto scrive Macrobio nel sogno di Scipione. Purg., Talice. e. 113 r. Imaginate quod iste mons purga- torii sit una turris altissima et ro- tunda : et quod sit una via circum intra duos muros ad montem scalle: sed ille mons habet extra se et non intra: et ista scalla voeatur ab auctore cor- nice. X, 27. Benvenuto. Tamb., II, 206. Immagina che il monte del Pur- gatorio sia qual torre rotonda ed alta, intorno alla quale corra una stradetta spirale per cui si ascende, quale stra- detta chiamasi cornice. UN COMMENTO A DANTE 73 Purff., X, T ALICE. c. 114 r. Superbus qui wilt depoaere super- biam debet tantum se premere ad terram quantum se exaltavit , quod est maximum pondus superbo. Ver- bigratia sicut imperatori Theodosio qui erat superbissimus qui fecerat incendi totam bononiam et trucidari omnes et cum venisset mediolanum et vellet intrare ecclesiam sanctus ambroxius removit se ab altari et venit ad hostium ecclesie et precepit sibi ut nullo modo ingredietur eccle- siam dei ne ipse polutus sanguine humano polueret ecclesiam dei. Tunc iste ita superbus posuit sibi corrigiam ad coUum et stravit se ad terram: nec se inde removit donec sanctus ambroxius ipsum per corrigiam re- levavit et deo reconciliavit. 121 sgg. Benvenuto. Tamb., II, 214. 11 superbo penitente deve piegare il capo a terra tanto , quanto dap- prima Io portava diritto al cielo per superbia. Teodosio imperatore, occu- pata Milano , voleva penetrare nel Tempio, quando sant'Ambrogio gli si fece incontro e con assai parole lo arrestò. Percosso Teodosio dai rim- proveri del sant'uomo, pieno di ver- gogna, versando molte lagrime, spon- taneamente si umiliò, chiedendo per- dono, e si riconciliò con la Chiesa. Purg., T ALICE. e. 129 r. (Distrazione). Si homo bene ab- stractus esset inter omnes rumores nihil senti sicut legitur de Socrate qui habebat puerum qui ad mensam capiebat manum eius et apponebat ad incisorium. Ita accidit Danti, quando ivit Dantes ad unum speciarium senis qui dedit ei unum libellum: quem totum percurrit nec audivit ballum cantum piferos qui iuxta ipsum erant ad nuptias que ibi fiebant. XVII, 13. Benvenuto. Murat., 1209. Heic nota, quid licet Poeta legisset saepe de tam forti imaginatione in Socrate, Democrito, Cameade, et aliis multis, tamen in se ipso fuerat mi- rabiliter expertus. Accidit enim semel sibi in civitate Senarum ostenso sibi libello famoso, nec amplius viso per ipsum, quum non posset habere com- modi us copiam de eo, adhaesit cum pletore banco unius Speciarii, et cum tanta attentione percurrit libellum totum, persistens fixus sine motu ocu- lorum ab hora nona usque ad vesperam, quod nihil extrinsecus sensit, quum tamen fieret ibi prope festum nuptiale cum plausibus cantibus et sonis. 74 R- RENIER Purg., XXIV, 31. Talice. Benvenuto. e. 143r. Murat. , 1225. Et ponit dominum marchionem so- Iste fuit nobilis miles de Arguglio- cerum domini Bernardini da Polenta. sis de Forlivio, pater Dominae Laetae, Et fuit iste de forlivio : et petivit se- quae fuit mater Domini Bernardini mei a famulo : quid dicitur de me. de Polenta, qui fuit Dominus Raven- Famulus dixit: bene quare vos estis natum. Fuit iste vir curialis, et pla- nobilis etc. Bene dicit iste : non adu- cidus multum. Unde quum semel ad- leris mihi, sed die audacter quod. juraret Pincernam suum, ut sibi di- Respondit famulus: dicitur quod non ceret quid diceretur de eo , et ille facitis nisi bibere. Iste tunc iocose respondit trepide: Domine, dicitur, respondit: ipsi habent magnum obli- quod nunquam facitis, nisi bibere; gum quare non dicunt quod semper dixit ridenter: Et quare numquam sitio. dicunt, quod semper sitio? Quale sia la dipendenza del commento di Talice da quello del- rimolese, a me sembra che per gli addotti raffronti chiaramente si appalesi. Ad arte scelsi fra i moltissimi alcuni esempi dai quali la qualità della derivazione meglio apparisse. Si scorge infatti per essi come Talice non si accontenti di attenersi a Benvenuto nel riferimento dei fatti storici, ma gli rubi talora la interpreta- zione allegorica, e il materiale erudito, e le stesse osservazioni incidentali, di cui, come si sa, il prolisso Rambaldi è ricchis- simo. Sono questi appunto i luoghi da cui la dipendenza diretta meglio risulta, giacché i fatti storici potrebbero essere narrati con l'ordine medesimo e con la stessa forma per avere i due scrittori ricorso alla identica fonte. Ma questo non può più essere il caso, quando, per esempio, Talice, commentando il passo dove Dante dice che si gode \ Tanto del ter quanf è grande la sete {Purg., XXI, 74), rammenta il seguente fatterello: « Xerses potentissimus rex persie fugiens de grecia vidit unam « foveam ubi erat aqua turbida et fetida. Iste descendit de equo « et eam cepit ingurgitare : unus miles inclamans supra ipsum « dixit : 0 domine mi, quid facis? quam aquam bibis? Respondit « iste, numquam bibi melius quare numquam sitivi nisi nunc » (e. 138 r). Il quale fatterello, allo stesso luogo, quasi con le stesse UN COMMENTO A DANTE 75 parole, è riferito anche da Benvenuto : « Serse re de' Persi con « esercito innumerabile invase la Grecia ; ma mentre sconfitto « vilmente fuggiva, scorse nella strada una pozza di acqua tor- « bida, lorda e puzzolente ; ei si chinò a terra ed avidamente ne « bebbe, per cui sgridato da un tale rispose di non aver mai « bevuto meglio, perchò come allora non aveva mai avuta tal « sete » (II, 426). Coincidenze simili non si hanno per caso. In genere per altro è a riconoscersi che Talice utilizza Benvenuto, che gli fu fonte principale, se non unica, con un certo discerni- mento. Egli abbrevia spessissimo le lunghe e talora poco oppor- tune narrazioni storiche che l'Imolese si compiace tanto di fare, e nel compendiare è di solito abbastanza ragionevole, quantunque talvolta gli avvenga di non intendere bene quello che il suo autore gli dice (1), ovvero di riescire oscuro e stranamente monco nella sua esposizione abbreviata. IV. Di personale nel commento di Talice v'ha pochissimo. In quelli stessi luoghi in cui si crederebbe che per la sua qualità di pie- montese egli dovesse saperne di più degli altri e introdurre nel suo lavoro osservazioni storiche e nozioni topografiche nuove, noi lo troviamo indifferentemente silenzioso ovvero al solito copia- tore di Benvenuto. Cosi, per es., egli si attiene a Benvenuto nel narrare la storia dell'eretico fra Dolcino, rammentato nel XXXVIII Inf. (e. 79 r) : Iste fuit italicus et fere alter machumetus nisi perventus fuisset. « Unde scias quod frater dulcinus fuit lombardus de romagnanis de comi- « tatù novarie. Iste habebat linguam promptam qua multos subvertebat. (1) Come per es. a e. 103, dove narra il fatto della morte di quella donna che sinora fu generalmente (e forse erroneamente) reputata la Pia de' To- lomei. Talice prende per racconto storico quello che secondo Benvenuto sa- rebbe stato un puro pretesto del marito. % R. RENIER « Et cum iam multum didicisset induit unam capam: et ascendit civitatem « trenti et fecit magnani turbam: et dicebat quod homo non debebat vi- « tare nisi sororem et matrem: sed expulsus fuit inde et tunc recessit et « ivit inter vercellas et novariam supra unum montem: et bene habebat « secum bene tria milia et feminarum et mulierum. Papa bonifacius tunc « bandivit crucem centra ipsum et de tota lombardia : et obsederunt ipsum « bene per annum: sed finaliter captus est et ductus vercellas cum femina « sua margarita que erat pulcherrima : et nolens se convertere ad fidem po- « situs est super currum et tenaculatus: nec imquam voluit sentire nec « clamavit nisi quando decoctus est ei membrum virile: et femina sua vo- « luit credere qua re dicebat se suscitatum tertia die etc. » (1). E nel XVI Inf., al v. 95, ov'è menzione del Monviso, dice: (e. 54 r) : « Notandum quod in confinibus Italie in pedemontium ubi ape- « ninus dividit italiam a galia est unus mons qui dicitur mons vesulus a « cuius radice nascitur padus : modo omnes aque que nascuntur a latere si- « nistro apenini omnes discurrunt in padum: et padus ducit in mare: est « iste fluvius de quo fit sermo hic ». Il che concorda mirabilmente con quanto scrive Benvenuto: « Ad declarationem istius est advertendum, quod inter Galliam et Italiam, « super Montemferratum et Januensem ditionem, est Mons, qui dicitur Ve- « xulus, principium Mentis Apennini. Ex quo Monte Vexulo nascitur no- « bilis fluvius Padus, qui colligit omnes aquas Lombardiae, cadentes a sinistra « Apennini. Modo omnes tales aquae non derivant per se ad mare, et im- « mediate, quia omnia flumina Pedemontium et Lombardiae primo decurrunt « ad Padum. Deinde Padus portat omnia in mare » (2). Così pure non trova una notizia né una osservazione originale là dove, commentando il VII Purg. (v. 133 sgg.), accenna a Guglielmo di Monferrato. Lo stesso accenno al carattere degli Alessandrini è tolto di pianta da Benvenuto. (e. 108 r): « Ponit alium spiritum sive guiglermum spadalonga marchio- « nem montisferrati : et fuit valentissimus et non contentus de po^ sua ex- « tendit se versus mediolanum et lombardiam: et efifectus est capitaneus (1) Gfr. Benv. Tamb., 1, 683-85. (2) Benv. Murat., 1068. UN COMMENTO A DANTE 77 « mediolanensium et plurìum civitatum longbardio : et fecìt maximam guer- « ram papié: et volentes mediolanenses et piacentini facere unam terram «. que perpetuo esset una bastila papié condiderunt alexandriam ex stipen- « diariis et malis hominibus: ita quod adhuc sunt mali homincs alexandrini. « Papa in despcctum papié abstulit ei episcopatum et dedit alexandrie. Qai- « glermus iste spadalonga fecit maximam guerram centra astenses. Illi quare « potentissimi erant in denariis viriliter se defendebant: et cum denariis « suis tractaverunt cum alexandrinis ut ab eis caperetur: captus ergo ab « eis et positus est in cavea ferrea: et interrogatus utrum potius vellet vel- « bibere vel comedere respondit comedere: et dum interrogaretur quem ci- « bum respondit artocream. Et quum interim peteretur utrum vellet sibi « lavare manus ante pastum vel post: respondit post: et lotis manibus ap- « ponebat sibi cirathecas: et sic miserabiliter proditus finivit vitam suam « post menses XVII » (1). In un luogo solo, spiegando l'incubo che è rammentato nel Purff., XI, 27, riferisce (e. 115 v) una parola volgare, che molto probabilmente è corrotta. « Iste umbre ibant cantando hanc orationem inclinate ad terram sicut « faciunt illi qui habent illam infirmitatem que incubus: et est quod ali- « quando sommiant aliquid se habere maximum pondus super se itaque vi- « deretur crepare: et talis passio vocatur incubus illa infirmatas: et vocatur « vulgariter el maza pesolo ». Anche nei passi in cui parrebbe che Talice dovesse trarre le imagini dalle reminiscenze sue personali, da qualche viaggio che pure supponiamo abbia fatto, anche là lo troviamo invece fedele seguitatore del suo modello. A e. 18 v, proemiando al commento del canto V Inf., Talice assomiglia la costruzione dell'inferno dantesco all'Arena di Verona. Il medesimo paragone usa Benvenuto allo stesso luogo (Tamb., I, 145); ond'è che senza dubbio dietro questa reminiscenza Talice ritornò sulla medesima imagine illustrando il III Purg. (e. 97 r). Una bellina gliene succede a e. 132 v, ove parla degli Scaligeri e ne dà la genealogia, riferendosi al XVIII Purff. Discorrendo di Mastino n egli dice « qui fuit temporibus nostris », senza badare (1) Gfr. Benv. Murat., Ì178-79. 78 R- RENIER che se poteva vivere ai tempi di Mastino lo scrittore che gli servi di fonte, non certo viveva in quei tempi egli, Talice ! Quan- tunque anche Benvenuto (Murat. 1210-11) si indugi in una genea- logia simile, non mi sembra che qui sia stato fonte esclusiva del nostro commentatore, giacché questi aggiunge un particolare rispetto all' abate di S. Zeno, che nel Rambaldi non ho potuto riscontrare. « Modo iste abbas depravatus est in ilio Monasterio « et effectus erat viciosus et dissolutus ut aliquando deveheretur « a verona mantuam in uno curru onerato meretricibus et multa « alia faciebat ». V. Dopo tuttociò, a me sembra, non sarebbe buon consiglio l'an- dar seguendo qui passo passo il commentatore, come ho dovuto far io per mio conto, con sempre crescente delusione. V è modo di occupar meglio il tempo e lo spazio. Se infatti Talice non può veramente ascriversi a quella schiera di compendiatori di Benvenuto, che il de Batines cita (1), è certo che solo for- malmente egli si discosta dal suo antecessore, e che quindi il maggior valore del suo commentario consiste nell' essere stato scritto in Piemonte nel secolo XV. La parte storica specialmente, che è la maggiore, può dirsi tutta calcata su Benvenuto, che di notizie storiche è cosi strabocchevolmente ricco. Come Benve- nuto, il quale utilizza tanto spesso il commento Boccaccesco, anche Talice fa gran conto degli episodi della vita di Dante, storici 0 leggendari, che correvano per le bocche dei più. Due di essi ho riferiti nei raffronti (2). Nel proemio mostra la de- rivazione del nome di Dante Alighieri, accenna alla sua fami- glia (3), racconta il sogno della madre del poeta (e. 1 i; e 2 r). (1) Bihl. dant, II, 314-15, 331, 340. (2) Vedi sopra a Inf. II, 7 e Purg. XVII,' 13. (3) Brevemente parla dei maggiori di Dante anche commentando i canti XV e XVI in Paradiso. Vedi e. 193 v e 194 r e cfr. Benv. Murat. 1275 sgg. UN COMMENTO A DANTE 79 A spiegare la pietade dì Dante nell'udire il racconto di Fran- cesca {Inf., V, 140), dice che il ricordo d' un fatto personale gli faceva prendere cosi viva parte a quell'amore, «quare quando « dantes erat philocaptus beatrice ipso eunte ad nuptias invenit « a casu per scalas beatricem : et tunc dantes cecidit quasi mor- « tuus propter amorem immensum qui coegit ipsum » (e. 20 v). Quasi con le medesime parole narra questa curiosa favoletta anche l'Imolese (1). Commentando il principio del canto Vili Inf., narra in breve la storiella dei primi sette canti smarriti e poi maravigliosamente trovati (e. 27 v) (2). Al e. XIX Inf. v. 19 ram- menta i particolari del noto fatto occorso a Dante nel battistero di S. Giovanni, per cui egli volle scagionarsi della possibile accusa di sacrilegio (3). Nel Purg. Vili, 124 sgg. accenna alle relazioni di Dante coi Malaspina (4); nel Purg. XXIV, 37 dice dell'amore di Dante per la Gentucca, che identifica con la pargoletta (5). Dell'amore per Beatrice riferisce le solite cose chiosando il Purg. XXXI, 48, XXXII, 2 (6), e anche qui non si scosta da Benvenuto (7). La parte in cui talora Talice si svincola alquanto dalla pedis- sequa imitazione del suo modello è la interpretativa. Egli dovette essere abbastanza versato nelle dottrine filosofiche, e special- mente nella filosofia aristotelica, giacché cita Aristotile ad ogni pie sospinto, a proposito ed a sproposito. Credo possa essersi gio- vato del commento di Pietro di Dante, che egli, come abbiamo veduto, espressamente ricorda in un luogo. Il commento di Pietro infatti, come è noto, è fra gli antichi quello che consacra mag- giore attenzione alla allegoria e la spiega con sufllciente dottrina. (1) Tamb., I, 164. Questo ed altri particolari della leggenda dantesca, presentati da Benvenuto , sfuggirono al Rapanti nel suo dotto volume D. secondo la tradiz. e i novell., Livorno, 1873. Vedi pp. 36-38. (2) Benv. Murat., 1042. (3) Talice e. 59 v; Benv. Murat., 1073-74. (4) G. UOu. Gfr. Benv. Murat., 1182. (5) G. 143 V. Gfr. Benv. Tamb., II, 477. (6) Gfr. e. 157 v e 158 v. Vedasi pure un accenno a e. 28 v. (7) Marat., 1232 e Tamb., Il, 615. 80 R. RENIER Trattandosi di un quattrocentista, si dovrebbe credere che Talice abbondasse nelle citazioni classiche e nelle interpretazioni filologiche. Invece in questa parte il suo commento è poveris- simo. È ben vero che egli si indugia volentieri nel narrare le favole mitologiche e i fatti più noti della storia eroica dell'anti- chità; ma rarissime volte egli aggiunge qualche cosa di suo a quanto già in proposito aveva detto Benvenuto. Tuttavia, se va- lesse la pena di esaminare da questo lato minutamente il com- mento, si troverebbe che talvolta il nostro scrittore, messo sulla buona via da una citazione altrui, si diede cura di raffrontare i testi e di desumere qualche fatto dagli scrittori latini. Ovidio particolarmente sembra essergli stato abbastanza famigliare. Quanto poi alla interpretazione di vocaboli, le stesse condizioni della lingua in Piemonte mal gli permettevano di esprimere opinioni sue, e siccome in questa parte anche Benvenuto è molto povero, di raro gU avviene di chiosare la parte formale del poema. Rodolfo Renier. IL < BEL CAVALIERE > RAMBALDO DI VAQUEIRAS Chi è la dama, che il trovadore Rambaldo di Vaqueiras celebra nelle sue poesie sotto il pseudonimo di Bello e Franco Cava- liero? (1). Se ne domandiamo lo stesso poeta, questi, lasciata da parte la discrezione cavalleresca e il velo del nome supposto, ne dirà eh' ella si .chiama Beatrice (2) e che è figliuola a un marchese della casa di Aleramo in Monferrato (3). Domandia- mone ancora la vita provenzale, che abbiamo di Rambaldo, e questa ci fornirà maggiori particolari ; imperocché vi stia scritto di lui: ... et anet se a Monferrat a messier lo marques Boni- faci, ... et enamoret se de la seror del marques, que avia nom ma dona Biatriz, que fo molher d'en Enric del Carret, e tro- vava de lieis Tnantas bonas cansos (4). Ma se, dopo le testimonianze di fonte provenzale, le poesie cioè di Rambaldo e la vita di lui, ne piacesse indagare le carte, le cronache o le istorie monferratesi, non un cenno si troverebbe né sulla venuta de' trovadori alla corte del marchese Bonifacio (1) Bels, Francs Cavaliers. (2) Na Biatriz. (3) Del marques la filha. (4) Mahn, Die Werke der Trouhad., I, 358. GiortMU storico, IV. 82 G- CERRATO (e furono parecchi) (1), ne sopra il Bel Cavaliere o madonna Beatrice cantata dal Vaqueiras (2). Però una testimonianza da tenerne conto sarebbe quella del Petrarca. Il Petrarca fu lungo tempo in Avignone ; e nom- mer Avignon , dice il Baret , e' est indiquer V un des plus teaux sites du Midi, Vun des centres principaux de la poesie provengale. Grange, Vaqueiras n'en sont pas éloignès, et Vau- teur des Trionfi se souviendra unjour des deux Rambaud (3). Se ne ricordò infatti; e nel novero, che egli fa, de' più insigni provenzali si trovano pure r uno e r altro Rambaldo, che cantar Beatrice in Monferrato (4). Dunque il Petrarca accerterebbe e il nome del trovadore {Ram- daldo) e quello della sua donna (Beatrice) e il paese (Monfer- rato). Quello che guasta un po', sarebbe la lezione cantar. Se, in luogo del plurale si leggesse il singolare (cantò), come hanno molti testi del Petrarca (5) , la cosa sarebbe piana , perchè si parlerebbe del solo Vaqueiras , il quale fu in Monferrato e vi (1) Sotto la splendidissima signoria del march. Bonifacio molti trovadori erano venuti in Monferrato. « La situazione delle sue terre prossime alla « Francia, gli usi cavallereschi dei tempi, le tradizioni domestiche e forse « le memorie della origine della famiglia fecero del Monferrato una seconda « Provenza, i trovatori più famosi visitarono quella corte , che rivaleggiò « nella protezione verso di loro con le corti migliori di Francia » (A. Bartoli, St. della letter. ital., Firenze, 1879, II, 2-3; cfr. Sauli , Desimoni, che sa- ranno citati in seguito). Fra i trovatori venuti in Monferrato nominerò, oltre il Vaqueiras, Pietro Vidal, Gaucelm Faidit, Alberto di Sisteron o Gapengois, Peyrols, Gui d'Uissel, Pistoleta, Elia Gairels, Folchetto de Romans, Uc de Bersie ; cfr. P. Merlo, Sull'età di G. Faidit, in questo Giornale, III, 391 sgg. (2) « E strano che di questa contessa tanto celebrata dai trovatori non si trovi alcun documento nelle collezioni diplomatiche e tavole genealogiche » Desimoni in Gior. ligust. di archeol., stor. e belle arti, Genova, anno V, 1878, p. 269. (3) Baret, Les Trouhadours et leur influence, Paris, 1867, p. 176. (4) Trionfo d'Amore, IV, 46-7. (5) Cfr. Grescimbeni, Della volgar poesia, li, XXV, R. d' Grange. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQDEIRAS 83 cantò di Beatrice. Ma se riteniamo, come ancor lo ritiene una recente e critica edizione delle Rime del Petrarca (1), la lezione del plurale {cantar), allora non sarebbe più questione di un solo, ma di entrambi i Rambaldi, l'uno di Vaqueiras e l'altro &' Grange. Ma quel d'Orange fu egli mai in Monferrato, o cantò una donna di questo paese? Oppure cantò egli una donna, essa pur detta Beatrice, ma diversa da quella di Monferrato? Ecco le due questioni, per dir così, preliminari, che penso avere a risolvere per ispianare la via alla trattazione del quesito fonda- mentale, la determinazione cioè di Beatrice di Monferrato. Che Rambaldo di Grange sia stato mai in questo paese, non consta da alcun documento. Invece Rambaldo di Vaqueiras fu lungo tempo, come racconta il suo biografo provenzale, in Grange alla corte del principe Guglielmo del Balzo: et estet longa sai- son cum lo princeps d' Aurenga Guillelm dal Baus. Gra Guglielmo era fratello di Bertrando I, il quale aveva sposato Tiburga, sorella di Rambaldo conte di Grange e sua erede nella contea (2): quindi la relazione tra il figlio del povero cavaliere di Vaqueiras e il nobile signore di Grange, il quale, bon che- valier, vaillant aux armes et très estimò dans la poesie pì^o- vendale, come lo dice il Nostradamus, s' invaghi e cantò vera- mente d'una Beatrice. Era questa la celebre contessa di Die, di cui la storia generale de' trovatori: La comtesse de Die, selon nos Tnanuscnts, aima Ram^aud d'Orange et fut poète elle- mé77ie et fem'ìne galante: il parla en divers endroits de la cou- stume de son aìnour pour une dame de haut rang, qui virai- seynììlemeni est la comtesse de Die (3). Sorella di Guigo IV delfino (1) G. A. ScARTAZziNi, Il Canzoniere di F. Petrarca (Leipzig, Brockhaus, 1883), p. 327; cfr. Grescimbeni, l. e. (2) Cfr. N. Ghorier, Histoire generale du Dauphiné (Grenoble, 1661), 1, 448; YHist. génér. du Languedoc, li; Joseph de la Pise, Tableau de l'hist. des princes d'Orange (la Haye, 1640), tab.; Hubner, Généalog. histor., 111,540 {Tiburge héritière de Raimbaut III épouse 1° Gauffred de Momas , 2° Bertrand de Baux) , e 542 ( Tiburge II princesse d Grange). (3) Hist. génér. des Troub., Ili, 116, e soggiunge: « Nostradanaus ne 84 Gr- CERRATO del Viennese, questa Beatrice aveva sposato Guglielmo I, al quale il padre Aimar (sopranominato di Poitiers, perchè figlio naturale di Guglielmo IX conte di Poitiers) lasciava i castelli e le ville del Valentinese e Dieso (1). Veramente il Ghorier, il Du Bouchet, il Baluze, il Justel e il Guichenon fanno sposare a Marchisa sua sorella il conte di Poitiers e a Beatrice il conte Roberto III di Alvernia. Ma il contrario è accertato non solo dalla Storia generale dei trovatori, dall'arte di verificare le date e dagli annotatori di un frammento della storia del Delfinato (2), che avrò a citare appresso; ma ancora da uno storico dell'antica Alvernia e del Velay. Il quale confuta la sentenza degli avversari e tiene per più probabile quella da lui sostenuta, soggiungendo: Du reste Justel et Baluze lui-nnéme rapportent une charte de Róbert-Dauphin, petit fils de Robert ITI, de l'an 1225... Dans ce titre Robert Dauphin nomme son a/ieule Marìihise et dit qu'il avait hèritè d'elle les terres de Voreppe et de Varacieu en Dauphinè, qu'il vendit a cette epoque à son cousin Guigues- Andre, Dauphin de Viennois (3). Dal che appare manifesto che « débite que des fables à son sujet {de R. d'O.)....; il est tout aussi exact « sur la comtesse de Die ». 11 Ghorier pure non fa che amplificare le fa- vole del N. (Hist. gén. du Dauph., Il, 76; cfr. Hist. de Langued., II, 477). (1) Pagus Diensis o Deensis, la cui capitale era Dea Vocontiorum o Dia (Art de vèr. les dat., II, 460). « Les comtes de Valentinois et ceux de Diois « auoient leur terre dans les Eveschéz de Valence, de Die et de Gap « Mais le principal Domaine des Gomptes de Valentinois estoit enfermé des « Riuieres de Tlsère et du Lez, où.... V illustre Famille d' Adhémar , qui a « donne son nom à la Ville de Montélimar , en auoit mesme de conside- « rables Les Gomtes d' Grange auoient aussi des Terres en Dauphinè » (Ghorier, Op. cit., I, 778). (2) Ree. des hist. des Gaul. et de la Fr., XIV, 427: « Ex actis sanctor. « atque illustr. viror. gestis ». Ivi si legge: « Beatricem matrimonio « iunctam Guillelmo corniti Valentinensi, filio Adhemari Pictaviensi ». (3) Ad. Michel, L'ancienne Auvergne et le Velay, Hist. Archeol., Moeurs, Topogr. (Moulins, 1844), II, 185. Ivi trovo: « Robert-Dauphin I (1169-1234) « a mérité une place distinguée sur la liste de nos poètes méridionaux et « parmi les plus courtois, les plus sages et les plus généreux de son temps,... « La cour de ce prince troubadour fut le rendez-vous de Pierre d'Alvernhe, « Peyrols, le plus pauvre, mais le plus séduisant peut-étre des gentils vas- IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 85 cosi Rambaldo d'Orange come Rambaldo di Vaqueiras amarono e celebrarono coi loro versi due donne di egual nome si, ma diverse; essendo stata quella del primo Beatrice di Poitiers dei conti del Viennese, e quella del secondo Beatrice di Monferrato. Il Petrarca adunque solo in questo andò errato, che, confon- dendo l'una con l'altra, ne avrebbe fatto una sola persona. E ora veniamo alla vera questione. La Beatrice di Monferrato fu dunque moglie di un Guigo o Guigone delfino di Vienna, e poi in seconde nozze di Enrico del Carretto, sopranominato il Guercio, marchese di Savona, come pretendono taluni ? 0 anche solo di quest'ultimo, o d'un figlio di lui? 0 finalmente, come vo- gliono altri, del marchese Alberto Malaspina, detto il Moro, dei signori di Lunigiana? Esaminerò succintamente a una a una queste opinioni, perchè soltanto da una imparziale disamina di tutte quante potrà intra- vedersi un po' di vero. Dopo esporrò brevemente la mia. « saux de la Terre Dauphine; Pierre de Maenzac ou Mainsat, trop aimé « de sa voisine la chàtelaine de Thiers, qu'il osa enlever au vicomte Bernard « son mari ; Pons de Gapdueilh, riche et brave chevalier de Velay , amant « de la belle Azalais d'Anduze, baronne de Merecceur, et mari de la dame « de Vertaizon; les limousins Giraud de Borneilh et Guillaume de Faidit; « Gui d'Uissel, limousin aussi, mais chanoine de Brionde et de Montferrand; « Perdigon, fils d'un pauvre pécheur de Gévaudara, mais qui merita et ob- « tint, de la générosité du Dauphin, des terres des rentes et les éperons de « chevalier; enfin Hugues Brunct de Rhodez, qui, ayant choisi pour sa dame « une simple bourgeoise d'Aurillac, la belle Galiane, se vit supplanter par « son suzerain, troubadour aussi, dans le cceur de 1' ambitieuse et brisa de « dépit sa mandore et se fit chartreux.... Au milieu de cette élite... brillali « la Sapho d'Auvergne , la gracieuse , savante et belle chàtelaine de Mai- « rone, Dona Gastellosa, qui avait pris pour objet de ses chansons et de ses « complaintes amoureuses le noble et trop insensible Armand de Brion « Assalide (N'Assal de Glaustre, Nostr.), soeur du Dauphin, aimait aussi la « poesie et Pierre d'Alvernhe devint amoureux d'elle » (IbicL, p. 189). 86 G. CERRATO a) E facendomi subito dalla prima (1), mi è d'uopo premettere alcuni cenni sui conti e delfini del Viennese. L'origine della famiglia dei conti di Vienna, di Grenoble e di Grasivodan è in- certa, e chi la fa incominciar da Guido il Vecchio, chi più innanzi ancora (2); onde le diversità presso gli storici e i ge- nealogisti nella serie di successione. Io, siccome i documenti sono i più sicuri, mi tengo scrupolosamente alle carte di Oulx, nelle quali lo stipite della famiglia è Guigo sopranominato il Vecchio, che si fa poi monaco a Gluny (3). Al quale tengono dietro Guigo II il Grasso con la moglie Petronilla (4); Guigo III con Matilde regina (5); Guigo IV con Margherita figliuola di Stefano conte palatino di Borgogna (6), e infine Guigo V, in cui termina la prima razza dei conti del Viennese (7). Su questo Guigo V (8) è da sostare un poco, perchè se ne (1) È l'opinione del Ghorier (I, 800), del Guichenon (II, 57), dell'Ara de vèr. les dat., II, 454, degli annotatori del Recueil des hist. de G. et de la Fr. (XIV, 427), di quelli del Ckirtolario Ulciese (p. 46, n. 3, al n» 43), del MoRioNDO {Monutn. Aquens., Il, Tah. MM. Montisf.), del Malacarne, ine- sattissimo {Lez. acad. della Alesina, Padova, 1802, e nel ms. Notizie di R. da V.), del conte L. Sauli (Della condizione degli studi nella monarchia di Savoia, Torino, 1843), del marchese L. Biondi (Intorno alcune poesie di Rambaldo da Yaqueiras, Roma, 1840, p. 93 e segg.). (2) I conti del Viennese portano tutti il nome di Gui o Guigue, eccetto due Giovanni e due Umberti, nel secondo de' quali si spegne la razza, e i titoli di: Dalphinus Viennae o Viennensis e Albonis comes et Gratiano- politanus; in francese poi: comte d'Albon, prince de Grenoble, comte et Dauphin de Viennois o Yienne. (3) Ulcien. Eccles. Chartar. animadv. illustr., Aug. Taur., 1753, pp. 135, 151 ecc. Guigo primus Albonensis comes, Senex dictus, monachus Clu- niacensis. (4) Ibid., pp. 151, 159, 186. (5) Ibid., pp. 152, 154. (6) Recueil des historiens des Gaules et de la France , Paris , Palme , 1878, XIV, 427. (7) Di questo e del precedente non vi sono carte nel Cartolario di Oulx. (8) E il IX pel Ghorier, l'VIII pel Guichenon, il V pel Duchéne e Val- IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 87 vuol fare lo sposo della prima Beatrice di Monferrato cantata dal Vaqueiras. Or che cosa ne dice la storia di lui e della sua famiglia? Essa ne afferma che educato con la più gran cura dalla madre Margherita, assai giovane ancora succede nel 1142(1) al padre morto combattendo a Montmeillan contro il duca di Savoia. Presta poi i suoi servigi all'imperatore Federico Barba- rossa, che ne lo rimunera nel 1155, confermandolo nel possesso di tutte le terre che son già sue e dandogli per giunta una miniera di argento su quel di Ramet, più la facoltà di battere moneta nella città di Cesana sua residenza ordinaria (2). E quando il Barbarossa, ripudiata la prima moglie Adele e impalmata Beatrice, viene a Briangon, cinge degli speroni d'oro il conte Guigo che aveva allora un 17 o 18 anni. Poco dopo lo stesso imperatore gli fa cedere da Bertoldo duca di Zeringen, il quale pur s'intitolava duca di Borgogna (3), solennemente tutte le ra- gioni ch'egli poteva avere sulla città di Vienna. Ma nel 1162 (4) Guigo V muore nel castello di Vezilles, lasciando sola la madre Margherita, a cui era già toccato di perdere giovanissimo lo sposo un venti anni prima (5). Nel 1163 (6) la contessa Marghe- BONNAis ecc. Sulla origine dei Delfini, cfr. ancora L. Menabrea, Les orig. féod., in Atti Acc. d. Se. Tor., Ser. II, voi. XXV, 163, e Chapuis-Mont- LAViLLE, Hist. du Dauph., I, 412. (1) Chorier, Valbonnais, Guichenon ecc. (2) « Les Dauphins commen?èrent alors seulement à faire graver leur « effigie sur les monnaies...., ils se firent représenter assis sur un tròne « royal , ayant en main un sceptre , au bout duquel se remarquait une é- « spèee de fleur de lys; sur le revers on lisait l'inscription suivante : Guigo. «. Belphi. Vienn. et coìnes Albonis; et au milieu de ces mots étaient des- « sinés une petite, une grande croix et deux Dauphins » (Chapuis-Montla- VILLE, Op. cit., I, p. 453). (3) Chorier, I, 821 , e più specialmente Io. Daniel-Schoepflinus , Hist. Zeringo-Badens, 1753, I, 126. (4) Nel 1161, secondo il Menabrea, Op. cit., p. 163. (5) « A peine estoit-il agé de vingt-six ou vingt-sept ans » (Chorier, II, 57). (6) « Anno ab Incarnai. Dom. 1163, Id. Febr., Margareta Comitissa spi- « ritum exhalavit » (Ree. des hist. des G. et de la Fr,, XVII, 427). 88 G. CERRATO rita segue nel sepolcro il figliuolo, dopo aver però fidanzata l'unica nipote Beatrice (1), di un anno appena, con Gruglielmo Ildefonso, chiamato da altri Alberico, figlio del conte di S. Gilles (2). Le quali promesse di futuro matrimonio fra Beatrice di Albon e Guglielmo, detto poi Tagliaferro, trovo attestate dalla lettera di Baimondo duca di Narbona e conte di Tolosa a re Ludovico VII di Francia, colla quale si domanda la regia approvazione, essendo il fidanzato nepote del re (3). E un anno o due più tardi, i frati Certosini anco si rallegrano collo stesso re che il contado di Grenoble passi cosi jjer divina disposizione al di lui nipote (4). Dopo la morte di Guglielmo Tagliaferro, Beatrice di Albon sposa nel 1183 Ugo III duca di Borgogna (5), detto dal Joinville moult bon chevalter, che nel 1190 imbarcatosi con Filippo Augusto per Terra Santa, si trova all'assedio e alla presa di Acri il 13 luglio 1191 e muore a Tiro sul principio del 1193 (6). Di questo matri- monio nascono un maschio e una femmina, cioè, Guigo VI Andrea (7), marito di un' altra Beatrice di Monferrato (8), e Mahaut o Matilde, moglie di Giovanni conte di Ghàlbns. Final- mente Beatrice di Albon contrae ancora un terzo matrimonio (1) Il Ghorier dà anche a Guigo V un figlio di nome Umberto , morto però infante. (2) « .... Gonfirmatis ab ea sponsalibus inter filiam filii sui et Gomitem « S' Aegidii.... » (Recueil ecc.). Nelle carte questa Beatrice è detta ducissa Burgundiae et Albonis comitissa (U. E. Ch., pp. 40, 49 ecc.). Del primo e secondo marito di lei esistono carte (Ibid., pp. 43 e 48). (3) Epist. Reg. Lud. YII, in Recueil, XVII, 70. (4) Recueil, ibid., 128. (5) Gos'i il frammento: Ex brevi chron. S. Benigni Bivionen. {Recueil, XVIIl, 741). Pel Ghorier: « Béatrix estoit si jeune, quand il l'épousa, que « encore que son mariage avec luy eùt dure près de 20 ans, il lay restoit « de la jeunesse et de la beante» (II, .57). Ma, se era nata nel 1160 o '61, come potè stare 20 anni con lui, già morto nel 1193? (6) G. Paradin de Guiseaulx, Annales de Bourgogne, 1566, p. 203; cfr. Art de vèr. les dat.. Il, 502. (7) Monumenta historiae patriae. Taurini, Gh. I, 1297. (8) Figlia di Guglielmo il Giovane primogenito di Bonifacio re di Tes- saglia, e non di cpiesto stesso, come ha erroneamente il Ghorier. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 89 con Ugo sire di Coligny e Revermont e si trova vivente nel 1201 (1). Premesse queste notizie, vediamo ora se poteva la Beatrice di Monferrato cantata da Rambaldo di Vaqueiras esser la moglie di Guigo V delfino di Vienna. Chi è che lo afferma? Nicola Chorier nella sua storia generale del Delfinato con queste parole: Guigue V espousa Beatrice, fìlle de Guillaume marquis de Montferrat et de Judith d'Autriche. Elle estoit cousine germaine de l'empereur Frèdèric I Barberousse, que ceite alliance rerir dit favorable à Guì en toute chose. Le chanoine Guillaume dit qu'elle estoit « ipsius Imperatoris consanguinea », et dans les lettres de cet Empereur it est porte qu'elle « est fìlia Gulielmi €om,itis Montisferrati »; elles soni de l'an 1J68 et adressèes « Guigoni Dalphino » (2). E altrove: V Empereur estoit devenu son cousin germainpar son mariage (di Guigo V) avec Bèatrix..., cousine germaine de VEm.pereur (3). Ora che dire di queste testimonianze del Chorier? Si può in primo luogo osservare che di siffatti amori tardivi son piene le storie. Non citerò, a questo proposito. Beatrice vedova di Nino di Gallura, che già appas- sita bellezza sposa un Visconti ancor giovane ; né Francesca da Rimini, che di 50 anni avrebbe conosciuto i dubbiosi desiri del cognato; né Beatrice di Tenda già matura, quando sposò Filippo Visconti duca di Milano, per tacer d'altre. Ma che di tal fatta fosse l'amore di Rambaldo per Beatrice di Monferrato, si può ragionevolmente dubitare. In secondo luogo m' é forza affermare che il buon Chorier cadde in errore. Imperocché da qual fonte trasse egli la sua peregrina notizia? Non dalle carte del tempo, perché quelle, che rimangono e fanno parte del Cartolario di Oulx , nomi- nano bensì Beatrice di Albon, la figliuola di Guigo V, ma non (1) Chorier, I, 801 ; ma non aveva allora 50 anni ,. come egli pretende. Cfr. Valbonnais, Art de vèr. les dat., II, 454. (2) Hist. gén. du Dauph., I, 800. (3) Ibid., II, 57. 90 G. CERRATO sua madre. E sembra che le carte lo facciano apposta; perchè^ mentre ricordano le mogli dei primi delfini del Viennese, non nominano poi mai la moglie di Guigo V. Infatti in una delle carte di Beatrice di Albon duchessa di Borgogna (1) leggesi vera- mente : Notum sit omnibus tam praesenttbus, quam, futuris, quod ego Beatrix Ducissa Burgundiae et Comitissa Alhonii... in redempiionem, animarum patris et matris meae et mariti mei illustris Ducis Burgundiae .... dono ...., etc: ma vi si tace appunto e il nome del padre e quello, per noi cosi importante, della madre (2). Dunque il Ghorier non potè leggere nelle carte quello che assolutamente non e' è. Potrà averlo letto altrove ? C'è una vita della contessa Margherita d'Albon, sorella di papa Callisto II e madre di Guigo V, scritta da un canonico della cattedrale di Grenoble, che si vuole contemporaneo di detta contessa. Fortunatamente un frammento di questa vita lo pos- sediamo ancora (3), e vi stanno queste parole : Proinde cum, filius eius {Margaritae) jaw, adultus {Guigo F), militari cin- gulo db Imperatore suscepto, consanguìneam, ipsius sibi con- iugali vinculo alligasset, atque inde regrediens honorabiliter et cum solemni processione cum, uxore sua in Gratianopoli- tana receptus fuisset ecclesia ..., etc. (4). Ed anche qui donde si ricava il nome di questa consanguinea del Barbarossa? 0 che quest'imperatore era imparentato soltanto con la casa dei Mon- ferrato? E perchè allora il nome della moglie di Guigo V non ci vien dato da Claudio Paradin nella sua tavola dei Delfini (1) U. E. Ch., no 43, p. 46. (2) Furono gli annotatori che aggiunsero in calce : Beatricis etiam dictae, Guillehni II Montisferrati et Juditae Austriacae filiae. (3) Recueil, XIV, 427 « Ex vita Margaritae Albon. Gomit. a Guillelmo « canon. Gratianop. conscr., Saec. XII ». (4) Ibid., nP 10. Come nel Cartolario Ulciese così anche qui gli annota- tori del Recueil credettero opportuno apporre una nota : « Beatricem filiam « GuUielmi III Marchionis de Montisferrato , anno , ut videtur , 1155 , quo « Fridericus munificum erga eum se praebuit , diplomate , quod videris in « historia D. de Valbonnais, I, 93 ». IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 91 Viennesi? (1). Perchè il Valbonnais dice soltanto essere stata una parente del Barbarossa? (2). Perchè ne tace anco il Mena- brea ? (3). Perchè perfino l' accuratissimo Ghevallier, autore di parecchi scritti sul suo Delflnato, nel repertorio delle fonti per la storia del M. E. (4) non ne dice nulla, e di Beatrice di Monfer- rato non ammette se non la seconda, la giovane? Se la cosa pertanto sta in questi termini, se non ci è dato il nome della moglie di Guigo V né dalle carte contemporanee, né dalla vita del canonico Guglielmo, come potè il Ghorier asserire esser quella la Beatrice di Monferrato amata dal Vaqueiras? Pure, se rileggessimo ancora attentamente la testimonianza del Ghorier, si verrebbe a capo di qualcosa. E infatti troverebbesi ch'egli invoca le lettere di Federico Barbarossa, nelle quali, a suo avviso, il est porte qu'elle est « filia Guillelmi co- « mitis Montisferratì » : elles soni de Van 1168 et adressèes « Guigoni Dalphino ». Ma lasciando stare la inesattezza di quel comitis in luogo di marchionis, come va che ci son lettere del Barbarossa a un Guigo Delfino dell'anno 1168, mentre si sa che la prima razza di questi conti si è spenta in Guigo V, morto nel 1161 0 '62? (5). Del quale rimane una figliuola unica. Beatrice di Albon, 0, se si vuol credere al Ghorier, anche un figlio, per nome Umberto, ma che, dic'egli stesso, mourut estant encore enfant et ne survècut à son pére que fort peu de temps (6). Ma dove pescare le lettere di Federico Barbarossa ? Nel Recueil des hisioriens des Gaules et de la France (7) certo ve ne sono 5 (1) Gl. Paradin, Alliances general, des rois et princ. de la Gaule,2>^* ed., 1636, p. 279. Questa tavola però è inesattissima. (2) M"" Valbonnais, Hist. du Bauphinè, Genève, 1712, I, 3. (3) Les origines féodales etc, in Atti dell' Accad. delle Scienze di Torino, Serie II, t. XXV, lib. II, eh. IX, 163. (4) Ulysse Ghevallier , Repertoire des sources histor. du Moyen-dge , Bio-bibliogr., Paris, 1877-80, s. Béatrix. (5) II Ghorier lo sa e quindi si contraddice, perchè, sebbene nel voi. I per isbaglio scriva 1167, pure nei voi. II ammette anch'egli la data 1162. (6) II, 57. (7) Tom. XVI. 92 G. CERRATO ma non quella, di cui parlerebbe il Ghorier e che avrebbe risoluto subito la questione. Non ci sarebbero anco per l'imperatore Federico Barbarossa dei Regesta, delle storie diplomatiche, dove il prezioso documento si potesse trovare ? Risultato di queste in- dagini fu una cortese risposta di E. Miihlbacher, che da Vienna scriveva essere la Beatrice del Ghorier quella nominata nella storia diplomatica dello Huillard-Bréholles (1). Ma qui ci atten- deva una nuova delusione, poiché, anche trascurando lo sbaglio della data (1168 invece di 1155), non si tratta già della prima Beatrice, di cui manca il nome, ma della giovane e di suo marito, il delfino di Vienna Guigo VI Andrea; si tratta del notissimo diploma riportato dal medesimo Ghorier (2), dal Valbonnais (3), dal Moriondo (4) e infine dallo Huillard-Bréholles, che ce ne dà il titolo in questa forma: Fredericus {II), Romanorum imipe- rator, Beatrici viduae Andreae Viennensis et AWonae comiiis et Guigoni corniti eorundem fìlio privilegium a Friderico avo suo Guigoni ejusdem Guigonis avo, anno 1155, 13 januarii concessum renovai et confirmat ... (5). Si tratta insomma di un doppio diploma, che ne fa un solo, perchè il posteriore di Federico li riferisce, confermandolo, il primo dell'avo Barbarossa. Nella introduzione, che appartiene al diploma di Federico II, si nomina Beatrix uxor quondam Andree comitis Viennensis et AWonensis, fìdelis nostra, prò parte Guigonis comitis Vien- nensis et AWonensis fllii sui et filii predicti quondam. Andree comitis .... Ma nel diploma del Barbarossa nessun nome di donna, (1) Historia diplomatica Frederici II, Paris, 1877, t. V, P. I, 185. (2) II, 57, con data erronea. (3) Hist. du Dauph., I, 93. (4) M. Aq., II, 529, n» 16, col titolo: Notitia diplomatis, quo Fridericus rex Guigoni Balphino Corniti Gratianopolitano coram Gulielmo marchione Montisf. aliisque auri fodinam concedit , confirmatum ab Imperatore Friderico II, an. 1238. Però, pel Moriondo, l'anno del 1° diploma è il 1151, ind. IV; falso, perchè a quest'anno corrisponderebbe invece i'ind. XIV, mentre è giusta negli altri la ind. Ili siccome quella dell'anno 1155. (5) Loc. cit. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 93 e solo si dice che la miniera d' argento {argenti fodind) viene concessa nostro fideli Guigoni DalpMìto corniti Gratiano/poli- tano. Vien così a farsi palese l'errore del Ghorier, il quale, non avvertendo che nessuna Beatrice è nominata nel primo di- ploma del Barbarossa (an. 1155) e che la Beatrice dell' altro diploma di Federico II (an. 11G8) è la moglie del fu Guigo VI Andrea, confuse le date e trasportò Beatrice la giovane (1) nel diploma del Barbarossa, facendone cosi la sposa di Guigo V. Se non che in parte va anche perdonato al Ghorier l'errore, in cui cadde. Poiché, come scrive il Guichenon, il ne faut pas treuuer esirange si les Historiens ont estè bien embarassès à dèmèler et à distinguer les Ponces en la Famille des Ducs de Guyenne, les Guillaumes en celle de Poitou, les Guys en celle de Lesignen, les Azzons en celle d'Est, les Bonifaces et les Guillaumes en la Maison de Montferrat, et les Bosons en celle des Comtes d'Arles et de Provence, parce qu'en matière de Gènéalogies on a peine à s'empescher de faire des equiuoques et des anachronismes, quand le Pére et le Fils se rencontreni auoir mesTne noni; et bien souvent l'on confond l'un auec l'autt^e et l'on fait passer le Fils pour le Pere et le Pere pour le Fils (2). E questo è appunto il caso del Ghorier. Esiste infatti un altro documento del 1238, riferito anche dal Valbonnais (3), dal Moriondo (4) e dallo Huillard-Breholles (5), in cui si parla an- cora di Beatrice la giovane. G' è insomma un altro diploma di Federico li, il quale conferma a Beatrice moglie di Guigo VI Andrea quoddam vectigal ab eius patre Guglielmo ei in dotem, traditum. Dove si legge chiaramente : ... Beatricis fìlie quondam Guillelm,i marchionis Montisferrati dilecti consanguinei et fi- delis noster ...; e un po' più sotto ancora: ... diete Beatrici fìlie (1) Tanto più che il nome Beatrioc appare subito al principio del diploma di Federico II. (2) Hist. généal., I, 208. (3) Hist. du Dauph., I, 88. (4) M. Aq., II, 570. (5) Hist. dipi Fr., Il, V, 179. 94 G. GERRATO sue ... et Guigoni Dalphino filio suo corniti Viennensi et Albonis ... Donde si rileva come anche Beatrice la giovane non fosse fi- gliuola del marchese Bonifacio di Monferrato re di Tessaglia e d'Eleonora di Umberto III conte di Savoia, come il Ghorier (1) e il Du Fresne (2) affermano ; ne del nipote di lui Bonifacio sopra- nominato il Gigante, come vogliono il Guichenon (3), il Pingo- nio (4), YArte di verificare le date (5)^ lo Hubner (6), il Garrone di S. Tommaso (7) e altri ; ma, come risulta dal documento e il Desimoni (8) e il Diez (9), soli, eh' io mi sappia, ammettono, fi- gliuola di Gughelmo il giovane, primogenito del marchese Boni- facio re di Tessaglia. Per il che, essendo questa seconda Beatrice pur figliuola di un Guglielmo (come si vuole anco della prima) e moglie poi di un Guigo Delfino di Vienna e quindi contessa del Viennese, qual meraviglia che il Ghorier, a cui pur doveva esser noto questo documento, sebbene altrove gli contradica, sia stato tratto dalla identità dei nomi a confondere l'una con l'altra Beatrice ? (10). E resta per tal guisa provato il dubbio di G, Desi- (1) Op. cit, I, 804. (2) Hist. de V empire de Constantinople sous les emper. fr. etc, Paris 1657, II, 309. (3) Hist. généalog. de la Roy. Maison de Savoye, Lyon, 1660, II, 1. Y, Tab. Vile. (4) Inclytor. Saxoniae Sabaudiaeque principum arbor gentilitia, 1581. (5) Marquis de Montferrat, III, 631; cfr. IV, 444. (6) Généalogies historiques des rois, empereurs etc, Paris, 1736, t. II, 142, Tab. des MM. de Montfer. (7) Tav. geneal. della R. Casa di Sav., Torino, 1837. (8) Alb. geneal., in Giorn. Lig., anno V. (9) « Dieso war ohne zweifel Tochter des Markgrafen Wilhelm IV (per lui « Guglielmo il Vecchio è il III) ; sie vermàhlte sich mit Guigo VI, Delphin, « von Viennois, nachdem dieser seine bisherige Gattin verstoUen batte... ». Diez, Leben u. Werke d. Trobadours (Leipzig, 1882), p. 258. (10) Beatrice, la giovane, è la celebre contessa del Viennese {contessa del Vianes), di cui cantarono i trovatori Alberto di Sisteron e Peirols di AI- vernia, il secondo de' quali lamenta la sua partenza dal Monferrato: , D'amor mi clam e de nostra marqueza; mout m' es de greu quar la-ns tei Vianes. Mahn, V, 289. Cfr. Diez, Op. cit., p. 448, che la distingue da altre sue omo- IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQDEIRAS 95 moni, che fin dal 1878 cosi si esprimeva « La carta Ulciense, « n° XLIII, 1194-96 (1), non parla che di una Beatrice, figlia di « Guigo V e madi'e di Andrea Guigo VI, Delfini viennesi. È questo « Guigo VI che verso il 1228 sposò una Beatrice di Monferrato, « sorella di Bonifacio II, per conseguenza nipote e in secondo « grado della nostra Beatrice; e quella moglie di Guigo VI è la « contessa di Vienna celebrata dai Trovatori. Del matrimonio « della quale abbiamo un documento almeno, riassunto dal « Moriondo (2); invececchè di nozze più antiche fra l'avo Guigo V « e la nostra Beatrice non conosco traccia alcuna. Credo perciò « che siansi confuse e scambiate l'una per l'altra le due Beatrici « dal Guichenon, dall'Anselmo ed altri ricercatori , benemeriti « bensì, ma di critica poco sicura » (3). &) E ora passiamo ad esaminare l'opinione di coloro, che, dopo le nozze della prima Beatrice con Guigo V Delfino di Vienna, o indipendentemente da quelle, ammettono il matrimonio di lei con Enrico del Garretto, sopranominato il Guercio, mar- chese di Savona. Questa opinione, fa d'uopo subito confessarlo, è suffragata anzitutto da una testimonianza di qualche valore ; poiché nella vita provenzale di Rambaldo da Vaqueiras si legge: E pueis se parti de lui ("l princeps d'AurengaJ, et anet se a Monferrat a messier lo marques Bonifaci, et estec en sa cori Ione temps. E creo si de sen e de saber e d'armas; et ena- moret se de la seror del marques, que avia nom ma dona Biatritz, que fo molher d'en Enric del Carret, e trovava de lieis mantasbonas cansos (4). Vien dopo l'autorità di G. Bricherio- nime. La storicità di questa seconda Beatrice è anche provata dal suo sigillo, che trovo così descritto dal Wailly : « Beatrix de Montferrat , troisième « femme de Guigues André est représentée assise sur un cheval au trot et « portant un faucon sur le poing gauche; au revers on voit aussi un chàteau « à trois tours : f S. Beatricis Dalphine Viennen. — f et Albonis comi- tisse » {Élém. de paléogr., Paris, 1838, II, 174). (1) U. E. Ch., p. 46. (2) M. Aq., II, 570. (3) Giorn. Lig., anno V, 269, n. 1. (4) Mahn, I, 20. 96 G- -CERRATO Colombo (1) patrizio Finalese, il quale sul conto del marchese Enrico il Guercio (2) di Savona, cosi scrive : Uxorem hàbuisse reperto Henricum, eamque adhuc mvam a. il81, Ind. XIV, Nov., Pacta conventa inter marchiones Savonae et civitatem Nauti, XVI Kal. Nov. ejusdem anni fapud Turr., liti. V, p. 37 J. Conventio est inter D. Enricum marchionem Savonensium et D. Comitissam uxorem ejus .... Fuit haec Beatrice nomine, Guillielmi II Marchionis Montisferrati filia et neptis Friderici imperatoria (Ludov. ab Eccles., p. 344) (3). E questa opinione seguono ancora, N. G. Garoni (4), G. V. Vercellino (5), il Mala- carne (6)„ il Moriondo (7), il Sauli (8) , il Biondi (9), Tettoni e Saladini (10), lo Zuccagni-Orlandini (11) e altri. E ancora qui una, anzi due questioni preliminari. Questo marchese Enrico del Carretto, che si vuole marito di Beatrice di Monferrato, forma o no una sola persona con Enrico, detto ora il Guercio, ora del Vasto, ora del Carretto e marchese di Savona? Il conte G. di S. Quintino (12) starebbe per il no; per- chè due, secondo lui, sono i marchesi di tal nome : uno marchese (1) Tahulae genealog. gentis Carrettensis et MM. Savonae eie, per Io. Brigherium Golumbum patrie, et orat. Finariens., Vindobonae, 1741. (2) « Redeo jam ad Benricum, cujus forti tudo adhuc suis posteris chara « non minus valuit apud aequales et synchronos, Guerci! nomine illi tributo « a cicatrice, eodem ilio duello recepta, quo de Saraceno principe trium- « phavit... » (Ibid., p. 31). (3) Ibid., p. 42. Nella Tab. II, Geneal. ripete le stesse cose. Gfr. Lud. Ab Eccles., p. 344; F. De Fridericis, Loc. cit. (4) Guida stor. econ. e artist. di Savona, compii, coi docum. e arch. municip. (Savona, 1874), p. 92. (5) Belle memor. partic. e specialm. degli uom. illus. di Savona, Ms. esi- stenti a Genova, copia a Savona. (6) Lez. accadem. della Ales. f. di un M. di Mf., Padova, 1802, p. 11. (7) Man. Aquens., ed I. B. Moriondus, 1790, p. II, Tab. (8) Sulla condiz. degli studi nella mon. di Sav., p. 61. (9) Int. alle poesie di R. da Vaq., nelle note. (10) Teat. araU., Milano, 1847, VII, Tav. MM. di Sav. (11) Ck)rogr. d'It., Firenze, 1835, II, Tav. (12) Osservaz. crii, sopra ale. partic. delle stor. del Pierri, e della Lig. nel XI e XII sec, Torino, 1854, p. II. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 97 di Savona, già trapassato nel 1182 (1), e l'altro il Guercio mar- chese del Vasto, vivo ancora nel 1183, perchè è sottoscritto alla pace di Gostanza. Al contrario, secondo Ag. Maria de' Monti (2), il Bricherio-Golombo (3), il Moriondo (4), il barone Manuel di S. Giovanni (5), il Tortiroli (6), il Garoni (7) e specie il De- simoni (8), non ci ha che un solo Enrico.. Pel Desimoni infatti è cosa più che provata che la famiglia del celebre marchese Boni- facio del Vasto si rompa dapprima ne' marchesi di Savona e in quei di d'Albenga, di Loreto, di Gortemiglia e di Saluzzo, che ritengono tutti il nome del Vasto (9). In seguito quei di Savona, perduto questo titolo, lo tramandano in Del Garretto ; ed Enrico Guercio del Vasto, detto in un documento, anzi in due, marchese di Savona, prova che i due titoli si confondono e s'immedesimano in una sola persona. Giò sarebbe pienamente confermato e da Raffaele della Torre e dal Ltl)ro Verde o cartario ufi3ciale della (1) Ibid., p. II, n. al doc. 38. (2) Comperi, di Memor. Histor. della città di Savona (Roma, 1697), p. 46. (3) Tab. II, geneal. (4) M. Aq., Tab. (5) Dei March, del Vasto (Torino, 1858), p. 57. (6) Stor. del com. di Savona (1851), p. 28. (7) Op. cit. (8) Sulle marche dell'Alta Italia e sulle loro derivaz. in marches. ecc. (Genova, 1869), lett. II. (9) Pel S. Quintino, la carta di donazione fatta nel 1099 da Bonifacio marchese del Vasto al monastero di S. Pietro in Savigliano, in compagnia della moglie Alice e di 5 loro figli, non sarebbe sincera, ma una supposta copia moderna mancante di ogni forma autentica, fattura di Gaspare Sciavo o del Meyranesio {loc. cit., p. II, n. al doc. 157). Quanto poi alla carta di divisione dei 7 marchesi figliuoli di Bonifacio del Vasto, il Grassi racconta sull'autorità di persone degne di fede come se ne rinvenisse l'autografo su di ima pergamena inserviente a un antifonario dei pp. Francescani. Un notaio di Geva la ricopiò, indicando in margine la misura delle lacune, che fu costretto lasciare, e, prima di autenticare la sua copia, rimise l'originale a persona esperta di caratteri antichi , perchè riempisse qualche lacuna. In quelle mani si smarrì l'originale, e il notaio impedito da malattia più non potè autenticare la sua copia. Da questa sarebbe tratto l'esemplare, che egli pubblica (Mem^r. istor. della chiesa Vescov. di Monteregale in Piem. (Torino, 1789), li, Doc. n» 3, p. 5, nota). QiomaU itorico, lY. ^ "^ Q. CERRATO repubblica di Asti e infine dagli atti della pace di Gostanza, nei quali il marchese Enrico figura fra i sottoscrittori. — Ma pas- siamo ora alla seconda e più importante questione : quando morì il marchese Enrico? Il S. Quintino, appoggiandosi a due carte del 20 luglio 1182, secondo le quali due dei figli del marchese Enrico sembrano già esercitare atti di sovranità (1), sostiene che fosse già morto in detto anno. Pel Desimoni invece come per il Di S. Griovanni negli allegati documenti si dicono soltanto i marchesi liguri di quell'anno fìlu Enrici e non fllU quondam Enrici. Il marchese Enrico non era pertanto ancor morto e po- teva essere, era anzi, a Gostanza nel 1183 e figurava nel Regesto Piacentino del 1104, sopravvivendo cosi sotto entrambi i titoli a tutti i suoi fratelli, meno l'ultimo, senza che assumesse però mai nei suoi atti il titolo di Del Garretto, che, accennando a possesso rurale, mostra già con sé la dignità marchionale tanto diminuita sotto i figli di lui (2). Ora questo marchese Enrico del Garretto, già ottuagenario nel 1184 e vissuto forse fin sotto il 1190, fu veramente il marito della giovane e avvenente Beatrice di Monferrato cantata da Rambaldo? Dirò innanzi tutto come non esista documento veruno che lo confermi. L'istrumento infatti di convenzione del 1181 addotto dal Bricherio-Golombo e ricordato pure da Pietro Giof- fredo nella sua Storia delle Alpi marittime (3) fa- bensì cenno della moglie del marchese Enrico {djomina comitissa uxor ejus), ma non la nomina. È lo stessissimo caso delle carte di Oulx e della Vita del canonico Gruglielmo. Aggiungasi che il documento (1) M. A. P., Ch. Reip. Gen., 320. (2) Giom. Lig., anno V, p. 270. Il marchese Enrico certo morì prima del 1191, perchè trovo nella convenzione dei 12 maggio di detto anno tra il comune di Asti e il primogenito di lui: d. Enricus Marchio de Sagona filius quondam Marchionis Enrici Vercij {Cedex Astensis, qui de Mala- hayla communiter nuncupatur, ed. Q. Sella, Romae, Salviucci, 1880, III, 1669). (3) M. H. P., Ser. Ili, 1. XXVI. Riportata per intero da R. Della Torre, Oyrolog. controvers. finarien., pag. 37 e dal San Quintino, Osserv. ecc., Doc. n» 36, p. I, p. 208. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS ©9 par sospetto al S. Quintino, prima perchè Raffaele della Torre non dice donde l'abbia preso, se dalla pergamena originale o da qualche transunto o copia meno antica ; e poi anche per la pre- fazione appostagli, il modo meno ordinato del contesto e la gra- fìa non sempre corrispondente alla sua data. Ma v'ha di più. In una carta prenovese non ancora, credo, da altri citata del 23 ottobre 11G8 (1) Opizzone e Moruello mar- chesi Malaspina si professano vassalli del vescovo e comune di Genova, e il primo di loro, esposte le donazioni e concessioni che intende di fare, cosi prosegue: nóbls prò communi cariarti fieri faciam de paiate illa quam in eo hahet SibUia uxor enrici. Veramente questo Enrico, cosi senz' alcun titolo, non si può dire chi sia. Ma verso la fine della carta si legge ancora : ... quod oh hanc conventionem seu iuramentum non teneantur enricum marchionem de saona uel teT^^am uel homines eius offendere. Che l'Enrico ricordato in principio senza altra designazione sia lo stesso di quel che si rammenta qui marchese di Savona? Allora la questione sarebbe risoluta, per- chè Sibilla e non Beatrice era la moglie di lui, almeno in questo tempo. Ma so benissimo che questi due nomi di Enrico e Sibilla coincidono perfettamente con quelli di Enrico Malocello, che ebbe in moglie Sibilla sorella di Arduino marchese del Bosco (presso Alessandria) e di Varazze sul mare, i cui domini segui- vano a ponente quelli dei consanguinei marchesi di Savona e di Albenga (2). Del marchese Arduino, fratello di Sibilla, vi sono documenti dal 1179 al 1185; la nostra carta è invece del 1168; resterebbe a sapere se di quest'anno Sibilla fosse già sposa di Enrico Malocello. A ogni modo, se la Beatrice di Monferrato ha da esser moglie di un Del Carretto, poiché la vita provenzale di Rambaldo la dice molher d'en Enric del Carret, piacerai l'opinione, cui non L (1) M. H. P., Ch. R. Gm., 233. (2) Desimoni, Di un march. Arduino crociato nel 1184-5, in Giorn. Lig., anno V, p. 335. 100 G. CERRATO contraddice lo stesso Desimoni. Il quale, osservando giustamente che « i Trovatori non parlano di Enrico Guercio (come suppon- « gono il Bricherio ed il Sauli), ma si di Enrico del Carretta « suo figlio vivente 1181-1231 » (1), non esclude la probabilità che quest'ultimo possa essere stato marito di Beatrice di Mon- ferrato. e) Resterebbe ancora l'ultima ipotesi intorno a Beatrice, che' pel primo il Malacarne esprime in questi termini: « V'è chi pretende « aver essa contratto nuovo matrimonio con Alberto figlio di « Opizzone marchese Malaspina, ed esser come tale mentovata in « un documento del 1202 (Benven. San Giorgio, Ragionamento « familiare all'anno 1202) da Bonifacio marchese di Monferrato « suo fratello » (2). La quale ipotesi piace tanto al Desimoni ch'ei non dubita di farla sua: «I genealogisti, cosi egli, ammettono « una sorella di Bonifacio moglie di un Malaspina ; ma chi la « confonde, chi la distingue da Giordana, che altri vogliono sposa « 0 forse soltanto fidanzata a un imperatore di Costantinopoli. « Ma di questa Giordana (tranne da cronisti senza critica) non « si conosce nulla , nemmeno il nome Io sospetto perciò « che le sorelle (di Bonifacio) non fossero più di tre e che la « moglie del Malaspina non fosse Giordana, ma Beatrice. Se ciò « fosse, si spiegherebbero meglio le cause dei dissidi ed ingiurie « fra il Malaspina e il Vaqueiras ; ed un certo brutto titolo, che « questi gli scaglia, darebbe ragione a Beatrice, se, abbandonando « il marito, si recò ad abitare col fratello, cosi anche si capi- « rebbe l' andata a Tortona di lei, dopo essersi crucciata col « Trovatore, il quale parti per Alessandria , e finalmente il suo « ritorno in Monferrato » (3). (1) Giorn. Lig., anno V, 270. — « Veramente Enrico del Garretto sposò « nel 1181 Simona figlia del nobile genovese Balduino Guercio ». (S. Quin- tino nell'Acme^, d. Se. di Tor., 1853, XIII, 317) « e nel 1216 si trova marito « di Agata figlia del conte di Ginevra » (Moriondo, M. Aq., II, 397); « ma « potrebbe bene innestarsi tra questi due matrimoni quello di Beatrice di « Monferrato » (Id., ibid.). (2) Lez. accad. ecc., p. 11. (3) Giorn. Lig., anno V, p. 271, nota. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 101 Ma questa dei Malaspina è, a mio avviso, una quistione un po' delicata. Sul conto degli uomini se ne sa abbastanza, perchè le carte del XII secolo cominciano col ricordare un Obizzo, certo il primo di questo nome, figlio di Alberto, al quale il Barbarossa conferma le possessioni de'suoi maggiori nella Marca di Genova (1). Doveva essere ancora vivo nel 1168, come risulta dalla carta già riferita di detto anno, in cui i figli Opizzone e Moruello si fanno vassalli di Genova. Da questo Opizzone I adunque oltre i due summenzionati Opizzone II, detto anche Opizzino (2), e Mo- ruello nasce anche Alberto, tutti ricordati in tre carte del 1187 e '94. Nella carta poi del 29 dicembre 1194 si vede inoltre un Corrado figlio di Opizzone II e un Guglielmo figlio di Moruello (3). Ma quale de' figliuoli di Opizzone I sposò una sorella di Boni- facio marchese di Monferrato ? Quale delle figlie di Guglielmo il vecchio si sarebbe accasata ne' Malaspina? Imperocché, se si sta (J. A. Buchon, La Grece continentale et la Morie, Paris, 1844). 112 G. CERRATO sposare Enrico di Fiandra e salire con lui sul trono di Costan- tinopoli (1); ma Beatrice egli non la vedrà mai più. Mos Beh Cavaliers grazitz e joys m'es lunhatz e faiditz, don no m venra jamais conortz, per qu'es mager l'ira e plus fortz. È questo però un vero planh o lamento? Può darsi che joys falhit sia una gioia perduta; ma per sempre? E lunhatz e faiditz non accennano forse solo ad allontanamento ed esifflio?(2). Ma io so che contro la mia ipotesi verranno sollevate molte e forti obbiezioni. E, per esempio, si dirà: Rambaldo non potè egli venire in Monferrato, anche se non vi prese subito stanza, prima della morte di Guglielmo il Vecchio? — Ebbene, io voglio anco supporre che V Amoroso Carroccio, anziché nel 1202, sia stato scritto un 17 anni prima, nel 1185, quando il vecchio mar- chese tornò l'ultima volta a lansar e a traire. Ma allora chi sarà la podestà delle donne nemiche, che è nominata nella per- sona di madonna di Savoia: poestat fan de mi dons de Savoia? È presto detto. Fino al 4 di marzo 1188 è conte di Savoia Um- (1) ViLLEHARDOUiN, Conqu. de Qjfe, ed. Wailly, c. GIV, pp. 450 e 457-8; cfr. Desimoni, in Gior. Lig., anno V, 244. Alle seconde nozze di Agnese con Guglielmo dalle Carceri , barone di Negroponte , si allude dal Buchon nella sua Grece contin. et Morée, p. 336; e di un loro discendente è parola a pp. 194-5. (2) Anche l'epistola monorima di Rambaldo: Valen marques, senher de Monferrat; e l'altra: Valen marques, ia non dires de no ; (Riv. di fil. rom., 1872, 1, 32-3, testo dello Stengel), sono entrambe poste- riori alla presa di Costantinopoli (12 aprile 1204), per le allusioni storiche che contengono; ma non contengono nulla che riguardi Beatrice. IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 113 berlo III, nato nel 1136 o giù di li. Il quale ebbe quattro mogli. Faidiva di Tolosa, m. dopo il 1151; Germana di Zeringen (m. 1162?); Beatrice di Vienna (m. prima del 1172) e Gertrude di Fiandra (1). Dal '72 allo '85 devono correre ancora 13 anni, e se l'ultima moglie di Umberto III, al tempo del Carroccio, fosse ancor gio- vane da stare a paro con Beatrice, non so. Ritorniamo invece ancora per poco al nostro anno 1202. In questo sarebbe conte di Savoia Tommaso I, già pupillo di Bo- nifacio di Monferrato e nato nel 1178, quindi dell'età d'anni 24 e ammogliato per giunta con l'avvenente Beatrice Margherita figlia del conte Guglielmo di Ginevra. Questa si che mi parrebbe miglior competitrice di tutte le vecchie sue suocere contro Beatrice di Monferrato. Tanto più, e non posso tenermi dal riferirla, che corre sul conto delle nozze del conte Tommaso con Beatrice di Ginevra una storiella, la quale ricorda quella del re longobardo Autari e di Teodolinda di Baviera. Narrasi adunque che il giovane conte Tom- maso recatosi alla Corte di Guglielmo conte di Ginevra restasse preso di amore per la rara avvenenza di sua figlia Beatrice ed ella si mostrasse altrettanto di lui invaghita, perchè bellissimo della persona; quindi si facessero rispettose e calde domande di matrimonio, alle quali die aspro rifiuto il vecchio conte, siccome quegli che aveva mire più alte. Ma Tommaso assicurato della fede di Beatrice, còlto il momento, in cui il padre conducevala in Francia alcun tempo dopo a splendide nozze, e rapitala di mano a uno stuolo di cavalieri se la sarebbe portata nel castello di Carbonara e l'avrebbe fatta sua sposa (2). Si potrà in secondo luogo osservare che io prendo troppo alla lettera le lodi prodigate da Rambaldo al suo Bel cavaliere nel- (1) F. Garrone, march, di S. Tommaso, Tav. Geneal. della R. Casa di Savoia; cfr. Guichenon, Hubner ecc. — Per il Pingonio (JncUjt. Saxon. Sabaudiaeqtte princ. arbor gentil., 1581 , p. 28) , le mogli di U. III sono soltanto tre: « Michaela o Matilde d'Alsazia; Germanna o Anna di Zeringen; « Beatrice di Borgogna (1754) ». (2) A. Zuccaqni-Orlandini, Corogr. dell'Italia ecc., Firenze, 1835, an. II, p. 302. QiortMU storico, TV. 8 114 G. GERRATO V Amoroso Carroccio, specie quella della giovinezza, e che ap- punto, per farla troppo giovane, finisco per cadere nell'assurdo di crederla fors'anco nubile. Ora il culto poetico dei trovadori era per le maritate; e Rambaldo avrebbe osato poetare per la figlia nubile del suo signore? — Giovane, lo affermo, nubile, lo nego. Io dico e sostengo soltanto che non potè essere ma- ritata Beatrice a Guigo V Delfino di Vienna, prima perchè chi lo disse si lasciò condurre in gravissimo errore; e poi perchè una donna già vedova e madre nel 1162, doveva neH"85 avere tocchi almeno i nove lustri e nel 1202 varcata la sessantina (1). Né potè esser moglie di Enrico il Guercio marchese di Savona, perchè questi è ricordato sempre ne' diplomi col marchese Gu- glielmo il Vecchio e, per età, poteva quindi essere suo padre. Nemmeno sposa di Alberto marchese Malaspina, detto il Moro, perchè in tal caso l'istrumento di retrovendizione di Trino, dan- dole il primo posto, la farebbe primogenita (2) di Guglielmo il Vecchio (poiché i notai d'allora osservavano l'ordine di anzianità) e naturalmente più attempata delle altre due sorelle, Agnese e Alasia. Ma non nego che Beatrice abbia avuto marito ; anzi, sul- l'asserzione della Vita provenzale di Rambaldo, che la direbbe maritata a en Enric del Carret, approvo in tutto e per tutto l'ipotesi del Desimoni, il quale concede che si possa innestare il matrimonio di Beatrice con Enrico del Garretto il giovane, figliuolo del Guercio, fra i due altri, ch'egli avrebbe contratto (3). (1) « La sorella di Bonifacio I sarebbe dunque rimasta vedova di « Guigo V nel 1162; sarebbe passata a seconde nozze con Enrico Guercio « marchese di Savona (di cui abbiamo notizie dal 1125 al 1184). E vedova « di nuovo vivendo fino al 1204, quarantadue anni dopo la morte del primo « marito, avrebbe continuato ad affascinare tutti i Trovatori. II eh. Sauli, « che ammette in parte tale ipotesi, si studia con molto ingegno, ma non « so con quale riuscita, a rinfrancarla con esempi. Per mio avviso, una già « vedova nel 1162 dovrebbe essere piuttosto zia che sorella del march. Bo- « nifacio » (Desimoni, in Gior. Lig., anno V, pp. 269-70, n» 1). (2) « La moglie di Malaspina, come preposta alle altre, secondo il costume « de' notai d'allora, dovea essere la primogenita » (Desimoni, Gior. Lig., anno V, 721). (3) Enrico del Garretto il giovane è il fratello del marchese Ottone, am- IL « BEL CAVALIERE » DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS 115 Ma, infine si dirà, la canzone di Rambaldo in morte del Bel Ca- valiere, la quale avvenne, quando i Crociati erano in Oriente, non ha un accenno anco lontano alla paternità del marchese Boni- facio, che nella vostra ipotesi potrebbe parere quasi richiesto. — E io ripeterò ancora una volta qui che quella canzone di Ram- baldo non mi par che pianga la morte del Franco Cavaliere, ma solo la lontananza. Quanto all'accenno poi alla paternità di Bonifacio, se non si trova in quest'ultima canzone, dissi già che io lo vedo nelV Amoroso Carroccio. Il quale io sono intima- mente convinto che debba essere del 1202, perchè vi si no- mina fra le altre donne , che muovono contro Beatrice , anco Maria la Sarda. E Maria la Sar^da, per testimonianza del Moriondo e del Muletti (1), si maritava appunto nel 1202 col marchese Bonifacio di Saluzzo, figliuolo della contessa Alasia sorella a Bonifacio di Monferrato. Ma chi era marchese di Mon- ferrato in questo anno 1202? Bonifacio, il quale precisamente tornava a lansar e a traire; avendo accettato il comando della quarta crociata. Na^ Biatriz , il Bels Cavaliers dell' Amx>roso Carroccio, che vi si dice del 7narqices la fìlha, non può essere pertanto se non la figliuola del marchese Bonifacio. Giuseppe Gerrato. miraglio dell'armata genovese nella spedizione dell' imperatore Enrico VI contro la Sicilia , alla quale spedizione prendeva parte anco il march. Bo- nifacio col figliuolo Guglielmo di Monferrato e Rambaldo di Vaqueiras. Enrico del Garretto è ricordato col fratello Ottone in due carte del 1182 ne' M. H. P. (L. J. R. Gen), riportate anche dal S. Quintino {Ossero, crit., I, 211-2). (1) Loc. cit. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME X)E3L SECOLO XIIII (1). Il codice M 0 magliabechiano VII, 7, 1208, è un frammento di un manoscritto più ampio, e consta di 31 fogli, corrispondenti ai fogli 90-120 del codice primitivo, scritti tutti da una sola mano nella prima metà del secolo XV. Il frammento rappresenta l'ul- tima parte del codice, poiché tutta la lacuna cade innanzi alla parte sopravvissuta e precisamente sulla parte dove erano le rime di Dante. Ne riferisco la contenenza, avvertendo che uno sposta- mento dei fogli del manoscritto, avvenuto prima che si numeras- sero, ricaccia dopo il f. 118 due fogli che andrebbero invece dopo il 102. 1. [e. 90^]. finite tutte le canzone et sonetti di dante. Canzona di Guido caualcanti. Donna mi prega, che io volgja. dire. Ganz. di 5 st. e cong. 2. [e. 92=^]. Guido caualcanti. Vedete chio sono, un cheuo. piangendo. 3. [e. 921)]. Guido, caualcanti. Poj. che didoglia, chor. conuien. chio. porti. 4. Guido, caualcanti. Per gliochi. fiere unspirito. sottile. 5. [e. 93*]. Gujdo. Gujnjzegìj. da bologna. Alcor gentil, ripara, sempre amore. Ganz. di 6 st. 6. [e. 941)]. m. cino. dapistoia. Am,or chaj. messo ingoia, lomeo. core. 7. [e. 95a]. m. cino. lo. non posso, {celar'] lo mjo. dolore. 8. [e. 97'']. m. cino. Lalta. speranza, che m,ireca. am,ore. 9. [e. 981)]. ^. cino. Lasso, chamando. lamje. uita. more. 10. [e. 99*]. m,. cino. Sim,aj diforza, et di ualor distructo. (1) Continuazione, vedi voi. HI, p. 161. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 117 il. [e. 99b]. m, cino. Poscia, chiujdi. gliochi. dicostei. 12. m. cino. Lontellecto. damor chio. solo porto. 13. [e. 100*]. m. cino. Ome. chio. ueggio. perentro. unpensiero. 14. [e. 1001)]. m. cino. Lanjma. mja. che siua. peregrina. 15. m. cino. Semerce non majuta. elcor simore. 16. [e. 101»]. m. cino. Vinta, et lassa, già. lalma mia. 17. [e. 1011)]. m. cino. Vedete donne, bella, creatura. 18. [e. 102»]. m. cino. Senza, tormenti, disospir. nonujssi. 19. w. cino. Congrauosi. sospirj. traendo, guaj. 20. [e. 102" e 119»]. Gujdo Gujnjzeglij. daholognja. luo. deluer. lamie, donna, laudare. 21. [e. 119»]. Gujdo Gujnjzeglj. Veduto, ho. lalucente stella, djana. 22. [e. 119^]. Gujdo Gujnjzeglj. Dolente, lasso, già. nonma sicuro. 23. Gujdo Gujnjzegli. abonagiunta. dalucha. Homo, chesaggio. non corre, legero. 24. [e. 120»]. Bonagiunta. dallucha. Seo. sono, inamorato. et duro. pene. 25. [e. 120^ e 103»]. Federjgo inperadore. Poj. chetj piace, amore. 26. [e. 103b], m. honesto. dabologna. Ai. lasso, tapino, altro chellasso. 27. [e. 104b]. w. honesto. Quella, cha. incorlamorosa. radice. 28. [e. 105»]. m. honesto. Chi. uuol. ueder m,olte. persone, gramme. 29. [e. 105^]. m. honesto. Siete, uoj. Messer cino. seben. uadochio. 30. Sio. non temessi, laragion. diprima. 31. [e. 106»]. m. honesto. Sime. facta. njmicha. lamercede. 32. [e. 106b]. Notaro. ' Giacomo, datolentino. Amor, dacuj. simoue. tue- torà, et uene. 33. [e. 107b]. Notaro. Giacomo. Inun. grauoso. affanno ben. ma gittata, amore. 34. [e. 108b]. Ser. lapo. Giannj. Io. sono. amor, cheper suo. libertate. 35. [e. 109b]. Ser Lapo. Giannj. Amore, io. non son. degno rjcordare. 36. [e. llOb]. Ser Lapo. Giannj. Dolce, elpensier. chemj nutrjca. eicore. 37. [e. 111»]. Ser Lapo. Giannj. Amore, io priego. tatuo, nobjltade. 38. [e. lllb]. Ser Lapo. Gianni, deglialfani. Quanto, più. midisdegnj. più. mjpiacj. 39. [e. 112»]. Elre. enzo. Amor. mjfa. souente. 40. [e. 113»]. m. Rinaldo, da aqujno. Inamoroso pensare. 41. [e. 113b]. mMzeo. damessina. Labene auenturosa. inamoranza. 42. [e. 114»]. Elsaladino. Tanto, difino. amor. ison. gaudente. 43. [e. 115»]. El re. enzo. Tempo, uene chi. sale, et chi. discende. 44. [e. 115b]. Jacopo, caualchanti. Per gliochi. mia. una. donna e amore. 45. [e. 116»]. Noffo. bonagujde. Ben. posso, dir. chellamor. neramente. 46. Dino, freschobaldi. De. giouanetta. debegliochi. tuoj. 47. [e. 116b]. Gujdo. Orlandi. Onde, simuoue. odonde. nascie. amore. 48. [e. 117»]. m. Semprebene. dabologna. Si. trovassi, pietanza, 49. [e. 118b]. Maestro, rinttccio. Amor, si come, credo, ha. signoria. L'esame dell' ordinamento delle rime in M basterebbe di per 118 TOMMASO CASINI sè a mostrarci come questo testo non sia altro che un estratto di D; dififatti abbiamo fra i due canzonieri la corrispondenza se- guente : G. Cavalcanti, M 1-4 = D 10. 17. 22. 80. G. Guinizelli, M 5. 20-23 = D 4. 129. 125. 126. 127. G. da Pistoia, M 6-19 = D 46. 50. 53. 55. 130. 139. 164. 169. 170. 171. 176. 179. 188. 189. Bonagiunta da Lucca, M 24 = D 153. Federigo imp., M 25 = D 228. Onesto da Bologna, M 26-31 = D 156. 288. 292. 296. 311. 316. Giacomo da Lentini, M 32. 33 = D 235. 237. Lapo Gianni, M 34-37 = D 62. 63. 66. 68. Gianni Alfani, M 38 = D 144. Enzo re, M 39. 43 = D 229. 250. Rinaldo d'Aquino, M 40 = D 231. Mazzeo da Messina, M 41 = D 243. Saladino, M 42 = D 245. L Cavalcanti, M 44 = D 251. Noffo Buonaguida, M 45 = D 320. Dino Frescobaldi, M 46 = D 369. Guido Orlandi, M 47 = D 499. Semprebene da Bologna, M 48 = D 238. m. Rinuccino, M 49 = D 220. Come si vede, per ciascun poeta e anche per i gruppi di poeti, dei quali si accettò solo una poesia, la successione è identica in MD: la differenza delle didascalie dei n^ 32.38 si spiega facil- mente, perchè il copista di M avrà creduto di correggere dei presunti errori di D sostituendo nel n" 32 il nome più noto di Tolentino a quello a lui ignoto di Lentini, e nel n° 38 riunendo in una sola designazione i nomi di Lapo Gianni e di Gianni Alfani, che egli pensò dover esser una medesima persona. Per chi avesse poi qualche dubbio sulla derivazione di M da D ci sarebbe da portare come prova decisiva il raffronto delle lezioni dei due codici, che sono costantemente identiche (1). L'estratto (1) Vedansi le varianti di M per le poesie 5, 20-23, 26-31, 48 nella mia ediz. delle Eime dei poeti boi. , pp. 248-56 , 3024 , 296-7 , 299-300 , 313-5 , 337-9, 350, 352, 354, 344, 356, 377-80; e per le poesie 14 in Arnone", Op. cit, pp. 3-13, 30-1, 35-6, 41-2. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 119 contenuto primitivamente nel codice, di cui M è un frammento, doveva avere una gran parte delle rime di Dante che sono in D e forse cominciava colla Vita nuova che di D occupa una parte notevolissima (1). Il codice N 0 magliabechiano VII, 10, 1060, già 63 degli strozziani, consta di 27 fogli, numerati progressivamente, i quali sembrano l' avanzo di un codice più vasto, poiché sui fogli 4. 5. 6. 16. 17. 20 e 21 si trovano le seguenti note di una numerazione più antica: clxxxx viiij. ccij. cccclxxvj. clxxxxiij. ccvij. clxxxx. cciiij. Ma forse anche si tratta soltanto di fogli staccati da qualche grosso registro pubblico o commerciale e messi insieme per trascrivervi sopra le poesie; poiché le riferite note di numerazione e certe note commerciali dall'anno 1366 al 1377 (sono al f. Il'' e ai f. 21^-27) sono certa- mente di scrittura diversa ed anteriore a quella delle poesie. Quest'ultima la giudicherei dei primi anni del secolo XV, e forse di mano di quel Iacopo di Michele Bartoli, che segnò il suo nome sull'alto del f. 15': il codice appartenne anche ad Antonio di Domenico d'Amaroto, come è notato sul primo foglio. Ecco l'in- dice delle rime che esso contiene: 1. [e. 1»]. Dante. Sonar brachetti et chacdatori izzare. 2. dante. A ciaschunalma presa egentil core. 3. [e. Ib]. guido cavalcanti. Vedeste almio parere ogni ualore. 4. dante. De pelegrin chessi pensosi andate. 5. [e. 2*]. ferino da castel fiorentino. Naturalmente chere ognamadore. 6. diomino cino dapistoia. Se gliochi uostri uedesser cholui. 7. [e. 2b]. dante. 0 dolci rime che parlando andate. 8. Tanto gentile etanto honesta pare. 9. [e. 3*]. dante. Perchio non trouo chimecho ragioni. 10. R\ dn. cino. Dante inonodo inquale albergho soni. 11. [e. 3b]. dante. Nelle man uostre gentil donna mia. 12. guido. luegnio ilgiomo atte infinete uolte. 13. [e. 4»]. d° cino. Settu sapessi ben comio aspetto. 14. cino. Nouelle non diuerita ingniude. (i) Cioè dal f. 7" a f. 27*; cfr. Tediz. Monaci e Molteni, p. 5. 120 TOMMASO CASINI 15. [e. 4i>]. cino. Giusto dolore alla morte minuita. 16. d° cino. Guarda crudel giudicio che fa amore. 17. [e. 5*]. dn. cino. Am,icho saggio ilbeldisio chenalti. 18. d* cino. Se tristo elo m,io cor di dolor tanto. 19. [e. 51>]. cino. Amore euno spirito chuccide. 20. cino. Locor meo che negliochi si mise. 21. [e. 6*]. do chi uego di qua me m,ortal dolo. 22. guido. Itemo chella mia disauentura. 23. [e. 61>]. guido. Dante vn sospir mi fugie dal core. 24. Guido. Imi sentii isuegliar dentro nel core. 25. Sottun bel cesto delera uerdetta. 26. [e. 7^]. dante. Vede perfettam,ente ogne salute. 27. dante. Negli ochi porta la m,ia donna am,ore. 28. [e. 1^\. dante. Begli occhi della m,ia donna si moue. 29. Yoi che per li ochi m^i passaste il core. Framm. di soli 6 versi. 30. dante. Oltra alaspera che più larga gira. 31. [e. 8*]. cino. Sanza tormento di sospir non uissi. 32. cino. Donna iui miro e none chi m,i guidi. 33. [e. 815]. dante. Ouoi che per la uia dam,or passate. 34. dante. Sei uiso m,io alla terra si china. 35. [e. 9*]. guido. Am,ore e monna lagia e guido e io. 36. guido. Seuedi am.ore assai ti priegho dante. 37. [e. 9^]. guido. Vna giouine donna dilettosa. 38. guido. Per che non furono a me gli ochi dispenti. 39. [e. 10*]. parlatino. Intera fede et perfetto (?) amore. 40. cino. Merce di quel signor che dentro am,eue, 41. [e. 10^]. dno. cino. Simi reputo diniente alquanto. 42. dante. Parole m,ie che per lo mondo siete. 43. [e. 11*]. guido. Donna mia non uedestu coluj. 44. [e. 12*]. Quanto sadorna ognun uostra biltade. 45. Chi sumilia dam,are. 46. [e. 12^]. Morte per luce suo diuota tolta. 47. Bilta di donne di sacente core. 48. [e. 13»]. Dno. honesto. Lanima e criatura uirtuata. 49. idem,. Ogni chosa terena guanto sale. 50. [e. 131»]. Ragione euedim,ento deavere. 51. Non si fermerà alcuno ordinamento. 52. [e. 14»]. Re alto cristo diuerbo incarnato. 53. Salue santa hostia sagrata. 54. [e. 141)]. Voi chavalieri che dottando tremate. 55. Nostri frati benci m,araueglamo. 56. [e. 15»]. Fior diuirtu sie gentil coraggio. 57. Somo che saggio non core legero. 58. [e. 15^]. Im,i credea intutto esser partito. 59. Per forza dam,oroso pensamento. 60. [e. 16»]. Di tal sentenza dare inme non sento. 61. Vostro corpo già lalm,a non mi jnghombra. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 121 62. [e. 16b]. hichinom aluostro sattere adomo. 63. Sichome losplendor souran del sole. 64. [e. 17»]. Simile cheuirtu buon lapidario. 65. Menbrando nostre dihonaritate. 66. [e. ITb]. Amore non macontraro damore. 67. Sourogni chosa et ben vizio schifando. 68. [e. 18a]. Stando al mondo nondio neghando. 69. Vn leofante auante uen pelsolcho. 70. [e. ISb]. Lo uiuo intendimento dogni cosa. 71. [e. 19»]. Sella Ritonda tauola rinoue. 72. Am,or uuol pur chi sia fedel amante. 73. [e. 191»]. Quale da/fanno sofferente amante. 74. Non uisi monta per scale adoro. 75. [e. 20»]. / uidi in terra angelichi costumi. Son. dopo il quale .sono queste parole : La mia fantexela non pende eldir tre Uuri de figi ; sarebbero mai un frammento di qualche poesia popolare? 76. [e. 201>J. Amor che mecho albuon tenpo testaui. 77. Rotta elalta cholonna el uerde lauro. 78. [e. 21»]. La donna chel mio cor nel uiso porta.FT&vam. di 5 versi. 79. Da poi chamore e mosso a uolere chio. Framm. di 4 versi. 80. [e. 21l>]. Doochi ladri mechosuma el chore. Ballata. Esaminando il contenuto di N troviamo anzitutto che si accorda per molte poesie colle attribuzioni di D, e ciò specialmente avviene per le rime di Dante (N 1. 7. 11. 28. 42 = D 112. 115. 116. 118. 119), del Cavalcanti (N 3. 12. 22. 29. 35. 36. 37. 38. 47 = D 102. 103. 89. 94. 106. 105. 90. 93. 97) e di Gino (N 6. 14. 15. 19. 21. 31. 32. 40. 41. — D 307. 166. 277. 208. 304. 188. 259. 272. 284, ed anche N 13. 20 = D 276. 275 adespote, ma fra rime del pistoiese e con la inten- zione di darle a lui). Ma fra N e D sono, per questi medesimi poeti, delle divergenze assai notevoli. Cosi N assegna a Terrino da Gastelfiorentino il n" 5, che D attribuisce invece a Gino (n° 308); ma si noti che questo sonetto è di risposta al primo della Vita nuova composto nel 1283 e Gino nacque, secondo i calcoli più comunemente accettati, nel 1270 (1); e però sarebbe meglio rite- nerlo opera di Terrino, che era già uomo fatto neir83 e poteva quindi rispondere all'Alighieri con quel fare, se non di superio- (1) Ghiappklli L., Vita e opere giuridiche di C. da P., Pistoia, Bracali, 1881, p. 23. 122 TOMMASO CASINI rità, almeno di uguaglianza che traspare dal sonetto in que- stione (1). Il son. 9 edito come di Dante dal Fiacchi , di sul codice Alessandri (2), manca a D. Per i sonetti 10. 23. 43, man- canti a D, N si accorda con F e con S: ma poi per il son. 34 è in disaccordo con questi due codici che lo danno a Gino, e conviene poi per il 34 e per il 43 con Q. Il n" 16 è da D attribuito a Rinuc- cino (n» 221), mentre N lo assegna a Gino. I n* 2. 4. 8. 24. 26. 27. 30. 33 appartengono alla Vita nuova, che, come è noto, trovasi anche in D, ma non possono derivare da questo codice per due ragioni: prima, perchè essi non sono scelti secondo l'ordine che hanno in quel libro e quindi è da credere che derivino da un canzoniere ove le rime della Vita nuova fossero disposte con un criterio diverso da quello, secondo cui furono ordinate da Dante ; e poi perchè il n° 8, che pur appartiene alla Vita nuova è in N tribuito a Guido Cavalcanti, errore nel quale sarebbe stato im- possibile che cadesse un compilatore che, avesse avuto innanzi il testo intero del libretto di Dante (3). Finalmente abbiamo il (1) Su Terrine da Castelfiorentino vedasi in questo Giornale, 1, 100 e II, 217. (2) Scelta di rime ani., p. 10. (3) Mi sia permesso di far qui una osservazione incidentale; in N il n° 8 ha questa lezione: Guido. Imj sentij isueglar dentro nel core, vn sospir damor cJieuj dormia. epoche stando emaparue amore, alegro si capena il conoscia. dicendo or pensa pur difarmonore. eciascuna parola suo ridia, estando alquanto m-echo ilm,io signore, guardando nella parte onde nenia, luidi mo[nà] lagia emó[nd\ hice. uenir uerquella parte laouioera. esso luna alaltra am,arauigla. Secondo chellam,ente miridice. amor m.idisse quelle primuuera. equella nom,e amor che m,i sim,igla. Questa lezione è affatto diversa da quella che su per giù hanno tutti i testi della Yita nuova (cfr. ed. WiTTE, p. 73 e 2» ed. D'Ancona, p. 180), e nel v. 9 al nome di m. Vanna è sostituito quello di m. Lagia. È noto d' altra parte, e 1' ha di- mostrato assai bene il Bartoli, Storia leiter., IV, 145 sgg., che fra le donne amate dal Cavalcanti fu una Lagia (forma fior. = pr. Alazais , it. Alagia) : ora, il fatto del sonetto con lezione diversa dalla volgata, con la sostituzione di un nome all' altro e con 1' attribuzione a Guido , potrebbe forse indicare che egli , mutabilissimo negli amori , avesse voluto celebrare la sua nuova donna, Lagia, fosse anche per ischerzo, col porre il suo nome in un sonetto che r Alighieri , come doveva esser notorio, aveva già composto per il for- tuito incontro con Bice e con Vanna, la prima amante del Cavalcanti. Tutto SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 123 sonetto 77 anonimo in N, che in D (n* 540) è attribuito al Pe- trarca, e pur anonimo il son. 57 che è in ABDEFKM e in altri testi col nome del Guinizelli; e per questo la lezione di N si riavvicina in modo notevolissimo a D nei versi 1-8, mentre in- vece nei versi 9-14 si scosta da tutti i testi per seguire quasi esclusivamente la lezione di B. Il son. anonimo n" 53 è dato a Guglielmotto d' Otranto in Q, il n° 56 a Folgore nello stesso Q e a Gino S, mentre molti altri mss., come N T lo recano senza il nome dell'autore ; e finalmente il n" 74 è assegnato a Dino Com- pagni in K e in altri testi. Fonte unica rimane N, sino a nuove scoperte o a più compiute identificazioni, per i n* 17. 18. 25. 39. 44. 45. 46. 48. 49. 50. 51. 52. 54. 55. 59-73. 75. 76. 77. 79. 80, 81. Pare adunque che N abbia derivato le poesie da un canzoniere ora perduto, che solo in parte si accordava colle fonti di D, e nelle parti in cui se ne allontanava seguiva la tradizione rappresen- tata, se bene solo per qualche componimento, da F e da Q: inoltre la fonte di N avrebbe avuto qualche rapporto, e ciò risulterebbe dal n° 57, con un altro canzoniere della stessa famiglia cui ap- partiene B. Il canzoniere 0 ossia il codice 445 della biblioteca capitolare di Verona è di 34 fogli numerati a pagine e contiene, oltre la Vita nuova di Dante (pagg. 1-31), una scelta di rime per la maggior parte del dugento ; fu scritto verso la metà del secolo XV, ed ha delle postille bibliografiche di mano di mons. G. B. Giullari. Ecco l'indice delle rime: 1. [p. 31]. E m'incresce di me si duramente. 2. [p. 32]. Dante aligieri. Amor che nella mente m,i ragiona. 3. [p. 33]. Dante. Le dolci rime damor chi solia. questo, si intende, sarebbe stato prima che Dante, accogliendo quel sonetto nella V. N. e narrando l'occasione della sua composizione, togliesse la pos- sibilità di simili scherzi. Oppure saremmo davanti a una serie di errori del copista? Errori, si noti, di attribuzione, di nomi, di lezione: ciò mi sembra difficile ad ammettere. 124 TOMMASO CASINI 4. [p. 35]. Dante aligheri. Poscia chamor del tutto ma lasciato. 5. [p. 38]. Amor che moni toa virtù dal cielo. 6. [p. 39]. Dante. Cossi nel tnio parlare voglesser aspro. 7. [p. 40]. Dante. Io sento si dam,or la gran possanza. 8. [p. 41]. Dante. H poco giorno ed al gran cierchio dombra. 9. [p. 42]. Dante. Io sonno uenuto al punto della rota. 10. Dante. Am,or tu vedi ben che questa donna. 11. [p. 43]. Dante. La despietata mente che pur mira. 12. [p. 44]. Dante. Tre donne intorno al cor mi son uenute. 13. [p. 45]. Dante. Dollia m,i recca nelo core ardire. 14. [p. 47]. Voi che sauete ragionar damore. 15. Meser Gino. Cercando di trouar minerà in oro. 16. Dante. Degno fa nuy toccare ogni tesauro. 17. [p. 48]. Dante. Io mi credea in tutto esser partito. 18. [p. 48]. Meser Cino. Poi chi fu Dante dal m,io natal sito 19. [p. 49]. Nouellamente amor m,i giura e dice. 20. lo ho ueduto già senga radice. 21. Dante. Questa ligiadra donna chedio sento. 22. Dante. Non uacorgete uoi dun che si m,ore. 23. Dante. Sei uiso m.io ala terra si china. 24. Dante. Delli ochi dela mia donna si moue. 25. Dante. Lo fin piacer di quello adorno uiso. 26. [p. 50]. Dante .... io m,iro e none chi m,iguidi. 27. Dante. Ben e forte cosa il dolge sguardo. 28. Dante. Se uoi odiste la noce dolente. 29. Dante. 0 uoi che siete uer m,e si giudei. 30. Dante. De com serebbe dolce compagnia. 31. [p. 51]. Dante. Or lasso chi credea trouar pietate. 32. Dante. Yoi che per noua uista de fereqe. 33. Dante. Questa donna gientil che sempre mai. 34. Dante. La bella donna che uirtu damore. 35. [p. 52]. Dante. Se una donna m,i passa per la mente. , 36. Dante. Amore e uno spirito chancide. 37. Meser Cino. Om,e chi uegio per entrun pensiero. 38. Idem. Lontelletto damor cheo solo porto. 39. Idem,. Tu che se uoce che lo cor conforte. 40. [p. 53]. Idem,. Donna mia non uedestu colui. 41. Idem. Certe m,ie rime a te inandar uoglendo. 42. Idem,. Noi sian le triste penne isbigotite. 43. Guido Guinegello. Beltà di donna di sacente core. 44. Guido caualcanti. Guarda m,anetto questa scrignutuga. 45. [p. 54]. Idem,. Yoi che pelli ochi m,i pasaste el core. 46. Idem,. Veder podeste quandio uinscontrai. 47. Idem. Lanim,a m,ia uilmente sbigotita. 48. Idem,. Tu m,ai si piena di dolor la mente. 49. Idem,. I non pensaua che lo cor giamai. 50. [p. 55]. Idem. Donna me prega perchio uoglio dire. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 125 51. [p. 56]. Idem. Perchio non spero de tornar giamai. 52. Idem. Era in pensier damor quandin trottai. 53. [p. 57]. Meser Guido guinicelli. Chi uedesse a lucia un unr chapuffo. 54. Guido caualcanti. Madonna el fino amore chio ui porto. 55. [p. 58]. Idem. In quelle parti sotto tramontana. 56. Meser Guido Guinicelli. Al cor gentil ripara sempre amore. 57. [p. 59]. lupo digli uherti. Nono canto amoroso nouamente. 58. Idem. Gentil m/idonna la uirtu damore. 59. meser Giovanni dilorto. Amore i prego calquanto sostegni. 60. [p. 60]. Meser Tomaso da faenga. Rom^ che parli per si gran con- tegni. 61. [p. 61]. Ciecho. E son si magro che quasi tralucho. 62. Ciecho. Eglie si poco fede damore. 63. Ciecho. Sedia auesse uno mogio di fiorini. 64. Ciecho. Se io potessi cola lingua dire. 65. [p. 62]. Dino compagni da firenze. Amor mi sforma e mi sprona a uolere. 66. [p. 64]. francesco smera de bechenugi. Guido quando dicesti pasto- rella. 67. Mastro francesco. Per chiaro lo tu dir dira non sale. 68. Dino compagni. Non uisi monta per iscala doro. 69. [p. 65]. Dino compagni a meser lapo salterelli. 0 sommo saggio di scienza altera. 70. Risposta di meser lappo. Vostra questione di sotil matera. 71. Matte pateuino. Fonte di sapienza nominato. 72. fp. 66]. Con iochi lagrimosi sospirando. 73. [p. 67]. lacobo degli acoretori da Imola. Lopinion di chi più sa sa corda. 74. Responsio domini petri de alegheriis de florentia. La ttostra sete se ben m,i ricorda. 75. Frate paiaio da lucha. Cerco litalia del m,ondo lumera. 76. [p. 68]. Gidino da Sumacampagr^a Veronese [•••••*] « passion che non contenti. Stabilire quali siano state per le poesie di Dante le fonti di 0 è impossibile, nella quasi assoluta ignoranza in cui siamo ancora sul contenuto di molti manoscritti del canzoniere dantesco; e per questa parte le nostre ricerche non possono condurre se non a risultati negativi. Una prima famiglia dei canzonieri danteschi è quella rappresentata da D, ma a questa 0 non può ricongiun- gersi di nessuna guisa, perchè le poesie comuni hanno nei due codici un ordinamento diverso, perchè l'uno discorda dall'altro nelle attribuzioni trovandosi da 0 assegnate a Dante delle poesie 126 TOMMASO CASINI che D assegna ad altri (0 21 = D 223, m. Rinuccino ; 0 22. 25. 26. 27. 29. 30. 31. 32. 34. 35. 36 = D 273. 202. 259. 206. 199. 205. 209. 201. 200. 207. 208, Gino da Pistoia; e 0 28 = D 264, adespota fra rime di Gino), e perchè fra le poesie di Dante in 0 se ne trovano alcune (9. 13. 16. 17. 23. 29. 33. 35) che in D mancano affatto. La seconda famiglia dei canzonieri danteschi è rappre- sentata da EEi>ES dai riccardiani 1050. 1085. 2823 e da moltis- simi altri codici ; la caratteristica di questa famiglia è il seguente ordinamento delle canzoni: 1. Cosi nel mio parlar — 2. Voi che 'ntendendo — 3. Amor che nella mente — 4. Ze dolci rime d'amor — 5. Amor che m/uovi tua — 6. Io sento sì d'amor — 7. Al poco giorno — 8. Am,or tu vedi ben — 9. Io son venuto al punto — 10. E' m/ increscie di me — 11. Poscia eh' amjor del tutto — 12. La dispietata mente — 13. Tre donne intorno al cor — 14. Doglia mi reca nello core — 15. Amor da che convien ; ma né pure a questa famiglia può esser ricondotta la fonte di 0, perchè le tredici canzoni comuni hanno un ordinamento del tutto differente, che accenna ad una origine indipendente (2* fam,, 1. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14 = 0, 6. 2. 3. 5. 7. 8. 10. 9. 1. 4. 11. 12. 13). La terza famiglia dei canzonieri danteschi, rappresentata per esempio dal riccardiano 1100 e in generale da tutti i codici che recano le suddette canzoni nell'ordine seguente: 13. 1. 15. 10. 7. 5. 9. 2. 3. 6. 12. 14. 4. 11. 8., è anch'essa del tutto indipendente da 0, nel quale le canzoni comuni sono diversamente distribuite. Una quarta fami- glia è rappresentata per es. dal magliabechiano XXI, 7, 85, dove sono pur tredici canzoni, come in 0, ma né sono le medesime, né procedono collo stesso ordinamento (4* fam., 1. 3. 7. 8. 10. 11. 12. 13 = 0, 6. 10. 5. 3. 11. 7. 12. 1.). La quinta famiglia dei can- zonieri danteschi, cui appartiene per esempio il riccardiano 2735, ha pur come la prima e la seconda, la stessa comunanza delle tredici canzoni con 0, ma con una disposizione diversa (5" fam., 3. 4. 5. 6. 7. 11. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19 = 0, 7. 4. 11. 12. 13. 6. 2. 3. 5. 8. 10. 9. 1.); e lo stesso è da dirsi riguardo ai canzonieri della sesta famiglia, della quale fa parte per es. Q, (6" fam., 2. 3. 4. 6. 7. SOPRA ALCUNI MANOSCRITTI DI RIME DEL SECOLO XIII 127 8. 9. 10. 11. 14. 15. 16. 17 = 0, 7. 12. 6. 10. 11. 9: 1. 8. 3. 2. 5. 4. 13.). Rimane dunque accertato che 0 per le rime di Dante ci rappre- senta una settima famiglia, diversa in tutto dalle precedenti, che aveva di particolare l'attribuzione all'Alighieri di molte poesie che le altro fonti danno concordemente ad altri e specialmente a Gino da Pistoia: ed è da notare che in taluni di questi casi di duplice attribuzione la fonte di 0 doveva risalire a quella stessa tradizione che fu seguita dagli ordinatori della raccolta giuntina del 1527 (nella quale sono dati a Dante i n' 22. 25. 31), mentre per il n° 23 si dimostra in qualche rapporto di pa- rentela con un codice della sesta famiglia, Q, col quale ha pur di comune l' origine settentrionale. Alle canzoni seguitano in 0 alcuni sonetti scambiati fra Dante e Gino (n' 15-20), pei quali è difficile stabihre la fonte: degli ultimi due non conosco altro testo che li rechi coi nomi dei loro autori se non il riccar- diano 1050, già citato; poi abbiamo una lunga serie di sonetti attribuiti a Dante, che sono invece quasi tutti di Gino, e poi una sezione di rime date a Gino da Pistoia (n' 37-42), le quali, fuor delle tre prime, appartengono secondo altri testi a Guido Gaval- canti (41. è dato al Gavalc. in D 104; 40 e 42 in F). Per le sezioni seguenti delle poesie del Gavalcanti, del Guinizelli e del- ruberti (n' 43-58) 0 si accorda per lo più con D, salvo che scambia più volte (n' 43. 54. 55) il nome dei due Guidi, e per V attribu- zione dei n' 47. 48, mancanti a D, si ricollega a F che pur li assegna al Gavalcanti. Per le due canzoni 59-60 la fonte di 0 dovrebbe risalire a quella medesima famiglia cui appartiene F, il solo codice che le contenga tutte e due e si accordi con 0 quanto al nome degli autori (1); se non che F 0 non si accordano nella lezione e in 0 il n° 60 è frammentario. Dei n^ 61-64 non (1) Reneer, Le liriche edite ed ined. di F. degli Uberti, p. 213 e 219; quanto al n* 59 le differenze fra F 0 sono specialmente linguistiche, ma alcune mostrano nettamente la derivazione di 0 da una fonte diversa da quella di F (cfr. i versi 4, 8, 23, 28, 32, 50, 55, 57, 79, 80, 82, 89, 91, 95): questa diversa derivazione è confermata anche delle varianti del n* 60. 128 TOMMASO CASINI SO indicare la fonte, ma i primi tre si trovano in D (n* 420. 475. 408) senza nome d'autore, di mezzo ad altri sonetti di Cecco Angiolieri. Il n° 65 è dato a Dino Compagni in altri mss., ma il 66 è neir autorevolissimo D (n° 13) attribuito a Lapo degli liberti; e per i n' 68-70 si vedano le osservazioni relative ai n' 225. 220 e 221 di K. Il Matteo patevino o da Padova, cui è assegnato il n° 71, non può esser identificato con Matteo Correzaro, rimatore padovano del secolo XIV (4), perchè la poesia è indi- rizzata, come risulta dal secondo verso, a Guittone d'Arezzo. Finalmente per le altre poesie la fonte sarebbe da ricercare in canzonieri del trecento al quale appartengono. Risulta adunque che 0 deve aver attinto ad una fonte, che in parte ci è rap- presentata da F; fonte che, accordandosi qualche volta con D, ne era per molte poesie del tutto indipendente. (Continua) Tommaso Casini. (1) Cfr. MoRPURGO , Rime inedite di G. Quirini ed A. da Tempo nel- l'Are/^, stor. per Trieste, l'Istria e il Trentino, voi. 1, fase. 2". LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER ''' APPENDICE I. SAGGI DELLA MANDRAGOLA VERSIFICATA ATTO 1. Scena prima. Callimaco, Siro. Callimaco. Siro, non ti partir; eh' io un po' ti voglio Siro. Eccomi. Callimaco. Al certo, ti maravigliasti Della mia tanto subita partita Di Parigi; e non men ti maravigli Or del mio starmi inutil qui da un mese. Siro. Il ver vo' dite. Callimaco. Orsù finora io tacqui Con te , non già perch' io in te non fidassi , Ma perchè ciò eh' uom vuol eh' altri non sappia , ftiorchè Meglio è noi dir, se non sforzato. 11 tutto Dirti vo' quindi or eh' ho di te mestieri. (1) Continuazione e fine. Vedi questo Giornale, voi. ni, p. 337. fìiomaU itorico, IV. -[30 G. MAZZATINTI Siro Io vi servo; e chi serve nulla mai De' ricercar de' fatti del padrone; Ma , s' ei 'I dica ei da se , vuoisi con fede Servirlo: e tal son io. Callimaco Già '1 so. Mi penso Che mille volte udito dir tu m'abbia (E questa fia mill' e una) che orfanetto Io di dieci anni era da' mia tutori In Parigi mandato, ove duo tanti Anni mi stetti. E da ben dieci io v* era , Quando per la passata di Re Carlo Sossopra in guerra Italia posta, io scelsi Di non più mai ripatriare e starmi Più che non qui securo ivi e quieto. Siro Egli è così. Callimaco Quindi i mia beni tutti , Men la casa, qui vendere facendo, Altri dieci anni assai felici io trassi Colà. Siro Ben soUo. Callim.aco E compartito il tempo Infra i negozj e gli studj e i diletti , Talché r un 1' altro non guastava , io m' era Veramente beato; utile a molti Dannoso a nullo , esser credeami caro Ai cittadini e a' cavalieri , a' ricchi E a' poveri , agi' indigeni e a' stranieri. Siro E il tutto è vero. Callim,aco Ma il mio ben rincrebbe Alla Fortuna; ond' ella ebbe guidato In Parigi un Camillo Siro II fiorentino LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 131 Calfucci; or sì cho il mal vostro incomincio A indovinarmi. Callimaco Era da me invitato Spesso costui. Si ragionava un giorno Tra noi, con altri fiorentini assai , Di belle donne; e chi tenea da quelle Di Francia, e chi dalle italiane: io nulla Dir di queste potea , sendone uscito Bimbo quasi: Gammillo era per esse Fortemente; e sì ben, che dopo un lungo Contrastar, disse quasi che adirato: 0 via , se fosser l' italiane tutte Per anco mostri , una parente mia Sola , bastìinte fia per vendicarle. Siro Or veggio ove venite. Callimaco E aggiunse il nome; Monna Lucrezia, moglie di Messere Nicla Calfucci; e le die tante laudi, Che fé restarci tutti: ma in me tale desile Tanto desio destò di vederla , Ch' io lasciai tutto; e o guerra o pace fosse Tosto in Italia corsi. Ebbi in Firenze Prova quindi eh' eli' era assai del vero Minor la fama; il che non suole; e acceso Sommi in tanto martiro d' esser seco , Ch' io non ne trovo loco. Siro Se in Parigi Vo' men parlavi , avrei saputo allora Darvi consiglio; or non mei so. Callimaco Non dissi lo per voler de tua consigli; io dissi Per isfogarmi alquanto , e perchè , all' uopo , Ad aiutarmi tu ti appresti. Siro E a tanto Prestissimo son io; ma, che sperate? 132 ^- MAZZATINTI Callimaco Oimè ! , nulla o poco. In prima sappi Che la di lei natura onesta, e troppo D' amor nemica , a me fa guerra; e aversi Ella il marito e ricco e a' cenni suoi , E di età competente; e il non aversi Parenti punto , né vicini , ov' ella A veglie 0 a feste o ad altro spasso mai Si avvenga; e in casa mai non capitarle Artefice nessun; famiglio o fante Non aver ella che di lei non tremi Come v' entrar? come corromper? «Siro Dunque Che vi pensate poter fare? Callimaco Alcuna Cosa non v' ha sì disperata mai , Che compenso non abbia: e sia pur lieve, E sia pur vano; tal parer noi lascia Il gran desio che ha l'uom di a fin pur trarla. Siro In che sperate , in somma? Callimaco Elle son dua Le mie speranze. La buaggin molta Di Messer Nicia è V una , eh' egli è tondo Benché dottor, più eh' uom che sia in Firenze: L' altra é la voglia matta d' aver prole Gh' ambidue li consuma. Ecco anni sei Ch' ella è con esso , e nulla ancor s' è visto , E son straricchi. Anco una terza speme Avrei; la di lei madre, che accostevole È stata già; ma è ricca anch' essa; ond' io Non so come pigliarla. iSiro In modo niuno Tentaste nulla voi? Callim,aco Si, ma pochino. Siro Come? LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 483 Callimaco Ligurio , che a mangiar vien meco Spesso , t' ò noto. E' fu costui sensale Di matrimonj gìh: buttato poscia S' è al parassito. Egli è piacevol uomo; Quindi con lui dimestichezza stretta Tien Messer Nicia; è ver, pranzo nò cena Mai non gli dà , ma prestagli talvolta Danar, sì ben Ligurio sa uccellarlo. Me lo son fatto amico , e 1' amor mio Hogli svelato; e m' ha costui promesso Ogni suo aiuto. Siro Pur eh' ei non v' inganni; Che molta fede esser non suole in questi Pappatori. Callimaco Ben so: ma quando ei v' hanno Il loro prò, creder si può in lor fede. Promesso gli ho , quando e' riesca , dargli Di danari una somma; è ver eh' ove anco E' non riesca , un qualche pasto sempre Scroccato avrammi ; ma , a ogni modo , io solo Non mangerò. Siro Ch' hawi ei fin qui promesso? Callimaco D' indur Messere , in questo maggio , a torre Seco sua donna a' bagni. Siro E ciò che monta? Callimaco Che monta a me? Farle cangiar natura Potrian que' bagni; ch'ivi suolsi in feste Viver pur sempre ed in conviti. Andarvi lo allor vorrei ben corredato e presto A dar piaceri , e in copia , d' ogni sorta , Alle brigate: intrinseco al marito, E ad essa quindi io mi farei : frattanto , Che so io poi ? di cosa nasce cosa , E la governa il tempo. Siro E' non mi spiace. 134 G. MAZZATINTI Callimaco Da me Ligurie si partìa stamane , Per esser col Messere , e su ciò disse Risposta darmi in breve. Siro Oh! velli entrambi Di qua. Callimaco Trarrai in disparte i' vo' , per poscia Ligurio aver quando il dottore ei lasci. Tu vanne intanto a tue bisogne in casa; S' io nulla vo' da te , dirottel. Siro Vado; ATTO li. Scena prima, Ligurio , Nicia , Siro (dentro). Ligurio Com' io v' ho detto , spero che costui , Perchè adempiate il desiderio vostro , A noi mandato abbialo Dio. Gli ha fatto Delle cure grandissime in Parigi; Né vi stupite s' ei V arte in Firenze Non professa; egli è ricco; e, inoltre, stassi Su le mosse per Francia. Nicia Abbi sol mente (Codesto importa) a non mi por tu in qualche Lecceto e poi tu mi lasciassi in secco Ligurio Oh! per codesto poi Temer piuttosto Potreste voi eh' e' non voglia tal briga : Ma s' ei la piglia , insin ne veda il fine Ei non è certo per lasciarvi. Nicia In quanto Alla sua fé , vo' crederti ; ma in quanto LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 135 Alla dottrina sua , pur eh' io gli parli , Io tei dirò ben io e' ei vaglia: e certo Non egli a me venderà , no , vesciche. Liguria E perch' io ben conoscevi , a lui menovi Acciocché gli parliate. Uditol poscia S' ei non vi par per presenzia e dottrina E lingua, un uom da porgli in grembo il capo, Dite poi eh' io non sia desso. Nicia Or su , al nome Dell' agnol santo , andiamoci. Ma dove Torna egli? Liguria Appunto in questa piazza, e ruscio, Che voi v' avete a dirimpetto , è il suo. Nicia Sta bene. Liguria Ecco è picchiato. Siro Che volete? Liguria Callimaco e' è in casa? Siro Èvvi. Nicia E non dici Tu maestro Callimaco? Liguria E' non cura Tali baie. Meta Che importa? fa il tuo debito, E ove se l'abbia ci poi per mal si scinga. 136 G- MAZZATINTI Scena seconda. Callimaco, Nicia, Ligurio. Callimaco Chi mi vuol? Nicia Bona dies , domne magister. Callimaco Et vohis , domne doctor. Ligurio Che ven pare? Nicia Optime, alle guagnele. Ligurio S" i' ho da stanni Con voi , vi piaccia di parlare in modo Gh' io v' intenda; se no farem due fuochi. Callim,aco Che buon negozio a me vi trae? Nicia Dua cose Vo' cercando , cui forse altri vorrebbe Fuggir piuttosto, io certo di dar briga A me stesso e ad altrui; per farla corta Non ho figliuoli e ne vorrei; per questo A darvi impaccio vengo. Callimaco A me discaro Mai non è il far piacere alle persone Virtuose e dabben , qual voi ; né in somma Tanta fatica ho durato tanti anni In Parigi studiando, che al buon fine Di poi giovar e' pari vostri. Nicia Ohi sere, Gran mercè. Se voi pur bisogno aveste Dell' arte mia , di cuor vi servirei. Ma torniamo ad rem nostram. Ci pensaste Voi qual sarebbe miglior bagno a darmi Air impregnar disposta la mia donna? Già so, Ligurio havvi spiegato LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 137 Callimaco È il vero; Ma par servirvi è necessario prima Saper perchè sia steril vostra donna , Che dei perchè tanti esser ponno. Causae Sterilitatis in matrice saepe , Saepe in semine sunt , saepius in virga; In instrumentis etiam seminariis , Aut extrinseca in causa. Nicia Affé , costui Gli è r uom più degno che trovar si possa! Callimaco Oltre ciò , potrebb' anco provenire Da voi per impotenzia ; il che , se fusse , Non v' ha rimedio alcuno. Nicia Impotente io? Oh! mi fareste rider voi. Non penso Che sia in Firenze 1" uom né più ferrigno Nò più di me rubizzo. Callimaco Or già che questo Non è r ostacol , siate lieto , avravvi Rimedio alcuno. Nicia Avrebben' egli un altro Che r ire a' bagni? E' mi disagia questo; E di Firenze uscir mal volontieri Vorria la donna. Ligurio Avrawen , sì : voglio ora Risponderv' io: Callimaco va tanto Rispettivo, eh' è troppo. — Or non dicestemi Pur dianzi voi , che una pozion sapete Che indubitatamente ingravidare La donna fa? Callimaco Certo i' la so : ma vovvi Lento a donarla ad uom eh' io non conosca. Che non vorrei del ciarlatano Nicia Oh! questo i38 Gì- MAZZATINTI Non dubitate poi di me. Vi ho preso Tal maraviglia , che di voi non èvvi Cosa eh' io non credessi , e che in man vostra Non tenessi fattibile. Ligurio Ma credo Che a voi bisogni osservare il suo segno. Callimaco Dubbio non v' ha; non sen può far di meno. Ligurio Chiamate dunque Siro , che pel segno A casa tosto or col dottor sen vada, noi aspetteremo in casa. E torni qui; starem da lui frattanto. Callimaco Siro, va su con il dottor. Messere, Date volta qui presso se a voi pare Nicia Se a me pare? In un attimo qui torno; Gh' ho in voi più fé , che nel Messia gli ebrei. Scena sesta. Ligurio , Callimaco , Nicu. Ligurio Il dottore A persuader sia facile , non tanto La donna, no: ma pure un qualche modo Avravvi. Callimaco Ecco il Messere. Avete voi Il segno? Nicia Siro se r ha sotto. Callim^aco Dallo Qui a me; Che veggo? Questo segno mostra Debil di rene. Nicia E' mi par torbidaccio; E sì r ha fatto or ora. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 139 Callimaco Non n' abbiate Voi maraviglia. Nam mulieris semper Urinae sunt majoris grossitiei Albedinisque quam virorum; sed Minoris pulchrttudinis. Causa autem Euius est (inter caetera) ampliludo Canalium , mixtio eorum qtiae ex matrice Cum urina proficiunt. Nicia ' Oh! uh! potta costui tra le mani Di Santo Puccio! tra le man costui Mi riffinisce. Ve' coni' ei ragiona Di queste cose. CallimaiU) Io temo che costei Non sia la notte mal coperta, e cruda Fa l'orina per questo. Nicia Eppure addosso Ella si tiene un buon coltron(e); ma è vero Che innanzi eh' ella a letto se ne vegna La sta in ginocchio a infilzar paternostri Forse quattr' ore. Oh! per patir di freddo Eli' è una bestia. Callimaco In fin , dottore , o fede Ve' avete in me , o non 1' avete ; ed io 0 v' ho a insegnar , o no , rimedio certo. Darovvel dunque sol che in me crediate; E s' oggi a un anno un suo figliuolo in braccio Non ha la donna vostra , io vo' legarmi A dare a voi ducati infin du' mila. Nicia Dite pur su , eh' io son per farvi onore Di tutto; e in voi per creder son più eh' io Nel confessor mi creda. Callimaco Avete dunque A saper, che non è più certa cosa All' impregnar , che un beveraggio fatto Con Mandragola. F 1' ebbi un par di volte 140 G- MAZZATINTI Già spermentato , ed azzeccato sempre : E senza questo , in Francia, e la Reina E Principesse altre infinite forano Sterili ancora. Nicla Oh! guarda! egli è ben vero? Callimaco Com' io vel dico (1). E la fortuna aiuta voi di tanto , Ch' io qui meco recate. ho quelle cose Che fan mestieri al beveraggio; e tutte Potrete averle a posta vostra. Nicla E quando Dovria pigliarlo mógliama? Chllimaco Sta sera Cenato eh' abbia. È ben disposta appunto La luna ed è più che opportuno il tempo. Nicla. Codesto è lieve poi. Dunque a ogni modo Ordinatel pur voi , faroglien' io Pigliare , si. Callimaco. Resta a pensar soltanto . Che presa eh' abbia tal pozion la donna L' uom che ha far seco primo , infra otto giorni Sen muor; né lo potria campare il mondo. Nicla Cacasangue! non vo' suzzacchere io; Non a me, no, r appiccherai tu. Oh! voi Mi avete concio per le feste. Callimaco Saldo , Ch' e' e' è rimedio. Nicla E quale? (1) n Terso non è finito. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 141 Callimaco Far che un altro Dorma con essa subito , e che tiri (Standosi seco una notte) a sé tutta La pestiicnzia di quella mandragola: E poscia giacereteci sicuro Voi. Nicia Non vo' far , no , codesto io Callimaco No? Qt*are? Nicia Perch' io non vo' far femmina mia donna , E becco me. Callimaco Dottor? che dite voi? Savio vi tenni , e voi noi siete. Or dunque Voi dubitate di far ciò che fero Tanti signori in Francia , e ciò che fea Messer lo Re?.... iVtcìa Ma voi chi mai volete Gh' io trovi a far cotal pazzia? S' io '1 dico A mógliama, per certo non vorrallo; E s' io gliel taccio la tradisco ; e il caso Gli è serio assai; non mi vo' perder io. Callimaco S' altro non osta a me lasciaten briga. Nicia Oh! come mai f arassi? Callim.aco Udite. Io darvi Penso sta sera dopo cena a voi La pozion; voi daretegliene bere, E tosto corcheretela; le quattro Saranno allor di notte , o circa. Quindi Siro , Ligurie ed io travestiremci E voi; così n' andrem d' accordo tutti Mercato novo e vecchio rifrustando Veder se un qualche garzonaccio trovasi Scioperato; ed avutolo, ben bene Lo imbavagliamo, e a suon di mazza in casa j[42 G. MAZZATINTI Ed in camera vostra il meniam bujo , E vel corchiain(o) dicendogli quel eh' abbia A far dappoi; vedete, questo è fatto. Voi la mattina innanzi giorno poscia Nel manderete fuori; e, ben rimonda La donna vostra pria , con essa starvi Senza rischio potrete a tutto pasto. Nicia Via , son contento a ciò , poiché mi dite Che a questo s' adattarono signori , Principi e Re: ma, per amor degli Otto, Che ninno il sappia, sopra tutto. Callimaco E chi di noi 1' avrebbe a dire? Nicia Oh! bella! Or resta Una fatica ed importante. Callimaco Oh! quale? Nicia Far contentar la donna; a che non credo Che la si pieghi mai. Callim,aco Vero è, ma pure Io non vorrei marito esserle innanzi , Se a fare a modo mio non la traessi. Ligurio Ho pensato io '1 rimedio. Nicia Ed è? Ligurio Valersi Del confessore a persuaderla. CallimM:o E lui Chi '1 disporrebbe? Ligurio Io, tu, il danar, la nostra Malvagità e la sua. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 143 Nicia Non eh' altro io dubito Gh' ella in udir da me tal cosa , andarne Da sé non voglia al confessore. Liguria A questo havvi rimedio. Callimaco Dillo. Liguria Ed anco Indurre La madre stessa a trarvela. Nicia Ella crede Molto , a dir vero , nella madre. Liguria Ed io So che la madre tien da noi. Su dunque, Avanziam tempo , eh' e' si annotta. Or puoi Tu , Callimaco , andartene ; ma in casa Fa che alle due da noi trovato sii Con la bevanda all' ordine. Noi intanto Andremo Nicia ed io a dispor la madre Ch' è a me ben nota; indi n' andremo al frate; Ragguaglieremvi d' ogni cosa poi. Callimaca Deh! Licia (1), solo or non lasciarmi. Liguria Gotto Mi sembri tu davvero. Callimaca Ov' ho da andarne A quest' ora? Liguria Di là , di qua , per questa , Per quella via; sì grande egli è Firenze. Callimaco Eh! che andar? Sto inquieto; appena io vivo. (1) Coffl erroneamente il testo. 144 G. MAZZATINTI ATTO III. Scena terza Fra Timoteo , Donna. Fra Timoteo Se confessar volessevi, io farei vi piaccia. Quanto volete. Donna Non per oggi; io sono Attesa; e mi basta essermi sfogata Un pocolino così ritta ritta. Diceste voi quelle mie messe al quadro Di Nostra Donna? Fra Timoteo Sì, Madonna. Donna Or questo Fiorin toglietevi anco e ne direte Il lunedì , per due mesi , la messa De' morti a suffragar quella buon' anima Del mio marito. È ver ch'era un omaccio: Ma pur le carni tirano; e non posso Non risentirmi quand' io mei ricordo. Credete voi che in purgatorio ei sia? Fra Timoteo Senza dubbio. Donna Non so , per questo intanto Voi pur sapete quel eh' ei mi faceva Talvolta. Oh quanto io con voi me ne dolsi! Me ne scostava io ben quant' io potea , Ma gli era si importuno; uh Gesù mio! Fra Timoteo Non dubitate: è grande la clemenza Di Dio : se all' uom non manca il buon volere , Mai non gli manca a ben pentirsi il tempo. Donna Padre , credete voi che passi il Turco In Italia quest' anno? LE CARTE ALFIKRIANE DI MONTPELLIER 145 Fra Timoteo Si , Madonna , Se voi non fate orazioni assai. Donna Gnaffe! ci aiuti Iddio! La gran paura Ch' i' ho con quelle lor diavolerie Di codesto impalare. Ma qua in chiesa Veggo una donna che ha di mio cert' accia; Ve' ir trovarla. Col buon dì vi state. Fra Timoteo Andate sana. Scena quarta Fra Timoteo , Ligurio , Nicia. F^a Timoteo E' son (la più) caritativa Gente le donne , e la più fastidiosa. Chi le scaccia, i fastidj e 1" util fugge; Chi a lor dà retta , ha V un e 1' altro. È il vero Che il miei vuol mosche. — Oh ! che andate facendo Galantuomini? oh, V un di voi mi pare (Me8)ser Nicia s' io non erro. Ligurio Dite forte Ch' egli è assordato tanto , che più nulla Non ode. Fra Timoteo Nicia, il ben venuto siate. Ligurio Più forte. FVa Timoteo 11 ben venuto.... Nicia Il ben trovato. Padre mio. Fra Timoteo Che v' andate voi facendo? Nida Tutto bene. OiOTfMh storico, TV. 10 j^46 G. MAZZATINTI Liguria Via, padre, a me volgete Il parlar , che a voler eh' ei v' intendesse , Avreste a metter a remore tutta La piazza e il vicinato. Fra Timoteo Da me dunque Volete nulla voi? Liguria V è qui messere E un altro uomo da bene , che voi poscia Intenderete , eh' hanno fra lor due A far distribuire in elemosine Di ducati parecchie centinaia. Nicia Cacasangue ! Liguria Tacetevi , in malora Gh' e' non fien molti. — Padre, non stupitevi Di cosa che dica egli; non ci udendo Gli par talvolta udire , e allor risponde A sproposito. Fra Timoteo Via , seguite dunque E dica ciò eh' ei vuole. Liguria Di codeste Centinaia ducati henne una parte Io meco già di cui disegnar essi Distributore voi. Fra Timoteo Di tutto cuore Vi servirò. Liguria Ma necessario è prima Che intorno a un caso che accade a Messere, Voi ci aiutiate; e cosa è ben da voi, Dove di casa sua 1' onore al tutto Ne va. Fra Timoteo Che cosa dunque? LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 147 Liguria Credo , noto Un Camillo Calfucci esser vi possa Che nipot' è qui di Messer. Fra Timoteo Ben èmmi Noto, si. Lìgurio Questi , un anno fa , n'andava Per certe sue faccende in Francia e vedovo Trovandosi e una figlia da marito , Lasciavala in serbanza a un monistero Ch' or non accade nominarvi. Fra Timoteo Ebbene, Che n' è seguito. Ligurio E' ne è seguito.... Udite. O la stracurataggin delle monache , O la cervellinaggine si fosse Della fanciulla , trovasi ella gravida Di quattro mesi: onde, se non si viene Con gran prudenza ad un qualche riparo , Le monache , il dottore , la fanciulla , E Camillo e i Calfucci quanti n' abbia , Vituperati e' ne son tutti. E tanto Stima il dottor questa vergogna , eh' egli Botavasi (purch' ella non si sappia) Di dar per elemosina ducati Trecento. Nicia Oh! oh! che giaccherai Ligurio Ma zitto. E' dar li vuol per vostre mani; e solo Con la Badessa voi rimedio apporre Potete a tale scand£do. Fra Timoteo Ma come? Ligurio Persuadendo alla Badessa voi 148 ^- MAZZATINTl Che alla fanciulla una pozione dia Per isconciarla. Fra Timoteo È cosa da pensarsi. Ligurio Da ciò vedete or quanti beni n' esce : Al monastero , alla fanciulla , a' suoi Voi serbate l'onore; una figliuola Rendete al padre, e a Messer compiacete, Ed ai tanti parenti; in copia fate Lemosinone con trecen' ducati. Ed air incontro, il male è un nulla: offendesi Un pezzo di non nata e dissensata Carne, che puossi per cagion mille altre Sperder da sé. Non pare a voi, sia bene Quel che ai più giova e in che si appagan? Fra Timoteo Sia, Col nome dunque d' Iddio; e si faccia Per carità e per esso quanto or piacevi. Ditemi il monastero, la pozione Datemi, e insieme, se vi par, codesti Danar , eh' io possa cominciare a fare Alcun benuccio. Ligurio Or mi parete voi Quel religioso eh' io credea. Togliete Questa porzione de' danari. Il nome Del monastero gli è,... Ma , state un poco , Che qua in chiesa una donna mi fa cenno E le vo' dir due paroline. Or torno. Non vi partite or dal messere, o padre. Scena quinta. Frate Timoteo, Nicia. Fra Timoteo Messer, che tempo ha ella la fanciulla? Nicia Io strabilio. Fra Timoteo Domandovi che tempo Questa fanciulla s' abbia. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 149 Nicia Il inalo s abbia Che Dio gli dia. i^rt Timoteo Perchè? Nicia Perch' ei se 1' abbia. Fra Timoteo E' parrai esser negagno: un pazzo e un sordo M' appiccico : 1' un fugge , 1' altro intende Tutto a rovescio. Ma se questi sono Fiorini d' or , non quarteruoli , avronne Qualcosa più che di costor.... Ma ecco Torna Ligurie. Scena nona. Fra Timoteo Non so di noi qual più (1) l' un V altro s' abbia Abbindolato. A me , sol per tentarmi , Venne quel tristo di Ligurie e diemmi Quella prima novella. S' io comprata Non r avessi , taciuta avriami questa , Per non scoprire senza prò lor fatti. Nulla curando della falsa. È vero Ch' io giuntato ci fui , ma in util mio Tornerà questo giunto. Ambi son ricchi E Callimaco e Nicia , ond' io per trarre Son da ciascuno assai. Quanto al segreto , or importa a lor non men che a me. Comunque Sia , non men pento. Egli è ben ver eh' io temo Trovarci inciampo , perchè e savia e buona Monna Lucrezia eli' è. Ma sua boutade Per l'appunto varrammi. Elle stan tutte Male a cervel le donne: una che sappia Dir du' parole e' se ne fa il gran chiasso; Che fra ciechi è signor chi ha un occhio in testa. Eccola con la madre , bestia appunto Qual mi ci vuole. Ella d'un grande aiulo Sarammi a trarla ai miei voleri. (1) Correg^ qual più di noi. 150 G. MAZZATINTI APPENDICE IL VARIANTI DEL FILIPPO. ATTO II, Scena IV. (Testo a stampa della copia A (1)). Filippo Nobil fierezza ogni tuo detto spira 2 Ma del tuo re mal penetrar [tu puoi L' alte ragion] , né il dei. Nel giovin petto 4 Quindi frenar quel tuo boUor t' è d' uopo , E queir audace impaziente brama 6 Di, non richiesto, consigliar; di esporre. Quasi gran senno , il pensier tuo. Se il mondo 8 [Te sul maggior di quanti ha seggi Europa Veder de' un giorno e venerare , apprendi 10 Ad esser cauto. Or piace, anco si ammira Baldanza in te , che grave biasmo allora 12 Sariati poi. Tempo è , ben parrai , tempo] Di cangiar stile. — In me pietà cercasti , 14 E pietà trovi; ma di te: non tutti [Degni ne son : di me , dell' opre mie] 16 Giudice [sol me lascia. — A favor tuo Parlommi or dianzi , e non parlommi indarno] , 18 La regina: te degno ancor cred' ella Del mio non men che del suo [amor Tenuto 20 Sii , più che a me , del] mio perdono , .... a lei. Sperar frattanto d'oggi in poi mi giova , 22 Che [stimar meglio , e meritar saprai Mia grazia meglio. Or tu, regina, vedi] 24 Che a te mi arrendo; e che da te ne imparo. Non che a scusare , a ben amar mio figlio. (1) Cod. 2068 B della biblioteca Mazarino di Parigi. Con la lettera A designo il primo esem- plare del Filippo; con B il secondo: l'uno ha questa nota di mano dell' A. nella prima pagina: Corretta per la terza edizione. Febbraio 1789; l'altro: Ricorretta intera per la terza edizione. Giugno 1789. Ambedue gli esemplari sono rilegati nello stesso volume. I passi del testo a stampa, che ho chiuso fta parentesi quadre, sono dall'A. segnati con una linea: le relative varianti sono scritte 0 ne' margpjiì laterali, o a pie' di pagina. LE CARTE ALPIERIANE DI MONTPELLIER 151 Isabella 26 .... Signor.... Filippo Tel deggio, ed a te sola '1 deggio; Per te il mio sdegno oggi ho represso, o in suono 28 Dolce di padre ho il mio figliuol garrito. [Ben me ne torni! — Carlo , a lei sii grato 30 Molto , e più r ama ; che molto ella spera Di te; .... sua speme a non tradir tu pensa. — 32 Donna , e perch' ei di ben più sempre in meglio Vada, più spesso il vedi;.... e a lui favella. — 34 E tu r ascolta , e non sfuggirla. — Io '1 voglio]. Varianti autografe. vv. 2-3 puoi r alte Cagioni tu w. &-12 Veder ti debbo e venerare un giorno Sovra il maggior di quanti ha seggi Europa, Ad esser cauto apprendi. Ora in te piace Quella baldanza, onde trarresti allora Biasmo non lieve. Omai, ben parmi, è tempo V. 15 Ne son degni, me solo intanto lascia vv. 16-17 me dell'opre mie. Parlommi, E non indamo, a tuo favore or dianzi vv. 19-30 amore... A lei. Più che a me devi il w. 22-23 tu saprai meglio stimare e meglio Meritar la mia grazia. — Or vedi, o donna, w. 29-34 Pur eh' io pentir mai non men debba ! — Or grato Esserle dei, Carlo, e non poco; e amarla Sempre vie più;... né mai tradir sua speme. — E tu, regina, affin che vada ei sempre Di bene in meglio, assai più spesso il vedi; E gli favella, e il tuo pensar gli svela. — E tu la udrai, senza sfuggirla. — lo *1 voglio. Nella copia B questi versi 29-34 sono cosi variati: Pur ch'io pentir mai non men debba! 0 figlio, A non tradir sua speme, a vie -più sempre Grato a lei farti, pensa. — E tu, regina, Perchè più ognor di bene in meglio ei vada Più spesso il vedi,.... e a lui favella,.... e il guida. < E tu la udrai senza sfuggirla. — Io '1 voglio. 152 G. MAZZATINTI ATTO III, Scena I. (Testo a stampa della copia Ai Carlo. [Breve ti parlo, e poi ti] lascio; ahi sorte! Ti lascio, e torno all'usato mio pianto. Odimi. Or dianzi al genitor tu ardisti 4 Qui favellare a favor mio; gran fallo Tu fosti; a dirtel vengo, e al ciel deh [!] piaccia Che [pena io n' abbia solo]. Ei di severa Pietà fea pompa; [e di più lungo sdegno 8 D'odio maggior, pegno il perdon mi dava: Semplice tu non tei pensavi allora, Mostrar pietà quanto a tiranno è oltraggio. A rimembrartel vengo: in lui pietade 12 È d' ogni mal foriera. Il cor m' invase Terror che in me mai nen conobbi in prima Da quell'istante: io per te tremo: oh cielo!... Non so: nuovo linguaggio ei mi tenea; 16 Mostrava affetto insolito]. Deh! mai. Più mai di me [non gli parlare]. Yarianti. V. 1 Deh! non sdegnarti; or or ti v. 6 Ch'io n'abbia sol la pena. {La prima variante era: Che ne abbia pena io solo!), w. 7-16 ed il perdon mi dava Pegno in lui sempre di più atroce sdegno. L'altrui pietà grave è al tiranno oltraggio: Semplice tu, non tei pensavi allora. A rimembrartel vengo: a dirti, a un tempo. Che in lui foriera è d'ogni mal pietade. ^ Da quell'istante, oh quale il cor m'invase Terror, che in me mai non conobbi io prima! Oh quanto io tremo omai per te! qual nuovo Linguaggio a noi tenea! Quai misti affetti Insoliti ei mostrava (1). non favellargli.... (1) Adottando quest'ultima variante, il verso è imperfetto. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 158 ATTO V, Scena III. (Testo a stampa della stessa copia). Filippo Morrai, fellon: ma pria Miei terribili accenti udrete pria Voi, scellerata coppia. [Infami, tutto] 4 Si, tutto so; quella, che voi d'amore. Me di furor consuma, orrida fiamma, M' è da gran tempo nota. Oh quai di rabbia Repressi moti! oh! qual silenzio lungo!... 8 Ma entrambi alfin nelle mie man cadeste. [Dolermi? a che? querele usar debbo io?] Vendetta vuoisi, e l'avrò tosto; e piena, E inaudita l'avrò. — Mi giova intanto 12 Goder qui di vostr'onta. — Iniqua donna, [Ch'io mai t'amassi, e che martir mi desse Gelosa rabbia mai, noi oeder: posto Mai non avria Filippo in basso loco, 16 Qual'ò il tuo cor, l'alto amor suo; che donna Degna di me, se v'ha, tradir non puommi. Me* non tuo amante, offeso hai me re tuo:] Di mia consorte il nome, il sacro nome, 20 Contaminato hai tu. Mai [del tuo amore Non mi calse; ma in te tremor sì immenso Dovea albergar del tuo signor, che ardire A ogni altro amore, anche in pensier, togliesse. — ]. 24 Tu seduttor, tu vile;... a te non parlo; Nulla in te inaspettato; era il misfatto [Sol di te degno. Ad accertarmen prove M'eran sicure, ancor che ascosi, i vostri 28 Rei sospiri], e il silenzio, e i moti, e il duolo, Che ne' vostri [empj cor del par] racchiuso Vedeva e veggo. — Or che più parlo? [pari Foste in tradirmi; ugual la pena avrete]. Varianti. v. 3 . — Infami; io tutto v. 9 A che dolermi? usar degg' io querele ? : (corr. in marg. inferiore:. usar querele io debbo?), w. 13-18 Non creder già che amata io mai t' avessi 154 G. MAZZATINTl Né che gelosa rabbia al cor ^^^ ^^^^^ Desse a me p-j- ^^ ^^^^^ log^ Martiro mai; ^^ Qual'è il tuo cor, l'alto amor suo non pone; Né il può tradir donna che il merti. Offeso In me il tuo re, non il tuo amante, hai dunque. I vv. 14-15 nella copia B sono così variati: Né che gelosa rabbia al cor martiro Desse a me mai vv. 20-23 non mi calse Del tuo amor: ma albergare in te sì immenso Dovea il tremor del signor tuo, che tolto Di ogni altro amor ti fosse anco il pensiero. w. 27-28 Di te sol degno, ed evidenti prove M'erano, e certe, i vostri rei sospiri Benché ascosi V. 29 empj cori al par vv. 30-31 eguale In voi la colpa, egual sia in voi la pena. VARIANTI DEL POLINICE ATTO IV, Scena I. Polinice. [Io qui] ricevo dunque Dal mio fratel [pegno... funesto... infame Di viep]più orribil odio orribil pegno; 4 D'odio eterno fra noi, che sol nel sangue D' ambi noi spento si vedrà. — Giocasta Antigone, Tebarii, ecco la fede D'Eteócle. Veleno è questo nappo. Eteocle. 8 Oh vii sospetto! Ah mentitori Giocasta. Che ascolto? Dare al fratel sì atroce taccia ardisci? LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 166 Polinice. [SI, questo nappo è morte. Io per te il giuro, Madre; o por te non giuro invano. E taccia 12 Atroce si, ma vera. — 0 tu smentirmi Vuoi tosto? ecco la tazza; osa tu primo Libarla; a te secondo io poi non niego Teco perir, benché di te men reo]. Eteocle. 16 Forse perchè di traditor si debbo A te la morte, un tradimento apponni Osi in faccia di lei? [A vili prove Per trarti un vii sospetto scender io? 20 Or va, che in te non è sospetto e il fingi] Mal destramente... Io fratricida infame? E s'io pur dar[ti] meritata morte Volessi, [or di'], nello mie man non sei? Varianti. v. 1 Ecco io vv. 2-3 io un talcf.. infame... pegno Ch* è" del vv. 10-15 Lo ardisco io, si: per te lo giuro, o madre; In questo nappo è morte, e invan non giuro, Madre, per te. Fera è la taccia e atroce, Ma vera. — 0 tu, smentirmi vuoi? tu primo Osa libar la tazza: eccola: assento Io di berla secondo, e perir teco. vv. 18-20 E che? per trarti Un vii sospetto eh' a vii prova io scenda? Or va, sospetto in te non è, tu il fingi V. 22 la V. 23 a te 156 G. MAZZATINTI APPENDICE III (1). Pas:. 1. Filippo tragedie ade secon scene premiere. — Filippe , Gomez. Filippe. Gomez, dis moi qu' as tu de plus cher au monde? Gomez. Votre faveur Sir je la prefere a tout. \_Qui V aggiungere toglie alla forza]. Filippe. Quels moiens crois tu necessaire pour la conserver? [benissimo']. Gomez. Les moiens, avec lesquels je l'obtins; obeir et me taire [benissimo]. Filippe. Aujourdhui tu dois donc faire l'un et l'autre. Gomez. Ce n'est pas un nouvel emplois pour moi; tu scai [vous scavez] queje.... Filippe. Farmi ceux qui me sont afBdes tu es celui qui me la été davan- tage; mais aujourdhui je suis occupé d' une affaire de grande importance, que je devrai peut etre te confier et j' ai cru par ce discours breve mais concis pouvoir te rappeller ton devoir. Gomez. Vous pouvez Sire aujourdhui connaitre encore mieux ce que je vaux. Filippe. Gela suffit, pour le present ce que je t' ordonne te sera facile; facile a toi , non pas a un autre. La Reine vient ici dans un moment; tu m'entendra parler avec elle fort au long: observe pendant ce tems, et note les plus legers mouvemens de son visage, arette [arrèté] sur elle ton regard instigateur, celui avec le quel tu as scu lire si souvent dans le fond de l'àme de ton maitre les volontés les plus cachés et lesa executes en silence. [Questa parlata è ottim.amente tradotta]. Scene seconde. — Filippe, Isabele, Gomez. Isabele [Isabelle]. Sire je me rende a vos ordres. Filippe. Reine une affaire de grande importance est cause queje vous apelle. Isabele. Et ce sera? (1) In quei lunghi mesi di dolorosa separazione che corsero dal maggio del 1783 all'agosto del- l'anno successivo, fa forse scritta dalla contessa d'Albany questa versione in prosa francese della prima scena e di una parte della seconda del II atto del Filippo; e ciò per assecondare il desi- derio dell'Alfieri che bramava conoscesse bene l'italiano. Un breve compendio in italiano del Fi- lippo fatto dalla stessa leggesi nel fase. 18 : ma credo inutile tenerne più lungo discorso , giacché, se la tessitura della tragedia vi è fedelmente descritta, la forma non potrebbe essere più sgram- maticata: né l'Alfieri la rivide. Nel frammento che diamo in luce sono notevoli le postille del- l'Alfieri che noi indichiamo, chiudendole fra parentesi quadre. Appunto perché facendo altrimenti, non avrebbero più ragione d'essere certe correzioni dell' Alfieri , riproduciamo fedelmente il fran- cese, spesso spropositato, della contessa. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 157 Filippe. Vous allez l'entendre. De vous je pouis esperer.... et sana aucun doutc! \Je pouis esperer de vous.... et, quelle doute!}. Qui mieux que vou8 pourra me donner un conseil impartial et sincere? Pag. 2. Isahele. Moys vous donner un conseil? [des cons''-ils\ Filippe. Oui vous Reine [Olii, Reine, vous méme], et j 'estime votre avis pw dessus tous les autres: si jusqu' a prcsent vous n'avez pas partagé avec moi Ics soins de ce vaste empire, vous ne devez pas l'imputer a indifference de votre epoux ; ni meme a defiance do Roy ; je n' ai voulu quo vous sou- straire aux serieuxs rcflections qu' importe avec soit le gouvernement de l'etat, et qui ne plaisent pas a votre sexe. Mais le jour est arrivò ou pour mon malheur je vois naitre une affaire dans la qu' elle 1' interet de 1' etat est mellé avec celui de ma famille , et pour la qu' elle vous devez etre la premier personne consulte. Mais il m'est absolument necessaire de entendre de vous quel titre vous paroit plus effraians , più venerable , ou plus sacrò [celui] de Pere ou [cefui] de Roy. [Questa parlata è resa tutta perfetta- mente]. Isahele. lls le sont egalement l'un et l'autre et qui peut l'ignorer? Filippe. Celui , oui celui qui devroit lo scavoir mieux que personne mais dites mois encore, avant tonte chose, dites moi aimez vous? ou haissez vous? Mon fils Charle Isahele. Sir.... [Siré\. Filippe. Je vous entends^ si vous n' ecoutez que les sentimens de votre coeur et non pas la voix de la vertu , vous sentez bien d' etre sa maratre [henissimo]. Isahele. Vous vous trompez, le Prince.... Filippe. Il vous est donc cher: votre vertu est si parfaite qu'etant l'e- pouse de Filippe vous avez pour son fils de l'amour.... maternelle, Isahele. Sir vous etes la regie de mes aflfections : vous 1' aimez au moin je le crois.... et corame vous [l'aimez\ je l'aime. Filippe. Puisque votre coeur n'est pas domine par la baine de maratre, ni aveuglé de l'amour maternelle, soiez donc juge de mon fils. Pag. 3. Isahele. Qui moi ? Filippe. Ecoutez-moi : Charle fut pendant plusieurs annés 1' unique objet de mes plus hautes esperances, avant qu'il ne detournat le pied du sentier de la vertu, et qui il ne trahit mon espoir. 0 combien de fois apres [depuis'\ je cherchai dan mon seine paternelle des excuses aux fautes reiterés d' un fils indocile! Mais aujourdhui son hardiesse temeraire et insensé est arivó au comble: et il me convient de me servir de moiens violents: il vient d'ajouter un crime enorme a tous les autres, un crime dont les autres son rien en comparaison: un genre que les pai'oles sont trop faibles pour l'ex- primer. Il me fait une outrage sans egal , tei qu'un Pere ne peut pas l'at- tendre de' son fils.... Mais comment fremissez avant de l'apprendre en- 158 G. MAZZATINTI tendez mois et puis vous fremirez bien autrement.... \_fin qui va benissimo]. Vous scavez qu' il y a deja plus d' une lustre que sur les bord de 1' ocean ce pauvre peuple ensevelis dans ces marais pretend resister a mon pouvoir, il n'est pas moins rebelle [ce gens non moins rebelle'] a Dieu qu'a leur Roy [soutìenne] une trahison \_par le moyen de V autre]. Vous scavez combien cette guerre coutte de sueur d'argent et de sang a mon Royaume; vous scavez encore qu' au prix de mon Trone et méme de ma vie je ne laisserai jamais ce vii peuple [va benissimo così] impunit et fier d' un si grand crime: je jurais d'immoler Timpie race comme victime au ciel: il est de leur devoir de mourir puis qu' ils ne scavent pas obeir. Oh qui jamais poura le croire? que je dois ajouter au nombre de ces ennemis si impies et si feroces, Helas malheureuse que je suis! mon propre fils, mon unique fils. Pag. 4. Isabele. Le Prince.... Filippe. Oui, le Prince: beaucoup d'ecrits interceptés, de secretes messages et de discours sedisieux ne me le prouvent que trop. Jugez vous Madame quel doit etre la situation douloureux [sta benissim-o così] d' un Roy trahit et d'un malheureux pere [la situation douloureux — Questa sarebbe traspo- sizione vizioso^], prononcez Madame quel sort de attendre a juste droit un fils si coupable, parlez pour moi. Isabele. Malheureuse que je suis! Vous voulez que je decide du sort de votre Fils? Filippe. Oui vous Reine prononcez je vous en souis l'arbitre: ne craignez pas le Roy et ne flattez pas le Pere [benissimo]. Isabele. Je ne crains que d'accabler le juste et n'arrive que trop souvent de voir confondu au pied du Trone [de voir confondu — qui non ci po- teva stare] l'innocent et le coupable. Filippe. Pouvez vous douter de ce que le Roy vous assure ? qui plus que moi souhaite de le trouver innocenti helas puisse etre fausses les execrables accusations? [benissimo]. Isabele. Mais vous [questo vous non ci può stare] ne l'avez [woms] pas convaincu vous méme. Filippe. Qui peut jamais le convaincre? Fier, superbe, il dedaigne opposer la raison a des preuves convaincentes , mais pas meme 1' ombre de raison. Je n'ai pas voulu lui parler de son horrible trahison; si je n'avois premie- rement moderé le premier mouvement de couroux de mon coeur: mais lors que la colere en moi soit assoupie la froid raison de 1' etat ne doit pas se taire.... oh! ciel! mais j'entend encore en mois la voix paternelle. Alle postille qua e là sparse, l'Alfieri aggiunse le seguenti cor- rezioni in un altro foglio che dovette per risposta mandare alla contessa. Raccomando per prima cosa 1' esattezza nello scrivere che è importantis- sima su queste cose , di punteggiar bene e far le maiuscole dove vanno e non strapazzar mai il mestiere che si fa. LE CARTE ALFIERIANE DI MONTPELLIER 159 Pag. 1. Qomez. Sire, votro faveur. Philippe. Parmi coux qui me sont le plus devoués.... de si grande imporr tance te confier , quo j' ai cru par ce peu de mots pouvoir te rappeler energiquement ton devoir. E nota cho per conservare la parola efficaci detti, non c'essendo la parola francese, credo d' aver fatto bene a renderla nell' avverbio energiquement; ma forse si potrebbe dir meglio: ma sempre per farti osservare, che alle volte per conservare il senso bisogna variarlo, perchè tu che hai detto di- scours href (e non breve) et concis, tu non hai reso il pensiero, che bref et concis è la stessa cosa e concis non vuol dire efficace. Alla parola Sir ci manca la e: non si può dire Sir in francese, bensì in italiano. Nella risposta di Gomez hai omesso la parola dunque che è im- portante lì, come conscguente al discorso di Filippo. Bada che alle volte si può omettere senza nuocere al senso; alle volte per servire al senso ci va aggiunto : ed in questo esamina sempre se la forza della traduzione equivale alla forza dell'originale. Dovevi dunque dir così: « Gomez. Sire, vous pou- « viez donc aujourdhui connaitre encore mieux ce que ie vaux ». Avrete si deve dire e non arette. Instigateur , hai sbagliato la parola; dovevi dire investigateur , che non so se si dica, ma lo puoi verificar su- bito. Isabelle si scrive e non Isabele. La parlata s' incomincia sempre per maiuscola. Pag. 2. Nota, oui, vous Heine non è indole della lingua francese. Qui Heine vous méme. In questo cose, lo sai, bisogna rifletterci. Ni méme; il testo dice e meno, dove vous traduirez encore moins a la defiance; così sopra a F in- difference, che non credo che il francese possa omettere l'articolo. Mele ai dice e non mellé: la quelle, e non la quelle. Necessaire avant que je m'expliqite de scavoir de vous... celui de pere.... et... Bites moi vrai: Charles.... mon fils l'aimez vous.... ou le haissez vous. — Nota che qui si può lasciare ogni cosa a suo luogo, e fa più eflfetto quel discorso, perchè volendo imbrogliar la Regina comincia a nominarle Carlo senza eh' ella sappia cosa lo domanderà : poi i puntini interrompono il di- scorao , e la domanda s' ella lo ami : poi ancora puntini , e la domanda se l'odia. Vedi che con quell'arte accresco la paura in lei; dunqpie questo va conservato così. Maternelle è femminino, m,atemel è mascolino; e l'amore è mascolino. Ma non mi piace questo passo ancora: direi così. — Yous aimez son fils d'un amour... matemel. — Mi pare che così la Regina sarà più spaventata; e il testo dice: ami d'amore.... materno. — Non va dunque perduta quella figura per cui la Regina deve tremare in suo cuore, credendo di sentirsi dire: vous aimez son fils d'un amour infame, criminel. — Et comme vous je Vaime, sarei imbrogliato a dir questo che non facesse equi- voco: eppure non credo cho sia costruzion della lingua il dire et comme vous je l'aim^, senza mettere ia mezzo vous l'aimez: perchè si potrebbe dire et je Vaime comme vox*s, de méme que vous; ma per levare ogni equivoco 160 G. MAZZATINTI bisognerebbe forse aggiungervi: de méme que vous l'aimez. In queste cose il Ghevalier ti darà più lumi di me, e se ha la pazienza di correggerti e ragionarti, un atto servirà poi per tutti gli altri. Soyez donc iuge; qui per proprietà di lingua ci aggiungerei Soyez vous méme le iuge: e queste vanno osservate bene e te ne accorgerai rileggen- dole senza più pensare al testo , ma come cosa freincese. Dove ti pare che un francese ci avrebbe messo qualche cosa di più per ritondare il periodo e perfezionar la frase? Perchè le lingue in questo non si somigliano: e la sola parola tu in italiano basterà spesse volte , dove in francese bisognerà dire tot m,ém,e. Questo va osservato. Pag. 3. Qui moiì Tra qui e moi ci va un'interrogazione, altrimenti non fa senso. Paternel e non paternelle : le sein est masculin: est arrivée; la hardiesse è femminino; dunque arrivée e non arrivò. Ce pauvre peuple è basso e mal detto. L'italiano dice: povero stuolo, ma non dice quel povero stuolo; ce pauvre; quel ce guasta il senso; devi dire: un peuple miserable. Così dans ces marais, quel ces non ci va , ma dirai dans des marais , oppure dans ses, i suoi. Poi l'italiano salta dal singolare povero stuolo al plurale fanno scherm,o; ma questo è privilegio di lingua, che parlando di molti si può dire un popolo fa , o la gente fa , e la gente fanno : ma in francese non si può. Vedi come ho corretto. Coute de sueur et d' argent è la traduzione letterale : ma bisogna esa- minar l'indole della lingua e credo che diresti meglio Coute de travaux et de trésors. U im,pie race : ecco trasposizioni che non sofire il francese ; si deve dire la race impie : ma qui bisogna dire cette race im.pie ; che il testo dice quell'em,pia. Il est de leur dévoir non traduce è forza loro : qui a la lettre veut dire II faudra hien : ma potresti dir cosi che è più nobile , H^ faudra qu' ils soutient.... Oh! qui pourra le croire jamais OTpT^ure pourra jam,ais : ma il jamais non lo puoi mettere innanzi il verbo : e per questa certezza di quel che va prima e quel che va dopo, bisogna leggere con at- tenzione poco per volta quella traduzione del Tasso in francese, ed esami- nare dove mette innanzi e dove dopo, secondando e mutando dall' italiano. Que je dois : qui il tempo del verbo è in italiano io deggio : ma non c'è il che: se vi fosse il che, direbbe deggia al soggiuntivo. Tu ci hai aggiunto il que; dunqne devi dire que je doive. Mon unique fils è più elegante e fuori del comune, senza violare la legge: ed in questo quando c'è due modi bisogna sempre badare a scegliere il meno triviale e più nobile : quello che si scrive insomma, piuttosto che quello che si parla. Pag. 4. Qui le Prince: ci va una virgola tra oui e le, altrimenti non fa senso. Bisogna a voler tradurre e scrivere, quando non son lettere famigliarissime, avvezzare ad un'esattezza scrupolosa, che diventa poi abitudine, e non si sa più far male: un poco di fatica in principio, se ne trionfa. LE CARTE ALPIBRIANE DI MONTPELLIER 161 Ne me Vassurent. Tu senti che prouvent dice di più e, benché il testo non lo dica, qui non c'è male a dir più; ma sempre a dir meno. Trahit non si scrive così; tradito vuol dire trahi, e trahit vuol dir tra^ disce. Puisse etre fausses. Bada molto ai verbi. Fausses ò plurale, false: e puisse è singolare: possa: dunque tu hai detto possa esser false, dovendo dire possano: puissent etre fausses. Mais vous; quel vous va collocato dopo: ne V avez vous pas. Qui le peut; quel le dev'esser dopo il verbo in francese. Qui peui jamais le... Fier superbe il dedaigne non seulement d'opposer des raisons aux preuves convainquentes mais m,éme une apparence de raison. Così è chiaro benché non elegante: ma si capisce ed è giusto. Quel nostro non che, ma è un di quei tanti modi di dire brevissimi, per cui nessuno mai mi tradurrà in fran- cese senza allungarmi: non che, ma, vuol dire alla lettera in francese: Non seulement cela, mais cela. Premierement; credo che qui starà meglio auparavant. Courouw ci va due rr.: corroux. liaison de V etat. Senti bene come non si può dire. E si dice raison d'etat, crim^ d'etat, omettendo l'articolo; poiché mettendocelo vuol dire un'altra cosa. Fentende encore en m,oi, diresti meglio Je sents che é più espressivo: e poi Y anco itfdiano qui non vuol dire encore, ma atissi. Sul totale però osservo moltissimo miglioramento circa al rendere i sensi, ma grande, che è quello eh' io t' ho detto, che andando innanzi lo capiresti sempre meglio. Ci trovo jnolta inesattezza nell'ortografia francese, e negli- genza nel punteggiare : e quando mi manderai qualche foglio d' ora innanzi, lo voglio corretto e pulito come se andasse a stampa. Così ti avvezzerai bene, mia Angioletta. Così pure t'avevo detto di servirti del primo mano- scritto francese del Filippo, e del Polinice che quello ti servirebbe molto. Ma non m'hai risposto niente in questo; te lo consiglio ancora. GiomaU ttorico, lY. 11 CANTARI E SONETTI RICORDATI NELLA CRONACA DI BENEDETTO DEI I. Gli scrittori fiorentini sono molto scarsi di notizie intorno ad un cronista del XV secolo, che nella sua stessa stranezza mi sembra pur meritevole di qualche considerazione ; tanto che pos- siamo dire che tutto quello che di lui finora si conosce, ed è ben poca cosa, sia stato raccolto dal Negri (1). In un esemplare della Storia degli scrittori fiorentini con molte aggiunte ed annotazioni manoscritte del Salvini e del Gori che conservasi nella Biblioteca Marucelliana di Firenze (2), Be- nedetto Dei, di patria fiorentino, dicesi nato il 4 di marzo 1417 di Domenico e della Taddea di Miliano di Bartolo Salvini. A questa annotazione del Salvini aggiunge fede una memoria con- (1) Istoria degli scrittori fior., Ferrara, 1722, p. 92. (2) Altre notizie della famiglia Dei, raccolte dal Salvini, si trovano nel cod. Marucell. A, 138, ove ne è anche dipinto lo stemma. L'albero genea- logico , con altre notizie di poco momento , è nel cod. Marucell. A, 86, 9; ed alcune notizie estratte dalla cronaca si trovano pure nel cod. Marucell. citato A, 183. CANTARI E SONETTI ECC. 163 servataci dallo stesso cronista, ove dice: Benedetto Dei è d'età d'anni 55 insino a oggi primo d'aprile 1473 (1). La famiglia Dei fu degli Ormanni da Gedda presso Poggibonsi, e ne' chiostri della chiesa di S. Spirito in Firenze vedevasi il se- polcro di Deo, avolo di Benedetto, dal quale la famiglia Dei trasse il nome. Ben altre notizie biografiche si potrebbero raccogliere dalla bocca dello stesso cronista, siccome là ov'egli scrive (2): Benedetto Dei è sanza debito e mai paghai nulla dall'anno 1417 al 1473 (3;. Benedetto Dei è sanza padre e sanza madre e sanza paghare pigione. Benedetto Dei è sanza moglie e sanza figliuoli e sanza figliuole. Benedetto Dei è sanza spesa di ghabelle e di sale e di fornaio e di ma- gniano (4). Benedetto Dei è sanza spesa di chonperare o pane, o vino, o olio, o carne. Benedetto Dei è sanza spesa di balie, e di stia ve, e di fante, e di famigli. Benedetto Dei è sanza debito di lavoratori e non à a rendere grano a persona. Benedetto Dei è de' Benivieni e do' Belchari (5) de' Giachi e di quo' da Pesciola. Benedetto Dei è parente de' Salvini, e de' Grazzini e d'Arrigho di Chorso e d'altri. (1) Il computo è fatto secondo lo stile fiorentino, e l'annotazione trovasi a e. 42b della cronaca nel cod. Mgl. II, I, 394. (2) A e. 42b del cod. Mgl. cit. (3) Nel cod. Moreniano, n° 103, che contiene alcune Ricordanze di Be- nedetto Dei., tratte in parto dalla cronaca (vedi codd. Mgl. 60 e 339 della CI. XXV), si legge a e. 19»: « Sono vissuto sano sino all'anno 53 e senza donna, e senza figliuoli, e « senza debito né col Comune , né con ispeziale , e mai ebbi a pagare pi- « gione nò fitto ». « Sono senza spesa di padre, e di madre, e di sorelle, e non sono malie- « vadore a nessuno, ne ho dota, né casa, né poderi , né bottega a nessuno « e sempre usai l' ammattonato e uso sempre ». (4) « Sono senza spesa di ])eccajo e sanza spesa di pizzicagnolo, e senza • spese di fornajo, e senza spese di gabelle alle porte, e senza spese di si- ^ curtà, né di bullettini, e mai fu' preso a mia dì ». (5) Sappiamo dal Crescimbeni , Comment. alla stor. della volg. poesia^ II, 154, che Feo Belcari maritò Papera, sua figliuola, ad un fratello di lui appellato Miliano. ^54 L. FRATI Benedetto Dei è Ghomissario alla Ghastellina per la guerra per conto allo Re Alfonso (1). Benedetto Dei è me' vestito di panni a suo dosso e panni di verno e di state (2). Benedetto Dei è buono iscrittore, e buono abacbista, e buon ragioniere. Benedetto Dei è stato partito da' suo' fratelli e divisosi da loro dell'anno 1430. Benedetto Dei è parente de' Bardi, de' Gianfigliazzi (3), e de' Dati (4), e de' Bonzi. Benedetto Dei è stato chomissario a Staggia l'anno 1453 per chonto allo Re Alfonso. Benedetto Dei è stato provveditore della terra del Borgo a S. Sepolcro (5). Benedetto Dei è stato Consolo di Porta Santa Maria dell'anno 1453 (6). Benedetto Dei è stato festajuolo di S. Giovanni dell'anno 1451 e 1452 (7). Benedetto Dei è stato Ambasciatore al Gran Turcho (8). Benedetto Dei è stato chomessario e schrivano della ghalea dell' armata, 1471. (1) « Sono stato Commissario della signoria fiorentina alla Castellina e « Arentine e a Staggia dell'anno 1451, 1452 e 1453 per la pace dappoi fu « fatto el garbuglio in Valdelsa e Giuliano Ridolfi lo sa ch'era a Certaldo ». Il cod. Moren. (2) « Son vestito al pari d'ogni mio pari e molto più, e posso comparire « là dove sia ciascuno e so leggere e scrivere e abbaco quanto alcun altro, « e f 0 e ho fatto sempre buone usanze ». Il cod. Moren. (3) Di Bongianni Gianfigliazzi havvi, nell' arch. di Stato di Firenze , una lettera al Dei del 1488. (4) Gero di Stagio Dati die in moglie una sua figliuola Bartolomea a Bernardo Dei, altro fratello di Benedetto (Crescimbeni, loc. cit.). (5) « Sono stato Provveditore della terra del Borgo a S. Sepolcro e Can- « celliere di M. Antonio da Charego, come appariscono lettere di mano di « detti, e ancora i Sanasi lo sanno bene ». Il cod. Moren. (6) « Sono stato Consolo dell'arte di Porta S. Maria e sono stato Cancel- li liere dell'armata di Scharinci che mi acconciò M. Girolamo Machiavelli, « e sallo di puntino Agnolo Spini e '1 Badessino ». Il cod. Moren. (7) « Sono stato festaiuolo di S. Giovanni di Firenze e festaiuolo di S. Gio- « vanni di Pisa, e sono stato Pennoniere e più su non mediante la casa di « p. i. e del suo maggior fratello ». Il cod. Moren. Nella sua qualità di fe- staiuolo il cronista dà nella sua cronaca alcune descrizioni di feste ed una nota di tutte le feste solite a farsi ogni anno in Firenze (a e. 27*, cod. Mgl.). (8) « Sono stato a' miei giorni Ambasciatore al Gran Turco dell' anno « 1465 come mostra la commissione la qual' io ho apportato di me e come « 8a la nazione fiorentina ch'era nel levante ». « Sono stato Ambasciatore al gran Mastro di Rodi, come sa Maestro Mi- CANTARI E SONETTI ECC. 165 Benedetto Dei è stato Potestà delle gbaleazze fiorentine e della Fcrrandina. Assai più diffuse sono le memorie de' suoi molti viaggi (1) fatti principalmente per cagione di mercatura. Se dobbiamo prestar fede alle sue parole non havvi parte del mondo ch'ei non abbia visitata cosi per terra come per mare. Non è per ora mio intendimento, né sarebbe da questo luogo, ritessere la vita di questo bizzarro cronista fiorentino, seguirlo nelle sue varie peregrinazioni e rintracciarne le varie vicende non tanto nella cronaca, quanto nelle molte lettere a lui dirette che si conservano nell'Archivio di Stato di Firenze e dalle quali si può raccogliere larga messe di notizie e di fatti per uno studio biografico (2). « chelozzo Architetto e m. Piero Buorromei e m. Bernardo Peruzzi e Carlo « Cavalcanti e Stoldo Altoviti ». « Sono schiavo e voglio essere di Lorenzo e Giuliano e già fui di Piero, « e sono schiavo di Nicolò Martegli e di Bernardo Rucellai e di Francesco •« de' Pazzi e della lor casa , e chosi sono schiavo della casa de' Capponi e « de' Gianfigliazzi, e di Pietro Corsini e della casa de' Nerli e de' Biliotti « tutti da uno in fuori, e nota infino all'anno 1470 glorioso ». Il cod. Moren. (1) Si leggono a e. 39*» del cod. Mgl. che contiene la cronaca, alla rubr.: El grandissimo paese cKà ciercho Benedetto Dei fiorentino. Altre notizie de' suoi viaggi sono nel cod. Mgl. II, 222 (da p. 171 a 202). (2) Del carteggio di Benedetto Dei si conservano all'arch. di Stato di Fi- renze tre voi. (V , VI e VII) , nella serie Familiarum. 11 voi. V contiene circa 228 lettere per la massima parte dirette a Benedetto Dei (145^1492) in Bologna co' Bentivogli al hancho de' Zanchini o col Podestà, al bancho de" Machiavelli in Ferrara, in Pisa co' Martegli, in cJiorte ducale di Mù lano, col dig"*o Vicario di Mugello alla Scarperia, con Dionigi Pucci M(o Commissario a Faenza, in casa del Meo M. Hercules Bentivoglio Prov- veditore de" sei d'Arezzo al Borgo a S. Sepolcro, a Bologna o dove fusse. 11 voi. VI contiene circa 263 lettere tutte dirette a Benedetto Dei, dal 1452 al 1492. 11 voi. VII oltie a molte lettere inviate ad Emiliano di Bartolomeo Dei, a Francesco di Miliano Dei, a Miliano di Domenico Dei, a Francesco di Giovanni di Miliano Dei, ne contiene buon numero dirette al nostro cro- nista dal 1452 al 1491, ed altre da lui scritte al nipote Bartolomeo Dei in Palazzo delli Signori fiorentini, 97 (1482-1492); a Miliano Dei suo fratello, 66 (1450-1482); a Giuliano di Piero de' Medici, 1 (1468); a Gio. Battista Martelli a Roma , 1 (1485) ; a Domenico di Bernardo di Domenico con Nicolò Martegli setajuolo, 1 (1467). La massima parte di queste lettere fu- IQQ L. FRATI Delle lettere scritte a Benedetto Dei si ha ricordo anche nel Cod. Mgl. II, 333, autografo e che contiene notizie curiosissime di Firenze e della vita del cronista. In cotesto Codice è una nota delle lettere che il Dei ha avute in quarant'anni di tempo e di quelle che egli ha scritte da Bruggia dal settembre 1476 alVanno 1477, molte delle quali riscontrano con quelle che di lui si conoscono (1). La cronaca del Dei se giova segnatamente alla storia della mercatura e del commercio in Firenze nel XV secolo, ha pure notizie di non lieve importanza per la storia fiorentina e tali che non s'incontrano nell'altre cronache del tempo (2). Di ciò fanno fede anche altri storici assai più rinomati che non di rado si valsero di essa, mi basti rammentare il Varchi (3) che dice Be- nedetto Dei persona, per quanto dagli scritti suoi giudicare si può diligente e sensata molto e trae dall'opera sua le notizie dei palazzi, orti, giardini, piazze, logge e possessioni che erano in Firenze al tempo suo. rono scritte dal Dei mentre trovavasi in Bologna co' Bentivogli, o cho' Se- dici, o cho' Zanchini, o col Podestà; in corte ducale di Milano, in corte ducale di Ferrara, o al banco de' Macchiavegli; in Pisa co' Bongianni, o co' Martegli. (1) In cotesta nota egli dice d'aver avuto lettere dalla Signoria di Firenze, da Cosimo de' Medici , da Piero, da Lorenzo e da Antonio de' Medici; da Tommaso Soderini, da Luca Pitti, da Neri di Gino Capponi, da Alamanno Salviati, da Iacopo Guicciardini, da Donato Acciajuoli, da messer Polo Bar- berigo, da messer Pietro Fantinelli lucchese, da Ugolino, Carlo, -Nicolò e Girolamo Martelli da Luca, Luigi e Bernardo Pulci e molti altri. Il car- teggio di Benedetto Dei si arricchirà fra breve di una raccolta di lettere au- tografe che fanno parte de' codd. già appartenuti a Lord Ahsburnham (cod. no 1761). (2) Nel cod. Rice. 1853, che contiene alcune Memorie storiche tratte in parte dalla cronaca del Dei, si ha una nota de' banchi dentro alla città di Firenze nel 1470 (e. 41 ») , delle ricchezze de' fiorentini (e. 37^) , delle bot- teghe di seta in Firenze l' anno 1470 (e. 41^) , delle spezierie grosse in Fi- renze (e. 43»), dei medici e dottori di Firenze nel 1470 (e. 45^), dei pittori nella città di Firenze nel 1470 (e. 45b), delle galeazze e galere sottili e navi (e. 46b), de' Giostranti nel 1470 (e. 47b) , de' Monasteri di vergini (e. 48T)), delle compagnie di Battuti (e. 49»), dei mercanti fiorentini al Gran Turco, a Napoli, a Lione, ad Avignone e in Ponente (e. 523-571»). (3) Stona fior. (Firenze, Le Monnier, 1858, voi. II, lib. 9, cap. 3841). CANTARI E SONETTI ECC. 167 Anche il Malavolti (1), il Gamurrini (2), il Gambiagi (3), il Vel- luti (4), e più d'ogni altro il Pagnini (5) fecero menzione di questo cronista e si giovarono delle notizie da lui raccolte. I due codici che ci han conservata la cronaca del Dei trovansi l'uno nella Biblioteca Magliabechiana (6), l'altro appresso il Comm. Landau in Firenze (7), e sono copie del XVI secolo tratte assai probabilmente dall'autografo che, a detta del Crescimbeni, conservavasi tra i manoscritti del Dott. Niccolò Bargiacchi in Firenze. Nel cod. Magliabechiano, che appartenne a Mons. Girolamo da Sommaja, la Cronaca tiene da car. 1^ a 681», e le è premessa la seguente didascalia: Questo libro è composto et hordinato da Benedetto Bei cittadino fioren- tino, e del Gonfalone della Ferza, Quartiere di Santo Spirito e chiamasi le Chroniche fiorentine dall'anno 1400 all'anno 1500 che la città di Fi- renze fé' maggiori fatti e fu in tanta grandezza ch'ell'era temuta da tutta Italia, e onorata a maraviglia, chome leggiendo sarà chiaro ogni Taliano, e ogni Toscano, e Roma, e Napoli, è Milano, e Yinegia, e Genova, e Siena, e Lucha che con tutte le nominate città Firenze ha fatto grandissima e orribilissime guerre in detti nom,inati tempi, chome leggiendo sarà chiaro tutto chome dall'anno 1400, all'anno 1492, che Benedetto Dei passò di questa presente vita. Alla cronaca nel cod. Magliabechiano seguono Varii ricordi (1) Storia di Siena, 1574, p. 4. (2) Geneal. delle famiglie tose, ed umbre, Firenze, 1668-79, voi. V. (3) Memorie istor. riguardanti le feste di S. Giovanni, Firenze, 1766, p. 57. (4) Cron. di Firenze, Firenze, 1731, p. 23 della Pref. (5) Bella Becima ecc., Lucca, 1765, voi. II, pp. 235-280. (6) È il cod. II, I, 394 (ant. segn. GÌ. XXV, 1, 60) , cart. in fol., di car. num. 119, rileg. in carta pecora. Oltre a questa cronaca hawi dello stesso autore un Ristretto della storia fiorentina, o sieno: Ricordi minuti dal- l'anno 1470 al 1482, nel cod. Mgl. II, IV, 311. Una Raccolta di proverbi fiorentini e di vocaboli milanesi col loro equivalente fiorentino (autogr. scr. Tanno 1452), nel cod. Mgl. IV, 6, 36. Una nota di casati fiorentini ve- duti et seduti in fino alVanno 1476, da e. 51 a 53 del cod. Mgl. II, 4, 344 (ant. num. CI. XXV, 4, 561), già Strozz. 1029. (7) In cotesta copia della Cronaca hawi aggiunto in fine un capitolo in- titolato: Spiegazione di alcuni nomi turchi. 168 L. FRATI di cose seguite in Firenze dal i367 al 1476 (da e. 71^ a 98*) e da ultimo una Nota di Fiorentini stati condannati dopo l'assedio del 1530 e 1531 (da e. 107* a 114*) alla quale vengono appresso altri Ricordi di Firenze dal 1531 al 1541 (e. 114* a 118''). Questi opuscoli anonimi sono tutti di mani diverse ed aggiunti in fine alla cronaca nel XVI secolo. Il codice posseduto dal Gomm. Landau ha, in luogo di queste notizie aggiunte posteriormente, cinque sonetti di Benedetto Dei nei quali si difende l'immortalità dell'anima contro un sonetto di Luigi Pulci che incomincia: Gostor che fan sì gran disputazione dell'anima ond'ell'entri o ond'ell'esca. del quale avrò a suo luogo occasione di discorrere. Né questi sono i soli saggi che ci restano della maniera di poetare del nostro cronista; nella cronaca si legge un capitolo in terza rima (a e. 54^) intorno al sacco di Volterra del 1472, che incomincia : El gran consiglio co' Y atroce guerra che s' adunò nel palazzo maggiore per assediare e distrugger Volterra. Non è altro che una nota di nomi di famiglie fiorentine che seguono gli uni agli altri senz'alcuna interruzione per cinquanta terzine. Più notevoli sono tre sonetti (1) sulla guerra de' Fiorentini contro i Genovesi per riacquistare Sarzana e Sarzanello nel 1487, de' quali piacerai riprodurre il secondo che potrà valere anche come saggio della maniera di poetare di Benedetto Dei: (1) Sono nel cod. Mgl. II, II, 333, e seguono ad altre memorie autografe dell'impresa di Serzanello ed espugnazione di Serzana fatta da' Fiorentini. Il primo di questi sonetti è molto guasto. Gom.: Lorenzo, mio Lorenzo, Acien.... e non si può leggere la fine del v. per essere lacerata la carta. Il secondo incomincia: , ., . San Giorgio tu chredesti sicichare, ed 11 terzo: Quel si dicie esser fuor del sentimento. CANTARI E SONETTI ECC. 169 San Giorgio tu chredesti sigichare Soreganel Margoccho l'à soccorso e rotto t*à e messo in bocca un morso che Soregana ti chonvien lasciare. E tuo' prigion vedrai incharcierare, e proverai quant'è superbo l'orso ch'anchor ti seghue chon veloce chorso per far tuo stato sottosopra andare. Senpre ti fia nimiho il mondo tutto, se non ti gitti in grenbo al tuo Milano la chrocie e '1 dragho e tu sarà' distrutto- Credi quel che ti dicie il chastellano la pacie fa per te se vo' far frutto chon dar[e] Margoccho Soregana in mano. Sonetto, al chapitano (1) Dirai che vada e chieghagli la pacie, e fia salute della via veracie. Ma lasciando ad altri la cura di dare più compiute ed estese notizie di quanto havvi di notevole in cotesta cronaca, io rivol- gerò in ispecial moda la mia attenzione ad una parte di essa che a parer mio ne costituisce una delle principali singolarità. Intendo parlare di una nota di cantari e sonetti che il Dei dice di sapere a mente e che sono da lui indicati non solo col ri- ferirne il capoverso, ma spesso ancora con un breve cenno sul loro contenuto. Se non che la memoria fece troppo spesso difetto al cronista che ben di rado indicò il primo verso di ciascun componimento, o lo accennò come avevalo a mente senza curarsi gran fatto che la citazione fosse in tutto esatta; da ciò la difficoltà non lieve di identificare parte di queste poesie con altre conservate in Godici o pubblicate in opere a stampa. Stimo tuttavia che possa tornare opportuno il far conoscere ì titoli di tutte queste poesie che certo dovettero essere delle più popolarmente note nel secolo XV. (1) 11 capitano genovese Gian Luigi del Fiesco che fu fatto prigione dai fiorentini. jyjQ L. FRATI IL Chominciamenti di stanze e tornali a mente (1). I. — Osanna o santus Deus, o signore (2). Questo è un Capitolo di dieci Papi stati. II. — Piangi tu che pur dianzi eri felice. Una elegia in temali fatta per Chosimo de' Medici. Nel God. Mgl. VII, 8, 1137 (e. 10=*) s'intitola: Elegia per la morte di Cosimo de' Medici a Lorenzo de' Medici. Gomponesi di 60 ter- zine. Gom.: Piangi tu che pur dianzi eri felice, misera patria sconsolata e mesta, piangi che solo a te di pianger lice. Fin. : Osserva honore al suo felice nato, ver[o] successor[e] della virtù paterna, che ti farà fiorire in ciaschun lato. Che la sua fama fia nel mondo eterna. Nel God. Mgl. VII, 8, 1091 (già Strozz. 240) dicesi : Facta per bernardo pulcy a la morte di Chosimo de' Medici (da e. 75' a e. 78*). Leggesi anche in altri Godici , quali il Mgl. VII, 7, 149 (e. 22^) ed il Laur. plut. 41, cod. 34 (n° 13) ove s'intitola: Di B. per la morte di Cosimo) de' Medici a L. III. — 0 altissimo Dio che tutto reggi. Una morale in temali del sig. Astorre di Faenza. (1) A e. 49i> del cod. Mgl. che contiene la cronaca. Nel cod. Landau si legge: Cominciamenti di storie e temali che sa a mente Benedetto Bei. (2) 0 sanctus. Il cod. Landau. CANTARI E SONETTI ECC. 171 IV. — ManchoUo per lo sdegno un po' la lena (1). Una villania in temali d'una dama all'amante. "V. — Asia è la prima parte dove Tomo (2). m Stanze di otto versi in rima delle chose del mondo. Il cronista cita il primo verso dell'ottava 85' della Sfera di Fra Leonardo Dati che incomincia appunto così: Asia è la prima parte dove l'uomo stando innocente stava in paradiso ecc. I quattro libri della Sfera furono più volte ristampati fino dal secolo XV e di recente li ripubblicò Gustavo Galletti (3) col nome del vero autore, essendo andati per l'avanti sotto il nome di Goro 0 Gregorio Dati. È questa una delle opere più largamente diffuse a quel tempo siccome ne fa fede il grandissimo numero di co- dici che se ne conoscono (4). VI. — Non mi terrei de mie forza o scienza (5). Un vecchio che venne in Firenze bella. È un capitolo adespoto in terza rima sulla grande nevicata avvenuta in Firenze nel gennaio del 1407; che per offrirci una vivace dipintura dei costumi del tempo non crediamo inutile pubblicare (6): (1) Ho seguito la lezione del cod. Landau anzi che quella del cod. Mgl. Mancholle stelle sdegno un po' la lena. (2) parte delle.... Il cod. Mgl. (3) Firenze, Molini, 1859, 8°, pp. 76. (4) Nella sola Biblioteca Magliabechiana ne esistono diciasette, colle se- gnature-. GÌ. VII, cod. 374, 845, 60, 956, 1201, 986, 1013; CI. XI, cod. 83, 85; CI. X, 127; CI. XIII, 21; palch. II, cod. 8, 62, 64, 69, 83; palch. III, cod. 131. (5) cho mie. Il cod. Land. (6) Dal cod. Magliab. VII, 9, 375 (e. 61»^4»). 172 I^- FRATI Qui apresso farò memoria chome a dì XYU di Giennaio MCCCCVII il di di Santo Antonio venne per tutto quello mese di grandi nevazzi. E questo quadernuccio è di Zanobi di Pagliolo d' Angnolo Perini. Non mi terrei chon mia pocha scienza eh' i' non faccia memoria e richordanza di quel eh' io vidi nella mia Fiorenza Del mese di Giennaio che gli altri avanza 5 dicho del verno egli è di tutti il fiore e ben mostrò quest' anno sua possanza Per la virtù dell' eterno singniore ciò fu nel mille quatro ciento sette del detto mese di Giennaio di valore. 10 Innanzi a lui la giente assai temette non esser[e] vici tati di morìa perchè alchun[o] di quel sengno morette. La giente riccha forte sbighottia , pocho facieva 1' arte della lana , 15 tristo a cholui che gran debito avia. 1 Ianaiuol[iJ per far lor borsa sana voleano esser[e] paghati, e a schontare ven' soldi chomineiar per settimana. E chi ristato era di lavorare 20 voleva esser[e] paghato o gli era preso chi non poteva il maestro acchordare. Ben ne fu alchuno di choscienza accieso che senpre furo[no] de' buoni e de' rei sì che non fu però ciaschuno offeso. 25 Non dicho più che molto dir potrei in questa parte , ma per dio vi priegho che questo vi sia specchio , frate' miei. Essendo il tenporale , chom' io allegho , sospetto di morìa, charo e malarte 30 ben potea dire il povero : io annegho Cholui che tutto può volse le sarte porse speranza ne'quori paurosi che vorebbono innanzi fame e marte. E fecie i chonturbati esser[e] gioiosi 35 nel detto mese il dì di Sant' Antonio svegliando gli amador[iJ eh' erano oziosi. Perchè di mezzo giorno, chom' io chonio, venne fiocchando una neve sì bella che chi la vidde ne sia testimonio. 40 Poi più di sei ne venne dopo quella ; gli amanti e le donzelle a gran diletto facciendo palle giuchavan chon ella. CANTARI E SONETTI ECC. 173 Qualunch'era da Venere chostretto non si polca cielare quella fiata 45 che non mostrasse so gli era siiggetto. or innamorati andavano in brighata alle lor manze eh' erano a' balchoni <» facciendo di stormenti gran sonata. Donne e donzelle , giovani e gharzoni , 50 poveri e ricchi si davan piacicre, gli antichi stavan dentio alle magioni , Faciean buon fuochi e davansi al ghodere, di masserizia non si mettea chura però la state è buona a provedere. 55 Se punto si strugie[v]a la neve pura non era in terra si tosto chaduta eh' era ghiacciata chome vetro dura. E tutta la città era fronzuta per ongni via or quinci, or quindi, or quivi 60 di gran leon[i] delia neve venuta, Ch' a riguardagli propi parien vivi. Ciaschun[o] volea che '1 suo fosse piii bello a quant' egli eran feroci e giulivi. Ma e' mi parve il fior[e] di tutti quello 65 eh' era a pie' della porta de' singnori, parea da Giotto fatto chol pennello. Ebbono anchorja] gli occhi miei più dolzori di quel[lo I eh' io vidi per questa nevazza da far memoria a' nostri succiesori. 70 Un Erchole intagliato in su la piazza di san Michel[e] berteldi era di neve, chol forte schudo e la pesante mazza, Ghom' una trave e noUi parea greve tant' era grande e grosso e- smisurato 75 eh' ongni gran peso a lui mostrava lieve. Egli era dieci braccia misurato di neve non fu mai più bella chosa chon un fiero lione acchonpangnato. Yiddi alla loggia sua la nighitosa 80 presso a marzoccho cholle mani in seno di neve , ben parea malinchonosa. Tutto Fiorenza era di lion pieno, che senpre nella mente mi starane i belli intagli che vivi parieno (1). (1) Anche nel Diario di Luca Landucci pubblicato da 1. Del Badu (Fi- renze, Sansoni, 1883, p. 306) è fatto menzione di una grande nevicata av- venuta in Firenze a di 13 di Gennaio 1510; ed il cronista narra che fecesi 174 L. FRATI 85 La neve e '1 freddo fé' le terre sane e tornò la moria sopra gli uccelli , e '1 salvagiume eh' uscia delle tane : Che non poteano star[e] ne' loro stalli cierbi, cinghiali, levre e chavriuoli : 90 ne furon[o] pieni le città e chastelli. Merchato n'era pien[o] tra' pollaiuoli più eh' io vedessi alla mie vita dieci danar[i] valea il mazo de' chavoli. Più che r entrata allora era 1' uscita , 95 beato quel che se n'avea serbati e che la sua magione avea fornita. I poverelli sieno amaestrati per r avenir[e] di fornirsi la state sicché dal verno non sieno assediati. 100 Più d'otto di le botteghe serrate stetton[o] per questa neve e pel gran gielo: che lavorar[e] non si potea sappiate. Sopra la terra ave(v)a fatto un telo di ghiaccio che parea che vetro fosse , 105 cielle de chani non faciean[o] trapelo. Vedevansi chader di gran perchosse , chi si schonciava il pie e chi la mano ben lo sapeva a chi dolevan 1' osse. Era tenpo d' andar[e] soave e piano , HO chonobi tal[e] che si guastò la spalla in forma tal[e] che non ne fia ma' sano. Essendo uscito un mulo d' una stalla su per la piazza de' singnor[i] passava , chadde e morì , di ciò mio dir non falla. 115. Ben era matto chi 'n zoccholi andava , io fu di que' che ne feci la pruova eh' ebbi un gran botto e sì me ne guardava. Or non ti paia questa chosa nuova che pocha vettuvaglia ci venia, 120 non si trovava in merchato molt' uova. Le lengne rincharavan tutta via be' lo sapea chi 1' avea a chonperare , non furon[o] mai sì chare in vita mia. Benché non era da maravigliare , 125 charro né soma ci potea venire se non trecchon[i] che parean[o] d' oltramare. per Firenze moki lioni di neve molto begli, e da buon maestri; in fra gli altri se ne fece uno dal campanile di S. Maria del Fiore; grandissimo e molto bello e a S. Trinità; e molte altre figure fu fatto al Canto de' Pazzi, igniudi, da buon maestri .... CANTARI E SONETTI ECC. 175 lo lo provai sì ch'io lo posso dire che senpre mi verrà timor pensando chente fu questo verno a soflferire. 130 Su per lo ponte alla charraia andando di panni molli charicho un ronzino 4 cadde per forza in terra sdrucciolando. Un panno credo eh' era monachino , chome chaduto in terra fu ghiacciato 135 incredibile par[ve] questo latino. Chon acqua chalda alchuno fu avisato gittando su per riavere il panno, ghiacciava sì che più il tenea serrato. Allor[a] chonvenne , per non farli danno , 140 chon pali e [chon] manovelle il ghiaccio intomo ronpere, e per quel modo Io rianno. Poi si fé' dolche e bastò alchun giorno , la neve si disfecie a poche a poche chosi passò Giennaio il mese adorno. 145 Di Febrajo (1) non fu piggiore il fuoco, tanto è bnischo righoglioso e fero, aqua , grangnuolo neve fu suo giocho. Chon vento tenpestoso e più straniero parve alla giente questo Febraiuolo 150 che a' poveri e a' ricchi die' pensiero. Poi entrò Marzo chon ferocie stuolo chon acqua , chon grangnuola , neve e vento sanza fermeza aver[e] pur un dì solo. Quando fu il mese quasi al finimento 155 providono i singnior[i] per divozione far racchonciare il tenpo chom' io sento. Chon una bella e santa procissione la graziosa tavola ci venne di nostra donna e '1 tenpo racchoncione. 160 Prima eh' a Marzo mudasson le penne trentotto soldi valse la farina, sicché al Ghomune riparar[e] chonvenne. Del vino era maggior[e] la disciplina , quatro lire valea il barile o piue , 165 e tutta via montava la chollina. L' orcio dell' olio a dieci lire fue , chomunalmente ongni chosa era charo, chome '1 povero stava or pensa tue. Molti alberi per freddo si seccharo , (1) Cod. Giennajo. 176 L- FRATI 170 non si richorda mai pe' nostri antichi un verno tanto perverso e chontraro. Seccharsi melaranci , allori e fichi , ulivi e melagrani ebbon dannaggio per la fredura che gli fé' mendichi. 175 Molta giente diciea: sarem' a Maggio, tanto parca lungho questo verno e molti vecchi fecion lor passaggio, l'ne potrei iscrivere un quaderno Di questo tempo , ma qui vo' far fine 180 laudando il buon Giesù in senpiterno e star chontento alle neve e le brine. Poscia che 'nfino a qui ehi rimato un chaso che 'ntervenne mi fu detto d' un uomo anticho di fama perfetto 185 ch'una mattina per tenpo levato La moglie il sente e allo chonsigliato diciendo : me' farai starti nel letto , so che da nicistà non se' chostretto , chader potresti eh' a molti e nchontrato. 190 NoUe chredette , da chasa si mosse andandosi soave a passi lenti , quel che disse la moglie par che fosse. No gli valse 1' andar[e] chon argomenti , che quel di Roma si forte perchosse 195 che della boccha gli usciro[no] due denti. Rizato dale gienti Alla moglie tornò cho' denti in mano , Diciendo: il tuo chonsiglio m'era sano. Amen. VII. — Prudenti e savj e dotti cittadini. Una chiesta di nove chose che chiese un setaiuolo (1). Vili. — Allora Maestro Antonio chominciò a dire. Un chonforto e a esenpri in temali a un disperato. IX. — Ottomila v' eran sotto mie insegna. Un chantare deW assembramento di Spagna (2). Di questo poema parlò diffusamente e con molta erudizione il (1) festaiuolo. Il cod. Land. (2) della Spagna. Il cod. Land. CANTARI E SONETTI ECC. 177 Prof. P. Rajna (1); egli tiene che sia stato composto tra il 1350 ed il 1380 e ci dà notizia di tre Godici ne' quali fu conservato; cioè il Riccardiano 2829, mutilo in principio ed in fine e oltre- inodo guasto, che può assegnarsi alla metà circa del secolo XV; il Laurenziano PI. 90 inf, God. 39, finito di trascrivere il 20 di maggio 1471 ; ed un ms. appartenente alla Biblioteca Gomunale di Ferrara, magnifico God. membr., ornato di belle iniziali miniate e di un ricchissimo frontispizio con emblemi che sembrano ri- portarci all'età di Berso d'Este, nato nel 1413, morto nel 1470. Tutti e tre questi Godici (osserva il Prof. Rajna) hanno pregi speciali, né mancando l'uno di essi potrebbosi studiare compiu- tamente la Spagna. Nessuno è copia dell'altro, o può derivare immediatamente da un medesimo esemplare, però a voler rinve- nire il progenitore comune siamo costretti ad ascendere almeno di tre 0 quattro gradi nella stirpe. Quanto alla popolarità di questo poema sono di non lieve argomento alcune parole di Fran- cesco da Buti {Inf., XXXII e Paì\, XVIII, 43 sgg.), le quali ci attestano che ai suoi tempi la rotta di Roncisvalle si cantasse per le piazze. Non minore al certo è la diffusione che ebbe per le stampe; quattordici edizioni sono descritte dal Brunet (2) diciannove dal Melzi (3). Intorno alla più antica edizione (Bologna, Ugo de Rugerii, 1487) si può vedere la Notìzia di Paolo Antonio Tosi di una edizione sconosciuta del poema romanzesco la ^Spa^^n^ (Milano, 1835, in-8°). Il verso indicato dal cronista è il primo della quinta ottava che incomincia appunto cosi: Ottomila Breton sotto mia insegna di gente ardita piena d'arroganza che di combatter mai nessun si sdegna ecc. (1) ZfC rotta di Roncisvalle nella Ietterai, ronumzesca italùma, in Pro- pugnatore, anno IV, pp. 337 sgg. (2) Manuel du libraire, V, 470. (3) Bibliogr. de' romanzi di cavalleria, nel!' ediz. rifatta da P. A. Tosi, Milano, 1865, p. 274. Giornale storico, lY. 18 i78 L. FRATI X. — 0 sacre e sante e venerande Muse. Questo è 'l Padiglione tirato in otto faccie. Questo poemetto in ottava rima intitolato: Il Padiglione di Carlo Magno, incontrasi ne' seguenti Godici: I. Laur., Plut. 40, God. 43, n° 12 (e. 271') col titolo : Padiglione del re Pippino, o come leggesi in altro luogo Manibrino. Gom.: 0 sagrosante Muse che nel monte. Fin. : Parca ch'uscisse della somma alteza. Finito il Padiglione di Baccio. IL Mgl. II, II, 40 (ant. num. GÌ. VII, palch. 3, God. 1010, a a car. 124*): Qui chomincia il padiglione di diario Mangnio fecelo l'arcivescovo Turpino. Gom.: Ghastissime sorelle che nel monte. Fin.: Che pare esceso della somma altezza. III. Mgl. II, VIII, 40 (c. 254"^ a 257»). È il ventunesimo com- ponimento e consta di sole venti ottave, mentre in tutti gli altri Godici ne ha ventidue. Nella descrizione del God. fatta dal Pol- lini è così indicato : Turpino Arcivescovo. Il Padiglione di Carlo Magmi tradito in ottava rima. Gom.: 0 sacre sancte Muse che nel monte. Fin. : 11 pie di stallo è tutto di cristallo. « Finis die XXI Junii 1457 Fior, hora XX» ^j^ s. ». IV. Mgl. GÌ. VII, palch. 11, cod. 25 (e. 22^ a 25'>) senza alcuna intitolaz. Gom.: 0 sancte sacre Muse che nel monte. Fin.: Che parean discesi dalla somma altezza. CANTARI E SONETTI ECC. 179 V. Laur., Plut. 90 sup., God. 103 (e. 83»): Finito il libico di Gela et Birria comincia com'era edificato il padiglione de Re Agolante in Aspramonle. Se ne hanno pure alcune stampe del sec. XVI: ved. Milcksach ^ d'Ancona, Bue farse del sec. ZF (Bologna, Romagnoli, 1882, p. 119); Catalogne de la Bibliothèque de M. Libì^ (Parigi, 1847, n* 1058, 1059) ; Melzi , Bibliografia dei romanzi di cavallona , Milano, 1865, pp. 298, 299. L'edizione più recente è quella fatta in Livorno (1864) per le nozze Piiccinelli-Del Nero da Ottaviano Targioni Tozzetti (vedi Zambrini , Le opere volgari a stampa , 4» ediz., Appendice, col. 119). XI. — Dormendo in vision[e] pervenni desto. Qui comincia la Buca a chi è chapitato male. Questo poemetto satirico della prima metà del XV secolo è at- tribuito dal God. Rice. 1591 a Stefano di Tommaso Finiguerri chiamato il Za e s'intitola la Biica di Monte Ferrato. Immagina il poeta di essere condotto da Tieri Tornaquinci, banchiere fal- lito, a Monte Ferrato, dove accorre una gran moltitudine di per- sone ridotte in povertà quali pei loro vizii, quali per mala cura dei loro averi, che vanno in cerca di un tesoro nascosto nel monte. Guidato dal Tornaquinci il poeta passa in rassegna tutta questa turba e ci fa conoscere por nome e cognome (eccettuato pochi che pel soprannome sono indicati) circa duecentoquaranta soggetti di famiglie toscane, e la più parte fiorentine. I Godici nei quali si trova questo curiosissimo poemetto sono i seguenti: I. Riccardiano 1591, God. cart.' scritto avanti il 1462 o non più tardi terminato , come rilevasi da una memoria a car. 175 di mano di quello che sembra essere stato il primo possessore del God. II poemetto tiene da e. 182' a 195^ è diviso in quattro capitoli 0 così intitolato: Questo è il trattato della bucha da monte fer- rato il quale si dicie compuose Stefano di Tomaso Fini- ghicerri chiamato U Za e comincia così. 180 L. FRATI Il primo capitolo di 121 terzine. Gom.; Dormendo in vision[e] pervenni desto. Fin. : Ch'io mi riposo tra Ticchesì e '1 fio. Il secondo capitolo è di 51 terz. Gom.: Allora ch'i posava alquanto e sensi. Fin.: Non so se de' Chappon[i] vien Filippozzo. Il terzo capitolo è di 54 terz. Gom.: Poi eravamo del poggio allo stremo. Fin.: A consumato e consumavi il grasso. Il quarto capitolo è di 17 terz. Gom.: Già era Pignicul[o] fatto laldese. Fin. : Sol[o] di chi 'nbuchi prima fan contese. II. Il God. Laur., Plut. 42, n° 27, siccome il Rice. 1591, con- tiene questo ed un altro poemetto satirico intitolato lo Studio d'Atene, forse del medesimo autore, copiati ambedue nel XVI se colo da Giovanni Mazzuoli detto lo Stradino. La Buca di Monteferrato ha la stessa divisione in quattro ca- pitoli del God. Rice, e le è premessa la seguente didascalia : Una operetta piacevolissima di falliti et rovinati, i quali erano per antico in Firenze et fmgiesi che vadino a Monte Morello a una buca per tesoro guidati da Tieri. Tornaquinci come loro capitano o ducha inscritta per me Istradino, cavata di luogo istrano dalla propria copiata a petizione di Mona Lucrezia di Jacopo Salviati 7nia patrona. Gom. (e. 59^): Dormendo in vision pervenni desto. CANTARI E SONETTI ECC. 181 Fin. (e. 64'): Accio chcnni istilliate entro il cervello. III. Il terzo Codice che contiene ambedue i poemetti ò il Magi. II, 40, del sec. XV, già Strozz., n" 040. La Buca di Monteferrato, divisa in tre soli capitoli (il primo di 119 terzine, il secondo di 51 e il terzo di 53), leggcsi da car. 129'> a 133». Com.: Dormendo in vision pervenni desto. FLn.: Immantenente fu tramonto il sole. IV. Il solo poemetto la Buca è anche nel God. Magi. VII, 8, 1145 (già Strozz. n° 511), tiene da e. 96*» a 105*» col seguente titolo: Incomincia la buca de' poveri stati ricchi. La divisione dei capitoli è la stessa del cod. antecedente se non che il terzo cap. consta di sole 11 terzine, e finisce: Alle buschette certo far si vuole. XII. — Mille trecento sessanta tre correva Marzo a 17 (1). Di m. Giovanni d'Aghuto capitano. Questo cantare assai notevole in morte di Giovanni Aguto leg- gesi nel God. Riccardiano 2263, a car. 79'', e incomincia : Mille trecento novantatre chorreva e Mar?o a diciessette di uenuto che chome mostrò iddio eh' a lui piaceva a sé chiamar mcsser Giouanni Aghuto chapitan franche, che '1 baston teneva, della giente dell'arme sauio e astuto del fhomun di Firenze per uolere la città senpre a libertà tenere. (1) a i7, senz'altro il cod. Magi. 182 L. FRATI Sono quattordici ottave scritte a due colonne e finiscono cosi(l): Or piaccia a quello onipotente iddio pastore e ducha che '1 mondo ghoverna d'essere a lui si gra§ioso e pio che l'anima vada in vita etterna e perdonare a lui ogni suo rio, [e] grafia gli doni la madre superna che chom' elgli è vissuto chon vittoria donigli a morte la superna groria. Una copia di codesto cantare trovasi anche fra le carte di Fran- cesco Datini, mercante pratese (2). XIII. — Mille trecento sessantatre correndo (3). Questo è una brighata di Temali di Firenze bella. E l'ultimo capitolo del Ceniiloquio di Antonio Pucci. XIV. — E suo' Mermedioni a sé tirasse (4). Questo è 'l chantare della morte d'Ettore trojano. XV. — Privato Adam del suo magro tesoro. Questo è un temale della Bibbia santa. XVI. — Tennevi Astore da Faenza signore (5). Quest' è la rotta d'Anghiari dell'anno 1400 (6). Non credo che sia il poemetto in ottava rima, intitolato: Fuga del Capitano, l'autore del quale fece soggetto dei suoi versi la (1) A e. 81». (2) Ser Lapo Mazzei, Lettere di un notaro a un mercante del sec. XIY, Firenze, 1880, voi I, p. cxxiv. (3) Questo capoverso manca nel cod. Mag. (4) Esuoi.... a fé ritrasse. Il cod. Land. (5) m. Il cod. Land. (6) 1440. Il cod. Land. CANTARI E SONETTI ECC. 183 battaglia d'Anghiaii, e che fti pubblicato dal Fabretti {Note e do- cumenti per illustrare le bioffrafie dei Capitani di ventura del- tUmtrria. Montepulciano, 1842, p. 249). Non hawi alcun verso di codesto poemetto che corrisponda a quello indicato nella cro- naca , il solo che più gli si avvicina è il quarto della quarta ottava. Com.: 1 condottier eh' ordinò per battaglia Fur tutti scelti, gagliardi e di core C2on leggiadre armi e di piastra, e di maglia E inanzi agli altri da Faenza Astore. XVII. — 0 sommo, eterno, e giusto Redentore. Questo è l'onoranza di Pietro Gianpagholo. XVIII. — Or fia arato e seminato il mare. Questa è una richiesta che fé' il chonte Francesco Sforza. È un capitolo in terza rima, che entra nella categoria di quei componimenti che si dicean Contrarj , ed è diretto a un Gio- vanni Peruzzi. Trovasi nel cod. Laur. Segniano, n" rV(c. 108b); ma la lezione n' è alquanto scorretta e non ho potuto emendarla confrontandola con una copia migliore. Fia prima arato et seminato il mare et per li poggi et per la piana terra et si vedranno i pessi a spasso andare Prima che scoglere possa chi mi serra 5 queste d'amar la sua gentil fighura la qual mi può conceder[e] pace et ghuerra, Prima muterà il corso suo natura ched io non t'amy con fervente zelo con arte e 'ngegno e ordine e misura 10 Et fia volto sossopra terra et cielo et come fuoco sarà chaldo il verno et la stato sarà friggida et gielo Et pien[o] di gloria già sarà lo 'nferno et di tenpesta e pianti et alta strida 15 sarà ripieno el paradiso etterno. 184 L. FRATI El prodigo verrà un avaro Mida et AllessEindro farà come colui che per miseria di sé non si fida Et tutti e monti chiari torneran buy 20 prima ch'i' possi may lasciar d'amarti o ch'i' potessi may amare altruy- Et le tenebre fien[o] per tutte partì prive di luce et sarà schuro il sole e spenti fien tutti gl'ingegny et l'arti 25 Et gì' uomini saran[no] delle parole privi di sentimento et d'intelletto e He fere terran[no] di senno scole E nelle belle zambre e ne' be' letti abiteran[no] le belve et gli serpenti - 30 e boschi fien[o] de gli uomini recetti Et tutti gli animali fieno spenti et fieno le tenebre di stelle gioconde (sic) et celi termineranno la semente (sic) Et venti non andran[no] per l'aria più 35 et fia tenuto si bel vizio non pigro- (sic) el pigro fia tenuto abbia virtù Et fia umil[e] nel boscho l'orso e '1 ti grò benigno gratioso '1 leo e '1 drago et fia la notte biancha e '1 giorno negro 40 E '1 porco fia di star[e] pulito vagho et candidi ermellin[i] puliti et begli saran contenti quando fien nel bragho Et le lepre e conigli e cervetti silvani (1) saranno in un ghuinzaglio a tutti stuoli 45 a costringere a morsi e feri chani E calderugi (2) begli e l'usignuoli saranno molta noja et molto impaccio all'aquila e '1 falcon[e] con pena e duoli (3) Et farassi del ciel[o] più d'uno straccio (1) 11 cod. stivaggi. (2) 11 calderugio è un uccelletto che canta dolcissimamente. (3) 11 cod. ghuay. CANTARI E SONETTI ECC. 185 50 et sarà il bel giardin[o] la selva ombrOM 0 '1 fuoco più freddo (che) ghiaccio Et a rovescio andrà prima ogni cosa ched io non t'juny continovamcntre Giovannino Peruzzi sopra ogni altra cosa 55 Che 'n terra mostry lo divine tempre (1). Finis. XIX. — Nella magnifica città di Verona. Questa è la riavuta die si fé" di Verona pe' Vinitiani. XX. — Tre giorni principali fumo adempiuti. El cfionsofframento di santa Liberata. Questo capitolo in terza rima fu pubblicato dal Lami (p. 21G) di sul Cod. Rice. 0, HI, n° 14, ove s'intitola : Capitolo della con- segrazione di S. Maria del Fiore fatto per Giovanni di Gino Calzaiuolo, la quale consagrò Papa Eugenio IV a dì 25 di marzo 1436 in Domenica mattina, e aveva seco malti Cardi- nali. Fu una degna cosa a vedergli venire. Cora.: Nel tempo che Firenze era contenta. Sono 55 terzine ed il verso indicato dal Dei è il primo della sedicesima che ha questo cominciamento : Tre cose principal for adempiute. Trovasi anche nei seguenti Codici; Laur., plut. XLI, cod. 34 (e. 72''): Di Giovanni di Cina Calzaiolo per la coronazione di S. Maria del Fiore. Laur., Plut. LXXXX inf., Cod. 35 (e. 38) e Magliab. II, II, 40 (e. 106»). XXI. — Chon gran lamento un messo usci di Pisa. Questo fu mandato dal soprastante (?). (1) Il cod. continovamente e tenpie. 186 L. FRATI XXII. — Prima che Fiesole fussi edifichata. di muri e di stechati e di fortezza. È il primo verso della quinta ottava del Ninfale Fiesolano del Boccaccio. XXIII. — r credo in un padre il qual[e] può fare. i' achusa di Dante all' Inquisitore a Roma. Questo è il Credo attribuito a Dante Alighieri. Gom.: Io scrissi già d'amor più volte in rima. Il verso citato è precisamente il primo della quarta terzina ove dice: Io credo in un Padre, che può fare Ciò oh' a lui piace, e da cui tutti i beni Procedon di ben dire e d'operare. Nel cod. Rice. 1312 (e. 154^) precedono a codesto componimento le parole seguenti: Risposta che fece Dante Aleghieri quando apostoli per uno inquisitore maestro in teologia n£lle parti overo città di Ravenna dicendogli ch'era aretico ne le quali dimostrò essere vero Christiana. XXIV. — Nuova chanzon[a] di femina trestizia. El chontasto delle femine e maschi. È di Antonio Pucci e fu pubbl. dal D'Ancona nel Propugna- tore (Anno II, p. 412). Gom.: Nuova canzon di femmine tristizia. XXV. — Era un gran re e di nobile affare. Di San Giovanni Bochadoro in Stanze. E la Storia di S. Giovanni Boccadoro in ottava rima data in luce dal D'Ancona colla Leggenda di S. Albano prosa inedita CANTARI E SONETTI ECC. 187 elei sec. XIV (1). Il verso indicato dal Dei ò il primo della sesta ottava che incomincia appunto cosi: Quivi appresso era un re di grande affare. in. Sonetti a mente e loro chominciainentl (2). XXXV. — Prima eh' io voglia rompere o spezzarmi (3). Sonetto fatto della fortuna. Fu pubblicato dal Wellesley (4) nel CatcUogo dei tnanoscriiti della Bibl. Naz. di Firenze (1, 164) dal Ck)d. Il, I, 157 (p. 92), con notevole varietà di lezione e riprodotto secondo la lezione di un cod. Marucelliano per le nozze Orlandi Romaldi-Pasqui (Firenze, tip. Mariani, 18.. ). Gom.: Prima eh' i' voglia rompermi e spezzarmi Quando la piena vien le spalle chino ecc. ed è attribuito da alcuni Godici al Sacchetti, da altri al Burchiello. XXXVI. — Io ho sì pregno el petto di veleno. Sonetto d' un arrabbiato Fiorentino. E attribuito dal Trucchi (5) a Bernardo Gambini, poeta vissuto verso la seconda metà del quattrocento e che doveva essei*e in (1) Scelta di curiosità letterarie, disp. 57. Per le antiche edizioni di questa leggenda vedi Passano, / Novellieri italiani in versi, Bologna, Romagnoli, 1868, p. 65, e La leggenda di S. Albano ecc., pubblicata a cura del D'An- cona (p. 56 n.); per le edizioni moderne a p. 58 della stessa opera. — Una antica stampa di questo poemetto è pure descritta in Due farse del sec. XYl riprodotte sulle antiche stampe, Bologna, Romagnoli, 1882, p. 90. (2) Sonetti che sa a mente Benedetto Dei. U cod. Land. (i) eh' i' voglia. II cod. Land. (4) Canzone in lode di bella donna, Oxford, 1851, p. 9. (5) Poes. ital. ined. di dugento autori. Prato, 1846, II, 363. 188 . L. FRATI poco amichevole relazione col nostro cronista, poiché nella nota dei suoi nemici cordiali stati sempre mai (a e. 49^ della cro- naca) è pure compreso Bernardo Chanbini merchatante di dadi. Di questo poeta è fatto menzione dal Dei anche nella nota delle lettere scritte dal settembre 1476 all'anno 1477 (1), e nella indi- cazione delle lettere da lui ricevute in quarantanni di tempo. • XXXVII. — 0 popol vagho d'ogni strano uccello. Sonetto fatto per Filippo Arnolfi. È un sonetto molto osceno diretto contro un certo Baccio Pe- cori sodomita, che potrebb' essere una stessa persona con quel Bartolomeo di Iacopo di Dino de' Pecori che fu Priore nel gen- naio e febbraio 1399 (2). Leggesi nel cod. Ambr. G. 35 sup. (e. 596). XXXVIII. — Qui è arrivato il nostro Pier[o] Buonchonte. Sonetto fatto per Luigi Pulci. Di questo sonetto non m'è stato possibile aver notizia, e delle relazioni di questo poeta col Dei null'altro posso aggiungere che la notizia di alcune lettere che questi (nel God. Mgl. citato) dice di aver ricevute da Luca, Luigi e Bernardo Pulci. XXXIX. — Chi levassi la foglia el maglio e i loco. Sonetto a chontrafare i Napoletani. Anche questo sonetto è attribuito a Luigi Pulci e leggesi nel. rarissimo opuscolo: Sonetti di Messere Matheo franco & di \ Luigi de pulci iocosi & da ridere (3). Fu ripubblicato tra i So- netti di Matteo Franco e di Luigi Pulci..... nuovamente dati alla luce dal Mse Filippo de' Rossi (s. 1., 1759, 8", pag. 183); ove (1) Nel cod. Mgl., II, 333, autogr. di B. Dei. (2) Cronaca di Iacopo Salviati, in Delizie degli erud. tose., XVIII, 190. (3) Una copia di questo opusc. esiste nella Palatina colla segn. E. 6. 6. 23. Vi sono uniti i sonetti del Burchiello, che tengono 75 carte non numerate, senza alcuna nota tipogr. , con tavola e registro a — i .... , a .. — g .... 2 un n mi Sembra essere l'ediz. di Firenze, impressa verso il 1490. CANTARI E SONETTI ECC. 189 trovasi a p. 93 col titolo: Lu^i Pulci a Lorenzo de' Medici sendo a Napoli. I Godici noi quali m'ò avvenuto incontrarlo 5tf)no il Magli VII, 7, 1125 (già Strozz.403) ove ha il seguente argomento : Sonecto di Luigi Pulci fatto in dispregio di Napoli e de* iVa-* poletani, ed il Lanr., plut. 90 sup. God. 103 (e. 173') ove s'intitola : Sonetto di Lite ha. XL. — Demo Vinotia A capusi al suoldo (1). A chontrafare i Bechi (2). Questo sonotto è pubblicato fra le rime del Burchiello (3), ed incomincia : Demo a Yencsia sei cappuzzi al soldo Un boccal d'acqua per un bagattin ecc. iXLI. — Jessa e la parte de duonna Mattienza (4). Per chontrafare gli Romani. XLII. — Vintequatro e poi sette in sul pesciaio (P). A chontrafare la favella Sanese. Anche questo e l'antecedente sonetto sono attribuiti al Bur- chiello nell'ediz. citata (pp. 152 e 53) ed incominciano: Jesso la parte di Rienzo Matienza ; Ventiquattro e poi sette in sul posciaio. XLIII. — De non c'increscha né spesa né affanno. Pella diffensione del Re Alfonso. Questo sonetto fu pubblicato da G. Carducci di sul God. Mg)., GÌ. VII, n** 40, palch. 11 (6); egli tiene che sia da riportarsi alla (1) sie chnpuzi. II cod. Land. (2) Era stato scritto Veneziani, che poi fu cassato. Nel cod. Landau si leggo; I Veìieziani B.... (3) Sonetti del Burchiello, del Bellincioni ed altri poeti burchielleschi^ Londra, 1757, p. 101. (4) Lessa e la. Il cod. Land. (5) Ventiquatro e po'.... posciaro. Il cod. Land. (6) Poesie fiorentine storiche del 1494, naW Ateneo italiano voi. I, fasci- colo 2», p. 25. 190 I- FRATI cacciata di Piero de' Medici, laddove per l'annotazione del cro- nista parrebbe che dovesse riferirsi piuttosto agli apparecchi di difesa fatti da Alfonso d'Aragona contro Carlo Vili, se non che la testimonianza dei due Godici Barber. 45, 30 (f. 44^) e Cors. 43. B. 30 (f. 103^) non lascia luogo a dubitare che sia stato composto molto tempo innanzi al 1494 (1), Il Codice Magliabechiano donde il Carducci trasse questo sonetto lo dà mancante di un verso, propriamente quel di mezzo delia seconda terzina, e la lezione n'è in qualche luogo incerta ; il perchè stimo che non sia inutile ripublicarlo giovandomi del Cod. Mgl. VII, 5, 1298 (e. 49^) scritto sul finire del sec. XV e del Laurenziano, plut. 90 sup., Cod. 103 (e. 173"). De non v' incresca la spesa e 1' affanno , 0 cari cittadin d' està cittade, Per mantener la vostra libertade. Ispecchiatevi in quelle che non Y anno ; Considerate che cosa è tiranno. Chi più si fida in sua amistade , Ispesse volte in grandi strazi! cade: Et non gli vale el pentir dopo 'I danno. Tiranno tira a sé tucte sue voglie , Chi priva dell' aver , chi della vita , A chi toglie la figlia , a chi la moglie. Purché gli piaccia la cosa è fornita , (1) Nel primo di questi due codici, ha la seguente soscrizione: Scripsit Angelus pinctus (sic) de caeta ad instantiam Nobilis Juvenis Johannis haptiste gactule. Die XXVI Decebr. 1471 (a e. 86^). L' altro cod. ha la data: 13 Marzo 1479. v. 6: 11 Mgl. 1298 legge: Et chi si fida in sua libertade. V. 7: 11 cod. Mgl. cit. legge: Spesse volte in grande scoppio cade. V. 9: Tira il tiranno tucte le sue voglie. Il cod. Land. V. 10: 11 cod. Mgl. legge con danno della rima : Et V un priva d' aver l'altro d'onore. V. 12: E non gli pensa perchè altrui dia doglia. (L). V. 13: J? non gli val{e] dir no. (L.). V. 14: con faccia. (L.). V. 15: A conservalla state arditi e franchi. (L.). CANTARI E SONETTI ECC. 191 Condanna il giusto ^ e '1 poccator proecioglie, E non si può dir no quando dice ita. Però con forza ardita Fato difesa o mai ninno si stanchi ; Prima morir che libertà vi manchi. XLIV. — 0 novo Chatellina , o Mario follo. Contro ad un cittadino Fiorentino. XLV. — Quanto tua pa88Ìon[e] m' è suto amara. • Fatto per Lorenzo de' Medici (1). XLVI. — Dissiti per un altro tuo Sonetto. Che fatto fu per Piero e Lorenzo de" Medici. Questo e l'antecedente sonetto furono assai probabilmente com- posti per il ritorno dei Medici in Firenze nel 1434. Li tra^o ambedue dal God. Mgl. VII, 11, 25, ove si leggono adespoti (a car. 114'): Quanto tua passion mi fusse amara di quel che per invidia ti fu facto da quei ch*han ricevuto scacco macto, et han perduto senza fare a zara. Tanto r cxaltation m' è vie più cara veder , che '1 giusto idio t' ho satisfacto. lui ne ringratia et con lui fa ogni atto, et dagli emuli tuoi exemplo impara. Le 'ngiurie perdonare è sommo bene non chi offende stato o reggimento , che '1 troppo esser piatoso viltà tiene. Itfa se tu vuoi ogni buon far contento tien la ciptà in pace et senza pone , ben fornita d' ogni governimento ; poi sempre sta actento Che nelli ufici si faccia ragione , honor, graveze aguaglia alle persone. (1) per Loro de Medici a scio. 11 cod. Land. 192 L- FRATI Scripsiti per un altro mie sonetto (1) la pena eh' io senti' di tuo cacciata , et come 1' alma poi fu consolata di tuo tornata per ogni rispetto. Dissiti quel eh' al mie basso intelletto gli parea di far per tuo posata, che '1 perdonar era a Dio cosa grata e '1 troppo esser pietoso era difetto. Dissiti poi quel eh' al buon reggimento per mantenerlo si convenia fare a voler eh' ogni buon viva contento. Tuo natura clemente a medicare più inclinata è che a far nocumento materia ha dato altrui di più errare. Vedi hor per non lasciare Punire a pien cholor eh' aven errato , Riuscir ogni dì nuovo tractato. XLVII. — Egli è ehondotto Benedetto Dei Ghavalcar[e] per Turchia chon molti impacci. XLVIIl. — Per isfogare il mio superchio amore Che si dolcie si stilla bel benevolo (?) (2). XLIX. — Mandarvi incontro la tribulatione Al mio ritorno , o Benedetto Dei. L. — In principio era buio e buio sia (3) E chredi a me che non è Betto Dei (4). Dei sonetti 47, 48 e 49 il primo sembra composto dallo stesso cronista, l'ultimo a lui diretto, ma se di questi non ho potuto (1) Parmi inutile l'avvertire che l'un sonetto richiama l'altro e che fui'ono senza dubbio composti dallo stesso autore. (2) hnevolo. 11 cod. Land. (3) fia. Il cod. Land. (4) che ho nome Betto Bei. Il cod. Land. CANTARI E SONETTI ECC. 198 aver notizia più precisa, miglior fortuna hanno incontrato le mie ricerche per l'altro de' sonetti ivi indicati. Trovasi tra i SonecH di Messere Matheo franco Jb di Luigi Puld di cui ho (atto menzione e s' intitola : Luigi Pulci a Benedecto Dei (1). Che il Pulci abbia inviato al Dei i suoi versi lo afferma anche il Negri (2); ed il Salvini nelle sue aggiunte a quest'opera dice che il Pulci nominò il Dei pure nel Morgante. Nel rarissimo opuscolo palatino altrove citato questo sonetto incomincia: In principio era buio : et buio fia hai tu ueduto benedecto dei come sei beccon questi gabbadei che dicon ginocchioni Taue Maria. LI. — Questi che fanno gran disputationi (3) Dell'anima ond' eli' entri o dond'ell'è (4). Anche questo sonetto è tra le rune del Pulci e si legge cosi (5): Lìdgi Pulci a un suo amico per ridere. Costor che fan sì gran disputatione dell' anima ond' eli' entri, o ond' eli' esca , o come il nocciolo si stie nella pesca hanno studiato in su 'n un gran mellone , Aristotile allegano et Platone et.voglion ch'ella in pace requiesca fra suoni et canti et fannosi una tresca che t' empie il capo di confusione , L' anima è solo come si vede expresso in un pan bianco caldo un pinocchiate, 0 una cai'bonata in un pan fesso. (1) Nella ristampa dei sonetti del Pulci del 1759 questo sonetto l^g«n a p. 144. (2) Ist. degli scritt. fior., Ferrara, 1792. (3) A questi. Il cod. Land. (4) Dell'anima o delVenti o delVonde ell'è. Il cod. Land. (5) A p. 145 dell'ediz. del 1759. OioriMU storico, IV. It 194 L. FRATI Et chi crede altro ha '1 fodero imbucato , et que che per 1' un cento hanno promesso ci pagheran di succiole in mercato. Mi dice un che v' è stato Nell'altra vita et più non può tornarvi eh' a pena con la scala si può andarvi. Gostor credon tornarvi E becchafichi et gli ortolani pelati, et buoni vin dolci , et lecti sprimacciati , Et vanno drieto a' frati Noi ce n' andrem , Pandolfo , in vai di buia Senza sentir più cantare alleluya. A questo bizzarro sonetto il Dei rispondeva con cinque sonetti che leggonsi tutti in fine alla cronaca nella copia posseduta dal Gomm. Landau (1). Per chi desideri conoscere questa corrispon- denza poetica del Pulci col Dei trascrivo il primo di cotesti sonetti: El disputar[e] de' dotti dà cagione Che chi ha vin[o] nel vaso ad altri il mescha, E mostri se gì" è '1 nocciol[o] nella pescha Faccendo di sé prova e paragone. Se savi allegan Socrate o Platone , Com' anima entri in corpo e come n' esca , E come per virtù e grazia cresca , Provano el dir[e] con fondata ragione. E che beata sia nel suo processo , E poi eterni duri in tale stato Provasi certo, e da tutti è concesso. E benché io sia poco dotato , E indegno di correggere tuo eccesso Pur condiscesi da molti pregato. (1) Dell'ultimo sonetto restano solo le due quartine, e questi sono i ca- poversi degli altri: 1) El disputare de' dotti dà cagione. 2) Dell'alma al mondo molti hanno parlato. 3) Benché non poca sia presunzione. 4) Parlando della cosa a te invisibile. 5) Tu neghi l'anima essere immortale. CANTARI E SONETTI ECC. 196 Rimo non ho ossorvato Per poter vo' lettori alluminarvi , E alla sacra fede conformarvi. LIl. — Po'cho parti da to il tuo Botto Deo (1) Do' tuo' precetti buoni ammaestrato. Questo è un sonetto pur di Luigi Pulci a Bartolomeo dell'Av- veduto (2) ed incomincia : Poi eh' io partii da voi Bartolommeo de' vostri buon precetti amaestrato , un certo caso strano m' è incontrato da far maravigliare un gabbadeo. LUI. — Signor[e], che sopra l'onde tu salvasti Pietro già mosso per venire a te. LIV. — r dormo in sul chaval[lo] di messer Corso (3), e cho' nemici io magno in sul legnaccio (4). Questo sonetto trovasi nel God. Mgl. VII, 3, 1009 a car. 44'' (già Strozz. 639), né m'è avvenuto di incontrarlo in altro Codice onde poterne correggere la lezione ch'è alquanto guasta e privo di senso in alcuni versi: S. di hernardo di piero chanbini. Io dormo in sul chaval di messer Corso , et chome i' mi magno in sul legnaccio , perch' io non ò più eh' un sol chanavaccio che par da' chorbachion bechato e morso. E' non è marinaio per forza in chorso , né schalzo in selva fante di prochaccio , (i) Dei. Il cod. Land. (2) Leggesi nell'cdiz. del XV sec. e nella ristampa del 1759, a p. 146. (3) di M. Corso, manca nel cod. Mgl. (4) e co' suo' nemici. 11 cod. Land. 196 L. FRATI che gusti il mezo afanno e '1 mezo impaccio eh' [i'] ò tribolando s' io non son[o] sochorso. Seguemi Fallalbachio (1) et Ghimentone , che par[e] che 1' alma fuor[i] del chorpo m' eschi quando gli vegho a un chantone. Et par eh' oda Fiamminghi e Tedeschi , Unghari , Franciosi et alchuno Schiavone , [i]stando in aghuato chon atti chagneschi , 0 Iddio di me t' increschi Dappoi che non e' è huom che 'ntenda o creda Quant'egli è stranfo] di tali [1'] essere in preda. LV. — Molti volendo dir[e] che fussi amore (2) assai chose ne disson ma mai poteron. Questo sonetto d'incerto autore edito più volte e che comincia : Molti volendo dir che fosse amore Disser parole assai ma non poterò Di lui dir cosa che sembiasse il vero. (1) Di Domenico di Stefano detto Fallalbachio , si trovano le portate al catasto del 1427 (Arch. di Stato di Firenze, Quart. S. Giovanni, gonf. Leon d'oro), e di lui cosi scrive il Manni (Veglie piacevoli, I, 61): Io trovo che « nel 1433 qui (in Firenze) aveva un tintore per suo nome Domenico di <-; Stefano vocato Fallalbacchio , ed era del popolo di S. Pier Maggiore , a- « vendo d'età anni cinquanta ». — 11 Burchiello, ricorda Fallalbacchio in quattro sonetti (a pp. 81, 88, 89 e 128 della ediz. di Londra [Lucca e Pisa], 1757), e nel cod. Ambrosiano G. 35 sup., avvi un sonetto del papa Urbano, che com. : Urbano tu ài due volte il veschovado , in cui il poeta predice la forca a lui e a' suoi amici; solo si ritarda: ' perchè altra chonpangnia s'aspetta a esser techo el tristo eh' è chon Grosso e Fallalhachio e '1 malvasie Crocietta, E Salvadore el figlio e Capo rosso , el Cincio col Fontana e Giovanetta e Vico chon Meo grasso e Ghuarda 1' osso. Debbo queste notizie alla cortesia del prof. Francesco Nevati. Gfr. per ciò che si riferisce a questo soggetto, la monografia di G. Mazzi: Il Burchiello. Saggi di studi sulla sua vita e sulla sua poesia, Bologna, 1877, p. 50). (2) qual fussi. 11 cod. Land. CANTARI E SONETTI ECC. 197 fù rìpublicato recentemente dal Cappelli neiropuscolo intitolato : Che cosa è amore? (1), di su un God. Estense del secolo XV che lo attribuisce erroneamente a Dante. Gol nome deirAlighieri tro- vasi pure nel Laur., plut. 40, God. 44 (e. il^), nel Mgl. VII, 7, 1168 ). 202 L. FRATI dal Lami (1), dal Bandlni (2), dal Fantuzzi (3), dal Salvi (4), e re- centemente dal Novati (5) di sul God. Magi. XXI, 163; ove si legge: Nota questo sonetto tu che accatti il libro. Sempre si disse eh' un fa danno a cento E benché a me non paja del dovuto , Per un inganno eh' io ho ricevuto Seguir intendo tale 'ordinamento ecc. E anche tra le rime del Burchiello (6), con qualche notevole varietà di lezione, in alcune delle più antiche edizioni e trovasi pure in fine alla Novella del grasso legnaiuolo (Firenze, 1566, in-4°) nell'esemplare che fa parte del volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbùttel (7). Lodovico Frati. 5) Laur. Med. Pai. , cod. 153 (carta di guardia in principio sul verso). 6) Laur. Segniani , cod. 2 (suU' ult» carta). 7) Mgl. palch. IV, cod. 38 (e. 71 v» ultima del cod.). 8) Mgl. palch. IV, cod. 61 (e. 48») attribuito ad Antonio Pucci. 9) Mgl. GÌ. VII, p. 8, cod. 1145 (e. 85=*) adesp. ma compreso tra i so- netti di Antonio Pucci. 10) Mgl. GÌ. XXI , p. 3 , cod. 163 (sulla prima carta). 11) Palat. , cod. 200 (e. 45»). 12) Rice. cod. 1068 (e. St» membr. di guardia dopo due carte bianche). 13) Bibl. Gom. di Siena, cod. H, XI, 54, cart., in 8°, Sec. XVII (e. 2»). (1) Ckital. dei codd. mss. della Bibl. Riccard. (Livorno, 1756, p. 20). (2) La sola prima quartina dal cod. Laur. II , plut. 40 (n» 5). (3) Notizie degli scrittori bologn., Bologna , 1 , 293. (4) Regola del governo di cura familiare del b. Giovanni Dominici, Firenze, 1860, a p. xcvi della Prefaz. (5) Scrittori e possessori di codici, Bibliofilo, marzo, 1882, p. 41. (6) Veggasì ad es. 1" esempi, palat. E. 6. 4. 7 (f. 46»>) e l' ediz. più volte citata dei sonetti del B., Londra, 1757, p. 202. (7) Bue farse del Sec. XY ecc., 252. % VAR I E TA GAUCELM FAIDIT 0 UC DE SANT CIRC? Il prof. P. Merlo, ricercando in questo Giornale (1) chi possa essere stato l'autore della grammatica provenzale del secolo XIII, conosciuta sotto il nome di Doìiatus pravìtictalis, esprime l'opi- nione che essa sia da attribuire al trovatore Gaucelm Faidit. Io, per contro, l'attribuii al trovatore Uc de Sani Gire. (2). Il pro- fessore Merlo crede che le due opinioni abbiano a un di presso lo stesso grado di probabilità, mentre cosi all'una come all'altra manca il suffragio di argomenti decisivi. Questa mancanza vuol essere riconosciuta , perchè non si può avere perfetta evidenza là dove, come nella question presente, ha luogo la congettura ; ma che la probabilità delle due opinioni sia la stessa, questo non posso ammettere. E se io mi levo contro un si fatto giudizio, non gli è già per acquistar credito all'opinion mia, ma per prender in esame il lato, dirò cosi , metodico della questione , seguire i passi per cui si mosse il giudizio, andando dalla corruttela del testo alla congettura, vedere per quanto spazio essi seguano la via tracciata dai fatti, e dove l'andar loro si muti in un salto con che si raggiunge a un tratto la meta già contemplata. La conclusione ottenuta per la via del metodo ha evidentemente un valore logico ben più grande che non la conclusione ottenuta (1) Vedi voi. Ili, pp. 386 sgg. 02) Vedi Zeitschrift fùr romanische Philologie, voi. Vili, pp. 112 sgg., 290 sgg. e questo Giornale, voi. Ili, pp. 398 sgg. 204 ■ G. GROBER mediante il salto intuitivo : ora, stabilire che cosa nella questione dell'autore del Donato si debba al metodo e che cosa all'intui- zione, gli è appunto proposito mio di mettere in chiaro. Le due attribuzioni hanno egualmente per punto di partenza la soscrizione del codice più antico del Donato {A, XIII sec): Cuius Ugo nominor, qui librum composui precibus JacoM de Mora ecc. ; e l' intitolazione di un codice posteriore fD, XVI sec); Incipit liber quem composuit Ugo Faiditus precibus la- cobi de Mora ecc. Il Cuius Ugo nominor del cod. A è inin- telligibile, e però il prof. Merlo, che stima sicuro il nome Fai- ditus del cod. D, stravolto, come già opinava il Galvani, in Cuius nel cod. A , conclude che Faiditus sia il nome dell'autor del Donato. Ma era uso antico ai Provenzali l'accompagnare pre- nome e cognome, e lo scopo cui mirava, nominandosi, l'autor del Donato era tale da richiedere la indicazione del nome intero. Qui dunque manca un nome, e poiché, in provenzale, Faidit-us non ci si offre se non come cognome , manca il prenome. Un prenome porge così A come D, cioè Ugo; ma non senza dar luogo a sospetto, poiché, essendo Ugo prenome, A lo reca dopo il cognome , contro l'uso provenzale , e solo D lo pone al suo luogo (Ugo Faiditus). Il prof. Merlo trova in ciò occasione di congettura, supponendo che in A qaelVUgo ci stia per errore in luogo di ego, e pensa si deva mutare a ogni modo in ego (1). Cosi bisognerebbe supplire un prenome a Faidit-us, prenome che si suppone caduto innanzi a Faiditus in D, innanzi a Cuius in A. Il prof. Merlo si appiglia in fatti a tale partito: suppone caduto innanzi a Faiditus e a Cuius un O, considera questo G come iniziale del prenome Gaucelm., e a questo modo viene a mettere insieme il nome del noto trovatore Gaucelm Faidit. Ora Gaucelm Faidit potrebbe essere l'autore del Donato, avendo ap- punto vissuto nel tempo in cui il libro fu scritto, ed essendo stato in Italia, dove il libro fu composto. Secondo questa congettura, dalle parole G. Faiditus ego nominor sarebbe uscita , cosi la lezione di A [Cuius Ugo nominor) come di D {Ugo Faiditus). Questo ragionamento corre a sbalzi verso la meta, senza con- siderare se a dritta o a manca non s'apra qualche sentiero che conduca ad altro termine , e trascura pure alcuni segni che a un tale sentiero accennano. Io domando : 1" perchè il Faiditus (1) L. cit, p. 399. VARIETÀ 205 del cod. meno antico sarebb'esso più sicuro àeWUffO che pur si trova in entrambi i codici ? 2" perchè sulla fede di D si am- metterà Faidilus mentre si rigetterà Ugo, che nello stesso co- dice si presenta nel suo legittimo luogo? 3* perchè deve Ugo tramutarsi in ego? 4° perchè si dovrà il Donato, anziché ad un autor sconosciuto, ma pur nominato in D, attribuire al noto G. Faidit, se parecchi altri autori provenzali non ci son noti se non perchè nominati in un solo codice? 5° Non si può dal Cuius di A trar fuori altro che le ultime sillabe del nome Faiditusf G* Gom' è che in entrambi i codici si trova il nome sospetto Ugo e che il supposto G manca in entrambi; e come si spiega che due codici tra loro indipendenti offrano entrambi, non solo lo stesso errore di trascrizione, ma ancora la stessa omissione? La omissione del nome Oaucehn parrà oltre a ciò assai improba- bile se si pensa che in provenzale non si trova mai O come abbreviatura di Gatccefm; che solo i nomi più comuni si trovano abbreviati a questo modo, quando nello scritto occorrano una prima od una sola volta , come GuUlem = G., Guiraut = Gr.^ Bernard = B.; che solo nei codd. più recenti, come nelle Razos de trobar, si trova G. per Guiraut. Non G. dunque, ma Gaucelm avrebbe dovuto avere l'archetipo, e indipendentemente l'uno dal- l'altro avrebbero dovuto A q D perdere l'intero nome. Parecchi altri dubbi di tal fatta si potrebbero opporre alla congettura del prof. Merlo, il quale non cercò dissiparli, poiché egli non inten- deva se non esporre mi' idea (1), che, a suo credere, poteva anche coglier nel segno. Ma , non pure non vi è nessuna ragione di carattere interno per accettare il nome di Gaucelm Faidit; che i fatti stessi gli fanno contro. La congettura manca pertanto di qualsiasi probabilità e il ragionamento che ad essa condusse di letica coerenza. Che la congettura possa trovar conferma è escluso interamente. Il valore dell'altra congettura, secondo cui autore del Donato sarebbe Uc de Sant Gire, si vuol rilevare dal suo conformarsi alle regole del metodo critico. Questo vuole anzitutto si mettano in sodo i fatti. Ora i fatti sono: la indipendenza dei codd. A e D; in entrambi i codd. il nome Ugo; in D il cognome Faidilus: in A il rudimento di un nome con terminazione somigliante, Cuius; in A il cognome anteposto al prenome; in D posposto, (1) L. cit., p. 400. 206 G. GRÒBER mentre varia da un codice all'altro la soscrizione latina. L'an- teposizione del cognome al prenome {Ugo) in latino (si tratta tanto per A quanto per D di un testo latino) è possibile sola- mente quando il cognome è patronimico (addiettivo) come Lycius Sarpedon , cioè il Licio Sarpedonte , Gnosius Dìctys , cioè il Gnosio Ditte ecc. (1); ma non con cognomi d'altra maniera, non incontrandosi mai p. e. Naso Ovidius, Cicero Tullius, o simili. Nel Cuius di A non si può rintracciar dunque, stando per quanto è possibile, come la critica vuole , alla lettera del testo, se non un cognome patronimico di forma addiettiva. Il Faidiius di D non è un cognome patronimico, e però non può conciliarsi con la lezione di A. Di qui ha da prender le mosse il dubbio circa ciò che si trovava nell'archetipo dei due codici, giacché qui appunto i due codici si discostano l'uno dall'altro. Ma rifiutare Cuius perchè inintelligibile , accettare Faiditus perchè nome cognito, gli è un procedere egualmente ad arbitrio. D'altra banda accettar Cuius non si può, non essendo nome, e non si può rifiutar Fai- ditus, che certamente non fu inventato di pianta. Resta una terza via, la via di mezzo, la sola possibile, la sola consentita dalla critica; cercar, cioè, di conciliare le due lezioni insieme. Se la conciliazione è possibile l'uniformità della tradizione è provata. La paleografia mostra che le due lezioni son concilia- bili, dacché si trovano in {Fai)ditus e in Cuius gli elementi del nome Circus, dal quale perciò e (Fai)ditus e Cuius possono essere derivati per error di lettura. Fai in {Fai)ditus è paleo- graficamente identico con Sdt = Sani, il che compie Circus in Sant'Circus. Questo nome offre un addiettivo patronimico, quale richiede la posizione di Cuius. È questa nel latino medievale una forma possibile (2), usata forse da Francesco da Barberino (3), su che gli amici vostri di Firenze potrebbero facilmente dar sicura notizia. Necessariamente in A quel nome sta innanzi ad Ugo per una intenzione retorica; e però la lezione dell'ar- chetipo sarebbe stata: Santcircus Ugo nominor qui librum composui ecc. Di qui alle due lezioni di J. e di D conduce sol- tanto la via dell'ipotesi. Ma quando si tratta di appropriare il nome Santcircus al Donatus provincialis , la ipotesi che , fon- (1) Zeitschr. f. rom. Phil., voi. Vili, pp. 113 sg. (2) Zeitschr. f. rom. Phil., voi. Vili, p. 114. (3) L. cit, p. 320. VARIETÀ 207 dandosi su argomenti logici o filologici, tendo a spiegare la di- versità dello lo/ioni, non può scemare in modo alcuno la proba- bilità di queir appropriazione. Ofl'reiido il cod. A un testo, non solamente lacunoso , ma sparso ancora di non pochi errori dL trascrizione (1); ed errori di trascrizione trovandosi anche nel cod. D (2), che pur sopprime il testo latino del Donalo, l'indole ge- nerale d'entrambi i codd. spiega già per sé stessa come Santcircus abbia potuto diventare Cwms in Ay Faiditus in D. L'inversione di Santcircus Ugo in Ugo Faiditus si spiega facilmente, dacché la soscrizione retorica dell'archetipo diventa titolo in Z), e un titolo non ammette la trasposizione retorica. Questa trasforma- zione della soscrizione ebbe luogo veramente. Il titolo in D: Incipit liber quem composuit Ugo Faiditus precìbus lacóbi de Mora et Domini Conradi de Sterleto ad dandain doctrinam vulgaris provincialis et ad discemendum verum a falso in dicto vulgare, per certo non apparteneva all'archetipo dì A e di Z), perchè quelle parole hanno in A afilnità strettissima con la sfida che in latino getta l'autore del Donato ai suoi avversari in fine del libro (in A), sfida che doveva trovarsi allo stesso luogo anche nell'archetipo. L'archetipo non poteva dare l' in- dicazione del nome dell' autore , congiunto con la sua sfida due volte, in principio ed. in fine. Se questa ipotesi dunque non esclude arbitrariamente neppure una lettera dei nomi trasmessici , e se la concordanza come la discordanza dei due codici ò per essa legittimamente spiegata secondo critica, bisognerà dire che s'appartenga ad essa un mag- gior grado di probabilità, che non a quella che si ferma alla lezione di un solo codice senza poter giustificare tale scelta. Ma l'opinion mia ò confortata inoltre dai fatti storici seguenti: !• Quel lacobus de Mora, per le cui istanze fu scritto il Donato, io dimostrai essere stato podestà di Treviso, dove del resto non durò in tale ofl!lcio se non due mesi (3). Uc da Sant Gire viveva ammogliato in Treviso, secondo la biografia provenzale (4), (1) Cfr. l'edizione dello Stenqel 48,9 Moiniers per Moliniers; 49,1 Rai- niers per Rociniers; 50,1 inccnccs per incendi t; 55,4 vestes per vectes; 63,31 falha, senza la dichiarazione latina; 66,8 Isola, del pari senza dichia- razione ecc. (2) P. e. 28, 14 abautar per adaxitar; 36, ^ edesmetre per esdemetrt ecc. (3) Zeitschr. f. rom. Phil., voi. Vili, pp. 290 sgg. (4) Mahn, Biogr. N» 20. 208 G. GRÒBER appunto intorno al 1239 , apparendo egli in relazione con Al- berico da Romano, che cacciò di Treviso Iacopo de Mora nel 1239 (1). 2» Uc de Sant Gire fu anche maestro d' arte poetica provenzale, come dalla stessa sua biografia si rileva. 3" Uc de Sant Gire era finalmente in grado di comporre una grammatica come il Donatus provincialis, e di comporta in latino, avendo egli, come frequentatore della dotta scuola di Montpellier, e come colui che doveva darsi al chiericato , appreso senz'alcun dubbio il latino. Oltre agli argomenti paleografici e grammaticali, anche gli storici dunque concorrono a mostrare in Uc de Sant Gire l'autore del Donato. Lo stato delle cose è perciò tale che, mentre tutto parla in favore di Uc de Sant Gire e nulla contro, tutto parla contro Gaucelm Faidit e nulla in favore. Li ogni passo nel dominio della ipotesi è criticamente giustificato ; qui già il primo passo si scosta dalla retta via. Nel primo caso, mercè l'osservanza delle regole del metodo critico, si consegue il massimo grado di probabilità, senza che nulla le faccia contro ; nel secondo la probabilità è nulla, le regole della critica filologica non essendo state punto osservate. Il prof Merlo s'avvedrà subito, che il procedimento mio si contiene tutto entro i termini di una discussione filologica, e non tende ad altro che a restituir la lezione dell'archetipo: di là da ciò comincia il regno della fantasia. Egli è si acuto che non potrà non ricono- scere come la sua congettura abbia una base filologica troppo an- gusta, e si malferma da non poter resistere ad un urto un po' vigo- roso. Egli peserà ancora questo soggetto e riuscirà forse a fare inclinare la bilancia dalla sua parte; per ora cred' io che l'ago parrà al lettore inclinare alquanto dalla parte opposta. Gr. Grober. (1) Vedi BoEHMER, Itom. Stud., voi. II, p. 495. LI GLIOMMERI DI IACOPO SANNAZARO Prima di esporre una mia opinione intorno ai famosi Glinm- inerì dell'autore ^e\V Arcadia , famosi quantunque, o piuttosto, perchè sinora si è dovuto dire di essi, come dell'araba fenice: « Che vi sten, ciascun lo dice, dove sien nessun lo sa »; mi par necessario ricordare che cosa ne abbiano scritto biografi e cri- tici antichi e moderni. Trovo la prima menzione di essi in una lettera di Onorato Fascitelli da Isernia (n. 1502, m. 1564) a Paolo Manuzio: « San- « nazarii nostri opera vulgari sermone scripta recudenda censeo. « Glomerumque suwn, quamvis vemacule scriptum iifpùi ex- . Inoltre, il Tullio chiama gliuommaro il nodo finale d' una sua commedia, in cui « l'azione s' i-ngomitola per fare scaturire poi una cata- « strofe inaspettata ». — « Parrebbe quindi — conchiude lo Sche- « rillo — che gli gliuòmmari del Sannazaro fossero delle com- « niediole piene di travestimenti, di maschere, di imbrogli ». Ma, si domanda subito dopo, « è possibile che avesse scritti di tali « componimenti l'autore di quella farsa recitata il 1492 in Castel «Capuano? Ivi ò apatia, soliloqui gelati di personaggi allegorici, « e qui invece ci dovrebbe essere movimento vertiginoso >». E risponde con una nuova ipotesi: « Forse il Sannazaro, proponen- « dosi di far ridere gli spettatori col ritrarre scenette popolari « vive, lasciò da parte il sussiego classico, facendolo smettere ai « suoi personai^i »: in altri termini, avrebbe fatto proprio quel che fece Pietr' Antonio Caracciolo. « E forse (prosegue lo Sche- de rillo), i suoi intrighi non furono altro che qualche riconosci- « mento d'un figlio stato assente per molto tempo, che si è inna- « morato d'una sorella che non conosce , e che fìa soflfrire d'a- (1) Nell'id/r/tiPio storico per le prov. nap., 1878; cfr. gli Studi cìL, p. 16. (2) N. Crestomazia, Napoli, Morano, 1883, voi. II, p. 488. 214 F. TORRACA « more qualche altra fanciulla — forse ! » (1). Così, sotto la penna degli eruditi, non solo i Gliommeri si sono moltiplicati, ma da semplici carmina si son mutati in opera buffa, e in commedia d'intreccio. Io credo che il Grispo, come ho già accennato, e il Ghioc- carelli non furono abbastanza precisi quando trattarono dei Gliommeri; ma credo pure che alle loro parole si sia attribuita un significato, che in realtà non hanno. Lasciano intendere, è vero, che i Gliommeri furono recitati; ma non dicono punto che fossero composizioni veramente drammatiche, con intreccio e con molti personaggi. Ancora, essi danno esatta definizione di quei componimenti : poiché il vocabolo gliuom/mero , o gomitolo , o glomus, non significò, e non significa soltanto « palla di filo rav- « volta ordinatamente per comodità di metterlo in opera »; ma anche unione o mucchio di oggetti. I vocabolari italiani recano le frasi gomitolo delle api e gomitolo dei fanti; i latini recano non pure il 7'udem lanam glomerabat in orbes di Ovidio, ma anche il liquefacta saxa glomerat e Yagm,ina cervi Pulvuru- lenta fuga glo?nerant di Virgilio : notano, inoltre, l'origine iden- tica di globus, identicamente usato per truppa, p. e. da Livio (Circa Fabium globus increpabant inclementem) e da Tacito (Militum. globo infensos perì''upit). Del pari, in francese, pelote si dice figuratamente de tonte espèce d'am,as ; peloton si ado- pera a indicare un certo numero di soldati « de mouches à m,iel, « de chenilles qui sont ensemble en un tas » (Littré). Per conse- guenza, a una « raccolta di sentenze e voci goffe del parlare « antico napoletano », conveniva perfettamente il nome di gliom- m,ero. Ciò posto, gliommero ci apparisce sinonimo di frottola, la quale fu definita dal Bembo « una canzon tutta di proverbi senza « soggetto proprio altro, che questo, dico l'adunanza di loro mede- « simi, raccolta d'ogni m^aniera di motteggio e di sentenza, che « a guisa di proverbio dire si possa ». Ben poteva « il componente « spargere ed intrometter qualche motto ad alcun proposito « del suo stato , ma non tutti ; che ciò non era il segno, a cui « si dirizzasse il pensier suo : ma era di compor la frottola di « qualunque mescolanza di cose, che bene a dirsi gli venisser « motteggiando » (2). Antonio da Tempo , ai suoi giorni , aveva (1) Qp. cit., pp. 72 sgg. (2) Lettere, Milano, Soc. tip. de' Glassici italiani, 1809, voi. I, lib. VI, p. 192. varietX 216 censurato che i motti confetti volgarmente fossero chiamati frot- tole, quia frotolae possent dici verba rusticorum et aliarum persoharum nullam perfectam sententiam contiìientia (1). Chi dubita più che gliommero e frottola non fossero la stessa cosa? E non mancano fatti a provare codesta identità. Prima di tutto, il Napoli-Signorelli racconta di « aver veduto nella biblioteca « dei teatini de' Ss. Apostoli un codice membranaceo di diverse « poesie e canzoni di un nostro poeta del XV secolo, Francesco « Galeota, nel quale si trova una frottola a lo illustì^issimo signor « Don Federico in gliomaro, che nulla ha di drammatico » (2). In secondo luogo, — e questo importa assai più — in un codice Marucelliano (3), scritto nel 1399, o in quel torno, si legge: * Questo è uno bisticcio ouero glomaro fatto per francescho di « uannoggo da padoua del giuoco della ggara ». e il bisticcio o glomaro, il quale comincia cosi: De bona gente, ponete mente, è precisamente una frottola (4). Non soltanto a Napoli, dunque, e non soltanto alla fine del Quattrocento fu detta gliomìnero quella che in Toscana fu detta frottola. Se non temessi di entrare in un campo che non è il mio, osserverei che la frottola si trova anticamente chiamata frotta (5), e che il vocabolo, sotto questa (1) Antonio da Tempo, Delle rime volgari, Bologna, Romagnoli, 1809, p. 153. Gfr. ivi, p. 209: « Seguita la septima et ultima generatione de Ri- «t timi, che se dice moti confecti over frotole , segondo il vulgo , de liquali «t tre forme tracteremo ecc. ». (2) Op. cit., voi. IV, p. 549. (3) C. 152, f. 153. Conìunicaziono dell'egregio amico mio dottor Salomone Morpurgo. (4) Intorno a Francesco Vannozzi, vedi la Prefazione del Grion al trat- tato Delle rime volgari di Antonio Da Tempo, pp. 17 sgg. Altre sue frot- tole sono stampate in quel volume a pp. 298 e 327. Ivi son anche tre frotte attribuite a Lapo e a Fazio degli Uberti, pp. 364 sgg., rispetto alle quali è da vedere quel che ne dice il Renier nella prefazione alle Liriche di P. degli Uberti, Firenze, Sansoni, 1883, pp. ccxcvii sgg. Gfr. la recensione di S. Morpurgo nel Giom. di fil. rom., voi. IV, fase. 3-4, p. 212. (5) « E veramente da' più antichi poeti cosi fatte poesie erano chiamate € frotte, e non frottole » (Redi, Opere, Milano, Soc. tip. de' Classici ital.. 216 F. TORRACA forma, mostra meglio la stretta attinenza sua con gliommero o gomitolo, inteso come riunione, gruppo, mucchio. Se quanto precede è esatto, non avrò torto di giudicare vero gliommero una composizione inedita del Sannazaro (1) , in endecasillabi con la rima al mezzo, cioè appunto in quel metro che gli autori di frottole preferirono. È il metro della canzone petrarchesca Mai non vo' più cantar com'io soleva, famosa per la sua oscurità e tutta tessuta di proverbi (2) ; della frottola trovata dal Bembo in un libro antico e da lui attribuita al Petrarca (3); della frottola che precede V Invenzione della 1809, p. 152). 11 Redi stampò il principio di una Frotta di Messer Ranieri de' Samaretani a Messer Polo di Castello poeta (ivi, p. 153). È stata ri- stampata dal Casini, nelle Rime di poeti bolognesi ecc. Bologna, Romagnoli, 1881, p. 139. Gfr. la nota precedente. (1) Codice della Bibl. Nazionale di Firenze, li, ii, 75, e. 81, che contiene altre cose inedite del poeta. (2) « Posevi (il Petrarca) alcune volte una (rima) nel mezzo di alcuni « versi, e questa una quanto egli la pose più di rado nelle sue canzoni, « tanto egli a quelle canzoni giunse più di grazia ; e meno ne diede a quelle « altre, nelle quali ella si vede essere più sovente: siccome si vede in quel- « l'altra: Mai non vo' più cantar, com' io solea. « La qual canzone chi chiamasse per questa cagione alquanto dura, forse « non errarebbe soverchio. Ma egli tale la fé' acciò traendovelo la qualità « della canzone, la quale egli proposto si avea di tessere tutta diproverbj, « siccome si usò di fare a quel tempo: i quali proverbj, postivi in molti- « tudine, e così a mischio , non possono non generare alcuna durezza e a- « sprezza » (Bembo, Prose, lib. II). (3) Eccezione fatta di non molti settenari. Bembo, Lettere, voi. cit., p. 194. Ne riferirò un brano: Bella stagione è il Maggio, E giovanetto donne Sotto leggiadre gonne andar cantando. Ancor altro domando, il qual è sempre. Ecco ben nove tempre, e pare un sogno. Certo assai mi vergogno de l'altrui colpe. Che gran coda ha la Volpe, e cade al laccio. Fuor è di grande impaccio Clii vano sperar perde. Tal arbnscello è verde e non fa frutto, E tal si mostra asciutto, ond'altri coglie, E talor tra le foglie giace il vosco ecc. VARIETÀ 217 Croce di Pier Francesco de'Medici (1). È il metro prevalente nella canzona in frottola, tutta sentenze e proverbi, attribuita a Guido Cavalcanti, e che, invece, fu composta da Antonio Di Melio (2): Guarda ben dico, guarda, ben ti guarda, Non aver vista tarda, Ch'a pietra di bombarda arme vai poco. Di molta carne è a fuoco, E veggio posti a giuoco molti bari E prodichi, e avari ecc. Per finire, la rima al mezzo de' versi , benché questi non sieno sempre endecasillabi, e' è sempre nella frotula contra loquaces iìisolentes composta nel 1471 da Antonio Ivani: Quando ci auansa tempo vuoisi far paneruze, Che quando l'abbate rugie, il cuoquo canta Nò crediate che la chiesa sancta ruini. Non vogliono i pelegrini digiunare l'agosto ecc. (3). L'endecasillabo con la rima al mezzo s'incontra in una frottola composta in parte di motti e di proverbi, del napoletano Antonio Caracciolo, il quale potrebbe essere stato proprio Pietr' Antonio, l'autore delle farse .morali e popolari, di cui mi sono occupata) altrove (4). La composizione del Sannazaro, che io giudico sia uno gìiom- inero , è scritta parte in dialetto, parte in lingua letteraria. Comincia coll'annunziare a « Licinio » che gli risponderà breve- mente, perchè amore lo travaglia e gl'impedisce di far sentire con diletto la sua lira. Enumera poi varie vivande, le quali piacevano alla felice memoria del re Andrea, dolendosi che non sieno più (1) .... Silenzio; ognun m'ascolti — chi può aegg»; E s'alcnno ò che regga — altri in disagio Strìngasi, e faciali agio — e farà bene. Quel che la calca il tiene — troppo stivato Sari savio aprorato — nscirsen fora. Che gli è impossibile ora — dar loco a tntti ecc. Vedi D'Ancona, Origini del Teatro, voi. I, p. 312. (2) Vedi CicciAPORCi, Rime di G. C, Firenze, Carli, 1813, p. 33. Cfr. Ar- NONE, Prefazione alle Rime del Cavalcanti, ediz. Sansoni, p. cxn, e Grion, Op. cit., p. 376. (3) Achille Neri, Passatempi letterari, Genova, tip. del R. lai. de*Sordo- Muti, 1882, p. 137. (4) Cod. Riccard. 275i, e. 69. 218 F. TORRAGA usate. Deplorata, per un pezzo, la decadenza dell'arte culinaria, passa, a un tratto, a dar notizia di un brutto incontro capitato a una povera donna, dell'apparizione di papa Sisto ad un giu- rista, della malattia di messer Stratiere, eh' è spiritato, di un basilisco nato da un gallo, di una nuova gabella e di qualche altro fattarello. Gessa di raccontare la cronaca giornaliera della città per tornare a lamentarsi delle sue pene amorose, con im- magini e frasi analoghe, o affatto simili ad altre usate da lui stesso in altre occasioni. Un altro gliommero (1) fu da un anonimo diretto al Sanna- zaro. È più faceto, ma anche più scurrile. Dopo parecchie ri- cette, l'una più strana e più buffonesca dell'altra, avute da messer Stratiere (il quale pare fosse un medico), dopo molti particolari anche poco decenti, di una malattia, dalla quale messer Stratiere era afflitto ; l'autore salta a parlare delle discordie che tenevan divisi i vari rioni di Napoli. Quindi deplora che gli uomini dabbene sieno scomparsi tutti e i forestieri facciano i prepo- tenti. Ricorda il buon tempo antico e le liete costumanze, le matinate, gli strambotti che si cantavano alle amanti ; ricorda Ladislao, messer Artuso, re Renato, « re d'Aragona », le magni- fiche vesti e, di nuovo, i canti e i versi d'una volta. Finisce con una ricetta per « chi paté dolore de junture ». — Nel se- condo le voci goffe del parlare antico napoletano sono in maggior numero; in tutte e due son parecchie le digressioni, quantunque non mi paiano davvero molto ridicole. Gonchiuderò rendendo giustizia al Napoli-Signorelli, che ebbe ragione di dire: « 0 un gliomaro non era specie di commedia, « come supponea il Ghioccarelli, o si componevano anche gliomeri « che non erano drammatici » (2). I quali ultimi, aggiungerò io, ben potevano essere recitati a guisa di monologhi; anzi, è ragio- nevole supporre fossero gliommeri due monologhi di Pietro An- tonio Garacciolo, uno dei quali messo in bocca a « Ciaraldo » (3) e un altro a un mercante « quale vende due schiavi, uno masculo « et una femmina » (4). E ben poterono esser composti gliommeri (1) God. Riccardiano 2752, e. 78. Contiene parecchi altri di quelli che io chiamo gliommeri, e parecchie frottole, simili a quella di A. Garacciolo. (2) Op. cit., voi. IV, p. 549. (3) Probabilmente ciaraudo , ciarauro, nome che si dà ancora a' Dulca- mara di villaggio, cavadenti, incantatori di serpenti e simili. (4) Vedi i miei Studi, p. 70. VARIETÀ 219 in forma di dialoghi, come si composero e recitarono frottole a due 0 più personaggi (1); ma l'essenza della composizione non mutava per questo. L'interesse nasceva pur sempre dalle sen- tenze, dai motti, dalle allusioni burlesche a persone ' e a fotti notissimi, tutte cose aggruppate, agglomerate, aggomitolale alla meglio, legate insieme quasi unicamente dalla convenzione di far corrispondere alla parola finale d'un verso una rima interna del verso seguente. Di qui scaturiva il riso, non da travestimenti, o riconoscimenti, o intrighi. Francesco Torraca. (1) Nella Frottola già ricordata , che precede T Invenzione della Croce, parlano un padre e un figlio; in quella che serve d'introduzione aU'Afrramo e Affar,\in padre e due figliuoli; in quella che sta in capo al Miracolo della Maddalena , due giovinetti , Marco devoto e Tommaso dissoluto. Da ultimo, ricorderò la Frottola di due vecchi fattori di Monache, l'uno chia- moto Corpo sodo e l'altro Bernardo. Vedi D'Ancona, Origini ecc., voi. I, pp. '308, 309 sgg.; e Mazzi, La Congrega de' Rozzi di Siena , Firenze, Le- monnier, voi. 1, p. 302. Ecco la frottola e i gliomnieri di cui lio discorso, e che ho cercato di rendere un po' intelligibili con qualche noticina; ma io stesso non ho capito più cose. Dubio domandato ad Messer lacoho de Peccatoribxts. Un altro Solpicio in queste parte Me par sentire, che josticia sei ; Provide adunque alla demandi mei , Si(lle) de notte citato il dubio parte, 0 dolce Singnior mio, che de tal arte Tu sci famoso; e questo sol vorei. Che se chiaresse (1) all'advocato ch'ei Contrario, e dice c'a tutte soi carte Troua descripto de dover che vale; Secondo il mio parer, contrario tengo. Però, caro singnior, t slrengo te prego Che satisface a chi il vedere à male. Como a tuo servo per servirle vengo, Respunde il ver(o) ch'ai tuo parer [non nego. El vostro Antonio Caraiolo (1) CUuiaM. 220 F. TORRAGA Questo ve dico, et saccelo (1), Che sempre con sodore Quello Camillo doctore Se affaticha. Or conven ch'io dica La profidia e' à in testa": Audirite questa festa E la dolce sua requesta; E con la sua lengua presta Sì me disse: Per che non ce mectisse Un paro de calze ? Parerne de [che] re lancze (?) L'à perdute. Crede che sapute Si l'avite, Che dice quando cite (2) Ad una ora de notte vale, Et non te cale Ca sono dotte le ragiune. Singnore, le conclusiune Tu rechiare (3), E quel che se [s'è] da fare De iure me 'nde advisa; E pensa (?) la divisa rossa e bianca. La mia lengua non stanca De laudare, E senpre lo honore dare Al comissario. S' io non son disuario per sorte Che messer Johanne Forte SI m'à ditto. Che s'io r avesse scripto Que [una?] nona fantasia Alla vostra singnioria. Io sto per servire ve. Delibero de vivere Per sapere. Non senpre se po' avere Fiore e giglio : Chi fuge consiglio Fuge vita: Tal persona è schernita, Gh' è ben degnia. Io sto sotto la insegnia De messer Napoli dottore, E si me dà favore In questa terra, Si de questa me disferra, Mai più credo. Adesso che me advedo. Al vostro veder, me fermo in veritate. Io so che ve deiettate De le rime. Et se non son solime (4) Ad vostra posta. Quella che non vi gesta (5) Coregite, Che gracie infinite Sì uè 'nde agio. Io sono adesso in viagio Per andare AI S[ignor] conte ad visitare, Che per vedereue veneria ; Ma sempre in fantasia Ve tengo et amo. Però quando tornamo Ve narr[er]ò, E bon seruidor ve sarrò In presencia, Sicomo so' in absencia Presto ad hobedireve. Questo ve mando a dir, ch'io me n'andò, A vostra S[ignoria] solo m'accomando. (1) Sappilo. (2) Citi 0 cita, da citare. (3) Dichiara. (4) In una canzone dice Cola di Monforte a una donna: Benché sei solima tanto. (5) Gusta. VARIETÀ 221 Al magnifico Sfignor] Jacobo de [Peccatore (1) Sia donata, K poi chi Vh mandata t'acomando, Un pouero saccomanno. So' per nomo chiamato Antonio Carazolo doaamato. Ad vostra S| ignoria] solo m'ò dato per fseruirte, A mo non occorro altro che dirto. II. Licinio, se '1 mio ingegno fusai ancora Tal qual era allora, in quella ctate Ch'io stava in liberiate, fuor d'affanni, Nel fior de' mie' primi anni, anzi che [amore Fra sì dubioso errore, in basso stato Me havesso confinato ; io faria Sentir la lyra mia con tal dilecto, Che ingomberr[i]a ci pecto di dolceza. Ma perchè soloanneza(0 in lachriraare, Et non sa più tractaro riso, o canto. Che di doglia et di pianto sempre ab- [benda. Et vuoi pur che risponda a tuo proposta, Questa brievo risiiosta ti rimanda, Como il tempo comanda, et cosi dicie: La memoria felice de re Andrea (2) Della suppa (ò) naurea si delectava. Et spesse volte usaua gelatina. La salsa gramcllina et le zandelle. Et sopra (le) alle crespelle (4) zaffarana, Pedeta de puctana et macheroni , Con due o tre capponi socterrati (5). Li piedi delegati (0) con l'aceto Li davano appetito innanzi pasto: Non s'usava anrasto et st'altro cose. Et mo quatro tignose pecorelle Caccano uiuandelle in capo loro. Come, nota, ne moro in crepatiglia (7), Non saczo (de) che potriglia et che [mordochc. Con li guai che le(sto)choche sanno faro Et uono delegiare dio et lo mondo. Chi lo colore biondo alle i^ascire T'ò facea fiere fior saturare (?) ; Che cosa era a pprovare una mese- scha (8), Et la zuppa francescha con la trippa. Ch'una madamma Pippa la facea. Et questa la sapeua apparcchiare Et soleua (do)mandare alla rcina. Ogni anno, la mactina della Pascha ! (1) Fa giudice della Onui Corte delU VicAiia; il che spiega perchè il Cmedcìo gli propoag» nn « dubbio » e gli domandi qnel che s'ha da ikre de tur*. Anch'egll soriMe T«r8i. Vedi U aU memoria: Rimatori tutpolitnni d*l Qiiattrocmto, nell'inniKirio dtU'IsMuto Itcnicù di Soma, 1884. (2) Andrea d'Cn^horìa, marito di Giovanna I, strangolato il 18 settembre 1346 in Aveim. (3) Zuppa. Il Passero {Oìor., p. 252) nomina la zuppa iMMiMa. Che sia sbaglio di stampa, par naurea f (4) Specie di pasta frìtta, osata .incora per il Natale. (5) Il Passero, /. e, nomina li cit/mni copisrii. (6) I piedi « delessati con l'aceto « dobbon esser quelli di maialo. (7) Il Basile, nella Coppella: « chiamma gioja le ppene.... gusto le eenpaatigUe ». (8) Carne secca. In alcuni luoghi s'intende carne di agnello , o capretto , o ea^m , tagliata a pezzetti e cotta con peperoni. Il Basili, nella Coppelh, dearrirendo nno spaccamontagne: Chisto pastana 'n terra. De chillo flk misMca. 990 F. TORRAGA Ma lo mondo se allascha (1) quanto [puote, Che (o)nde ghiango alle bete (2) a Ua- [tauiro (?) Et gecto un sospiro - come guaio (Che) De le piche de maio (3). Con li [fiori , Cose di gran signori et de baroni, (Ma) mo fanno li melloni et le cotogne, Con poco de ansogne (4) a natrella. Et una pectolella (5) arauogliata (6), Na cosa sbonbochata et sanza mele. Poi te fano le pele sti fitichi (?) Che cauono li pastichi alla moderna, Che è proprio una taverna. Vimeniene Che le galline chiene (7) et sanza l'osse, Non te pare che fosse una gran pruova? Tuctedi cacio et d'uova fine in pizo (8). 0 quanto me ne stizo (0) alle fiate! Par che siamo state allo diserto. Che vale lo lacerto che è rostuto (10), Se non è stenneruto con lo bollo? (11) Che sapore à lo pollo lardiato (12) Se non è 'mbrodolato alla polita? Ma quando te conuita un signore, Per farti grande onore allo manzare Ti farà imbrossinare(13)per la bocha Uno 0 doi perlicocha (14) amantolate. Dui caroze mondate et quatro olive ; Et de può (15) zurla et vive(16) a sorzo [a surzo (17). Sopra porta Donn'Urzo(l 8)è una(mam)- [mana (19), Una donna Anziana, che una nocte. Andando a Piedegrocte, stramortia ; Scontrò r oste d' Ardria presso alle [mura, Et tanto ebbe paura, che chascò. Et poi se ne tornò trista et gelata. Et stecte amalata più di uno anno. Molte cose se fanno allo secreto, Ch'a te che si' scerete (20) dir se pone. Stanocte è ita in sono (21) ad un(o) iu- [risto L'alma de papa Sisto, et dice cose Molto marauigliose a chi le sente. (1) Allenta. (2) Ne piango alle volte. A llataviro potrebbe essere alVaddavero^ davvero. (3) Maggio. (4) Sugna, strutto. (5) Pasta distesa col matterello e fritta. (6) Ravvolta. (7) Kene. (8) Fino in punta, interamente. (9) Me ne stizzisco. (10) Arrostito. Il Del Tdfo, con altri cibi che si mangiavano il giorno di S. Martino, lodò in versi il lacerto di vitella arrostito. (11) Intenerito con un bollore, facendolo bollire. (12) Cotto col lardo. (13) Passare, strisciare. Il Basile nella CUo: E te lo rabroscinaje dinto la Iota. (14) Percochi (pesche) mandorlati. (15) Di poi. (16) Bevi. (17) Sorso. (18) Bonn; Orso, una delle porte di Napoli, presso all'attuale monastero di S. Pietro a Maiella. (19) Levatrice. (20) Scoieto (?), scapolo. (21) .Sonno. VARIETÀ 223 Uno de lo reg«nte (1) mi disse hyero Cho niosser Straticrc ò spiritato Kt, stando inratenato noloachuoro(2), Dentro a sancto Lcguoro, una gran [donna Mandò per Marchionna a san Lorenzo Che portasse l'inconzo benedicto. Ma, omo, par cho Tafflicto et aclaran- [tato (?), Che stando allo nicrchato l' antro [giorno, Vno pigliò un corno per sonare, Et fecolo gittare da cauallo. Dice così che un gallo d'un tedesco A facto un basilisco a sancto Arpino. Ma niesser Bandino dice bene, Che cosa che intcruiene non è male, Però che è naturale et con ragione. Muove una quistione in cirugia (3) Come Enoche et Helia in paradiso. Et per donarle auiso d'una cosa. Con tucto che non sa fauellare, A uditi ragionare alla Doana Cha corte (4) paparana un celafacto, Che Vh notrichato collo* lacte. Et tristo che [chi s'] l'abbacte a quella [casa. Ognuno ne l'abasa et acareza. Et fanoli la pìza (5) con lo mele. Dissemi Raphacto Canzarolo Ch'auoua intoso al molo una nouelU, Che [è] posta la gabella aii«alaiaUi(0) Et alla comperata da la corte (7) Uno huomo molto forte di moneta; Ma vuol che sia secreta per loinpazo(B) Che Stephano Forchazo li daria. Io non mi stancharìa mai di parlare. So non che a sospirare son tirato Dal mio sinistro fato, che mi accenna Ch'io posa omai la penna et faccia fine. Quelle luce divine ond'io tucto ardo. Et quel suave sguardo tanto ameno, El bel viso sereno et le parole Dolce et nel mondo sole (9), et quello [mane. Che mi son si lontane per mia sorte, Son cagion di mie morte innanzi tempo. Così, lasso, m'attempo ad hora in bora. Et temo fin ch'i' mora arderò sempre, Fin ch'el corpo si stempre in pocba [polae. Però che si risolue a poche a pocho Nell'amoroso foche in tempo breue (10) Come imagin di neue al caldo sole (11). (1) Uno della famiglia del Reggente, o capo della Gran Corto della Vicaria. (2) Coro. Il monoKtero di < sancto Ligorio > (Gregorio), s'incendiò nel 14M. (3) Chirurgia. (4) Forse: cA'd Corte. (5) Pizza, n Passbbo, I. e, nomina le pizze sfògliaù, le JiortHUn», ìe pagomuu » \9 Haneìu. (6) Forse è il nome del luogo dovo si esigeva la gabella. Il eh. comm. Capasao mi ih np«i« che nel sec. XVIl un vicolo parallelo al vico Nilo si chiamava Sahiati. (7) « Le gabello.... appena imposte si vendevano dalla città.... Con più grooo aggio , omU a « prezzi più bassi , alienavansi le gabelle ed arrendamenti di Corte » (Vedi Catamo, Ragionato ecc., déU'Arekwio Municipali di Napoli, Napoli, Giannini, 1876, p. 65). (8) Impaccio. (<.)) Il Sannazaro, nella Farsa d*ÌV Imbatciaria M Soldano, (10) Jd., irf., Queste voatre parole Rare et nel mondo sole. Se conaoma l'alma stancha, Et consumando mancha a dramma a dnuun. Nell'amorosa fiamma ardendo amando. (11) Ctt. l'Egloga U dell'Arcadia ; Per pianto la mia carne si distilla Siccome al sol la neve. 224 F. TORRACA Onde l'alma [si] dole et si lamenta, Che non è chi la senta quando piagne. Queste verde campagne et queste piagie Che di fiere siluagie son si piene, Queste ben nate arene et questi liti, Oue ognior gli ochi affliti uolgo et giro, Et l'aere cu' io sospiro, et queste riue. Queste fontane uiue et queste ualli, Questi fioriti calli et questi boschi , Quest'antri ombrosi et foschi et queste [herbecte. Queste acque benedecte , oue Diana Et la mia dolce et humana Githerea Con ciaschun' altra iddea par che si [lave. Questa terra suaue et queste grocte Mi stanno giorni et nocte innanzi a [gli ochi, Né cosa è che mi tochi tanto all'alma, Et sol quest'una salma abracio et porto. Et pria mi uedrai morto all'onde stigie Che dolor che me affligie sia mai spento. Se '1 ciel non à piata del mio lamento. III. Jacobo Sanazaro, tu partuto, lo (vinne) [me ne so'] venuto, e tutto [hieri Fui con messer Strati eri, quale stana Colcato e studiava in un stromento Per trovare lo anguento de la rascha (1), Che dice che li cascha spisso in canna. Dissime che lo affanna quando vole Conosciere si lo sole sta in eclipsi, E che lo Abocalipsse ha per le mano, In modo che, se un sano tu l'aduce, Subito lo reduce per morire. ' Gettava gran sospiro et, in consciencia. Credo, con riverencia, a stomacali. Perchè sta molto male, e mai lo affitto Non potè stare affitto alla settata (2). Disseme che l' è data grande arsura Quella sopposta (3) dura che s'à fatta. Quando tu per la gatta lo chiamaste, E pegio che te nde andaste corrozato ; De che me so' scusato con gran doglia. Tu non auiste voglia de lo intendere ; Quanto ve sape spendere lo denaro ! Ma a me lo calandaro (4) non nascose. Ilio me mostrò cose, in Galieno, Che io ne sono tutto pieno di s[c]iencia. Ora, aude che potencia à la malva. Che una moietta calua de persone, Con Lanzetto Cozone fu accavallo (?) Et in fede de gallo et quanto ardi- [che (5), Con doi vessiche de oglio e doi de acito Temperato con lo dito, e con la inson- Fa sanare la rongnia e la pelagra. Vna poUetra magra in un brodetto Mesa(e) ligiero in effetto, ha tal ver- [tute. Che le cose perdute fa trovare. Questo è de stimare più che cride (6), Per che, comò vide, è gran secreto, Secundo lo decreto e la statute, Et messer Dio te aiute alla partenza: Già non nde anno de siensa in veri- [tate. Salua nostra honestate, ad molta gente (1) Spurgo. (2) Sedato. (3) Tumore. (4) Calendario. (5) Ortica. (6) Credi. VARIETÀ 225 Ha sanato del dente e de la mola, E de lo strunzo t*è in gola con Tagre- [sta (1), Con Torba de la festa de San Johano. Sento che quilli panni auea indosso Quando da qua fo mosso ancora tene, E iura finché vene li portare. Solo per demostraro che lo cristieri Non se fa di ligiori sonsa brenda (2). Io temo non sonda qualeche coglia (3), Perchè pare che se doglia d' una cos- • [sa (4), E quando Anna fa mossa de danzare, Sentolo grogottare spisso sotto, CoYn'uno ranauotto (5) et una quaglia. E corno se travaglia quando è vento! Irtose licnto licnto da lo letto, Per me mostrare vn detto de Diogene, Venneleun pede meno et dede in terra. Che fece tanta guerra et tal remore De pedeta, o Singnore, che fui morto. Non so se fusto accorto, quando trase Dove sono privasc(6),avostrohonore, Che ce sta vn lavoro de mosayco. Et è scolpito in ebrayco et in latino. Come messer Landino in zoppariello. Dice messer Citello che l'orina Se uolc fare matine, a mezo giorno, Quando tra Capricorno et Scorpione Uno grosso babioni s'adoctora. Loco sia pinto ancora in [n]aturale La oura (?), l'orìnalo e lo pingnato, E lo cucomo allato con lo l^angnio. Disseme: lo calcangnio me moleste. Però che nella festa, alladanzaret Me fé' troppo sforzare lacouello, Che sonava in goniello la badosa (7). Poi me mostrò una cosa assai secreta^ Che multo me la veta che la dica. Una rizetta (8) antica ad homo stitico; Ma io son pallaritico (9) et dirolla. Si tu nulla parola ne farai. Et fa che a nullo mai tu la narro. Piglia tre cauze d'arre et di uà la, Et la ut re mi fa d'uno stantore, E sei drame d'odore d'uno arusto, E de caudo de agusto dui tarpisi ; Poi piglia dece pisi de parole. Con li pincieri de chi uole oge star [bene. Et trentasette pene; et tutti insieme Fa che presto le sprieme e poi le cola Con suco de viola et malva vesca Et vngete la uentrcscha allo mangiare, Chetefarrà vacuare unoboncur8o(10). Con uno surzo de latte de fironcillo(ll) (1) Ura immatura. Il B&snjt, nella Volpara: Lo meo de l'agreata Le torna acqua de mare. (2) Crusca. (3) Ernia. (4) Coscia. (5) Ranocchio. (6) Un canto popolare ricordato nell'Egloga X del Basili, oominciaTa: Non roggio al mundo casa. Che non ce aia prirasa. (7) n Oàrxoki, nella Piaua «iMtMrtal* eco., ricorda, tra le rari* tarello, la gagliarda, la chiarentana, la chianchiara, la haUMa eoo. (8) RicetU. (9) Paralitico. (10) Il Basili, nella Tmin.' < E mbeto le reneno li enne >. E cune de paura >. (11) Frìngnello. QiormtU ttarieo. Vi. •peate a laltatiami, il ■!- din « U fMeMle » 226 F. TORRAGA Mostrao messer Micillo in concestorio, Nanze a ppapa Onorio, allo Mazone (1), Che ne sanao Mercone de lo appietto (2), Io sacio lo defetto che nui avimo, Però che tutte simo gente paza, Et l'una e l'altra chiaza (3) non si in- [tende. La Schalesia offende li Perritare (4), Li Banchi (5) c'à dinare [e] n'àpensieri, La chiaza de li Pillitieri poco cura ; La rua Francescha scura se nde dole. Se uno jovene vole esser valente, Subito lo regente, per vno schiaffo , Le fa vno scartaffo irato sopra, Che lo fa sottosopra gir presone, Né mai nulla persone ne favella. Minichiello de lacomella canoscisti ; Non saccio selo vedisti ad una vescha (?) Co na cortella genoescha, o spata, in [mano, Che nullo catalano l'aspettaua. Sai tu che(i) [se] mostrava ardito e [saudo? Lo povero Ranaudo de la cecha , Co n' altro se rebeccha lo cerviello. Quando per burdello iva andando, (1) Luogo di pascolo tra Capua e Aversa. Francesco Galioto fa dire da una donna a un amante disprezzato : Tu sì' tanto refatato Che non vale per stallone, Ora vactende alo Maczone, Che lo Lupo te assecnra. (2) Affanno, asma. (3) Allude alle piazze o sedili della città di Napoli, che nel Quattrocento erano sei, cinque no- bili e uno del popolo. Quest' ultimo « non dava il nome e la circoscrizione ad una regione spe- « dale », ma era Dna sottodivisione di tutti gli altri cinque « formata di varie minori regioni , « le quali ritennero il nome di ottine » . Nel 1442 le ottine erano venti, tra le quali la Scalesia, la Pelletteria, la Rìiga Francesca nominate nel testo. Vedi Bartolommeo Capasso , SuUa circo- scrizione civile ed ecclesiastica e sulla popolazione della città di Napoli ecc. (Napoli , tip. della R. Università, 1883, pp. 11 sgg., e il Passero, pp. 14 sgg. « Da tutta la Costa d'Amalfi sono « qua concorse gente, et ancor par che osservino gli antichissimi privilegi ricevuti da Napolitani € essendo Duce Alierno Cutone , con podestà di poter dimorare con loro boteghe, et di haver i » consoli della natione, che pur hoggi è rimasto ad una Rua U nome di Scalesia, ove habitavano « gli Scalasi {oriundi di Scala), e riempiono con essi una buona parte della città » (G. C. Ca- PACao, Descrizione di Napoli, in Arch. star, napol, , anno VII , fase. 3o , p. 63). Si vendevano a la Rua Francesca Ponsilli e zagarelle a la moresca. (Vedi VolpicelijA, G. B. Del Tufo illustratore di NapoU del sec. XVI, Napoli , stamperia della R. Università, 1880, p. 96). Un poeta popolare vissuto tra la fine del sec. XV e la prima metà del XVI, Velardiniello, in una storia, parlando del costume di andare , uomini e donne , la sera della vigilia di S. Giovanni Battista a bagnarsi al lido innanzi la chiesa di S. Giovanni a mare, « soggiunge che nel ritorno si usava passare per la vicina Rua Francesca, ed ivi con suoni e con canti si andava bussando chelle porte de le cantatrìce e sfidandosi ad alterne canzoni, i passanti e le donne che colà dimoravano » (Vedi Capasso, Sulla poesia popolare in Napoli, in Arch. stor. cit., anno Vili, fase. 20, p. 321). (4) Parrettare, nome d'un vicolo dove si fabbricavano parrette per le balestre (Capasso, p. 56). (5) « Anno domini MCCCLXXVI, a di XV de agusto la regia dohana grande et mayore fnndico « si anobi 2i banchi andarono in la piaza de porto » (Notar Giacomo, p. 130; Passero, p. 31). VARIETÀ 227 Ilio pareua Orlando de la spada ; E mo persona nata non t'ajuta. Non vidi a che ò vunuta questa terra, Che tutto son sotterra li buoni homini, E pochi(o) so gentiloiiiini da })cne, Si che chi va e chi vene ; forestieri Con spata e brochieri ponno andare, Ponoce chiaccare (1) a boglia loro. Grideme eh' io ne moro do dolore, Et agione a Ilo coro gran ffastidio. Per lo sango de Dio, non te mento, Nullo contento Hta napolitano. Antuoni Sagliaiio piange per doglia, Vedendo tanta foglia allo Pendino, E Loise Àgozino è dcspcrato, Però che allo Mercato non so'oua, E dice che non nde trova per conzare. Juliano Rimolare e Triccamucco Conta che era uno trabucco allo ca- [stello, Che fece gran macello a sta citate. Conta le matinate che se usauano ; Dice che quando andauano a ccantare Faceano scupare innante innante Le case de l'amanze (sic) multo bene: Alla partenza chene le lassavano De Auro che costauano dinaro. Alcuno, che spArangniare non volea. Alle volte Rpargea de li coofletti. Quisti erano delictti inzoccarati! Cantavano le calate a uuco sane. Li strambotti gaytane (2) con le pi|> [pe(3). Mo anno verte lippe allo lesalo (?) Co no cantar menuto che ó no piulo(4). Non se potè ad vno riulo scriucre Quello beato viuere all'anticha, E dica chi se dica quale e ccomo. Patromo fo buonomo e me contao Che lo re Lanzalao Roma prese, E che tanto fo cortese ad questi scgi (5), Che fece homini egregi! suso e suso. Jà de messer Artuso (6) se favella. Che fece la capella tanto ornata, Che senpre è nomenata a sto riamo. S' io contasse le fame con la guerra Che patio questa terra, et li pinsieri, In tenpo de re Raynieri e de re d'Ara- [gona, Che fo dengnia corona per sto stato. Perchè avea senpre allato mangnìa [gente!.. (1) Pia osato teiaecare, flaocu». (2) Oaetani. (3) Pire. (4) Il BisiiLc, nell'Egloga X, parlando del goUo di cantar* che hanno tatti: Zappa lo lappaioro e fa lo piolo. (5) < Prima della rorina di tanti gran baroni sterminati da Ladislao, non erano fii ek» < « sette famiglie in tutti i seggi , che aTeasero terre e castelli, e quelle poche • pieetoU; Mb < morte sna si trorarono aggiunte più di ventidne altre famiglie , partirolanauitt £ <|— 0* ' < Porta Nova e di Porto , i gentiluomini de' quali seggi ftirono da lui mirahilnaat* • quii ftK « istinto naturale faroriti » (Oiakhosb, Storia citiU, lib. XXIV, cap. Vili). (6) € S. Qioranni Evangelista de' Pappacoda. d nna picdola chiesa con una heOtorian porte 4* < marmi lavorati... sita a lato la porta piccola di A. Oiovanni maggiora, Awdata da Arluio (ttt, e leggi Ariusio) Pappacoda familiare e consiliarìo del re Ladialao • MU rtgtaa OiovaaBa wm t sonala l'anno 1415 >. Nel 1410 fu siniscalco. (Vedi CataL dagli ediAd neri di N^oU. pabU. da S. D'Alok, noll'irrA. star. nap. anno Vili, fuc. 2« p. 909). L'agiagio eoaa. B. Capace ai awha che la cappella, la qnale ancora esiste ed ha bcciata gotica di baoaa fkttua, aatiate k : de' Pappacoda, passò sotto il patronato de* Dorìa d'Angri. 228 F. TORRAGA. Portavano excellente joppe (1) alcune, Con quelli manicuni aracamati, Con quelle cauze solate et li pontice ; Et mo'tucte dice, et io me accoro, Che senza cauzaturo è mal cauzare. Dove se vedea fare ad quello tenpo. Come se fa a questo tienpo, pischopielli Con tante doctorielli et scie, Che non potimo per vie più passare. 0 Dio, quello cantare non se inpara De lohanne de la Bangniara, et quelli [versi Che geano despersi tanto belli! Con li campanelli li sonaua. Et intanto se chiamaua o dece amore. Chi paté dolore de iunture Fazase cento cure in vnu punto. Et subito sia iunto ben de uischo; Poi piglia lo lentischo et magiorana. Et Carlo Zaffarana sia presente, E piglia acqua buUente de la Bolla (2). Con trecento medolla de cestunia, E poi fazza alla puyna con lo pratico, Che, vaga donde vo', fa bone viatico. (1) Joppe, giubbe: jeppune o jepponil, giubboni , frequente nel Passero ; p. es. « dui staffler € vestiti con ieppuni di velluto carmesi » (p. 122). Il Basile, nella Coppella; e nella Clio: Trovanno chi l'assesta lo jeppone; Tu vuole che te la piglia la misura De lo jeppone. (2) L'antichissimo aquedotto della Bolla « oltre ai pozzi pubblici e privati , animava , nelle « piazze , nelle vie e nei cortili dei fondaci , circa 40 fontane tra grandi e piccole » (Capasso, Op. cit, p. 54). UNA LETTERA INEDITA GIROLAMO MUZIO Fra le lettere di Girolamo Muzio, che si conservano in un codice della Riccardiana (1), ve ne ha una assai singolare, nella quale si narrano molte particolarità della vita di Giulio Camillo Delminio. Eccola per intero: (1) Cod. cartaceo del sec. XVI, n* 2115 di pp. 1092, numerate moder» namente, con questo titolo a tergo : Scritti vari | di Crirolamo Muzio \ e di altri. Da p. 1 a 432 , lettere autografe del Muzio a Ludovico Capponi. A p. 437 cominciano altre lettere e abbozzi di lettere parte autografe , e parte copiate , a diversi , singolarmente relative ad affari domestici del Muzio, ed alle contese coi figlio Giulio Cesare ecc. Da p. 511 a 672 un fa- scicolo con questo titolo: Lettere del Mutio da aggit*gnersi al libro delie altre sue lettere da ristamparsi; alle quali è premessa, dopo alcuni ap- punti sulla ristampa progettata, la Dedtcattone per le lettere Al sig. Lud^ Capponi: sono tutte copie. Da p. 677 a 738 altra raccolta di lettere auto- grafi del Muzio, alla quale è premessa in copia la dedica del Lucchi e quella del Muzio al Capponi, raccolta che è servita evidentemente a com- porre il Lib. IV della edizione delle Lettere fatta a Firenze dal Sermartelli nel 1590. Da p. 473 a 782 vi sono scritture e appunti del Muzio parte au- tografi e parte in copia. Seguono altri scritti in prosa e in verso, lettere e scritture di vario argomento. La lettera del Muzio, che io pubblico, copiata eia tre diverse mani, va da p. 565 a p. 587. Darà a suo tempo più ampie e particolareggiate notizie del cod. chi ha promesso la stampa delle inedite (Archeogr. Triest, agosto 1880, p. 6). 230 A. NERI A M. DOMENICO TENIERI (1). Voi mi scrivete haver intesa la morte di Giulio Camillo, et sapere, che grande , et intrinseca è stata la nostra amici tia , et la nostra conversatione : et perciò desiderate intender da me di questo huomo quello, che io ne so per verità, che da diversi diversamente ne sentite ragionare, et io volentieri vi satisferò. L' origine dell' amcitia nostra fu in Vinegia vivendo anchora il Regio (2), del quale io era auditore; essendo egli adunque capitato in Vinegia, et havendo sentito, che io era molto amico, et servidore di M. Nicolò Delfino huomo principale negli studij di questa lingua, et desiderando di prender r amicitia sua ; venne a me liberamente a pregarmi eh' io volessi prender questo carico, il che feci io più che volentieri. Egli si fermò alcuni pochi giorni, si che non molta potè essere la nostra conversatione. Molti anni pas- sarono da poi, che noi non ci vedemmo, ma trovandomi io poi a Modona in Casa dei Conte Claudio Rangon, il quale doveva andare alla Corte di Francia, Giulio Camillo, la fama del cui Theatro era già sparsa » et Fran- cesco Re di Francia ne haveva havuto novella, et conceputone desiderio; Giulio Camillo dico venne a Modona, et col Conte insieme andammo in Francia; nel qual camino et dapoi sempre strettissima, et dolcissima è stata la nostra amicitia, essendo egli sempre stato di conversation dolcissima: ma ne' primi giorni della sua venuta mi ricorda che egli mi domandò quali fossero stati i miei studij intorno a questa lingua. A cui io risposi, che io non mi era punto affaticato in cercar quel che havesse voluto dir né Dante, né il Petrarcha ne' luoghi difficili , et che si mettono in quistione , ma che solamente havea data opera d'intendere le parole, le lor proprietà, i loro costrutti, et a fare stilo : et egli allhora mi rispose con un sospiro: 0 havessi cosi fatto io. Ce ne andammo in Francia, et vi ci trovammo al tempo, che (1) Precede la lettera, come tutte le altre preparate per la stampa, il seguente argomento: « In questa lettera si contiene la conoscenza et lunga conversatione che hehbe il Mutio con « Giulio Camillo, et del loro essere andati insieme in Francia, et poi di haverlo accomodato in « Corte del Marchese del Vasto, et ultimamente della morte sua ». Non vi si tocca dell'episodio della Venere , per la ragione che si dirà, a suo luogo. Nel cod. la lettera reca in fronte « Al « medesimo sig. Domenico », ma ha il numero dieci ; mentre 1' antecedente è diretta a Camillo Dlivo e porta il numero dodici. Donde è chiaro che il copista rimediò alla dimenticanza scrivendo la lettera in quel luogo, ed indicando per mezzo della numerazione dove precisamente doveva, andare, e cioè dopo quella del numero nove, diretta a Domenico Tenieri. Lo Zeno, che ebbe copia di questo cod., o perchè il menante omettesse la numerazione, o perchè egli non vi badasse, suppose che la lettera potesse essere indirizzata a Domenico Veniero {Lett,, Venezia, 1785, V, 166); e il Giaxich, il quale pur sembra abbia veduto il cod. Kiccardiano, non s' accorse della trasposi- zione, ma avvertì reputarla scritta al Ternieri (sic) ( Vita di Gir. Muzio, Trieste, 1847, p. 120). (2) E Raffaele Regio del quale fu scolaro il Muzio. varibtX 231 recuperati furono i figli del Re, et che la aorella dell' Imperadore venne moglie al Ro Francesco, in cambio di trenta muli carichi d'oro, che |Wi rono di Ih. Questo cambio fu fatto ad un luogo detto San Giovannj de Lot, ad un acqua, che parto i confini del Regno di Francia, da quello di SpagUU che è allo radici de' monti Pirenei, dalla parte dell'oceano. Gran eoncorfli di Prencipi, di Cavalieri, di altre Brigate fu fatto a questa solennità, «t perciò malagevolmente vi si alloggiava. Ma noi con assai comodità alloga giammo in casa di un Pastore, dove fra verdi prati, et ombrosi boschi «ra il nostro diporto, et Giulio Camillo et io per ordinario ci riducevanu) ogni giorno sotto quelle ombre (che era la stagion di state) co' nostri lilirettl, et con carta, et con inchiostro, et leggendo et scrivendo dispensavamo pia> cevolmente le nostre bore; dove componendo egli et io qualche sonetto, non solamente dojx) il fin di quello, ma nel principio, et nel mezo, dove ci na- sceva qualche pensiero il communicavamo insieme, et consultavamo di tutte le nostre difficultà. 0 che dolce vita fu quella, dolce più assai di quella, che facemmo dapoi nelle gran città et ne' Palagi Reali. Ci conducemmo poi con la Corte a Parigi, vedemmo quella Villa et grande entrata solen- nemente fatta. Vedemmo le feste, le giostre, et i tornei fatti per lo nozze: Ma questo non è il mio Suggetto. A quella Corte vi si trovava Luigi Ala- manni, et qui nacque gara fra loro due di chi componesse meglio, et come si fa l'un per abbatter l'altro dicevano l'Alamanni che io faceva meglio che Giulio Camillo; et Giulio Camillo che io faceva meglio dell' Alamanm; Sed non ego credulus illis. Voglio ben dire un particolare mio ; che uno agente del Conte Guido Rangone detto il Coi'sino, mostrò allo Alamanni un mio sonetto fatto sopra il sito di alcuni luoghi del patrimonio del Re, nel qual facendo mentione di un fiume che ha il fondo tutto pieno di erbe verdi»» sime, onde verdi ne appariscon l'acque, io le appellava sotto nome di Sme- raldi lucidi, et correnti (1), et l'Alamanni non approvò questo modo di dire : dicondo che gli parca troppo dura traslatione. 11 Corsino venne a trovar Giulio Camillo, et gliele disse. Giulio Camillo et io alloggiavamo in camere vicine, che rispondevano sopra una sala, et io mi abbattei uscir di camera levato da studiar a mettermi a passeggiar davanti la camera di Giulio Ca- millo, et sentì ragionar di me, et stando ad ascoltare sentì che Giulio Camillo difendendo il mio sonetto commendava quel verso per bellissimo, et entrò a dir tante cose, alle quali io mai non havca pensato, che mi fece stupire. Perchè finito il suo ragionamento entrai in camera, et volendomi egli parlare di questo fatto, io gli dissi: Non accade ho sentito il tutto, et mi sono anche da questo chiarito dell' interpetration che date al Petrarca, che il fate dir cose che egli non pensò giamai, come avete fatto dir me in questo sonetto. Luigi Alamanni mandò poi a me per lo medesimo Corsino, una egloga sua intitolata Admeto al Re di Francia (2), nella quale io notai alcune cose, et fra l'altre mi ricordo, che egli usava questa parola: il Gregge: gli mandai a dir, che haverei detto: la Greggia; egli mi rispose: che il (1) Cfr. MuTio, Smt$ dittrtt, Vinegi», Giolito, 1551, c*r. 58 t. (2) Cfr. ÀuuiAMKi, Y*rti » Prott, Firwue, L« Mounier, 1859, I, MS. 232 A. NERI vero era, che il Petrarcha così diceva; ma che Dante usava altramente. Io gli mandai otto luoghi di Dante, che tutti dicon la Greggia; né egli me ne seppe trovar alcuno, che dicesse altramente. Or a Giulio Camillo : egli quivi fece prova de' suoi istrumenti, et fece fare al Conte Claudio in due maniere il miserere nella lingua di Cicerone: Né il Conte Claudio sapeva oltra le concordantie, et li fece fare il Nunc dimittis nella lingua del Boc- caccio. Hebbe poi audienza dal Re presente il Gran maestro, che poi fu Gonestabile, stettero più hore insieme, et il Re mostrò d' haver inteso, et molto ben conceputo nell'animo, quello, che sopra il suo Theatro Giulio Camillo gli havea ragionato. Anzi andò chimerizzando alcuni suoi concetti, et domandò a Giulio Camillo dove egli havei"ebbe trovato in quel suo libro parole da trattarvi , et Giulio Camillo ritrovò i luoghi et gli li mostrò. Dapoi Giulio Camillo disse al Re: Sire senon vi è noia, io desidero di chiarirmi, se ben mi havete inteso. Fatelo disse egli; et egli: voi vi dilettate tanto della Caccia? S' haveste da scriverne, dove ricorrereste in questo volume? et II Re in se raccolto, et alquanto pensato diede di mano al libro, et trovò il luogo da parlar della caccia (1). Laonde si vide che il Re il tutto haveva ben compreso. Fermò adunque il Re Giulio Camillo al suo servigio, a cui egli disse che gli conveniva tornare a Vinegia; et che poi sarebbe ritornato in Francia, et il Re dar gli fece seicento scudi per lo suo viaggio. Giulio Camillo se ne andò et avanti che noi ci rivedessimo passò un buon tempo, del qual tutto non intendo di far un salto per andar in un punto a ritro- varlo in Italia (2); ma fermandomi in Francia dirò di quello, che mi è (IJ Qui finisce il primo copiatore. (2) Nel ms. è cancellato tutto ciò che segue fino alle parole: « Hor torniamo in Italia; quivi « trovai io Giulio Camillo in casa del conte Claudio », ed il senso del periodo è ripreso con queste: « egli era in casa del conte Claudio a Modena, il quale > ecc. La ragione della cancellatura è questa : il Muzio ha voluto far siifatto episodio soggetto d'un' altra lettera, che è a p. 613 diretta a Ottonello Vida. La metto qui perchè se ne confronti la redazione: « A M.R Ottonello Vida. — Un candido (sic) Canonico d' Aquiìeja portò a donare a Frar^ « Cesco primo Re di Francia una bella Venere di marmo, et aspettandone egli remuneratione , « et non venendo, il Mutio a cui stato era raccomandato il Canonico, fece una Egloga da dare « al Re, et con questa memoria fu il Candido cortesemente ricompensato. Ci si parla anchora * della viltà di un leone. « Voi mi raccomandaste già sono più giorni il Canonico Candido , il qual venne insieme col « sig. Eenzo da Ceri, et portò quella sua bella Venere. La Venere fu appresentata dal sig. Renzo « et del Candido non credo che se ne facesse mentìone. Il Candido soUicitava il sig. Renzo, che « procurasse, perchè egli havesse la remuneratione. La cosa andava in lungo ; et non se ne sen- « tivano se non parole. Perchè egli ricorse a me pregandomi, che io facessi qualche cosa per ri- « cordare al Re , che gli usasse cortesia. Io pensato che ebbi assai quel ch'io dovessi fare , feci « una Egloga , nella quale io fingeva che Marte in forma humana regesse la Francia ; et che « Venere per memoria degli antichi amori, venisse a trovarlo et arrivasse in tempo, che egli con « uno spiedo affrontato si fosse con un Cinghiaro. Perchè ella ricordandosi della morte di Adone « da subita paura soprapresa divenne marmo, et questa diedi io al Theucreno W° de' figli del Re, « che al Re la leggesse, et informasse da cui gli era venuta la Venere. Il Re se ne dilettò, et « letta che fu una volta, volle che fosse riletta, et al Candido donò un beneficio di 500 scudi, et « mille scudi in contanti, si che l'amico vostro per lo mezo vostro è stato servito. Qua non ci è « cosa notabile da dover esser scritta , se non forse una che qui son chiusi in una gabbia due « leoni maschio et femina, et un dì fa aperto il leone et messo a prova con un mediocre toro. VARIETÀ 233 occorso. Da nn mio amico mi fa scrìtto una lettore in raccomandatione di un Candido Canonico d'Aquileia. Questo Candido portò a donare al Re una bella statua di marmo della Dea Venere, la quale nel vero era bellisaima, et fu chi volle diro, che ella fusae la famosa di Nido. Venne egli in Francia inaiema col Signor Renzo da Cerri, et il Signor Renzo appresentò egli la statua al R« non so in qual modo; ma so bene, per quel che si viddc, che il Re non sapeva chi ne fusse stato il vero donatore. Stette il buon Canonico parecchio settimane aspettando et procurando ricompensa per mezo del Signor Lorenzo, et non se ne vedeva nulla, alla fine egli a me ne venne pregandomi io fac«MÌ cpialcho cosa da dare al Re, per fargli intendere che la Venero era venuta da lui. Io entrai in pensiero di fare una egloga, et il suggetto fu che Marte in forma umana governava il regno di Francia, et che Venere non dimen* ticata delli antichi amorì venne a cercarlo, et trovò, che egli appunto stava con un spiedo a posta contro un cignaro, et che ricordandosi ella che già il suo Adoni da un tale animale fu occiso, da tanta paura fu sopra presa, che divenne un marmo (1). Con questa Egloga me n' andai io al Teucreno (2), il quale era maestro di lettere del figlio del Re, Io informai della cosa et pregàio, che o dessi o leggessi quella Egloga al Re. Egli andò la lesse al Re, il quale gliela fece replicare mostrandone diletto, et più lo mostrò in effetto che al Canonico fece donare mille scudi et un benefitio di cinque- cento. Già non hispero io già mai per quanti componimenti m' usciran della penna di dover conseguir quanto il Candido conseguì per mezzo della mia Egloga. Un altra cosa voglio dire, et poi me n* uscirò di casa. In Amboisa, luogho di Francia poco fori della terra, in un valloncello erano rìnchiusi, come in una gabbia, due Leoni mastio et femmina, fu posto in quel serraglio un toro, et lasciatone fuora il Leone, per far ^ro\& del lor valore. Il Leone se n'andò sempre ritirando, et il toro gli fece più assalti, ferendolo con le corna, né mai quella bestia ne fece risentimento; il che mi diede inditio, di quanta diifercntia sia l'essere arrìvato (3) fra boschi et un tavolato di poche asse. Hor torniamo in Italia. Quivi trovai io Giulio Camillo in casa del Conte Claudio, il quale mosso dal bisbiglio che si faceva per Italia contra il suo Theatro, mi mostrò, che scriveva una Apologia, pregando il Re, che contentar si dovesse, che egli il potesse dare in luce. Mi trovai poi con lui in Roma alla creatione di Papa Paulo Farnese, dove egli era venuto col Cardinale di Lorena, et lì stemmo alcuni giorni con diletto insieme. Tornò egli un' altra volta in Italia al tempo che io serviva il Duca Hcrciile di Ferrara, et capitò egli a Ferrara, et il Duca una mattina gli diede den* « il quale al leone diede di molte cornate senza che egli ne fooMM dmtiBHlto. Tuto iafOlte « la nutritara : cho egli da pargoletto fti posto in quella grotta, oè aatan paò itMt ooatn Q e^ < stame. Mi tì raccomando. Di Amboiaa ». (1) Cfr. Merio, Sgloght, Vinegia, Giolito, 1550, e. 101 t. (2) n OuxicR (Op. ci/., 17). riferendosi a qae«ta lettera, ha scritto Tkmirtm uakM fW cr«MO, senza riflettere che arerà preso qaesto nome Benedetto TagUaosnM. assai noto e reputato (Tuubombi, Stor. ìttt itaL (ed. CUanci), YH, Iftl). (8) Forse alìtvato. 234 A. NERI nare, havendo fatto invitare i primi litterati della Città, et doppo il desinare mise Giulio Camillo in ragionamento del suo Theatro, del quale egli parlò in guisa, che non fu chi havesse che rispondere; di che il Duca rivolto a quelli huomini dotti disse loro: parlate hora che egli senta, quando egli non sente ogniuno ne parla ; né perciò fu alcuno che aprissi boccha et tutti si strinsero nelle spalle. Quindi partito, egli andò a Roma, et passò per Bologna, dove non doppo molto essendo andato io visitai M. Romolo, il quale mi disse che il Vice legato di Bologna haveva fatto il medesimo che il Duca di Ferrara, et che anche egli era stato nel numero delli invitati, et che Giulio Camillo haveva parlato tanto copiosamente, et tanto verisimil- mente di quel suo Theatro, et che non v' era stato persona, che gì' aprisse la boccha incontro, ma che in somma a lui non era rimaso altro che pa- role senza alcuna conclusione, et che gli pareva bavere sognato, che nel vero egli era cosi artifìtioso in quel suo parlare, che faceva che gì' huomini consentissero quantunque in loro non capesse quello, che egli diceva. Passò egli a Roma, et indi tornò in Francia, né quindi per alcuni anni hebbi novelle di lui. Dapoi trovandomi al servigio del Marchese del Vasto, et essendo egli andato all'impresa del Mondovi, et presolo, trovandomi io un giorno dopo desinare solo seco in camera gli diedi un sonetto, il cui prin- cipio era : Aura che movi le veloci penne verso colei che move le mie pene, et cosi finivano tutti i versi in penne et pene (1). Il Marchese lettolo, et me guardando in viso disse: Tu dai le ale a' venti, et i dipintori gli dipingano con le gote gonfiate ; risposi : Sig.ore a' venti da' poeti si danno le ale, che Ovidio nel descrivei'e il diluvio dipinge l'Ostro con le ali bagnate. Scrivono i poeti che Borea innamorato di Orrithia ne hebbe due figli Zeto et Calai, i quali pervenuti al tempo della pubertà misero 1' ale, et a nostri di M. Andrea Navaiero fece un Epigramma, che incomincia: Aurae quae levibus percurritis aera pennis (2), et nel salmo si legge: Volavit, volavit super pennas vento- rum. Il Marchese, mi mirò in viso , et disse : tu dei haver letto assai a tuoi giorni; et io a lui: pocho posso io haver letto, Sig.ie, che mi è convenuto guadagnarmi il pane , con pocha riverentia, col culo in su la sella ; et egli replicò: Giulio Camillo dee bavere letto assai; et io: egli si; che é stato pagato a posta per farlo studiare. Soggiunse il Marchese: io non sono Re da poter donare 1' entrate delle migliaia di scudi , ma gli donerei bene un entrata di 300 scudi l'anno, se mi volesse insegnare il secreto del suo theatro; et io gli dissi: non credo che Giulio Camillo habbia amico di me più confidente; egli mi mostrò già che scriveva una Apologia pregando il Re che fosse contento, che egli publicasse quel segreto; gran tempo é che non habbiarao hauta novella 1' uno dell' altro, né so a che termine egli si (1) Cfr. MoTio, Rime cit., car. 18 t. (2) Cfr. Carmina quinque illust. poet., Venetiis, Valgrisii, 1548, p. 23. VARIETÀ 235 ritrovi: basta, mi disse il Marchese, tu m'hai inteso, et quindi s'entrò in altro parlare. Non passarono tre o quattro dt che io hebbi una lettera da M. Vincenzo Fedele Secretano de' Signori Venetiani , che stava in Milano, nella quale mi scriveva, che Giulio Camillo era venuto in Italia per nof più tornare in Francia, et che cerchato havea di me, et pregato lui, che mi scrivesse, che fra un mese egli sarebbe stato di ritomo a Milano, et io mi vi dovessi lasciare ritrovare (1). Andai a Corte, et Io dissi al Marchese, il quale se ne rallegrò, et mi disse: Tu sai bora quello che hai da fare; et io: vi prometto Sig.»' che io ve ne sarò buon mezano. Quindi tornammo a Vighioveno, et sopravenendo l'Ottobre presi licenlia dal Marchese di andare a Milano a rimettermi de' panni. Andai , et fra pochi giorni Giulio Camillo vi comparve, col quale fui a ragionamento proponendoli a dover accettare partito col Marchese, poi che non era più per tornare al Re; et egli mi disse: Tu sai che gli è gran tempo che io desidero, che viviamo insieme, et pertanto fa pur tu quel che te ne pare senza parlarne altro con me, che tanto bavero per l)en fatto. Hor io ne scrissi al Marchese et che io lo harei menato Ih. Havuta che si ebbe la tale novella un gentilhomo di Corte venuto da Vighieveno ci venne a visitare per conoscere Giulio Camillo, et in ragionando disse che il Giovio, il quale era appresso il Marchese, gli haveva detto: facciamlo venire, Sig."*, et intendiam questa maraviglia del suo theatro; Giulio Camillo stette quoto, et partito che fu quel Gentilhomo, disse a me: Hor non si parli più né di Marchese nò di Vighieveno, che io non voglio havcr da trattare con il Giovio; egli sapeva eh' il Giovio, come colui eh' haveva la lingua sciolta, haveva detto quel che gli era piaciuto di lui; la onde non voleva trattare con lui né di questa, nò di altra cosa. Io risposi piano: non vi risolvete cosi in furia, dite a me l'animo vostro et lasciatene a me l'incarico. Egli s'acquetò et mi disse, che del theatro suo non voleva parlare al Marchese in presentia di veruno, eccetto me, et mi disse alcuni particulari da diro al Marchese. Io il giorno seguente andai a Vighioveno, era di verno, et arrivai a tal bora, che trovai accesi i lumi in camera del Marchese. Quivi era il Giovio, et altre persone di corte. Il Giovio fu il primo a parlarmi dicendomi: e dove è Giulio Camillo? risposi: a Milano, et egli: e come? l' ambasciadore di Venetia haveva promesso che egli ci verrebbe ; et io : fate che egli v'attenga la promessa : et non ne par- late con me. Poi m' accostai al Marchese, et gii contai la diffioultà di Giulio Camillo col Giovio; et poi gli dissi: dice Giulio Camillo, che la semenza d' una pianta di un a!l)cro è una cosa cosi picciola, et cosi sparuta che non sembra che sia da farne stima, et non dimeno poiché é racomandata alla terra, et cresciuta in albero, et ha produtto frondi, fiori et frutti è cosa maravigliosa da vedere; et che tale è questa cosa sua: la quale in semema è contento di dimostrarvi, ma non la vuole pubblicare se non nella sua perfettione, et aggiunge, che quando l'huomo s'accompagna con la donna cerca di farlo più sccretamente che può et lontano dalli occhi di tutti, poi quando n'è nata creatura egli si compiace in dirlo a tutti, in mostrarla a (1) Ctt. MvTio, Lttùre, e. 48 t. (ed. Venetia); p. C6 (eU. Fireau). 236 A. NERI tutti, se l'arreca in collo, la rimette nelle mani degli amici et gode che la bascino ed abbraccino, et le facciano carezze; cosi dice egli adunque volere, che sia questa coniuntione che gli ha da fare con voi, che stia se- creta infin che ne riesca il parlo, il quale egli ha speranza che ne habbia da nascere. 11 Marchese senti piacer di questi tali esempli et hebbe Giulio Camillo per persona di molto intelletto; et disse a me, che sopra la parola sua lo facessi venire, che non si sarebbe fatto se non quanto egli desiderava. Tornai a Milano, et condussi Giulio Camillo, et smontati che fummo, io andai a darne novella al Marchese; et per ciò che non molto tempo avanti da un auditore del Marchese gli era stato presentato un litterato di molto nome, et per essere colui di pocha presentia, et di natura fredda, fu spre- zato dal Marchese, io di ciò informato, et sapendo quanto Giulio Camillo era mal' atto a comparire, et in usare cirimonie dissi al Marchese: Signor fate stima che io v' babbi da presentare un huomo di villa , o più tosto un ceppo, che liei primo apparir tale vi si mostrerà Giulio Camillo, ma poi a lungo ragionameuto conoscerete V huomo. Il Marchese mi disse che andas- simo a cena, et che dopo cena ci harebbe fatti chiamar, et cosi fece. Noi lo trovammo in Camera solo, Giulio Camillo gli fece una cotal riverenza, gli basciò la cappa, et ritirossi senza dire altro. Il Marchese col parlare a lui gli diede occasione di parlare, et Giulio Camillo rispose: Signor io so che da molti, diverse cose vi saran state dette di me, delle quali tutte vi prego che facciate un fascio, et che ne le gittiate fuori delle finestre, aspet- tando quello che intenderete da me. Il Marchese gli disse : voi havete caval- cato hoggi, andate a riposarvi, per domani non voglio darvi fatica, ma da domani in là fate che ogni mattina al suon di mattutino mi veniate a ri- trovare al letto, che questa voglio che sia T bora de' nostri ragionamenti lontani da ogn' altra persona; et cosi fu eseguito per sette mattine si come io dirò. Noi ci riducevamo ogni mattina all' bora detta , et quivi Giulio Camillo apriva la bocca con tanta felicità di dire, che io non so quando mai si sentisse la maggiore. 11 parlar suo era di un filo così continuato, che altri non legge cosi francamente come egli ragionava. Non mai gli manchava parola in boccha, non mai replicava o tornava a dire cosa che egli havessi detta una volta, non mai lasciava cosa, che poi gli bisognassi tornare a ridire; poi con tanta varietà di fiori di argumenti et di esempij adornava et confermava le sue ragioni, che era un miracolo ad ascoltarlo; ogni mat- tina durava il suo i*agionamento un bora et meza et due, che non pareva che egli havessi favellato meza bora. Così fece per cinque mattine, et la sera del quinto giorno essendo su 1' bora dell Avemaria in camera del Mar- chese con altri Gentilhuomini, essendomi venuta una lettera di Milano, io mi accostai a una finestra a leggerla, et il Marchese si spicchò dalla Com- pagnia delli altri Gentilhuomini, et mi venne dietro, et col viso affacciato- misi da l'una spalla mi disse: ben, a che siamo? di che, dissi io, Signore? mi rispose: di Giulio Camillo; a cui risposi: Giulio Camillo ha ancora da fare due ragionamenti per chiarirvi della sua verità; et egli a me: No, no, 0 vero 0 non vero io lo voglio; et io gli dissi: l'haverete. Signore: et che VARIETÀ 237 gli vogliamo darò? disso il Marchese: dissi io: egli si rìtnotlorà alla vostra discretiono; replicò egli: c\\ pur tu; ot io: Giulio Camillo »ì rimetto in mOt et voi la rimettete in me, io darò adunque la scntentia. Al Mondovico, mi diceste , che per lo theatro gì' haveresto dato trecento scudi d'entrata ; ba^^ vorete il theatro et V huomo, siano quattrocento; et quattrocento siano, disse il Marchese. Soggiimsi io: ma vi so dire che egli hora non si può fermare, che gli ò di mestieri tornare a Vincgia, donde fra un mese egli sarà di ritorno; et egli: per questa sua andata non gli vogliamo donare qualche cosa? dissi io: se voi non mi parlavate, era per parlarvene io; rispose quel Signore: et che gli vogliam dare? et io: di questo non vi voglio mettere la mano in borsa, fate voi, basteranno, disse egli, 500 scudi? et io: di tanto non vi harci io richiesto; et 500 sieno, disso egli. Si seguitò poi per duo mattino a ragionar di quel che rimaneva del theatro, et dovendo il Marchese per duo giorni anchora fermarsi in Vighie* veno, già tutto invaghito di udir parlare Giulio Camillo disse: et queste due altre mattino non vorremo noi udire qualche altra cosa? et fu risoluto, che Giulio Camillo dichiarasse il primo Salmo, Deattis vir; alla quale interpro- tatione si contentò Giulio Camillo che vi fosse presente il Conto Hettor di Carpigna molto caro al Marchese, buon soldato, letterato, et di suavissimi costumi, et molto amico mio. In due mattine adunque dichiarò egli quel salmo mirabilmente accompagnando la dottrina di Davit, di Vergilio, et del Petrarcha con maraviglia di tutti noi (1)/ La sera avanti che il Marchese si dovea partir per andar alla volta della infelice Cirigiuola, fece chiamar me, et mi disso che io gli facicsse portar da scrivere, che voleva di sua mano mandar ordino che i cinquecento scudi fussero (lagati, a fine che i tesorieri non lo stratiassero. La mattina seguente ci partimmo, il Marchese verso Piemonte et noi duo verso Milano, et fu così favorevole la lettera del Mar- chese che ovanti che noi desinassimo io riscossi i denari. Io havea detto al Marchese, il quale haveva sentito ne' discorsi fatti da Giulio Camillo parlar di quelle maniere, le quali comprese sono in quel libretto, intitolato Idea, che dovesse domandarne copia avanti che egli si partisse per Vincgia; ma facesse destramente che colui non si accorgesse che la cosa fosse venuta da me. 11 Marchese glie ne parlò, et egli subitamente lo disso a me con animo amaro pesandogli questa richiesta, et malvolentieri si conduceva a metterla in opera; io lo ammonì et confortai a non dover farne alchuna dìfRoultJi con un Signor tale et così liberale, come egli poteva vetler che egli era; che il Re di Francia dato gli havea in Parigi seicento scudi per andar e tornar da Vinegia, et egli di Milano a Vincgia glie ne havea dato cinquecento; hor egli mi risi>oso che '1 farebbe volentieri, ma che era grave et mal atto a scrivere, et che haveva seco il genero, che gli havea rubate di molte cose, et perciò di lui non si fidava, né sapea di cui sinora fidar si potesse; per ch'io gli dissi fidatovi voi di me; oh, dice egli, della vita non che di altro; perch'io gli risposi: io adunque prenderò la fai icha dello scrivere, acciò che il Marchese rimanga di voi satisfatto; et cosi dormendo (1) Qui finifce il secondo copiatore. 238 A. NERI noi in una medesima camera in sette mattine avanti giorno, sedendo egli et io ne' nostri letti involti nelle pelliccio, egli dittando et io scrivendo con- ducemmo l'opera a fine; il che fatto egli se n'andò a Vinegia (1). Et ritornato a Milano seguì la sconfitta di Cirigiuola, et il Marchese si fermò prima in Asti et poi in Pavia, nel qual tempo avenne che havendo il Signor Al- berto di Montacuto , et Giulio Camillo , et io desinato insieme in un giar- dino, essendo il tempo della state ogniun di noi f5Ì ritirò; et poi in sulle venti due ore Giulio Gammillo et io montammo a Cavallo et andammo a casa il Sig.re Domenico Sauli, nobile et ricco Cavaliere, il quale ha due figliuoli Giovinetti, di lettere studiosi, a' quali egli si diede ad interpetrar alcuni versi di Virgilio. Haveva Giulio Camillo un cotal difetto che ad alchuni tempi gli s' ingrossava il fiato , dandogli affanno assai , et il rimedio era uscire a l'aere, et se quello non giovava, farsi trar sangue della vena dal braccio destro; là onde egli per ordinario haveva un servitor barbiere: avenne adunque che quivi fu soprapreso da tale accidente; perchè subito si levò da leggere, usci a l'aere et io dissi al Sig.or Domenico che man- dasse subito per un barbiere, et fra quel mezo gli feci spogliare il giub- bone; il fiato tuttavia s'andava ingrossando, perchè io lo feci sedere aspet- tando il barbiei'e con braccio ignudo; ma fu sì tarda la sua venuta, che trovando difiBcilmente la vena per la soverchia sua grassezza, avanti che lo ferisse egli spirò, era di età di 65 anni (2). Al ritorno ch'egli fece di Vi- negia in Francia menò seco due (debbo io dir donne o femine?), delle quali l'una egli diceva che era sua moglie, et quella dormiva seco in letto, l'altra nominava la fante, e gli dormiva in Camera nella Gariola, et si trastulava, bora con l'una, bora con l'altra, et quel giorno che desinammo insieme dopo mangiare egli impacciò con 1' una et con 1' altra , che in quella età egli era in quello esercitio gagliardo tanto quanto possa esser gagliardo un giovine di 25 anni; ma la gagliardezza sua gli costò cara (3). 11 Sig.r Dome- nico lo fece seppellire nella chiesa delle gratie luogo de frati di SM Domenico con lettere in su la sepoltura: Giulio Camillo delminio; et questo è quanto contar vi posso della vita et della mia conversation con lui, et con questo farò fine ricordandovi che io son vostro infin da prima che voi nasceste. Di Milano Apostolo Zeno, il quale, come è noto, attendeva a comporre la vita del Muzio, ebbe notizia del manoscritto Riccardiano, e per (1) Della dimora di Giulio Camillo presso il Marchese del Vasto discorre il Muzio in una sua lettera in versi al Marchese stesso {Rime cit, car. 122 t.). (2) Il periodo che segue è aggiunto in margine di carattere della prima mano, come sono tutte le correzioni che ricorrono in alcuni luoghi, non che la chiusa : et con questo farò fine ecc. (3) Il Muzio ne pianse la morte con un'egloga {Egloghe cit., car. 87 r.). VARIETÀ 230 mezzo del Marmi se ne procurò una copia (1). Discorrendo poi in una lettera al Fontanini di Giulio Camillo Delminio, si giovò della lettera qui innanzi riferita, riportandone quel brano che tocca della sua morte (2). Se ne servi più tardi, sebbene non molto felicemente, il Oiaxich nella Vita del Muzio (3). Una parte della materia onde si compone questa lettera, già si trova in due altre fra le edite nella prima e seconda edizione. Infatti se si confronta quel brano, nel quale il Muzio racconta come disputando col Marchese del Vasto intorno ad alcuni v conti di Fiorio e Biancifiore ordinati in due gruppi rispondenti a' due cicli; nell'altra si raffrontano questi due gruppi , e si spezza frequentemente l'a- nalisi comparativa con ricerche speciali, che riescono utili all'illustrazione della leggenda e della sua letteratura. Seguono a queste due parti due £a> curse., nel primo de' quali si pone di fronte all'esordio del Filocolo l'esordio corrispondente della nov. francese La Comtesse de Ponthieu (2), per mo- strare la dipendenza del testo boccaccesco dal francese; nel secondo si tratta del tedesco Volksbuch del 1499, in cui apparve tradotto il Filocolo. Viena ultima un' appendice , in cui il nostro A. pubblica la traduzione in proaa tedesca del poema del Fleck secondo il ms. C 28 della bibl. cantonale di Zurigo. Accolta l'opinione ormai comune dell'origine bizantina della istoria di Fiorio (3), ricordato, come indicai, lo sviluppo d'essa in due redazioni. (1) Cfir. Fiore und Bìmuehtfiur eine Eiuhlnng ron E. Fleck , ttrs^. ron E. Stmamm, Qb«4- linbarg nnd Leipzig, 1846, p. XXV. (2) Vedi questa novella nelle Jfo«t»«ltM fnmfOi$n dn XIII» tiick. pnbbl. dh MoJLim t 4*H*- uCAULT (Parigi, 1856). Il brano dal lig. H. posto di fronte al Filoeoh ra dalla p. 166 alla IM. (3) Cfr. Dn M£bil, Fìoirt «< Bìanetjhr, Poimn du Xllh siici* ecc.. Paria, 1856, pp. C au-i ZncBiKi, n Fììocopo del Boccaccio (Estr. dalla Nwna Antol.), Firenie, 1819, pp. 5 if(. D Qaa- rame medesiino (G*sekickt$ dtr dimkehtti Diehhmg, I, 463, 4* «dia., 18&S), «laateafM Qiomaì» itorito, IV. M 242 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA enuncia l'A. una sua opinione, secondo la quale codesto sviluppo non si sa- rebbe prodotto in Occidente, ma già prima nella culla orientale della leg- genda. Infatti episodi simili a quelli caratteristici del secondo ciclo occor- rono in altre favole bizantine; quindi potrebbero essere stati inseriti nella redazione originale per via di rimaneggiamenti orientali anteriori al pas- savie della leggenda in Occidente. Delle due redazioni così formatesi la prima sarebbe passata a rifiorire in Francia; l'altra in Italia; da questi due centri poi e l'una e l'altra, indipendentemente, si sarebbero venute irradiando nelle letterature d'Europa (p. 3 e pp. 10-11). Ma gli episodi del secondo ciclo s'incontrano soltanto in fonti bizantine? Lo Zumbini, accanto al quale l'au- tore non doveva forse citare, per questo caso, il Du Méril (1), nota che nei romanzi greci sono frequenti le false accuse di avvelenamento a carico dei protagonisti, come avviene nel nostro racconto a carico di Biancifiore. Nel romanzo di Giamblico sono accusati Sinonide e Rodane , e , in quello di Eliodoro, Gariclea ; la quale, come Biancifiore, è condannata al fuoco e poi salvata per virtù di una pietra preziosa (2). Ma accuse simili e condanne con altri di origine provenzale o spagnuola il racconto di Fiorio , vuole che la semplice istoria de' nostri eroi sia stata arricchita di ornamenti presi a romanzi greci. E già prima del Dn Méeil e dello Zombisi un certo genere di narrazioni occidentali , il genere , a cui appartiene la no- stra leggenda , fece pensare a' romanzi greci ; cfr. A. Duval , Romans d' Amour et de Galan- terie, nella Hìst. liti, de la France, XIX, 747 (1838). Risalendo anche più addietro, cfr. Collez. degli Erotici greci tradotti in volgare, voi. I (Crisopoli, 1814), p. XI della prefaz. di S. Ciampi: ecco r origine delle novelle del Boccaccio ed altre , esclama in nota il Ciampi riferendosi alla propagazione avvenuta in Francia , Spagna e Italia di romanzi ad imitazione de' Greci , di che parla nel testo. Per lui, nel loro piccolo, hanno le novelle boccaccesche molta somiglianza co' ro- manzi greci , tanto per gli argomenti e gli accidenti, quanto anche per lo sfoggio di alcune de- scrizioni. Più precisamente il Manni {Istoria del Decameron ecc., Firenze, 1742, p. 210) aveva raccostata la VII novella, giorn. II del Decameron al romanzo di Senofonte Efesio. Cfr. su queste relazioni tra racconti bizantini e novelle del Decameron , M. Landau, Die Quellen des Delc., 2a ed., Stuttgart, 1884, p. 296. (1) « Quello che in alcuni eruditi moderni, e specie nel Du Méril, si trova quanto a raffronti « della leggenda di F. e B. con i romanzi greci , è ancor poco al bisogno ». Cosi lo Zcmbimi, pp. 6-7. Per quello che riguarda le redazioni del II ciclo, il Du Méril non rileva se non l'agni- zione finale, ch'egli ritiene un indizio dell'origine greca della leggenda, pp. cxliv, clxxxij. Lo Zumbini (p. 10) vuole addirittura che gl'inattesi scoprimenti di parentele, insieme ad altri indizi, oltre all' afSnità de' racconti greci e del Filocolo provino sempre più la grecità maggiore nella narrazione boccaccesca, che in qualunque altra straniera intomo alla stessa leggenda. Lo Zumbini non pensava che la finale agnizione del Filocolo ricorre del pari nel poema italiano e nel greco sopra Fiorio e Biancifiore. D'altra parte questi riconoscimenti di consanguineità sono divenuti, se non m'inganno, così comuni a' racconti dell' Occidente, che non certo per questa via si può provare l'immediata origine bizantina del nostro II ciclo. Noto che l'agnizione non è comune a tutte le redazioni di questo ciclo; il romanzo sp. la ignora affatto. (2) Cfr. ZoMBiNi, Op. cit., pp. 7-8. Veramente nella parte del finissimo studio sul Filocolo, a cui si riferisce la citazione ora fatta, non riuscì il chiarissimo Zumbini troppo esatto. A p. 7 egli dice che le cose meravigliose , le quali occorrono ne' giardini descritti da' poeti narranti i casi di Fiorio e Biancifiore ed in quelli descritti da' romanzieri greci , trovansi sempre nel mezzo. E cita in nota il romanzo d'Eumazio, I, 4-5, p. 524 del volume degli Erotici scriptores (ediz. Didot, Parigi; 1856). Ora qui appunto l'aquila e le altre meraviglie accennate dal eh. autore non istanno proprio nel mezzo del giardino, ma nel mezzo invece della fontana , che al citato luogo si de- sotìts, della fontana, della quale anzi non si determina la posizione precisa nel giardino stesso. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 243 troviamo pure in romanzi del ciclo brettone (1). Nel Guiron é calunniata come nvvolenatrice e la damo de Norholt » da duo cugini avidi di averne U terra; nel Bret un'altra damigella, di cui il padre ò morto di veleno, è accusata dalla sorella, cupida dell'intera oreditii, quale autrice del miaCatto. Accusata di Rimilo colpa e condannata vediamo la stessa regina di Logres. Essa porgo un frutto a un cavaliere; costui muore; il fratello suo acctiui la regina di averlo avvelenato. Non solo in romanzi greci occorrono dunque analogie col caso di Biancifìore, il quale corrisponde anche per altre circo* stanze a' racconti l)rettoni. La regina di Logres, essendo lontano il suo Lan« cilotto, non ha campione, che provi falsa la mossale accusa ; paro corta la sua morto, quando Lancilotto, avvertito del pericolo urgente, all'ultimo ar- riva e, sconosciuto, quale campione di lei combatte e vince. Cosi Fiorìo si presenta a difendere l'amica sua , quando ormai sta per essere gettata nel rogo (2), cos'i egli duella incognito (3). Solo, dopo la vittoria, Lancilotto si Chiftnmente per contrario è indicata questa podxione nel I de' poemi franoed editi dal Dq Mìbil, ove 8Ì dice: el mi Uu sourt une fontaine (t. 1781). Lo Znmbini, come riferii qni lopra, dice /V*- fjuenti no' racconti- greci le false accofie di avrelenamento a carico de' protagonisti : ora in tatto il volume Didot io non saprei trovare d'esempi sicari se non quello offerto dal romanzo di Elio» doro; poiché l'altro (e non sarebbero ad ogni modo che questi due; quindi finenti nonsipo»- sono dire) datoci dal sunto del romanzo di Giamblico al e. V (p. 516 , coUes. Didot) , mi pu« assai dubbio. Qui infatti non è chiaro che Sinonide (non, come scrive lo Z., Simonide) e Rodano sieno malignamente accusati ; sembra anzi, malgrado la concisione del luogo, che l'accoM, che li colpisce, sia un innocente errore. — Superflua mi pare l'osserrasione dallo Z. fktta a p. 8, n. 3 del suo studio, che prove port^tose di castità non si offrono ne' romanzi di Senofonte e di Ca- ntone. Come si sarebbe potato in ambe«lne i casi mostrare vergine l'eroina, se Anzia e Callinrboo sono spose? Osservazione egualmente inutile ha fatto il Dunlop citato dallo Z. a proposito dal racconto di Antonio Diogene, poiché qui non s'ha un romanzo amoroso, ma la narrazione spedai- mente delle avventure e degli erramenti di due fratelli perseguitati da nn sacerdote nemico. — Seguita lo Z. dicendo che nel romanzo di Senofonte Anzia ò venduta due volta; è iavM* Tiadrta ben quattro volte (L. II, xi; L. Ili, xi; L. V, v, ix), ed ò questa la sorta «naaa Mk aaMitt ne' romanzi greci. Inesatto è ciò che lo Z. riferisce a proposito dell' inchiesta amonm di Ateo- come. Non è vero che costui trovi gente che Io riconosca pari alla cercata Aazia di tkttaua , come avviene a Fiorìo, di cui si nota sempre la singolare somiglianza a Biandflore. Ippotoo dico ad Abrocome di avere veduta una bella errante fanciulla pari a lai d'età; ma di fattatM Boa parla (L. Ili, ni). Infatti più tardi Ippotoo incontra Anzia, ma non la riconosce (L. IT, m); non ne ricordava dunque le sembianze , e non poteva dire ad Abrocome che gli somigliasM, NA di somiglianza si fa parola nemmeno la prima volta, in cui Abrocome, cominciata l'inchiesta »- morosa, ha notizie della giovine amata (L. II, xii). (1) Cfr. Ra»a, U fonti MPOrlando furiato, pp. 135 agg. Un'altra miniera di riseoatri si- mili a quelli offertimi dall'opera del Rajna sarebbero Ltt Romatu d$ la Tahk Rond* di P. Pabis, ma per ora volendo essere breve, almeno quanto è possibile, non me ne valgo largamaata. (2) Per il cantare italiano ùx F. » B., poiché non ne apparve ancora l'ediz. mia e le veceUa stampe sono raro, citerO la recente riproduzione del sig. Uausknecht {Archit dell'Uanuo, LUI, 1). CfV. qui dunque del cantare w. 281 sgg.; poema greco, w. 545 sgg. (ed. Bakkar); itNuaM Sfap gnuolo, p. 162 del Giorn. di fll. rom., IV, 9, ov'ò il mio articolo i^ferss y Bkme^fkr. Cfr. II poem. fV. (Du M^ril), w. 876 sgg. (3) Cft. i testi ora ciUti, ital., greco, spagn., francese , a' luoghi staHi • poco oltn. AmU fuori del ciclo arturìano occorrono naturalmente riscontri a questi casi. Cfr. il Sni é» WiKrmgki, ove questo cavaliere combatte incognito , sotto spoglie di pellegrino , il gigaato àaam», flà*an campione de' nemici di ro Athelstane, e incognito A serba dopo il duello, Boa ■uitataatet s^ grctamente che al re {Hist. Utt. d* in fWanet, XXII, 84»). Si IratU di looghi coaui MI* aar- razioni cavalleresche. 244 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA scopre; ma Florio non può farlo per non inasprire tanto peggio il padre e contro sé e contro Biancifiore. Date condizioni diverse , come ognun vede» diversi ne discendono certi particolari. Sconosciuto combatte anche Tristano per la damigella del Bret; quando imminente è il pericolo s'offre un cam- pione alla dama del Guiron. Se nel caso di Ginevra è sincera l' accusa, ne' due precedentemente citati vediamo come, al pari che nel racconto no- stro, sia simulata per togliere di mezzo la persona , che n' è fatta segno. Nell'episodio di Ginevra si crede che l'avvelenamento sia stato operato me- diante il frutto porto da lei stessa; nell'episodio del Fiorio il re fa apparire propinato il veleno col mezzo della gallina mandata a lui dalla fanciulla (1), 0, secondo il Filocolo, col mezzo del pavone presentato da lei medesima alla mensa reale. D'origine bizantina non è certamente il duello di Fiorio, il quale non avviene che in conformità alla procedura feudale , eh' è pur quella de' romanzi cavallereschi (2). A Biancifiore non è lasciato il tempo necessario a eleggersi il campione (3), ma, appena un campione inatteso e sconosciuto si presenta, il re mostra rispetto alle forme ed alle consuetudini giudiziali e cavalleresche, concedendo a Fiorio di combattere col siniscalco, e intanto usandogli cortesia (4). Questo duello di Fiorio così conforme alle abitudini medievali de' nostri paesi , essendo parte integrante , conclusione necessaria dell'intero episodio, serve anzi a provare direttamente ch'esso è nato insieme con la parte precedente dell'episodio stesso, che anche questa parte , come l'ultima , come cioè il duello, è d'origine affatto occidentale. Eminentemente poi occidentale e cavalleresca è l'imagine dell'adolescenza fresca, bella, schietta, animosa , che vince la brutale poderosità della forza e l'ingiustizia; è l'imagine cara a' nostri romanzieri e poeti dell'ideale rag- giante, giovine , gentile che prevale alla forza cieca od alla perfidia prepo- tente. Creazione affatto nostra è questa di Fiorio che supera il siniscalco e fa trionfare l'innocenza; che vince, povero giovinetto, il terribile campione A&WaumaQor d'Acianon, come s' ha nella fine del secondo poema francese. (1) Cfr. Cant. itaL, vv. 201 sgg. ; Poema r/r., vv. 353 sgg. ; Boni, sp., loc. cit. ; II pom. fr., TV. 359 sgg. Diversamente dalle tre prime redazioni , nel poema francese non è il re, ma il si- niscalco che direttamente imagina il modo di far morire la fanciulla. (2) Cfr. Kajna, Op. cit., p. 135. (3) 11 re aveva troppa fretta; voleva tosto sbrigarsi di lei. Inoltre, s'osservi qui come la fan- ciulla non s'accusi di colpa che ahhia bi'iogno di essere provata, poiché tutti i grandi erano stati testimoni del suo delitto, all'enormità del quale doveva seguire fulminea la punizione. Veramente nel II poema fr. i grandi « qui la vuelent faire loial » chiedono al re di far comparire la don- zella, perchè « droiz est qu'ele soit au jugier ». Ma il re non lo concede: « udiste tutti che il « cibo avvelenato venne da lei; che altro v'abbisogna? » (cfr. w. 448 sgg.). Si veda pure il Fi- locolo (L. II, e. xxxvii , ed. 1503 , per D. Kncio Mantuano , Venezia) : ripugnava credere che B. fosse stata capace di tanta malvagità, ma la cosa era troppo manifesta, né si poteva negarle fede. Ascalione e il Duca di Montone (cfr. L. cit., cap. xxxviij) benché avessero intuito il vero, per non dispiacere al re, si tacquero, seguiti in ciò da' consiglieri presenti. Cfr. anche cap. suc- cessivo xxxix (ove è un riscontro al II poema fr., v. 443), cap. xlix e li. Al cap. xxxix, avutoli consenso del suo consiglio per la condanna di B., il re dichiara di non volere frapporre indugi alla giustizia, che « le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietà impedite ». (4) Filocolo, L. II, cap. Ixiii, cant. it., w. 313 sgg.; Poema gr., v. 603. Rom. sp., e. 15 v. del testo marciano da me usato; II poem. fr., vv. 291 sgg. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 245 Qui Fiorìo ne fa rammontare Lancilotto nelle suo primo prove, quando an* Cora valletto costui compie fatti cosi superiori all'età suBs Ricordo inoltre, giacché sono qui sempre a queste leggende brettoni, che no' romanzi delia Tavola Rotonda del Paris (IV , 15 sgg.) occorre un episodio , il qiule^ molto s'avvicina a quello di cui discorro. Si tratta pure di un debole (di un vecchio) accusato a torto; di un siniscalco, che sostiene l'accusa; di un campione, che si presenta a difenderlo non aspettato e incognito; infine, il che va da sé, della vittoria di questo campione, che abbatte il siniscalco e gli taglia la testa. Il corpo del vinto è appeso alle forche. Altrove (V, 181 sgg.), Lancilotto sopraggiungendo improvviso salva una damigella, che stava per essere gettata nel fuoco, dopo essere stata giudicata e con- dannata a questo supplizio. Il valoroso campione vince un cavaliere so- stenitore dell' accusa , o lo butta nel fuoco preparato per la fanciulla , come nel II dei poemi francesi su Fiorio avviene che nel fuoco gettino il corpo del siniscalco i baroni del re Galerien, e nel Filocolo (L. II, cap. uxx) lo getti Fiorio medesimo. — Per il genere stesso poi della pena, a cui Biancicore fu condannata, ricordiamoci che non solo i romanzi bizantini, ma ancora i brettoni mandano odore di bniciaticcio. Nel nostro racconto abbiamo un'altra condanna al rogo , quella per cui ambedue i giovinetti amanti sorpresi dall'ammiraglio debbono perire. Ci occorre nella prima delle versioni francesi (1), e nelle altre del primo ciclo (Herzog, p. 59); apparte- neva forse alla redazione primitiva della leggenda, ma non è vano osservare che di esempi simili non mancano le narrazioni del nostro Occidente. Dalle Fonti del Furioso (pp. 319-21) mi basta trarre il ricordo di Tristano e Isotta colti in Ietto e dannati alle fiamme da re Marco. In flagrante sco- pronsi pure gli altri due amanti famosi della letteratura brettone, Lancilotto e Ginevra ; ed anche in questo caso Ginevra (essa sola , perchò l'amico suo riesce a fuggire) è condannata al supplizio del fuoco (2). Le Fonti del Fu- rioso sono pure da consultare per ciò che riguarda la legge, che in vari paesi comandava la morte di ogni donna Ch'ad Dom si giang» e non gli sia moglie» (3). La prima volta che in un racconto brettone occorra un supplizio prodotto da simile cagione è nel Bret. Sono colti insieme una dama e un cavaliere; (1) Anche nel I poema U. viene eccitato l'ammiraglio a bruciare l diw eolperoU (t. ÌS04); A fa anzi erigere la catasta, o dentro il fuoco mole l'ammiraglio che siano gattati (rr. 2639 agf.). Il Rajna, Op. cU., p. 319, H. 3, osaerra che ne' testi fìranOMi F. e B. debboao Borir* di tero, anzi che sul rogo come in altre redaiioni; lo Zumuxi, Op. ciL, p. W, »«. 1, gU ricort» U ««■- danna al fhoco, onde è colpita BiandSor» , nel II poema f^. ; ma qnwto eaao al B%{aa ■•■ te- portava, poiché a lui occorreva trovare wempt di condanne al (Uoco p«r oolp* ateiU t fMlk 41 Uicciardetto e Fiordispina. Piuttosto al Rj^na , che rammenta solo U P**M> *•* ^ ?••■• *•. ove s' accenna alla pena del rogo (v. 2.V>4 , che fbrse per errore di stmfft ditrwia IS84 MÌI» citaz. sua), si doveva far presente l'altro Inogo da me sopra indicato (w. 9639 agf). (2) Cfr. Ràjha, Op. cit., p. 138. (3) Cfr. pp. 132 sgg. 246 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA quest'ultimo fugge, la dama è condotta al re, e, dietro avviso della regina, viene bruciata (1). Qui, come nel caso di Florio e Biancifiore, non s'aspetta che un campione si presenti a difesa della condannata. Ma se il cavaliere poteva, come Lancilotto, sottrarsi agli scopritori, la dama aveva ragione di attendersi ch'egli la salvasse. Infatti Lancilotto, nell'episodio più sopra ri- cordato, salva Ginevra, quando già crepita il rogo, in cui deve essa perire. Ma nell'episodio del nostro racconto anche il cavaliere, anche Fiorio è preso; deve egli pure morire, e non lo salva, in paese ignoto, ove nessuno ha in- teresse di farglisi campione, che la pietà destata fino nel petto de' nemici, o l'anello prodigioso, che gli dette la madre (2). Solo il Boccaccio non s'accon- tenta de" mezzi offertigli dalla leggenda per lo scampo degli eroi del Filo- colo; egli si giova dì esempì brettoni, in cui dannati ingiustamente al fuoco sono salvati non per magiche virtù, né per compassione destata ne' condan- natori, ma per quei soliti meravigliosi colpi di spada (3), che i formidabili cavalieri de' vecchi romanzi sapevano menare. Qui sono raccolti insieme i tre elementi da' quali uscì il Filocolo: il dato della leggenda, la tradizione classica, e la cavalleresca. I due miseri adolescenti , come il secondo ciclo vuole , proteggonsi dalle fiamme coll'anello , che estende la sua azione ad ambedue i loro corpi abbracciati (4); ma, si noti la finezza del Boccaccio, non potrebbero del pari salvarsi dal fumo, che li avvolge (5). Intervengono allora gli Dei da essi invocati. Venere li difende dal fumo ; Marte eccita alla loro liberazione i compagni di Fiorio, i quali però senza l'aiuto diretto del dio non sarebbero riusciti nell'intento (6). Concorrono dunque a campare Fiorio e Biancifiore le virtù cospiranti dell'anello, de' numi e delle armi. Da quanto vedemmo si conclude che l'episodio dell'accusa, della condanna di Biancifiore e del duello di Fiorio col siniscalco non si può giudicare de- cisamente di immediata origine bizantina, come piacerebbe al nostro A. Per conto mio credo più naturale ammettere che codesto episodio sia stato in- serito nella storia primitiva de' fanciulli amanti qui in Occidente per influsso de' poemi e romanzi cavallereschi. Ma resta ancora un particolare, che può servire d'estrema difesa all'A.: nel secondo ciclo Fiorio e Biancifiore cam- pano dal fuoco per mezzo dell'anello magico, come è noto e come ho testé accennato, a quel modo che nel romanzo d'Eliodoro Gariclea si salva dalle fiamme colla miracolosa Pantarbe. Qui non mi soccorre pronto l'esempio di un testo occidentale da contrapporre al bizantino; ma non giurerei che l'e- sempio manchi (7). Comunque sia, non credo che neppure in questo caso si (1) Cfr. anche P. Paris, Romans de la Taile Ronde, II, p. 9, n. 1, ove a codesta pena si darebbe origine sassone. (2) Questo non in tutte le versioni. Nel secondo testo francese, com' è noto, Fiorio salva sé e- la sua donna con prova di valore. (3) Cfr. Bajna, Op. cit, pp. 318 sgg. (4) Cosi nel cant. ital., vv. 1007 sgg. ; Poema gr., 1777 sgg.; Roin. sp., p. 166, Otorn. di fil, rom. ecc. (5) Filocolo, L. IV, cap. cxxxii. (6) Filocolo, ibid., cap. cxxxiii-vii. (7) E noto come non solo in Oriente ma anche in Occidente sia antica la fede ne' talismani: il Du Mébil, Op. cit, p. clxiv, riferisce la testimonianza di Isidoro di Siviglia, il quale attribuisce RASSEGNA BIBLIOORAPICA 247 tratti d'una di quelle modificazioni della prima redazione della leggenda, che vorrebbe l'A., antiche e già avvenuto in Oriento. DoiranoUo di Fiorio si paria in tutto quasi lo versioni dol nostro racconto (1): nella prima dello franoasi e nello altro ad ossa più affini, nel gruppo delle versioni nordiche, in quello delle meridionali; osso entrava quindi nella composizione originaria della leggenda. Ma paro che fin da piincipio non si determinarne chiaramente in che modo Fiorio o Biancifiore si servissero dell'anello, e che i rimaneggia* tori si trovassero innanzi la difficoltà di spiegare come un solo anello pò* tesse salvare duo persone. La redazione francese, la nordica, la meridionale offrono, a mio avviso, tre indipendenti soluzioni di codesto problema. Nel primo testo francese, ben si noti, appunto perchè atfrebbe procurato h scampo d'uno solo d'essi, i nostri amanti rifiutano a gara l'anello (2). Non li salva quindi alcuna virtù soprannaturale, ma — e qui sta il pregio di quo* sto poema — la stessa for/a del loro amore, che induce i nemici alla pietà a certa pietra la virtù di rendere invitti in battaglia. Codesta fede A riflette « m' necoati • sei « miti di una moltitudine di popoli > (Rajxa, Op. cit., pp. 118-19); e se di qneati rillwri d voleae perUre non si terminerebbe cod presto. L' anello di Fiorio rende inTnlnerabili , e & uuMUiii» Ogni ooea bramata (cfìr. Du Mìbil, p. 42). Di qneste proprietà almeno la prima è eoauu* k f^ reochie pietre nel libro, per tacere d'altri, di Marbodo. Ctt. Htuwotmt, Ih LapidibuM, cap. I, m, nXIY, XXXV, XXXVIII, XXXIX. Quanto all'altra qualiU. il torto ora dUto non mi offre altra esempio, che quello dol corallo (cap. XX), il quale introitu* prtuttat facilu JbtétfHé $*CHmdo$. Dall'acqua, dal fuoco e dal ferro salva pure l'anello di Eraclio (efir. ed. Ma«maiui. v. 907), ma à ammette che questo poema Ai Ctanthier d'Arras sia di origine bixantina (cfr. Du Mébil, p. dii^ ; L. CoHSTAMs, Chrittomathi* dt V(mci*n frtmfait, Paris, 1884 , p. XXYIII). Anelli nagld trovi ne' romanzi della Tavola Rotonda: cfìr. P. Pabu, Op. eit.. Ili, 126; IV, 291; Y. Ift4. Uà anello prodigiaso troviamo anche nel poema di Amada* *t Ydom*, della eoi origine non si è sicori, ma che per lo spirito cavalleresco che lo domina potrebbe dirai nato qni in Occidente (cflr. Hi$l. Mi. de la Frane», XXII. 704 ; L. Comstajis, Op. eit., p. XXX). (1) Quasi in tutte, perchò nella II versione f^anoeee non M ne parla. Qni la madie di Binnci- flore dà a Florio, che si disponeva a partire per l'inchiesta amorosa « nn lai longié • i»' capelli della figlia (v. 1797). Vediamo che Biancifiore < de see cherex nn lai faisoit » (r. 283) qinado Fiorio, che il padre voleva allontanare, si reca a lei per darlo l'addio. Anche appresso troviamo un cenno di questo lat (w. 3150, 3327). Fiorio duella col campione dell'Anmafor d' Acianon in difesa dell'ammiraglio; in un certo momento egli ha la peggio; l'ammiraglio già vede perdete ogni cosa ; clamori e pianti nella città di Babilonia, e Biandflore per incuorare il giovine : < Ptodo « Fiorio, ricordivi, gli grida, de' nostri amori! Non dimenticate l'amica vostra cke qni avete !•• « sciata! Vi ricordi, amico, del laccio (ìom), che poc' anzi vi cadde dal braccio ! » (w. SSSS^nt). n sig. H. qui vuol vedere nel ìtu ciò che per le altre redazioni ò l'anello, nn metso fktato per salvare, direttamente o indirettamente, i due fanciulli (p. 69). « Elne wnnderbare Wirihmg dissaa « Bandes (Uu) wird twar nirgendt htrvorgtkobtn, egli dice; sio mnss aber nnbedingt vonuMg*- « setst werden, da sonst die verse 3323 ff. keine Erklarung finden wflrden ». 0 peiekèt Bla— i flore anima il perdente campione colla sna voce, col ricordo de' loro amoii, oke tatto asfsttnvnao da quel duello, con quello gentile del pegno amoroso, del ta», ck'ean avevn iatneeiato per Ini, ch'egli aveva tenuto al braccio durante l'amorosa inchiesta e i recenti peiieoli, ed «nn Ini «esii caro! Ad ogni modo questo lan, ch'era caduto poco prima dal bncdo di fiorio, qii MB pot«v* mostrare la sua virtù assistendolo nel duello; se veramente avesse avnto ^naklw pwdtgtosn %wtr- lità, il poeta avrebbe avuto cura di fare che Fiorio lo raccogliesse e se ne isfrii. (2) Cfr. w. 2512 sgg. Biancifiore indispettita perchò Fiorio non voleva proflttaie delle viltà dell'anello, e risoluta a non valersene essa, lo getta via. Secondo la lesione preterita dal Da lUriI, di questo anello non si sa più che avvenga; ma nel migliore de' mas. da lai OMti, nel ■•. A, 248 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA ed al perdono. Invece nelle versioni meridionali abbiamo del pari la scena, in cui vogliono i due giovani morire e sacrificarsi l'uno per l'altro; ma, dopo il contrasto medesimo del primo testo francese , possono con uno spediente ingegnoso profittare insieme delle qualità magiche dell'anello: s'abbracciano e i loro corpi stretti in uno in mezzo al rogo risentono egualmente la be- nefica virtù, che rende innocue le fiamme (1). Interviene qui pure la pietà: erano tanto belli e soavi, tanto compassionevoli tra quelle lingue di fuoco, che non osavano toccarli, che alla fine il gelo d'odio e di vendetta, che li serra, si scioglie e l'entusiasmo della carità e dell'amore dall'ultimo della plebe ivi presente si propaga all'irato ammiraglio (2). Se non che un pro- digio fu qui necessario perchè la pietà prorompesse, e si palesa in questo il carattere popolare della redazione meridionale. Anzi l'autore d'essa sentì il bisogno di aggiungere una spiegazione anche più materialmente chiara di codesta pietà, che nell' ammiraglio sottentra alla collera, e imaginò 1' agni- zione finale (3). — La magìa s'intreccia poi con un altro elemento nella reda- zione nordica, coll'elemento cavalleresco. L'ammiraglio chiede a Fiorio se nella torre gelosamente guardata egli sia penetrato per arti negromantiche; Fiorio respinge tale sospetto (4), e narra come gli sia riuscito di raggiun- vediamo come il duca, che aveva raccolto l'anello, lo restituisca a un certo punto a' due giovani. Stanno per essere gettati nel rogo , quando la pietà de' presenti , appena fino allora contenuta, prorompe, e il duca qui lor anel trova Quant la pucele le jeta Eendre lor va, moult fist que ber; Onques ne V vaut avant porter. Do Méeil, p. 110, M. 1. Ma neppure la seconda volta riescono i due amanti a trovare modo di giovarsi insieme dell'anello. Salvati dal rogo, sono minacciati dalla spada dell'ammiraglio; il ms. A accenna a un ripetersi del contrasto fra essi avvenuto e del rifiuto scambievole di profittare di quel mezzo miracoloso: Chascuns voloit avant morir, Et l'anel ne pooit soffrir. Du MÉKn-, p. 112, n. 1. (1) Nel romanzo sp. i due amanti si contentano di prendersi per la mano: « tomaronse de las « manos temendo los dos de l'anillo »*(c. 25 v. del testo marciano). In questo romanzo al vedere i due bellissimi giovani intatti tra le fiamme non si desta la pietà degli spettatori, ma la sorpresa e la persuasione che in quel fatto si nascondesse « algnn gran raisterio de dios » (ibid.). (2) Cfr. cant. it., vv. 1009 sgg.; Poema gr., vv. 1783 sgg. (3) Cfr. cant. it., vv. 1021 sgg.; Poema gr., v. 1836; Filocolo, L. V, cap. eli. (4) Invece nel cant. it. v. 1031 , Fiorio dichiara che sua madre sa delle sette arti e che per senno di lei egli qui venne. Cfr. poema gr., v. 1815. Nel romanzo sp. non è Fiorio che confessi questo ; viene 1' ammiraglio a saperlo , non si sa come , per altra via (cfr. p. 166 del mio rias- sunto, Op. cit.). Fiorio dunque crede che la madre abbia avuto la virtù di farlo capitare là, ove raggiunse la sua Biancifiore, e dove ormai la sperata felicità era per arridergli. Si collega ciò ad una delle qualità , che la madre nella I vers. fr. attribuisce all' anello datogli prima della par- tenza: « vous ja rien ne requer(r)iez | Que tost ou tard vous ne l'aiez » (Du Méeil, p. 42, w. 1005-6)? Si avrebbe in questa versione meridionale una reminiscenza \aga della virtù origi- nariamente propria dell'anello, qui direttamente attribuita alla madre di Fiorio, di fargli ottenere «gni cosa voluta. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 249 gere la sua Biancifiore. Conformano il suo racconto la fanciulla atoan « il guardiano (lolla torre ; ma non pago di ciò l'oroo giovinetto s'oflfre di provara in duello la verità di quanto disse. Vincendo, avrebbe riguadagnata par sempre l'amica sua o la libertà; perdendo, con Biancifiore e col guardiano sarebbe perito. Fiorio vince non per sola virtù della sua spada, ma coU*a> iuto deiranello datogli dalla madre (1). Ecco dunque che l'anello salTando Fiorio col procurargli vittoria salva indirettamente anche Biancifiore. Ora la soluzione dciracccnnato problema, ch'è propria dello redazioni m^ ridionnli, non va, mi pare, distinta dallo altro, ed è insieme con queste un documonto di quel periodo della storia della nostra leggenda , in cui ven* nero i novellatori occidentali variamente rimaneggiandola per adattarla ai nuovi ambienti e per isvolgcrla dalla brevità della fonna primitiva nell'am- piezza dei poemi e dei romanzi neolatini e germanici. Respingiamo dunque affatto l'opinione dell'A. suU'orìgine del secondo ciclo della nostra l^igenda. Per convertirci ad essa dovrebbe egli provarci che gli episodi caratteristici di codesto ciclo non s'incontrano se non in romanzi bizantini. Ma, forse oppone l'A., questi episodi negli stessi racconti brettoni e, più generalmente, occidentali possono essere derivati da fonte orientale. È certo che sotto il nome vago di materia brettone s'accolsero leggende e narrazioni d'ogni ma- niera e d'ogni origine; si vuole (benché tanto poco si sappia di preciso in così intricata questione (2)) che tra queste leggende e narrazioni non poche sieno confluito da sorgente greca (3). Ma allora l'A. provi che gli episodi, di cui si discorre, non possono essere che di provenienza bizantina, e che quando la nostra leggenda passò fra noi nulla di simile a codesti episodi conosceva il racconto occidentale. Intanto io credo che ossi, allorché venne la leggenda a rifiorire ne' nostri paesi, fasscro ormai tra gl'ingredienti co mimi de' romanzi (4). Dopo che fu diffusa la legenda nella sua forma prì- (1) Cfr. UxBSM, p. 68. (2) Cfr. Q. Pàbib, Romanùi, X, 465, ore l' illastre romanUta dice a propocito dalla i sur ì$$ rom. tU ìa Tablt ronde: « je m'aperfoi« qne je rais perda daat on dMala iaotrteakU». PreM' a poco lo steaso «vera detto già il padre di lai: cfr. P. Pava, Op. eìt., T, SU. (S) Cfr. Da Miaa, Op. cit, p. cc^ sgg. ; P. Pabib, Op. Ht., I, 5, e Romania, I, p. 478, ora tà nota che G. Hap sparge il aao racconto sai S. Gradale di digreeaioiii eh« haaao « ■■• phyéommi» « tantOt bj/MonNne et tantOt galloiae >. Ora però non sembra più oka G. Map (qnaato tia paraa- teei) aia autore de' romanzi attrìboitigli (cfr. O. Paris, Court profuse à T ÉeoU dt» MmUm- Éindts ««• 1880-81 ciUto da L. Comstaks , Op. eit. , p. XXVI , n. 1). Wàrtok. Io atoriee Mia poeeia inglese, riferirà airOrìente l'origine dei romanci della Tarola Rotonda, ma radi iiawiiai. di P. Pasib, Rom. T. R., U, 48-40. (4) < Qaelqae libre qae paraisse la 6ction elle est bornia daaa «■ earda tièa raatwiat iV « rentares, de deecriptions, et de sentimenta ». Così il Ltmà, Pvkmu i" ntmktrm , BM. KM. d« fa France, XXII, 757. Aggiungo qui che forae certissimo aegno dall' otifÌM MwnHtM di «aa leggenda, o dì data redazione di una leggenda, non è la presenta in aaa di apliadl • |aHlaalari che abbiano riscontri bizantini , perchè posaono questi episodi e particolari aaaaial AMI «Mani anche alle narrazioni occidentali , e quindi poaaono aaaara stati introdotti Dai riaaaagiiaaMll 41 una leggenda qualsiasi, cosi da conferirle aapatto di fkTola binatiBa. La qtMakioM A Ma di dl^ flcoltà e piena di dubbi ; quindi necessità di aaaaima cautela. iri|raglai«ta Ibca Q pnf. ImUai a raffrontare la leggenda di Florio co' romanti greci , ma dò eka apparisea di Wtaitf— fai aas ha coaneaaione immmiiata con qae' romanti f II fatto che gli episodi caiaMariaUd dal II ckl* della nostra leggenda trorano esempi in racconti occidentali dare taaatel ia gwdia. 250 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA mi ti va, si esagerarono gli ostacoli agli amori de' protagonisti, crebbe quindi il numero degli episodi, s'ingrossarono le linee del carattere del re, che di- venne più truce e violento , così che mentre da principio egli si limitava, con docilità al consiglio della regina, a vendere Biancifiore, nel rifacimento più tardo colla falsa accusa di avvelenamento mirava ad ucciderla. S'intro- duceva di conseguenza la droga piccante del duello giudiziario, Fiorio fan- ciullo si trasfigurava in cavaliere, tutta la semplice e leggiadra favola ori- ginaria s'alterava per un processo d'assimilazione a' gusti della società, fra cui si svolgeva, e, per quanto possibile, si veniva pareggiando, ne' caratteri e nelle proporzioni, a' racconti d'amore e d'avventura. Non mi pare che ci sia ditficoltà ad ammettere che la redazione della nostra leggenda comune al mezzogiorno d'Europa rifletta un testo francese smarrito, se a simile ipo- tesi si ricorre per ispiegare l'indipendenza d'altre redazioni dalla prima delle versioni francesi, e da quelle che più intimamente le si collegano (1). Op- pure si può legittimamente supporre che qui in Italia la nostra leggenda abbia subito uno speciale rimaneggiamento dififtisosi poi per le continue co- municazioni a paesi prossimi come la Spagna e la Grecia. Che, in qualunque modo, la leggenda sia fra noi di provenienza francese ce ne avvertono i nomi de' protagonisti. Notai già altrove che il nome dell'eroe ci si offre in doppia forma : in quella di Florio, gallicizzante, nell'altra di Fiorio italiana (2). Quanto al nome dell'eroina non si presenta che tardi nella forma prettamente italiana Biancofiore; quale ci occorre nel ms. magliabechiano GÌ. VITI, 1416, nel frammento pubb. dal Lidforss (3), nel ms. 1069 della Nazionale di Parigi, fondo ital. (4), nelle vecchie stampe del nostro cantare, in altri luoghi an- tichi, ove tal nome comparisce (5), come pure in codd. e stampe antiche del Filocolo (6), esso tradisce l'origine francese. Le forme che di questo nome ci si mostrano in Francia sono Blancheflors e Blanceflors (7); quelle che in Italia incontriamo Biancofiore, Biancifiore, Blanzifiore, ecc., riflet- tono nitidamente la fonetica francese (8). E con nomi famosi nella materia (1) Cfr. Hebzoo, p. 7. Per la ipotesi di smarrite redazioni francesi cfr. p. 16. (2) Cfr. i miei Due stiidi riguardanti opere minori del Boccaccio (Padova, 1882, p. 7, n. 1). Dico gallicizzante la forma Florio per il mantenimento del nesso iniziale fl conforme alla fonetica francese. Cfr. Caix, Origini della lingua poet. ital., p. 140, § 112. (3) Cfr. Scelta di curiosità lett., disp. CXXVII, p. XIV. (4) Nell'altro ms. parigino 1095 s' ha la forma Biancofiore , ma questo ms. è già abbastanza tardo: è del sec. XV ; in fondo del cantare (fol. 37 r) si ha la data mcccclxx , cui parrebbe se- guisse una unità in numero arabico, che non riuscì chiara a chi mi ricopiò il cod. (5) Cfr. V Intelligenza (ed. Gellrich), st. 75; Caedocci, Cantilene e ballate ecc., p. 59. (6) Cfr. i miei Bue studi ecc., 1. cit. (7) Cfr. Bartsch, Altfranz. Romanzen und Pastourellen (Leipzig , 1870 , p. 16) ; Dn Méril, Op. cit., pp. xiij, xiv, e ne' due poemetti pubblicati. (8) Cfr. i miei Bue studi ecc., 1. cit. Si tratta sempre (anche prescindendo dalla conservazione del nesso bl, che ci occorre in qualche forma di questo nome) del mantenimento della sibilante francese (Blanjet'fiore, Blanceflor) o del volgersi abituale della sibilante dentale (ce) o palatina (eh) francese ad espi, palatina italiana (Blanceflor , Blanc^eflor , Biancefiore , Biancifiore). Cfr. Diez, Grammaire ecc., I, 229; Caix, Op. cit, p. 162, §138: « Infanza sarà il fr. enfance »; p. 171, § 152; p. 173, § 155. Quanta importanza abbia l'osservazione fonetica del nome della nostra RA86EONA BIBLIOORAi''ICA 251 romanzesca francese s'accompagna questo nostro in passi di scrittori italiaiii« come. compreso nella stessa importazione letteraria (1). In fine, perché noo volere che la Francia, madre di tanta parte della letteratura narrativa mv stra ed europea, ci abbia pur dato direttamente questa leggenda di PioM», che presso di lei ebbe prospere sorti e fu popolarmente nota già dal ■•• colo XII ? (2) — Del difetto delle premesse si risente, come è naturale, il seguito di questa memoria. Dato che i due cicli sicno capitati fra noi ormai costituiti e indi» pendenti, che vilupjHJ riescono i loro rapporti! Il I ciclo influì sul II, il quale fa la figura di un emigrante seriore che trova il terreno in balìa di chi venne primo, e, poiché non ha forza di espellerlo, ò costretto a discen* dere a transazioni, che gli lascino almeno un posto al sole. Un pochino però si vendica, perchè il sig. H. lo fa risalire dall' Italia in Francia, ove gli riesce di farsi subire dal suo tiranno, in unione al quale produce la versione eroina per determinare la fonte, onde deriva a questa o qnella letteratnrm la leggenda di Fiocio, ▼. nello stadio di Bikch-Hirscufelo, Uebtr di» den Pro»*nM. Troub. dt» XII und XIII Jakrktmi. hekamttm «piseken Stoffe, p. 33. Nel Coema neo-greco di Fiorio derivi da fonte greca (1). L'A. dichiara che eccita puro i suoi sospetti il fatto che il Boccaccio a»> segni nella sua storia una parto cosi importante ad Ilario, con che egli mirava a rimuovere dall'opera sua ogni apparenza di compilazione, e insieme asn- curava il lettore che dalla fonte più attendibile aveva tratto il racconto dei fanciulli amanti. Infatti questa circostanza richiama per conto mio la rnag* giore attenzione, questa appunto che l'A. accennò appena. Si vedano le ultime parole dell'apostrofe dallo scrittore rivolta al suo libro, colla quale si chiude il Filocolo. II Boccaccio vuole in anticipozionc difendersi da' < contraddi- « centi le piacevoli cose » narrate, e dall'accusa di avere scritto in volgare. A' primi egli oppone la veridica testimonianza della lunga fatica d' Ilario, il quale aveva inteso la storia di Fiorio dalla bocca dello stesso protagpnista, e in essa da ultimo era entrato come rilevantissimo attore. Chi poteva dun- que saperne più di lui? Che dubbi si potevano muovere sulla narrazione boccaccesca tratta dalle memorìc d'Ilario? Si noti che costui, quasi per dubbio che gli si attenuasse la ricordanza di quanto aveva saputo e veduto, € prima € (in Roma) non giunse che con ordinato stile si come colui kra bknb « INFOR.MATO in greca .lingua scrisse i casi del giovine re » (2). Ora queste afTei mazionc del 6. è seria ? Ma qui non apparisce manifesto , che egli segui l'abitudine do' romanzieri di allegare i soliti Turpini? E a proposito di Turpino si tratta appunto anche qui di tale che si vuole insieme attore e narratore (3!). Il romanziere pretende di essere veritiero; poteva il B. con- ti) Cfr. deirOp. cit., p. Ixxxìt. (2) Cftr. FU., L. V, cap. Ixxxrvj. (3) È gìVBio ciò che ossemi A. Ciusuiio nella sua Hiitoirt du Roman datu VanUptUéfncfm ' tt latin», Intr., p. 2 (2* ed., Parigi, 1862): « le poete ae channait loi-inAiM par Ma Banattosa « merveillensee, sana craindre chez tee aatres dea doatM qn'U n'arait paa ooBfua; 1» wi^riar . « an contraire, comptait sor la crédnlité, mais en general avait aoia da M pat la pai—r k koat, « et preaque toi^oan oaait d'artifice ponr établir la rraiaemblaaoe da Ma 4erit>. HoaAra ekaaiait « aea dienx et aaa héroa dana tonte la naireté de aon oonr. Le Iknx Daria at la flunc Diotya m « racontaient lenra fablea anr la guerre de Troie qa' aprèa a' «tre mia «■ gmida ooatra l' aayiil « critiqae, en alléguant d«s autoritéa imaginairee ». Nel romanu di Bnaasio od Eiatario ROO 'Yo^(vr)V KOl 'Yo^ivlav «i ange ohe narratore aia il protagoniata ; radi poi di eodtil» !•- manzo XI, 20-23 (pp. 596-97 deUa cit. coUex. Didot), ore a'inTocaao gii dai porek* l'okUo MB avvolga la atoria di Ysmine e Tsminia, e il protagoniata narratora aSvaa di avan aoritta i praffif casi, ed eaprìmo la fedo che qualcuno de' venturi avolga facondaiMata U aao neeaat*. Beoo dufM che Eumazio od Eustazio filosofo fa passare il proprio romanio ooaa bob altaa «ika la tiat«tt> mento retorico delle memorie del protagoniata medesimo. È aneha piA aadaea dal BsMMtto, Il romanzo di Achille Tazio ai finge pure attinto alla migliore fonte: Clitotata ataM Mila la atoria degli amori suoi con Lencippe. Cfr. pure dell' estratto, che ci rimana dai Ukd d'Aalwla Diogene TUJV Ùnèp OoÙXnv àmOTUÙV, i capi X, XI (p. SIC, colle*. Didot). m1 qaala ai- timo ai vede come Antonio Diogene a gabellare per vera le incredibili narraaioai aaaMa addura 254 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA fessare di non avere approfittato per la sua storia che Aq' favolosi parlari degli ignoranti accennati in principio del libro? E curioso che il B. non si sia avveduto della contraddizione che il sig. H. fa bene a rilevare: prima si lamenta la mancanza di un testo scritto de' casi di Fiorio, poi, ad un tratto, si fa comparire il testo più solenne, che si possa imaginare. — Lunga, dice il Boccaccio, la fatica d'Ilario. Questo aggettivo contrasta forse col passo addotto prima, in cui si narra che Ilario appena tornato a Roma scrisse la storia di Fiorio. Se compi lunga fatica, deve averci impiegato qualche tempo (benché scrivendo frettolosamente si possano mettere insieme ben grossi volumi); si dovrebbe avere la frase: si mise a scrivere, non scrisse. Comunque, l'epiteto in discorso significa, mi pare, che l'opera d'Ilario era minutamente circostanziata (mi si passi,il vocabolo); che essa dunque aveva guidato il nostro scrittore passo per passo, che, in conseguenza, il suo libro era veridico in tutte le sue parti. Ma qui sorge un quesito, che infirma tanto meglio la asserzione del Boccaccio : dato quanto dicemmo, egli non fu che un semplice traduttore; allora in che potè consistere la sua fatica che egli assevera durata più anni (1)? C'è contrasto fra l'amor proprio dell'au- tore, che dichiara di avere sudato parecchio per accontentare la sua dama, e il desiderio di chiuder la bocca a' malevoli ed agli scettici coll'opporre ad essi il documento più sicuro della verità del racconto. Ma a che si deve testimonianze di antichi autori. E si aggiunga che qui pure chi narra e fa scrivere poi le cose narrate, è l'ardito viaggiatore Dinia, che i racconti fatti aveva raccolti da chi n'era stato mas- sima parte, o che li conosceva per esservi egli medesimo stato attore e testimonio. Ma di questi esempì tratti da romanzi greci non si profitti per confermare la voluta strettissima affinità loro col Filocolo, perchè presso a quelli ora addotti posso tosto citare esempi, che mi vengono da' ro- manzi brettoni. Cfr. P. Pakis, Rom. de la Tahle Ronde, II, 230, ove Merlino reduce dalla Ro- mania riferisce al suo maestro quanto avea operato in Gallia e altrove , relazione che il maestro s'affrettò a scrivere nel suo libro; « et par ce qu'il (Merlins) en dist a Blaise en savons nos ce « que nos en savons », aggiunge il romanziere (L. Constans, cit. Chre'st, p. 87). Cosi nell'O^J. cit. del Paeis, cfr. II, 252 ; qui Ginevra dichiara che intende ritenere 4 chierici, i quali debbano porre in iscritto le avventure di Galvano e compagni , sì che appresso la loro morte passino ai venturi le loro prodezze. Cfr. del pari II, 267 ; IV, 87, 89. Naturalmente i romanzieri in questo modo vantavansi di conoscere le storie che narravano per averle attinte a queste purissime fonti, nientemeno che a' racconti de' chierici di Ginevra. Secondo G. Map, se la verità fino a lui era etata sconosciuta doveva recarsene la cagione al fatto che non s' era potuto leggere il libro del Graal scritto di propria mano da Gesù Cristo. Map dunque aveva letto quel libro , e conosceva meglio degli altri la verità: cfr. Op. cit., V, 362-63. Si noti ancora che come l'Ilario del Boc- caccio è imaginato nativo della gloriosa Atene, a' chierici quasi tutti della corte d'Artù s' at- tribuiscono patrie celebratissime : a p. 116 , voi. IV de' Rom. de la Talk Ronde si nomina fra essi un Bonifacio romano ; altrove si vedono que' saggi designati come di città famose per gli studi umani o per la scienza magica : trovo infatti indicate Tolosa , Vienna , Colonia (già centri di coltura classica ne' tempi romani le due prime, come, pare, anche la terza), del pari che To- ledo e Bagdad; cfr. nel voi. cit. pp. 87, 114 sgg. — Non si dica poi (è lecito temere le più strane uscite) che i romanzieri anglo-francesi e francesi possono avere nella simulazione di autori solenni imitato i greci, perchè di greco que' romanzieri non dovevano per verità saperne molto, se per essi 1 caratteri greci apparivano peggio che geroglifici, come si desume da altro luogo del- l'opera del Paeis, II, 229. Si tratta piuttosto di un uso letterario fattosi tradizionalmente comune a' romanzieri. (1) Cfr. Filocolo, L. V, e. Ixxxxvij : « 0 piccolo mio libretto a me più anni stato graziosa fatica ». RASSEGNA BIBLIOORAFICA 886 prestare maggior fede: alla fatica del B., od a quella di Ilario? ^ Ora, 8i può .chioderò: porchò imaginò il nostro Autore una fonte greca? Per la colta Nnpoli un libro greco doveva rappresentare il masBimo della «erietà 0 dignith Icttcrarin. Si noti che il B. ha una — come debbo dirla? ^» grecomania. Non ò nulla aflhtto strano che egli introwp grina ragione che volendo simulare un'antichissima fonte « so httto so Ooo (Boeooecio) oaolnltif « naher gelegen, dieso Quelle lateinisch abgethsst sein zu laaoB ». 0 poreUt la aota rHfiafO il K. l'opinione cho il Boccaccio per vanità letteraria abbia imagiaoto aao ftato giwa. PropioV Eppure la grecomania del B. a questo tempo apparisce ben chiara. (3) Pagg. 499-98. 256 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA — Il sig. H. nota anche egli l'esistenza in Italia di versioni contemporanee del II ciclo , ed ammette la possibilità che di queste il B. si sia giovato , eh' egli abbia attinto quindi da fonti solo mediatamente greche. Ormai l'o- pinione che le fonti del Filocolo direttamente sieno italiane è partecipata da parecchi. Mentre io lavoravo al raffronto tra il cantare di Fiorio e Bianci- fiore ed il Filocolo a codesta opinione inspiratagli dallo Zumbini e dal Koerting arrivava anche il sig. H., e presso a poco contemporaneamente usciva l'ar- ticolo del Nevati sulla composizione del Filocolo (1), nel quale si poneva innanzi la congettura ben fondata dell'esistenza di una redazione italiana o latina di forma, ma italiana di origine, del racconto di Fiorio anteriore al romanzo boccaccesco. 11 sig. H. crede naturalmente che le redazioni popo- lari italiane sieno sorte immediatamente dalla versione greca del li ciclo passata, come vedemmo, in Italia; ciò che io non ammetto. — Tia\ Filocolo l'A. passa alle altre redazioni del II ciclo, ma qui è da avvertire che, senza sua colpa, riesce insufficiente il suo materiale, perchè e l' importantissimo cantare italiano e il romanzo spagnuolo non gli furono accessibili malgrado le insistenti ricerche fattene (cfr. la nota aggiunta in fine, a p. 91), onde l'A. per il primo non potè valersi che degli scarsi cenni del Du Méril [Intr. a'poem. fr., pp. Lxxj-Lxxvij), per il secondo del riassunto del Tressan [Bibliothèque universelle des Romans, février 1777, pp. 151-225), che aveva già prima giovato al Sommar (p. XXII della sua Vorrede all'ed. del poema di C. Fleck) e che, sgraziatamente, non deriva dall'originale spagnuolo, ma dalla traduzione francese di J. Vincent (Paris, 1554). Noterò qui appresso qualche differenza avvertita fra il testo sp. e questo compendio, del quale però fin dapprincipio (p. 9) il nostro A. saggiamente riconosce la attendi- bilità relativa, sì eh' egli si propone di utilizzarlo con qualche cautela. Circa il poema neo-greco, che merita uno studio un po' speciale, mi trovo perfettamente d'accordo con quanto dice il sig. H. (p. 9). Presso a queste redazioni immediate l'A. pone una libera versione del II ciclo, la leggenda della reina Rosana e di Rosana sua figliuola (2); ma nemmeno di questa egli ebbe il testo ben raro, onde non potè usarne che dietro il riassunto fattone dal Liebrecht (3). Gli abbondò invece il materiale relativo al I ciclo (pp. 11-16). Ecco in qual modo riescono ordinate secondo il sig. H. le reda- zioni francesi e germaniche della nostra leggenda : la I vers. francese (nota per tre mss. (ABC) cfr. Du Méril, pp. ccv sgg.), e la basso-tedesca formano un gruppo (distinto con la sigla z); altro gruppo (x) è costituito dalla redaz. del Fleck, da quella di Diederic van Assenede, dalla versione inglese, da una traduz. tedesca in prosa del sec. XV (4), mentre danno un terzo gruppo le versioni nordiche (n). Questi tre gruppi riflettono tre diverse redazioni francesi originarie, alle quali s'aggiunge una quarta (y), che ci si rispecchia (1) Cfr. Giorn. di FU. Romanza, no 6, p. 64. (2) Edita dal prof. D'Ancona, Livorno, P. Vigo, 1871. (3) NeUe GóU Oeleìirt Anz., 1872, I, 311 sgg. (4) Quella contenuta nel cod. C. 28 della biW. Cant. di Zurigo, già ricordata in principio di questo scrìtto, e dall'A. pubtl. in appendice al suo lavoro. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 257 ne' preziosi fìrammenti della rodaz. basaoronana (I). Anche qui *>>wffmo tenore conto di una libera versione , ch'ò la Boaviiisiina cantefàble di Ao> cassin e Nicolete (2). Nò basta, che l'islandese Reioaldsriraur, di cui il Kdlbiag comunicò il contenuto (3), persuade il nostro A. a inuiginare l'eaialaiua dk una seconda libera versione francese. — Siamo ora alla parte seconda daOo studio del signor H., al raffronto do' due cicli della nostra leggenda. Vorrei fermarmi ad esaminare codesto ralfronto acuto e diligente con la paiienge, ch'esso si merita, ma la necessità di chiudere questa lunga reoeonone mi rende frettoloso. Non mi duolo però essermi trattenuto a discorrere difAisa* mente della parte prima, perchè molto in essa si riferiva ad un argomento che troppo importa agli studi miei ed a quelli, pei quali i> fatto questo Giornale, si riferiva, cioè, alla genesi della redazione meridionale della leg- genda di Fiorio ed alle fonti del Filocolo. Non posso tuttavia rinunciare al dovere ed al piacere di fai-e (gualche osservazione anche suH' altra parte, tanto più ch'essa, come l'A. dichiara (p. 16), rappresenta il suo vero teme. (P. 17), Noto un errore. Nel testo sp. (in quello almeno che io conoaco) i due sposi non vanno pellegrini per consiglio di un sacerdote (4). Lo steMO dicasi per la leggenda di Rosana. A Rosana stessa e venne una immagine» < zionc e un pensiero di volere andare in Qerusalem ecc. » (p. 11 del testo D'Ancona). In questa leggenda poi gli sposi vanno a Gerusalemme non per adempimento di un precedente voto, ma per solo sentimento religioso (p. 12). (P. 17). Che realmente il Boccaccio abbia preso dalla novella La Comtetse de Ponthieu, come l'A. vorrebbe mostrare anche col suo I Excurs (pp. TS-TQ), l'esordio del suo racconto? od almeno, che immediatamente il Boccaccio si sia giovato del testo francese ?. Il sig. H. non avverti una notevole diffe- renza tra Tun racconto e l'altro: nella novella francese Thiebaus vuole andarsene pellegrino a S. Giacomo per avere un figliuolo; mentre Lelio, secondo la comune redaz. del II ciclo, vi si reca dopo avere già ottenuta la grazia chiesta. Anche le frasi de' due testi che l'A. sottolinea e confronte (pp. 78-79) hanno corrispondenza molto vaga. Accidentale pure può essere il riscontro de' cinqpie anni che da una parte e dall'altra sono indicati come il tempo che scorse dalle nozze senza frutto. (P. 18). L'A. stabilisce che nel li ciclo i pellegrini sieno assaliti dal re pagano nel suo stesso territorio, nel 1 invece in una spedizione fatta contro i cristiani in Galli/.ia. Veramente il cantare italiano dice : « lo re Felice si € mosse di Spagna », e il poema greco traduce : € éKiviioev ó PaoiXcO^ Oi- « XiTTTiOi; ìk Iiraviai; » (v. ^), mentre secondo il romanzo sp. < (el rey moro) (1) Qneoti firftmmenti furono acoperti dallo ScHOiouhX e pnbbl. dallo Ouuuuiu, Mtit$tàri/t mr deut$cìus AUtrtÀHm, 21, 307. (2) Si ammette come provato l'intimo rapporto della «tona di Fiorio • BISMllam • • ^fltOm di Ancassin e Nicolete. Io conftsso schiettamente che la Memoria del BaniiUB (IM*r iMHMsei %md Nkoktt; Inaagaral-DÌMert«tk>ii «oc. Ton H. Branner , Halle , 1880) MB ■! «obtìim Mia reale esistenza di questo rapporto, e eereherò altrove di constarla. (3) B*itrdg« tur vergi. Ge$chitM$ d»r nmantitcktn Fotti* umd Prtta ém JNtMML DihIm, UM> (4) Cfr. mio riassunto, p. 160. Oiom. di fiL Rom.. voi. rìt. Giomalt ttorieo, IV. " 258 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA « se partio de sus tierras contra el rey de Galizia y de Portugal (1) ». Si tratta dunque sempre di una spedizione del re Saracino oltre i limiti del proprio dominio. (P. 20). Il Boccaccio nella parte del suo racconto che si riferisce alla spedizione di re Felice seguirebbe per l'A. il I ciclo, mentre in altra parte, ove ricorda quei primi fatti, mostrerebbe di profittare del II. Questo non va. Il Boccaccio si scosta qui dalla leggenda, in quanto accoglie si il dato co- mune di una spedizione di re Felice, ma fa che costui, anzi che assalire il territorio degli altri, difenda il proprio (2). Dunque entro i confini degli stati di quel re avviene il combattimento tra l'esercito suo e i romani di Lelio, Quest'ultimo, dopo quattro mesi di cammino (3), passato da Marmorina (4), ch'era « a l'intrare » nel regno di Felice (5), prossima agli Apennini (6), valicati questi monti (7), si affrettava verso il tempio di S. Giacomo (8), posto agli ultimi confini di quel regno (9). In quale punto preciso abbia avuto luogo la battaglia non riesce chiaro da principio ; ma che sia stata combat- tuta in Ispagna sappiamo già dalla prima parte del Filocolo (10). Nell'ultimo libro, cap. Ixxxxi, troviamo il punto cercato non lungi dal tempio di San Giacomo, a quanto pare dunque in Gallizia (11). Tralascio per brevità molte osservazioni che potrei aggiungere, e che, non potendolo qui, troveranno luogo nel mio studio sul cantare di Fiorio e Biancifiore. Mi limito a poche altre note. Dissi che fra il testo Tressan, di cui si valse il nostro A., e I' originale del romanzo sp. corrono differenze. Eccone qualche esempio: (P. 28). Secondo il testo Tressan il re manda lontano il figlio alla scuola di Montorio di suo capo, mentre nel testo originale fa questo dietro consiglio della regina, come nella I versione francese (12). (1) Cfr. e. 7 V. del testo marciano. (2) Re Felice raccoglie un poderoso esercito « intendendo di volere obviare gli assaltatori del « suo regno ». Filocolo, L. I, cap. xiii. (3) Cfr. Filocolo, L. I, xvij. (4) Ibid., cap. xxxi. Giulia Topazia racconta a re Felice di essere passata per Marmorina nel pellegrinare da Roma verso la Spagna. (5) Cfr. cap. testé citato. (6) Cfr. Filocolo, L. I, cap. xij. (7-8) Ibid., cap. xvij. (9) Iba., cap. xxxi. (10) Ibid., cap. xxxiij. Si narra qui che « non solamente i lupi di Spagna occuparono la srentu- « rata valle (ove avvenne la strage di Lelio e de' suoi) ma ancora quelli di strane contrade». (11) Fiorio, Biancifiore e il loro seguito raccolte le ossa trovate sul campo di battaglia e lascia- tele sotto buona custodia « cavalcarono avanti a loro cammino e poco distanti in brieve al diman- « dato tempio pervennero ». Non è vero che, secondo dice il sig. H. , da Cordova disti il luogo della battaglia visitato da Fiorio un giorno di cammino ; Fiorio e i suoi per giungervi camminano da Cordova « per alcuna giornata ». L. V, cap. Ixxxviij. Della reale distanza non è smarrito il senso nel Filocolo, poiché, se il re e la regina con Giulia Topazia da Siviglia recansi a Marmorina, si dice che è Imwio il cammino, L. I, cap. xxxiiii (sarebbe più esattamente, il cap. xxxv). Cosi, da oltimo, vediamo Fiorio da Roma viaggiare fino a Cordova, ma, benché affirettato fosse il suo cam- mino, non vi giunge che dopo molti giorni. (12) Cfr. mio riassunto, p. 162, Qiom. cit. RASSEGNA BIBLIOORAFICA 2S0 (P. 33). La stessa difibronza per quanto riguarda la vendita della (knciulla. II tosto. Trcssan narra, come il II poema francese (1), che il re eleMO oon* duco a' mercanti liiancifioro; invece nel romanzo originalo, confomoemente alla I versione francese (I ciclo), ed al cantare italiano e al poema greo# (II ciclo), il re vendo la odiata donzella, eh' egli avrebbe piuttosto noeiia, per secondare il più mite avviso della moglie (2). (P. 37. n. *). Il testo sp. da me fatto conoscere ignora il particolare qui indicato e proprio del testo Tressan, che, cioè Fiorio sia avvertito della vendita di Hiancifìore per mezzo di un amico, oltre che per lo Kolorimi doU'anclio regalatogli dall'amante (3). Passo oltre le seguenti pagine, che, lo ripeto, mi darebbero motix'o di allungare tropix) questa recensione, e, chiudendo, faccio un appunto a prò posito di un luogo delle pp. 72-73. Qui trova l'A. che, come nel g^ppo nordico do' racconti di Fiorio, nel Filocolo il fìnto sepolcro di Biancifiore è costrutto per solo comando del re, mentre nelle altre redazioni è la regina che induce a tale simulazione il marito. No; anche nel Filocolo avviene come nelle altre redazioni, eccettuate le scandinave, che il sepolcro sia cretto per consiglio dell'accorta regina (4). E finisco, riconoscendo che questo lavoro, per quanto, a mio giudizio, non egualmente felice in ogni parte, e manchevole per ciò che si riferisco alle redazioni meridionali della nostra leggenda, è tale che reca onore a chi lo «ompose. Non s'era infatti ancora avuta una cos'i estesa, profonda e prege» volo analisi comparativa delle molte redazioni di questa legenda impor> tante, che fu tanto cara a' popoli d' Europa, e, svolgendosi in poemi e romanzi, si diffuso in un larghissimo dominio letterario, che dalla Francia va alla Boemia (5), e dall'Italia si protende alla Scandinavia. Vincenzo Cresoni. POGGIO FIORENTINO. — Facezie. — Roma , A. Soramaruga e C, 1884 (16°, pp. 280). Forse sembrerà strano n taluno che io — mentre in altra occasione, par- landò delle Lettere familiari di N. Machiavelli (Giornale st^ voi. 0, p. 175), ho affermato che tutti i documenti riguardanti la moralità di un dato secolo o di una data persona dovrebbero esser fatti di pubblica r»- (1) Vv. 1355 sgg. (2) Cfr. mio rÌMmuito, p. 163, Oiom., ài. (3) Cfr. cit. rìwsnnto, p. 164. (4) Cfr. L. III. e. xi. (5) CfV. SOMMER, Op. eit, p. XXT. 260 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA gione, anche se il loro contenuto potesse offendere le caste orecchie dei ti- morosi — dichiari inopportuna la pubblicazione delle Facezie di Poggio Bracciolini. Ma queste, anche se non si vuol tener conto dei molti mano- scritti che le conservano, per le innumerevoli edizioni che ne furon fatte, si possono trovare o nella lingua originale o tradotte quasi in ogni biblioteca del Regno; così che chi voglia esaminarle ne ha tutto l'agio che può mai desiderare. Di più, mentre si può esser certi che ben pochi per amore alle scurrilità leggono i documenti che via via si vanno pubblicando, perchè vien lora meno la pazienza di ripescarle qua e là; altrettanto si può star sicuri che le Facezie saranno avidamente gustate dal pubblico dell'oggi, al quale l'e- ditor Romano ha ben saputo allestire una ghiotta vivanda , da cui non ri- torcerà certo le labbra . Fu questo pensiero, e non altro, che deve aver consigliata la pubblicazione delle Facezie; che se hanno una certa 'importanza per chi imprende a stu- diare la vita e l'ingegno e i costumi del P., non portano certamente un gran contributo alla conoscenza della moralità di quel secolo. Anzi, chiunque non si occupi di siffatti argomenti, dalla lettura di queste, correrà il rischio di farsi una idea non giusta degli uomini del quattrocento, e specialmente del Poggio. 11 quale forse, allorché gli studi sull'umanismo, di che si sente oggi un vero e naturale bisogno, riusciranno a porre nella lor luce i quattrocen- tisti, apparirà il più chiaro rappresentante delle tendenze e della coltura di quel secolo. E qui mi piace annunziare che il professore Augusto Wilmanns dell' U- niversità di Gottinga, col primo volume delle Epistole inizierà fra non molto la pubblicazione di tutte le opere del Poggio, che egli da molto tempo sta curando. Ma poiché queste Facezie, nuovamente tradotte, ci stanno dinanzi, par- liamone un poco; e prima vediamo il modo onde fu condotto il volume. Della traduzione non è a dire gran che ; toltane via qualche infedeltà e lungaggine, può passare non troppo indegna dell'originale (1). Ma non sappiamo invece . perché il traduttore sia stato tanto sobrio nella nota che vi premise, mentre avrebbe potuto e dovuto addentrarsi un po'più nell'argomento, vederne la ge- nesi, lo sviluppo, i passaggi ed i mutamenti. Egli dice che gli sarebbe occorso assai di frequente far notare il passaggio che il tema delle novelle ha fatto ai novellieri classici, o nei racconti popolari che rapsodicamente si tramandano da generazione a generazione; ma gli parve che non ne valesse la pena o che essa fosse una fatica troppo grave e che non sarebbe stata gradita al lettore. Il motivo della grave fatica — che é il solo vero — non ha alcun valore presso (1) Il sig. L. Gentile, parlando altrove di questo libro, ha giustamente notato come il tradut- tore abbia male interpretato alcuni passi della Prefazione. Però , se è vero che le Facezie del Poggio son scarne, e lontane da ogni efficacia rappresentativa, non dobbiamo biasimare di troppo il traduttore per la mancanza della parte festevole e comica della nostra lingua italiana. Fatti vari riscontri, trovai che il guasto maggiore sta appunto nella Prefazione; e sebbene anche nelle Facezie non manchino inesattezze , pure queste si possono leggere senza tema di essere troppe Tolte traditi dal traduttore. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 261 gli studiosi, 0 ridonda a biasimo di chi se ne giova. Ma oltre • eiò «m a notaro corno molto dello facezie, raccolR) dal Poggio, ni trovino o sotto altri titoli 0 con alcuno varietà negli antichi scrittori o nei fabliaux. Di ciò il traduttore non fa cenno alcuno, mentre avrebbe potuto trovare un buoa materiale a questo lavoro nel capitolo X della Vita del Poggio, scrìtta da G. Shephcrd, che riporta od amplifica i confronti fatti in proposito dal Le Grand d' Haussy. Né vicn ricordata quella raccolta di Focaie e Motti dei secoli XV e XVI, pubblicata di su il cod. Magliabechiaoo 109, clasM VI, nella dispensa 138 dello Curiosità letterarie del Romagnoli. In questa il traduttore avrebbe trovato una nuova fonte di notizie, e si sarebbe accorto delle derivazioni ed imitazioni da quella del Poggio , che di poco le è an- tenore. Ad esempio, basterà notare come le facezie 173 e 267 della raccolta Romagnoli siano prese di pianta dalla 270 del Poggio, e la 275 dalla 26. Ma la mancanza più grave si fu certo di non apporre le note dichiara» tive dei nomi, e la spiegazione di certe allusioni e di alcuni fatti importanti anche a ben comprendere lo spirito delle facezie in cui si trovano, e che non possono esser noti alla maggior parte dei lettori. In molte facezie soli ricordati Antonio Lusco, il cardinale Angelotto, Filelfo, Ciriaco Anconitano, Cencio, Zuccaro ed il Niccoli, ed avrebbe giovato, né grave sarebbe stata la fatica , dare alcune brevi notizie di tutti questi. Le facezie 27 e 96 ac- cennano al Concilio di Costanza; e in particolar modo il pungente sarcasmo della prima non può essere inteso da chi ignori come il Poggio vi abbia assistito in qualità di segretario di Giovanni XXII, e più ancora lo scopo del Concilio, ed il risultato delle lotte e delle lunghe e intricate questioni: a farlo emergere bastavano poche parole. Nelle 48, 132, 186, 187 si parla del Filelfo: or bene, perchè non spiegare, pur brevissimamente, la ragione del ridicolo che il Poggio scaglia contro lui, sua moglie e sua madre? Non giovava richiamare almeno di sfuggita le Invettive? La facezia 166 narra del passaggio presso Firenze di molti cani diretti verso la Germania ; ma chi può capir nulla di ciò, se non sa che Eugenio IV, confermando la com- missione data da Martino V, avea mandato Giuliano Cesarini cardinale di S. Angelo in qxialità di legato della S. Sede in Germania per estirpare l'e- resia, il quale invece dovette ritornarsene dopo una grande sconfitta tocca- tagli in Boemia? Chi capisce lo spirito di quel prodigio narrato dal Po^io, se ignora che questi aveva scritto al cardinale Giuliano prima della partenia dissuadendolo dall'impresa, e poi , dopo la sconfitta , biasimando la sua im- previdenza? (1). E così potrei seguitare ancora, indicando gli schiarimenti che sarebbero stati affatto indispensabili alla nuova pubblicazione ; e che, in cambio di annoiare i lettori, avrebbero molto giovato, se il traduttore aveaM saputo darli ogni qual volta erano necessari. Quanto alle edizioni delle Facezie, il traduttore nella sua nota cita quelle delle versioni fatte in Italia anteriormente alla sua, ma ne dimentica una, ricordata dal Negri nell'Istoria degli scrittori fiorentini, e che ha queilo <1) Vedi le Epp. XX, XXIV del Ubro IT, editione Tonixi. 262 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA titolo: Libro di Novelle, Milano, 1477. Un breve elenco di otto edizioni dell'originale, e tre in francese, dà lo Shepherd al capo X della sua opera; ma chi vuol avere una giusta notizia delle varie stampe e versioni, vegga il tomo V del Graesse , e resterà preso di meraviglia dinanzi alla loro" grande abbondanza. Fu un incessante riprodursi di questi aneddoti e in la- tino e in italiano e in francese fin verso il 70 del secolo XVI: dopo que- st'epoca la foga diminuisce; le Facezie si pubblicarono ancora pochissime volte, e le anteriori edizioni divennero rare. Il fatto che il Concilio di Trento mise all' indice questo libro , contribuì certo alla sua rarità ; ma più che il decreto del Concilio, gli dette il bando quello spirito di contro riforma, che nella seconda metà del cinquecento si era impadronito della coscienza degli italiani. Abbiamo una prova di ciò nell'esistenza di molti esemplari delle opere di Poggio mancanti delle Facezie, che evidentemente sono state stracciate e distrutte. Del resto chi, per giudicare della moralità del Poggio, movesse da questo libro, cadrebbe in un grande equivoco. 11 dissidio che per sì lungo tempo agitò l'animo degli Italiani, mai fu così vivo come nel quattrocento : anteriormente, se lo spirito dei tempi nuovi commosse molte volte la coscienza a ribellarsi, il Medio Evo però aveva ancora in essa radici ben salde, e la dominava: nel cinquecento invece, liberata dalle catene che le avea strette addosso il dogma, la coscienza era caduta in dominio del nuovo paganesimo; ma nel secolo XV , mentre col progredir degli anni noi possiamo seguire a vista d'occhio il continuo prevalere dello spirito nuovo, la lotta fra la vecchia e la nuova coscienza, fra lo spirito e la carne, fra il cielo e la terra, era più accanita che mai: il Medio Evo radunava di contro alla rigogliosa vigoria della gioventù tutti gli ultimi sforzi della sua decrepitezza. E gli uomini seguivano gli impulsi e le vicende di questa lotta; sentivano da un lato che il Medio Evo rallentava sempre più le sue catene , ma che da lui ancora non erano sciolti, e dall'altro vedevano e cominciavano a gustare le gioie della nuova età. E perciò essi non erano né uomini vecchi, né uomini nuovi, ma ora gli uni ora gli altri ; e, come nella vita, così anche nelle opere si può scorgere questo continuo, incerto alternarsi e variare di sentimenti e di idee. Nei momenti che il moderno scetticismo od epicureismo in lui, come in altri suoi contemporanei, preànnunziavasi, il Poggio radunava le sue Facezie; ed allora non più si ricordava delle considerazioni filosofiche e morali sulla vanità delle cose e sulla vita avvenire, che egli aveva scritte agli amici; allora non si rammentava più di aver biasimato al Panormita la pubblica- zione àeW Ermafrodito, sebbene in realtà fra le due opere esista quella no- tevole differenza osservata dal traduttore dello Shepherd {Op. cit., cap. X, p. 117 (a)). Dunque, il Poggio era uomo che apparteneva ai vecchi od ai nuovi tempi? Interamente né agli uni, né agli altri; e chi egli sia stato in realtà, forse vedremo meglio quando che sia. Per ora mi basta aver fatto notare, che un giudizio sulla sua moralità, il quale movesse dal libro delle Facezie, non potrebbe essere che erroneo. Perché ancora, a giudicare questo libro, fa duopo vedere il grado di mo- ralità dell'epoca e dell'autore, ed i vari motivi che ne suggerirono la com- pilazione. Circa la prima, il discorso sarebbe più lungo di quello che ora si RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 263 convenga; ma n vedere quanto diversa fosse dalla nostra, basta questo (atto. Nella facezia 116 si narra di una giovane sposa , che si lamentava delle busse inflittelo dal marito, porchò rimaneva immobile come un tronco, quando egli usava del suo diritto, protestando di ignorar ciò che avrebbe dovala fare, nessuno avendoglielo insegnato; e, detto questo, il Poggio conclade: Hoc uxori postea per iocum recitavi. Alle mogli pure dei dì nostri si po- tranno forse raccontare di siflatto coso, ma nessuno si sognerà mai di farne poi la confessione al pubblico! Nella Conclusione il Poggio dico apertamente che queste storielle veni- vano narrato dai segretari del Papa in una stanza appartata del palazzo pontificio, che essi chiamavano Bugiale. Facevano parte della brigata, il Poggio, Raz/ello da Bologna, Antonio Lusco e Cencio Romano, e si comu- nicavano r un r altro le nuovo e di varie cose tum laxandi et plurimum animi causa, tum serio quandoque colloquebamur. La satira e lo scherzo formavano quindi l'argomento di queste loro conversazioni, e sono gli ele- menti principoli che costituiscono le Facezie del Poggio. 11 quale nella sua prefazione, difendendosi da coloro che potrebbero dai^li biasimo, aflTenna di aver letto che nostros maiores prudentissimos ac doctissimos viros, /b- ceciis, iocis et fahulis delectatos, non reprensionem sed laudem mentisse. E per ciò, continua: qui mihi turpe esse putem hoc in re, quamdo- quidem in ceteris nequeo , illorum imitationem sequi t più innanzi: Ego quidem experiri volui an multa quae latine dici diffxculter existimantur, non absurde scribi posse viderentur. In somma , la satira e lo scherzo , la smania di imitare ip tutto gli antichi, e di mostrarsi provetto nell'uso della lingua latina, che sono tra i caratteri essenziali di quella età, furono anche gli elementi e le cause ondo germogliò e crebbe e si compi la rac- colta delle Facezie. E che essa sia un vero pro dente: siete voi che lo dite. Guidotto insegnò rettorica nella Università di Bologna : bisogna provarlo, e qui sta il difficile. Diciamo che qui sta il dif- ficile per la critica positiva; ma questa difScoltà il signor Gazzani non la sento, anzi ne leva i piedi con disinvoltura mirabile. E vagasi come. L'au* ter del Fiore dice in un luogo del Prologo (secondo il testo pubblicato dal Manni, notisi bene) : « Ed io veggendo nella favella cotanta utilitade, sì mi < venne in talento a' prieghi di certe persone , della Rettorica di Tullio, • « d'altri detti di savj cogliere certi fiori, per li quali del modo di favellare < dessi alcuna dottrina; e non veggendo, come il potessi ben fare per molta « altra briga, e faccenda, ch'aveva per la cura del mondo, si mi puosi in cuore, « certi tempi, che sono dati all'uomo per riposo, in istudio di questo fatto « volere consumare ». E il G. chiosa : « Che poteva egli mai essere questo « suo gran da fare per la cura del mondo? Non mi pare che questa con si < debba intendere di officii ecclesiastici che gli fossero affidati, ma piuttosto « che provenisse dall' essere egli maestro di rettorica nella nostra Uniiw^ « sita .... >. Via: il chiamar briga e faccenda per la cura del mondo il far lezione all'Università è modo di espressione che ha del nuovo e del peregrina QiomaU storico, IT. 18 274 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO Per conchiudere. Sul conto di fra Guidotto è sempre da ripetere ciò che diceva il Sarti: certi nihil statui posse arbitrar. Il G. col suo scritto ci conferma in questa opinione. Può darsi che il testo da lui pubblicato in appendice, e che comprende alcuni proemi sopra varie maniere di dire, sia dello stesso autor del Fiore; ma anche questo è incerto come il rima- nente. Chiudendo il suo scritto il G. dice, non senza un certo qual tono di soddisfatto amor proprio, essere il più antico monumento di prosa classica che ci rimanga dovuto alla penna di un bolognese. Noi nulla vogliam de- trarre ai meriti di Bologna; ma a lui, che si accinge ad illustrare tutti gli scrittori di prosa ch'ebbe Bologna, sinceramente consigliamo di metter da banda, mentre intende a così fatti studi, un cotale eccessivo amore della città nativa, il quale nel presente scritto si appalesa più del bisogno, e che nelle cose della critica suol riuscire di grandissimo impaccio. ADOLF KELLER. — Die Sprache des Venezianer Roland F.* Abhandlunff zur Erlangung der Doctorwurde bei der phi- losophischen FacuUàt der Kaiser-WUhelms Universitàt Strassburg. — Galw, tip, A. Oelschlàger, 1884 (8°, pp. 101). Il linguaggio ibrido di quelle particolari produzioni della nostra lettera- tura dei secoli XIII e XIV, che si chiamamo i poemi franco-italiani, dà luogo a parecchi dubbi e questioni importanti. Come sorsero? per opera di chi? quali erano i lettori o gli uditori loro? di che natura è propriamente, e come si operò la miscela dei due linguaggi in essi? Sono domande a cui riesce assai malagevole dare sicura risposta. Ricordate le opinioni del Mus- safia, del Gautier, di G. Paris, dell'Ascoli e del Bartoli in proposito, l'au- tore del presente opuscolo nota con ragione che a quelle domande non si può rispondere senza una esatta conoscenza della letteratura franco-italiana tutta intera, di cui molti monumenti giacciono ancora inediti, e se prima non s'istituisce sopra ogni singolo testo uno studio particolare. E uno studio così fatto imprende l'autore sopra il testo della Chanson de Roland pub- blicato dal Kolbing (1). L'indole di questo Giornale non ci permette di seguir l'autore nel suo paziente e diligente lavoro; diremo solo che la conclusione cui egli giunge si è che il testo preso ad esaminare appartiene in massima al Veronese, e propriamente alla parte più settentrionale di esso ; che alcuni toscanesmi sparsivi per entro provano nell'autore una cognizione del toscano, comunque ottenuta ; che le forme francesi consistono, o in vocaboli francesi schiettamente (anglo-normanni e continentali), o in vocaboli francesi pie- gati alla pronuncia veronese, o in vocaboli veronesi con desinenza francese. A pp. 8-9 l'A. dà un elenco dei testi franco-italiani in tutto o in parte pub- blicati, il quale non è completo. Non ci troviamo registrato né il Buovo d'Antona edito dal Rajna, né i vari frammenti sin qui pubblicati dell' ?7^o d'Alvernia. (1) Chatuon de Rokmd, gemuer Abdrwk der Yenenianer Sandschrift 7*, Heilbronn, 1877. BOLLETTINO BIBLIOORAFICO 275 ANTOINE THOMAS. — Les leitres à la cour des papea. — Extraits des Archives du Vatican pour servir à Chisiotre Httèraire du ntoyenràge, 1290-1423. — Estratto dai Méianffes d'archeologie et d'hisloire pubiiès par l'École franpaise de Rome. — Roma, 1884 (8° gr., pp. 92). Veramente il titolo pecca di presunzione un po' troppo, e converrebbe «asai più a una storia ordinata e compiuta delle vicende delle lettere in Roma papale che non ad una raccolta di scarse e sconnesse (per quanto curiose o importanti) notizie tratte da bolle pontifìce. Ad ogni modo saremo grati al diligente e fortunato ricercatore dei nostri archivi e delle nostre bibliotocbe del nuovo contributo che arreca alla storia letteraria; e mentre dal saggio che egli no dà possiamo argomentare del molto che dagli archivi vaticani può trarsi in vantaggio degli studi nostri , facciam voti perché egli non si fermi nella via intrapresa e perchè l'esempio suo tomi ad altri di utile eccitamento. Ventinove sono gli scrittori a cui si riferiscono i documenti pubblicati nel libro, e di questi ventinove 12 sono italiani. Tralasciando gli altri, ricor- deremo questi per ordine, accennando alla notizia che li concerne. Le bolle pontifìce pubblicate per intero o analizzate sommano a settantadue. Taddeo d'Alderotto: Bolla datata 11 luglio 1290, con cui Niccolò IV le- gittima un fìgliuolo naturale del celebre medico. Dino di Mugello: Bolla datata 6 gennaio 1298, con cui Bonifazio VII! concede al famoso giureconsulto toscano di percepire , stando in Roma, i frutti, redditi e proventi della prepositura di Montfaucon, di cui era stato poco prima investito. Di tale investitura non si aveva conoscenza. Landolfo Colonna: Due bolle datate 7 agosto 1290 e 13 febbraio 1296, con cui Niccolò IV e Bonifacio Vili affidano temf>orariamente a Landolfo Colonna, canonico di Chartrcs, l'amministrazione temporale e spirituale della chiesa dei Santi Sergio e Rocco in Roma. Il T. tien per fermo, ed a ragione, che sia questo l'istesso Landolfo autore del Breviarium historiarttm, e au- tore ancora del Tractatus de translatione imperii Romani a Qraecis ad Francos, il quale va sotto il nome di un Radulfo Colonna. Di uno scrittore se ne fecero due e il T. narra come questi duo diventarono poi francesi, prendendo i nomi di Raoul e Landulphe de Coloumelle, dalla borgata di Coloumelle, nella diocesi di Chartres. Felice Lajart, in una notizia inserita nel t. XXI della Jlistoire lìttéraire de la France., continua ad usare il noma di Raoul de Coloumelle, pure correggendo alcuni errori in cui altri erano incappati, e notando che dei tre manoscritti del Tractatus due recano il nome di Landolfo, uno quello di Pandolfo, nessuno il Radulfo che trovasi poi nelle stampe. Lo scrittore è uno solo, Landolfo Colonna, italiano a dalla celebre famiglia dei Colonnesi. Ma notiamo (cosa sfuggita , aemlva, al T.) 276 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO che l'identità di Pandolfo e di Radulfo è già nel modo più esplicito affer- mata dal Tiraboschi (1). LucHETTO Gattilusio: Bolla datata 19 agosto 1295, con cui Bonifazio Vili accorda indulgenza di un anno e quaranta giorni ai visitatori della chiesa di San Giacomo fondata in Genova dal trovator genovese. Guido da Baiso : Cinque bolle datate 12 agosto 1295, 12 settembre 1296, 7 marzo 1300, 11 maggio 1304. Degna di particolare attenzione è la terza, con cui Bonifazio Vili ingiunge al canonista reggiano di non più percepire nella chiesa di Bologna una prebenda che aveva usurpata a Filippo di Nucio da Todi. Guglielmo da Brescia: Quattro bolle datate 18 maggio 1298, 28 maggia 1313, 11 luglio 1313, 10 agosto 1313. Riguardano benefizi , dispense e altri favori accordati a questo celebre medico sotto il pontificato di Bonifazio Vili e di Clemente V. Guglielmo da Brescia fu d'italiano fatto francese sotto il nome di Guillaume de Bresse o de Brezis. Marsilio da Padova: Bolla datata 14 ottobre 1316, con cui Giovanni XXII concedeva da Avignone al famoso riformatore, e ad istanza dei cardinali di San Giorgio ad Velum Aureum e di Santa Maria in Cosmedin , un cano- nicato in Padova. Che qui si tratti del riformatore appunto che alcuni anni più tardi fu scomunicato dal medesimo pontefice non può dubitarsi, facen- done fede il cognome di Maìnardini che noi sappiamo ora essere stato quella della famiglia di Marsilio e il nome di Buonmatteo che fu quello del padre di lui. Il documento pubblicato dal T. prova, cosa sinora non risaputa con certezza, che Marsilio appartenne al clero secolare. Niccolò Domenici: Bolla datata 25 agosto 1323, con cui Giovanni XXll ringrazia questo Niccolò dell' invio di un trattato De regimine sanitatis. L'autore è interamente ignoto; solo dalla intitolazione della bolla si rileva che egli era professore di medicina in Perugia. Giovanni D'Andrea: Sette bolle datate 28 giugno 1322, 7 novembre 1324, 1326, 13 novembre 1327, le quali tutte fan testimonianza del credito e del favore che il più famoso dei canonisti godette presso il pontefice Gio- vanni XXII. Di speciale nota sono meritevoli tre con cui si dà lode a Gio- vanni della divozione sua verso la Santa Sede e della sollecitudine da lui addimostrata in tutelarne gl'interessi. Roberto de' Bardi: Due bolle datate 12 settembre 1323 e 7 marzo 1336. La prima ci fa conoscere che l'amico del Petrarca era decano di Glasgow quando da Giovanni XXII fu investito di un canonicato a Verdun ; la se- conda c'informa del tempo e delle condizioni, in cui egli fu da Benedetto XII innalzato alla dignità di cancelliere in Parigi. Petrarca: Bolla datata 15 settembre 1552, con cui Clemente VI eman- cipa il Petrarca , quanto al suo arcidiaconato di Parma , da ogni giurisdi- zione, dominio e ordinaria potestà del vescovo Parmense, direttamente as- soggettandolo alla Santa Sede. Tal beneficio si concede al poeta, affinchè egli possa fruire della sua piena tranquillità. (1) St. d. lett. it, t. V, p. 595-6 (ed. dei Classici). BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 277 Ambrogio Traversari: Due bravi non datati, con l'uno dei quali Mar- tino V invita il priore dei Camaldoli di Firanze a non impedira in modo alcuno, ma a favorirò anzi gli studi doirumaniata , e con Taltro eaorta lo Steno Ambrogio a continuare le sue versioni dei padri greci. Oiustamento osserva il T. che il linguaggio usato in questi duo documenti fa molto onoro a colui nel cui nome erano scritti, e che essi provano come, prima di Ea> genio IV, meriti Martino V di essere annoverato fra i pontefici fautori d«l« rumanesinio. Como si vede, dai documenti che il T. produce non vien fuori una storia delle lettere alla corte dei papi , ma vengono fuori non poche notiaùe parti* colari che giovano a compiere od a correggere la biografia di parecchi au- tori, 0 anche a mettere in sodo qualche fatto della storia letteraria. CARLO NEGRONI. — Discorso critico sui lessi dolenti deli' in- ferno e sul testo della Divina Commedia. — Novara , tip. Frat. Miglio, 1884 (8», pp. 48). A Dante, impaurito laggiù in Malebolge della fiera compagnia dei diavoli «rroncigliatori, il buon Maestro dà conforto efficace avvertendolo : non vo' che tu paventi; | Lasciali digrignar pure a lor senno; \ Ch' ei fanno ciò per li lessi dolenti (Inf, XXI, 133^). Non tutti peraltro leggono a questo modo. Altri hanno lesi, altri lassi, lezzi, fessi. Oltracciò, secondo l'A., la lezione del codice Cassincsc lilesi può dar luogo ad una interpretazione gF illesi, che a lui par bella (pp. 10-12); e per congettura, che a lui pare paleogra- ficamente sostenibile, può nel luogo menzionato venir sostituito pesci a lessi (p. 12-13). Si lascino pure da parte queste due ipotesi, la prima della quali ci sembra distrutta dalla sua medesima soverchia sottigliezza e la seconda dalla mancanza di ogni suffragio di codici e dalla stranezza sua. Restano pur sempre le varianti che abbiamo sopra menzionate, e particolare mente resta il dubbio fra le due più notevoli e più accreditate, lessi e lesi. Questo servì di punto di partenza al ch. Ncgroni per dissertare, non sol- tanto sul valore della variante, ma anche sui criteri da adottarsi per avere un testo definitivo della Commedia. Né, a dir vero, a noi sembra che foaae la migliore occasione questa per farlo. Anzitutto la variante in questione è, più che una variante di testo, una variante di interpretazione. Il sig. N^ groni sa meglio di noi quanto sia incerto l' uso delle doppie nei codici «»• tichi. Può darsi quindi che tutti quanti i mss., scrivendo lesi, loggMMra lessi, e che nessuno derivasse veramente la parola da ledere, corno fece qualche recente editore e chiosatore. Quindi non era qui il luogo di pariara di critica oggettiva o soggettiva portata e da portarsi sul tasto* divenendo la questione, per la natura sua stessa, tutta soggettiva. Ma laaciando de parte la opportunità, le riflessioni che fa il N. sull'importante soggetto sono certo molto acute, quantunque non nuove. Egli vorrebbe che ai te- nessero d'occhio i soli testi più antichi, quelli della prima metà del 9ò- colo XIV e se ne scegliessero le lezioni varianti in ragione del numero. Ma questo criterio del numero è un criterio ormai distrutto dalla critice 278 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO dei testi perchè affatto arbitrario, potendo la lezione vera essere riferita da un solo ms. e la falsa da parecchi ricopiati l' uno dall' altro. 11 N. del resta non ignora quello che generalmente si afferma intorno alla necessità di sta- bilire una genealogia dei codici : non lo ignora , ma lo stima cosa tanto difficile da doversi lasciare per disperata. Difficile, anzi difficilissima, non lo contestiamo : tanto difficile e dispendiosa che finora non v' è neppure arri- vata la munificenza di principi e di società dedite al culto di Dante ; ma non- pertanto unica vera via, nella quale è desiderabile si pongano con ardire e pertinacia gli studiosi, cui è sperabile per il decoro nazionale non man- chino gli aiuti del governo. Anni sono a Firenze, a Roma e a Parigi, le tre città che hanno maggior copia di codici danteschi, fu appunto iniziata uno studio parallelo sul testo del Purgatorio con la intenzione di offrire al pubblico un saggio, che in seguito servisse di guida ad una genealogia. Ma l'opera rimase incompiuta, non sappiamo precisamente per quali ragioni.. Sarebbe desiderabile la si ripigliasse, giacché quando si siano esaminate quelle copiose famiglie di mss., non riuscirà difficile il procurarsi la colla- zione di molti altri che si trovano dispersi per tutte le biblioteche d' Europa ^ in alcune d'America e persino al Capo di buona Speranza. Quanto al verso che diede occasione al N. di scrivere il presente opuscolo, egli, appoggiandosi appunto ai mss. più antichi, legge lessi. E sin qui noi gli diamo perfettamente ragione, ma non ci sembra ne abbia altrettanta quando enuncia l'ipotesi che qui lesso equivalga a lessus de' latini, cioà « una compagnia di gente, che si faceva vedere con tutte le apparenze del « dolore », quali erano precisamente le prefiche. Nessuno potrà negare che questa interpretazione sia molto studiata e artificiale, nessuno potrà conva- lidarla con altri esempì della parola lesso usata in questo senso nei primi secoli. Tuttavia suU' una e sull' altra difficoltà si potrebbe passar sopra, se di una interpretazione simile vi fosse il bisogno, se cioè la significazione volgare del vocabolo non desse un senso soddisfacente. Ma invece qual si- gnificato più bello e più efficace di quello che la parola lessi ci dà natural- mente? Qual parola più opportuna qui in Malebolge, parlando de' barattieri,^ verso i quali D. mostra sempre il suo sprezzo? Non vi sono canti nella Commedia in cui più che in questi il linguaggio sia incisivo, plastico, atrocemente beffardo. Verso questi peccatori tace ogni pietà: il poeta non trascura occasione di manifestarci lo sdegnoso disprezzo che gli ispirano. Perchè dunque no lessi dolenti -quelli immersi nella pece, che i diavoli arroncigliavano, quasi fossero pezzi di carne in caldaia? 11 N. elimina questa ovvia interpretazione perchè il lessi gli sa di cucina. E che perciò? Ben d'altro che di cucina sanno le imagini in questi gironi. E poi, che v'è di basso in una imagine tolta alla cucina? E anche vi fosse del basso, perchè do- vremo noi sostituirvi un significato estraneo alla lingua e che lo stesso N. ha dovuto faticosamente e dottamente scovare con una serie di ricerche filologiche e storiche? 1 dannati cotti sono un luogo comune della tradizione infernale predantesca: lo stesso N. ne reca un esempio tolto alla leggenda d'Alberico. Questi dannati cotti in caldaie (piene di acqua, o di lisciva, o di zolfo, o di pece) ci danno naturalissimamente l' imagine di gente lessata. Perchè no? Noi proprio la repugnanza non la sentiamo, neppure sforzandoci di sentirla. BOLLBirniO BIBLIOORAPICO t99 Una fiorila di orazioni e di laudi antiche in rima sul tumolo della Clelia Vespignani. — Imola, Ignazio Oaleati e fl^io, 1884 (16% pp. xiv-268). # Già dae volte il nostro Oiomale (1, 132 e 352) ebbe occasione di oee» parsi dogli elegantissimi volumi che ad istanza della signora Albina V6a|»> gnani l'illustre 2Uimbrìni pubblica annualmente per commemorare la daftinte sua nipote Clelia. Questi volumi contengono sempre qualche testo inedito o raro, tratto dai codici o dallo stampe, e il non essere mai posti in mercio li rendo ancora più graditi ai bibliofili ed agli studiosi. Quest'anno lo Zambrini non ha potuto illustrare i testi che avaa in di porro in luce, ma non per questo volle mostrarsi scompiacente alle vttam» della sorella. Egli raccolse qui una buona messo di orazioni in rima 6 di altre poesie devote, alcime attribuite ad autori celebrati, altre anonime. Vi si legge un salmo penitenziale attribuito al Petrarca, che comincia : Da poi ch'i' veggio e cielo e fuoco e terra. Del Petrarca è pure tm sonetto (1): Padre del del, dopo i perduti giorni, scritto pel venerdì santo (p. T7). Delle altre poesie, indirizzate per lo più alla Vergine o a santi, sono diverti gli autori. 1 nomi che più spesso compaiono, sono quelli di Francesco d'Ai- bizo e di Feo Bolcari, al primo dei quali sono dati 26 di questi componi- menti, 0 al secondo 21. Cinque poesie sono del Bianco da Siena, tre di Ber- nardo Giambullari, due di Lucrezia de' Medici, due di Bernardo d'Alamanno de' Medici, due di ser Paolo Blanchelli, una di santa Caterina de* Vigrì, una di Francesco Marzocchini, una di Lionardo Giustiniani, le altre non recano nome d'oratore. Non tutte cortamente sono difficili a trovarsi in altre ni> colte, ma ciò nonostante è opportuno l'averlo qui tutte insieme, accostato secondo l'ai^omonto che trattano. Taluna poesia poteva senza danno essere lasciata da parte): per es., la fa- mosissima lauda Maria Vergine bella, che è molto comune. L'È. ha notato, a proposito di essa : « in alcuni mss. è attribuita a Giovanni da Carpi, non < già a Fra Jacopone » (p. 125). Invece sembra sia opera di Lionardo Giustiniani, cui la attribuiscono, oltre il Crescimbenl, codici e stampe an- tiche (2). ROBERT HALFMANN. — Die Bilder und Verglefche in Pulcft Marcante. — Marburg, Elwerl'sche Verlagsbuchhandlnng, 1884 (8», pp. 72). In un breve preambolo il sig. H. viene implicitamente a apiegare Tiii» tendimento di questo suo lavoro caratterizzando il Morgatite come < Vt (1) Cfir. CoNtoM.. I, 40. (8) Cfir. D'AxcoxA, Studi ttMa UtL ital. it' primi tnU, ^ M. 280 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO « sione della gente colta (nel sec. XV) che non si poteva ormai più con- < tentare degli antichi e rozzi romanzi e cantari cavallereschi e anelava ad « una riforma nel genere » (p. 2). Egli infatti subito dopo soggiunge: < damit aber wurde das Dichten aus dem Gewerbe eine Kunst », il poetare quindi, di mestiere che era, divenne arte. E però grande importanza acquistò lo stile, che prima non ne aveva punta, e con lo stile il giuoco delle ima- gini, che è uno dei principali adornamenti e avvivamenti della poesia. Il Margarite segna il trapasso dalla primitiva epopea cavalleresca ai grandi poemi del sec. XVI: questa sua medesima condizione giustifica uno studio stilistico condotto su di esso. E questo studio stilistico, per riuscire a qual- cosa, deve esser fatto comparativamente, non tanto con i culti poemi poste- riori, quanto con i rozzi antecedenti. Per la qual cosa l'A. ha in questa sua disamina tenuto d'occhio le fonti riconosciute da cui il Pulci ricavò la sua materia, il poema inedito (1) che il Rajna, scopritore di esso, chiamò V Orlando e la Spagna in rima. Su questa base, dopo avere brevemente diviso in due parti il poema (C. 1-23 e 24-28) secondo il dato storico che ci offre la rarissima stampa del 148i (pp. 3-4) e caratterizzata La rotta di Roncisvalle, che non è altro se non la riproduzione espurgata di un canto e mezzo circa del Morgante (pp. 5-8); su questa base, ripeto, il H. si accinse ad uno spoglio pazientis- simo di tutte le similitudini, i paragoni, le imagini che nel poema del Pulci e nelle sue fonti si incontrano. Eseguito lo spoglio, lo classificò siste- maticamente, praticando anzitutto una massima divisione iniziale fra le si- militudini sviluppate (ausgefichrte Bilder) e i semplici paragoni incidentali (einfache Bilder). Gli esempi particolari dell' una e dell'altra categoria sud- divise poi a seconda del loro contenuto. Il lavoro è condotto con molta diligenza , e come frutto di quel fecondis- simo seminario filologico di Marburgo cui sta a capo il prof. Stengel, non si può dire privo di utilità , particolarmente per il suo autore. Ma altro è dir questo , altro è dire che veramente esso abbia una importanza tale da giustificarne la stampa. A noi sembra che sulla base delle similitudini e delle metafore non si possa, come l'A. crede, procurarsi una chiara idea della maniera poetica di un autore (einen hlaren Einblick in die Dichtungsart Pulci s gewinnen) (p. 175), particolarmente quando questo studio si riduce ad una nuda enumerazione di fatti, anziché essere una disamina comparata e critica degli elementi costitutivi da cui risultano. Possono certo le simili- tudini avere importanza in sé e per sé, quando si tratti specialmente di monumenti antichissimi, possono anche avere, ed hanno, importanza stili- stica, potendole esaminare nella loro costituzione intima, come il Venturi ha fatto per le dantesche ; ma fa male, se non ci inganniamo , chi confonde tuttociò con lo stile, che è cosa ben più complessa e diffìcile ad analizzarsi. E infatti il H., giunto alla fine della sua indagine paziente, non può rica- varne che questa conclusione: le similitudini e i paragoni che si leggono (1) Non resterà più inedito per lungo tempo , giacché se ne annone!» la pubblicazione in Grer- mania, per cura del sig. J. Hubscher. BOLLETTINO BIBLIOORAFICO 281 negli ultimi canti del Margarite sono per numero ed estensione aiiai più notevoli di quelli che si trovano nei primi 20 canti. Tuttavia anebe in questi ultimi le metafore del Pulci sono molto più piene e numerose di quello che sieno i roxzi paragoni che ai rinvengono nelle sue fonti. Ora, 009 buona pace dell' A., questo ò ben poca cosa, nóci aembra che perarrivarei valesse la pena di far tanta fatica. GUSTAVO UZIELLI. — Ricer^che intomo a Leonardo da Vlnct, — Serie seconda. — Roma, tip. Salviucci, ediz. di 260 esem* plari numerati, 1884 (8«, pp. 486). Di questo volume, il quale interessa assai più lo storico delle scienze che non lo storico delle lettere, noi non possiamo parlare distesamente e di proposito, ma dobbiamo contentarci di rilevare quelle sole parti che hanno attinenza con gli studi nostri. La Ricerca li. Sopra un Sonetto attribuito a Leonardo da Vinci, concerne il famoso sonetto che comincia: Chi non paò quel che vuol , qnel che paò roglia , attribuito, oltreché a Leonardo, anche al Burchiello, a Niccolò Cieco, ad altri. L'A., riportate le varie opinioni in proposito, riportati anche i molti giudizi, spesso assai poco ragionevoli, che se ne diedero, prova con l'ap- poggio dei manoscritti , il sonetto essere cosa di Antonio di Meglio, e Leonardo averlo soltanto trascritto, come pur fece di più altre poesie. Non tacerenu) tuttavia che questa Ricerca è condotta con soverchia minutezza e che son troppe le 84 pagine spese intorno a questo soggetto, mentre in 15 o 20 si poteva dire comodamente tutto quanto meritava esser detto. Il e. Ili dei Documenti (pp. 195-210) ha una sua peculiare importanza, tuttoché estranea all'argomento del libro. Vi si parla del modo onde sono governati e ordi- nati gli Archivi in Italia, e delle difficoltà che in essi sogliono incontrar gli studiosi. Questa è questione che scotta e a cui bisognerebbe ponesse mente chi deve. L'A. dice chiaro e tondo che gli ufficiali degli Archivi sì danno più volentieri a far ricerche per proprio conto che a compilare i cataloghi , ciò che dovrebbe essere loro compito principalissimo, e che agli studiosi riesce poi assai malagevole vedere certi documenti, quando qaeeti sieno oggetto di quelle ricerche, o abbiano attinenza con esse. Questa è una triste verità, sperimentata da quanti hanno atteso a certi studS; e che in alcuni Archivi si fatti sconci non accadano, non vuol dire, bastando ch« accadano in troppi. Ricordando del resto il noto verso teranziano, Anno sum ecc. , l'A. confessa che so fosse archivista e si trovasse d' avere sotto mano qualche documento riguardante Leonardo da Vinci, s' ingegnerdibe 282 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO di non farlo vedere a nessuno. Sta bene ; ma il ministero di queste viscere umane non ne ha da avere , e ad esso tocca far rispettare i regolamenti. Da p. 463 a 466 si parla dei ritratti di Leonardo. Qua e là, dove l'A. tocca di cose letterarie, avremmo le nostre riserve e le nostre osservazioni da fare, ma l'angustia dello spazio non ce lo concede. Il volume, che può dirsi un modello di eleganza tipografica , sarà assai favorevolmente accolto da quanti si occupano della storia delle scienze in genere, e da quanti hanno amore a Leonardo in particolare. A. MABELLINI. — / Promessi Sposi di A. Manzoni, nelle due edizioni del 1840 e del 1825 ecc. — Firenze , Letture di famiglia, editrici (8°, pp. 65). È questo il saggio di un più ampio lavoro, che dovrebbe illustrare tutto intiero l'immortale romanzo manzoniano. Per ora il M. non prende a esaminare che l'Introduzione ed il I capitolo. Posti a fronte il testo della prima ediz. e quello della riveduta, egli indica con varietà di carattere le parole mutate, corrette, soppresse ; e delle più importanti fra le modificazioni discute nelle note l'opportunità, l'utilità, la cagione. Le note sono in generale fatte assai bene, brevi e succose; non vi è affettazione di dottrina grammaticale, così uggiosa il più delle volte, ma nemmen povertà di citazioni e di raffronti (1). Il saggio insomma promette assai bene ed è desideratile che il sig. M. ci dia a suo tempo l'intiero lavoro. Molto utile per giudicar anche meglio del valore e della ragione di certe correzioni fatte dal Manzoni, gli sarà un lavo- retto di C. Gantù, che non ci pare sia stato da lui ricordato (2); e più gli sarebbe l'esame di quell'importante documento che porse appunto al Gantù argomento pel breve scritto citato. Vogliamo parlare di quella copia del Dizionario Milanese del Gherubini, che il Manzoni mandò al Gioni e sulla quale ai modi spesso antiquati e fuori d'uso, ripescati nei vocabolari e pe- danteschi, con cui il Gherubini rendeva le frasi lombarde, il Gioni stesso, il Manzoni, il Borghi, il Niccolini contrapposero quelli vivi e schietti che sonavano sulle bocche toscane. Questo prezioso volume è posseduto ora dal cav. D. Muoni di Milano. (1) Forse qualche nota potrebbe anche essere rispamìata: così, p. e., quella a p. 30, doYe si danno notizie, per verità assai divulgate, intomo ai bravi. (2) C. Castù , Manzoni e la lingua in Rendiconti del B. Istituto Lomh. di Scienze e Lettere, Serie U, voi. Yin, fase. 8 e 9 (1875). PUBBLICAZIONI D'OCCASIONE 283 G. ANTONELLI. — Indice dei manoscritti delia Civica Biblio- teca di Ferrara. — Parte prima. ~- Ferrara, A. Taddei e figli (80 gr., pp. 311). ♦ Pur troppo in Italia l'antico desiderio di ogni studioso di veder uscire alla luce qunlcho cosa di simile al francese Catalogue dea Départements , noa accenna nelle attuali nostro condizioni ad esser presto tradotto in effetto: a troppe altro cose chi regge la pubblica istruzione ha da attendere piuttosto- chù a sciupar denari in cataloghi! Dei molti documenti quindi, importanti per la storia civile e letteraria nostra, che contengono le più fra le biblio- teche della penisola, non vi è speranza di ottener contezza se non in quanto coloro che le dirigono di spontaneo impulso si decidano, superate speMO diifìcolth non lievi, a farli noti. Fra i bibliotecari che hanno voluto del loro ufficio lasciare onorato ricordo, merita d'essere quindi con lode menzionato il canonico G. Antonelli, il quale, più che ottuagenario, si era indotto ad a- derire al desiderio di molti , pubblicando V indice dei codici che possiede la Civica Biblioteca di Ferrara, di cui per quarantanni egli era stato capo. La sua morte, avvenuta di recente, non ha mandato a vuoto il soo disegno: dell'opera, che sarà completa in due tomi, è ora uscita in Inee la prima parto, nella quale si dà conto solo dei manoscritti di scrittori ferraresi e di quelli esteri contenuti nelle miscellanee. Ciò nondimeno le notizie, che vi sono raccolte, sono molto importanti, come verrà fatto di car» tificarsene a chi sfogli il volume. Il cod. più prezioso, che la Biblioteca di Ferrara possieda, ò quell'auto- grafo ariosteo, nel quale in 83 carte si leggono trascritte 536 ottave dell'Or- lando Furioso. Osserva 1' A. che di questo cimelio non era stata data fin qui notizia esatta: perchè alcuni affermavano che i frammenti in esso con- tenuti appartenevano al poema, quale fu originariamente scritto in 40 canti; altri invece assicuravano che si trattava dello aggiunte e delle mutazioni fatte dal poeta per l'ultima ristampa del 1532, da lui curata. Confrontato il cod. colle stampe del 1516 e del "■Xi, l'A. è venuto nella persuasione che esso racchiuda la maggior parte delle stanze nuovamente ag^unte per con- durre da 40 a 46 canti il poema. E di questa affermazione ci offire in un diligente raffronto le prove. Di importanza ben di poco minore del suddescritto è l'altro cod., del quale vien data notizia a pp. 23 e segg. : intendiam dire l' autografo del Pattar Fido di B. Guarini. E questo l'esemplare che mandò l'autore a Leonardo Salviati per sottopon-e la pastorale al suo giudizio. Fra il cod. ferrarese e le stampe intercedono grandi differenze e l' A. ne dà prova riportando un piccolo saggio delle varianti che, comparato alla edizione veroneae del 1737, offi*o il ms. Aggiunge poi la notizia che così sul ms. ferrarese come sopra l'altro autografo abbozzo della pastorale, che si conser\-a nella Bfareiana, il Valentinelli aveva preparato un lavoro, rimasto inedito; ad ogni modo l'A. è d' avviso che dall' abbozzo marciano derivi il cod. di Ferrara. Certo si ò che Io studio comparativo dei due cod. fra loro e dei codici colla stampa del 1602 offi'irebbero materia ad un lavoro pregevolissimo, toècandoviai una 284 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO parte che il migliore e più recente illustratore del Pastor Fido, G. Casella (1), lasciò affatto intentata. Al cod. ferrarese cresce pregio la corrispondenza ori- ginale, che vi è unita, corsa fra il Guarini ed il Salviati. Di essa l'A. dà saggio pubblicando integralmente la lettera, con la quale da Ferrara il 14 luglio 1586 il Guarini inviava all'amico la sua Pastorale (2). Ma questi, sebbene i più importanti, non sono i soli manoscritti che dei due illustri poeti possiede la biblioteca di Ferrara. Che dell'Ariosto essa vanta, autografe, com'è noto, le Satire, nonché altre poesie giovanili, latine e volgari, lettere, ricordi familiari (3) ecc.: e del Guarini vi si conserva, oltre che quel terzo libro , unico rimastoci del suo trattato Dell' Eonore (4), un intiero volume di lettere, che dovevano formare il terzo nella raccolta delle lettere sue, e che invece rimasero inedite (5). E alcune preziose miscellanee raccolgono poi copiosissime notizie cosi intorno alla famiglia dell'Ariosto, come a quella del Guarini (6). Gli altri codici, che in numero di 608 sono illustrati in questa prima parte, se, come è agevol cosa il crederlo, non raggiungono il pregio di quelli, dei quali abbiamo sin qui tenuto discorso, non sono però privi di valore. La biblioteca è ricca di documenti storici; e fra questi mi piace notare i Monumenta ferrarensia Medii Aevi (7), che son più centinaia di pergamene illustranti la storia ferrarese dal secolo X al XVI ; l' anonimo Chronicon de rebus Estensium del sec. XV, che va dal 1114 al 1410 (8); il Polistore di Fra Nicolò da Ferrara , dedicato al marchese Nicolò d' Este, opera di compilazione che doveva constare di quattro parti, ma della quale due sole, la prima e la seconda, son qui contenute, che dal principio del mondo vengono fino alla prima guerra punica (9) ; la Silva Chronicarum di Bernardino Zambotto, che nella sua voluminosa compilazione introdusse quanto gli pareva degno di memoria (10); le Scritture varie spettanti agli (1) Battista Guarini e il suo Pastorfido , saggio premesso alla tragicomedia nella Collezione Diamante del Barbèra e ristampato nel voi. II delle Opere edite e postume del Casella (Firenze, Barbèra, 1884). Del testo della pastorale non vi si dice che questo: che nell'edizione del 1602 non si trovano, confrontandola con la prima del 1590, che mutamenti « di poco rilievo >, p. 300. (2) Pag. 27. (3) Pagg. 21, 22, 23. (4) No 116, p. 72. (5) No 4%, p. 239. (6) No 153, p. 90, no 156, p. 92. (7) No 151, p. 86. (8) No 12, p. 31. (9) No 490, p. 236. La terza parte è andata smarrita : la quarta, che tratta degli avvenimenti compiutisi dall'impero di Augusto al 1383, è stata pubblicata dal Mdkatobi , Rer. Ital. Script., t. XXIV. 11 cod., del quale si servì il M., era ultimamente in possesso del canonico Antonelli, au- tore del catalogo. (10) Lo Zambotto scrisse in volgare la storia di Ferrara dal 1476 al 1504, e la volse anche in latino. Dei vari documenti da lui inseriti nel suo libro, dà l'elenco l'A., no 470, pp. 225 sgg. Fra essi notiamo un anonimo poemetto in ottava rima di stanze 40 per la guerra dei Veneziani col Turco e la presa di Lepanto fatta dal Turco il 30 agosto 1499, che com.: 0 vera Trinità superna luce. BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 286 Estensi ed a Ferrara (1); VOrasione di Peregrino PrìseUno per la di Alfonso d'Este con Lucrezia Borgia, autografa ed inedita (2); la MiseeU lanca di cose politiche che riaguardano casa D'Eate, raccolta di docomenti dal sec. XV al XVII (3); le Lettere degli ambasciatori eatanai praaw % Corte Cesarea, Milano, Venezia nel sec. XVI (4) ; le lettere di principi del quattrocento e del cinquecento dirette le più agli Arìoati (5) ed in fine, il carteggio tenuto da Ercole Rondinelli, che stava a E'arigi, con un ignoto (nel quale l'A. vorrebbe riconoscere il Cardinale di Pelleoò), dal giugno al dicembre del 1585, in cui si danno notizie importantiaaime sui maneggi po> litici della Corto di Francia (6). Anche più copiosi i codd. che offrono materiali importanti per la storia letteraria. Oltre alcuno miscellanee del sec. XV, che racchiudono scritti di noti umanisti, come gli Strozzi, il Bruni, il Poggio, il Fini (7) ecc.i noi troviamo ricordate delle prediche miste di dialetto ferrarese del sec XV (8); delle laudi del medesimo secolo scritte da Fra Giovanni Pellegrini, gesoato ferrarese (9); i Carmina de laudibus Estensium di Matteo Maria Bojardo(10}. I codici del Cinquecento non sono meno pregevoli che numerosi : basti citar qoi i molti mss. che racchiudono scritture autografe di 0. B. Cinzie Oiraldi, (1) No no, pp. 66 sgg. (2) No 205, p. 118. (3) No 451, p. 1215. (4) No 207, p. 121. (5) No 210, p. 123. (6) No 209, p. 122. (7) Vedi i Carmina, Oraiioiu$ *t Spistoloé variorum , conteonti m1 ood. a* 940 (p. 187), U cod. 335 che contiene Stronta» HtrcuUs Tmaiio eoo. (8) Lo Sbaraolia le attrìbnirebbe al B. Antonio Bonaflni femreae (f 14S8) n. 181, p. 110. (9) L'A. dice di rìporUrne l'introdaxione < perchè d» questa rilerMi tadM il tmp« ì» tmi « Tenne scrìtta » (p. 198, no 409); ma non pare siasi acoorto che le otto ratM tenia» 4s M riferite non sono opera del poeta, benai del trascrittore e correttore del ood., Q qatto, dof* >w deplorato il gran difetto di scriptori Che non intende e nan per aia scrioendo Et ftarano la gloria de gli autori; aarionra di arer racconciato delle laudi € ogni sno fkllo e mendo », e teraina eoUladtear faaao in cui fece questo laToro : So quando fo qoinde noi sapere (tic) Io del qnarantasette qaatrocento Et mille fe del mano bom o owiio El pelegrin manne do bob iMBto Io ektl (raicr^«, firraHtti tcr^itors... Non son poi da dimenticare t codd. 378 , 395 (pp. 186 e 191) , il primo da' qsaB iMM||k lo poesie Tolgarì, edite le più, del Tibaldeo; l'altro le poesie latine iae«Uto. (10) No 318, p. 163. L'esemplare pare ria qseUo di dedica ad Ercoio d'Erto, (tacche oltn éU «leganti miniature, il cod. porta un digramma aatogiaib dal Bcjaido. 286 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO inediti, come V Amore, favola pastorale (1); la lettera al Calcagnino contro l'Antimaco (2); il Carmen de usu partium (3); il primo libro dell' Historia suorum temporum (4); molte orazioni e prelezioni (5); o edite, ma con ag- giunte e correzioni , come gli XI canti dell' Ercole (6), i famosi Discorsi intorno al com,porre dei rom,anzi ecc. (7). Non mancano codici di opere dell'altro Giraldi, Gregorio Lilio (8) ; e di un letterato ferrarese poco cono- sciuto, Alberto Lollio (9). Ricorderò in fine un cod. contenente le poesie del Pigna, inedite (10) ; una collezione di proverbi toscani fatta dal Salviati e continuata da G. F. Magnanini (11); un' altra non meno copiosa di poesie di- verse del sec. XVI (12); dei poemetti di F. Bellagrande ecc. (13). Anche ricca di materiali è questa Biblioteca per il sec. XVIII , dacché racchiude manoscritti del Baruffaldi (14), del grande storico ferrarese Giovan Andrea Barotti (15); i documenti relativi al Monti (16) ; poesie autografe di questi e del suo maestro , il Minzoni (17) ; le carte e la corrispondenza del Gicognara (18); varie rime di Emanuele Muzzarelli (19). Da questo breve esame dell'opera edita dal compianto mons. Antonelli sarà facile arguirne l' importanza : e quanto debba esser vivo il desiderio degli studiosi di vederla completata colla pronta publicazione della seconda parte, che comprenderà la descrizione dei mss. del Tasso, de' preziosi libri sacri provenienti dalla Certosa, degli altri codici racchiudenti opere di autori non ferraresi e della collezione di autografi che il Cittadella formò e cedette poscia alla sua città. Quando questo Catalogo sia compiuto, Ferrara , che vede già illustrati molti e molti monumenti della sua storia nel bel cata- logo della collezione Campori, potrà darsi il vanto che poche fra le minori (1) No 331, p. 170. (2) IMd. (3) No 370, p. 183. (4) No 377, pu 185. (5) Ihid. (6) No 406, p. 194. (7) A proposito dei quali l'A. sembra ignorasse come le aggiunte fatte sul cod. ferrarese ai suoi Discorsi dal Giraldi fossero state utilizzate per quanto si poteva (attesa la misera condizione del volume , i cui margini farono a metà portati via dal ferro di un rilegatore) nella ristampa datane neUa Biblioteca Bara del Daelli (ni 52 e 53). Ed è pure a notare che in questa edizione agli Scritti Estetici del Giraldi fu premesso (P. I, pp. XXIX-XXXV) , il catalogo di tutti i mss. di questo autore esistenti nella Bibl. di Ferrara per comunicazione del Cittadella. (8) Ni 70, 145, 371, 434, 437, 557 ecc. (9) Vi sono le Epistolae familiares (no 145 e 6, pp. 83 e 84) degli Scritti vari (no 319, p. 164) ecc. (10) No 252, p. 145. (11) No 394, p. 191. (12) No 408, p. 197. (13) No 72, p. 48. (14) Ni 18, 142, 160, 165, 322, 502, 557, 561, 575, 587. (15) Sono molti e molti volami. (16) No 504, p. 243. (17) No 849, p. 176. Sono però tutte edite. (18) Ni 513-521, pp. 245-253. (19) No 369, p, 183. BOLLBTTINO BIBLIOORAPICO 2t7 città della penifiola nono ora disgraziatamenta in diritto di attribuirai, d'av«r raccolto e illustrato con amore quanto, sfuggito al tempo e alla malignità degli uomini (1), resta a testimonianza del suo antico ■plendore. Anche l'edizione, che è di 300 esemplari fuori di commercio, marita lodi per la correttezza e nitidezza della stampa. Un copioso indice degli autori agevola le ricerche. G. PITRÈ. — La iettatura ed il mal' occhio in Sicilia (Edizione di soli 100 esemplari). — Kolozsvàr (Clausemburgo) , 1884 (120, pp. 11). In questo grazioso opuscoletto, che ci giunge stampato a spese dell'editore degli Ada comparai ionis litterarum universarum dal fondo della Trantil* Vania, il dotto professore siciliano raccoglie curiose notizie intomo alla or» denza nella iettatura in Sicilia, mostrando come a torto si creda esser Atmm una merco tutta napoletana. Con la consueta sua erudizione, accoppiata a molta vivacità di stile, egli descrive cosi i malefìci effetti della iettatura, come i rimedi dal popolo usati per preservarsene. Inutile il diro che quanto sono spaventosi gli uni, tanto son bizzarri gli altri, nei quali indubbiamente rivivono o, per meglio dire, sopravvivono superstizioni antiche, per lo meno, quanto i Greci ed i Latini. Dottrina d'amore.. Sonetti inediti attribuiti a Guido Cavalcanti, (Nozze Torraca-Zelli lacobuzzi). — Bologna , Zanichelli, 1884 (4'» gr., pp. 11). Donde sono cavati questi sonetti ? e l'attribuzione che a 0. Cavalcanti ne è fatta in questo elegante opuscoletto su quali argomenti si fonda? Invano ricercheremmo risposta nell'opuscolo che ci sta sott'occhio, e che, tirato a soli ventun esemplari, ha valore di curiosità bibliografica. La sedicente Dot' trina d'Amore è formata da tre sonetti, mediocri assai: il primo (D'Amore itene ad aver tutto piacere) ricanta il solito tema delle gioie che procura Amore contrapponendolo alle noie che dà la gelosia; il secondo {Otto co- mandamenti face Amore) descrive le doti che deve possedere ciascun iih namorato; il terzo {Quando V Amore il su seroo/>arh'to) ricorda c vissimo tormento arrechi Amore a chi cerca pur un istante scooteriM il giogo. Dei tre è certo il secondo migliore per forma, sebbote non abbia nessuna novità di concetto. La lezione di tutti ò evidentemente rammo» domata. (1) In una noU m p. 8 cMl' ItNrMwnte ai Mtar* , l' A. lieoidft to UUMaoka ém tmnmU femrssi di S. Paolo , di S. BuadMto , di 8. DoBMiieo , di 8. (UoiiId, I «1 BM nonUI pr easer poi tnsmeosi ali» comunale libraria , anduoao ìbtm* ìk^wnL li «aas ^ ■aaitt M boUo deUa Comunale I E co^ T Archirio oelebtrriao di PoafWk, flka 4o««n «Mn mM» •!> l'ArchiTio Diplomatico Centnle di MHano, fli band fedito eolfc, «a W fttpatm», tailM di |n»- dere la via dell' iVrcMvio , aadaioM ia «n dd MorWo; ad on Miuao ÈMm eki a d*f». I qaesU è la storia di quasi tatti gii areU*! • di «|«MÌ t«tta> MWitsctW ttiliaM: 288 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO Il lamento del conte di Poppi (Nozze Rava-Baccarini). — Ra- venna, Galderini, 1884 (12°, pp. 22). Dopo la ristampa recentissima che di su vari codici fece di questo com- ponimento il Medin (1), la pubblicazione che per nozze ne torna a fare A. Borgognoni, potrebbe parere superflua. A questa obbiezione risponde lo stesso egregio Editore, che egli ha inteso di offrire un « contributo d'un « nuovo testo alla futura edizione critica di un documento, non certo spre- « gevole dell'antica poesia storica italiana ». Per ciò si è giovato di un co- dice, intorno al quale non dà altra notizia , se non che è pesarese , la cui lezione non è troppo buona, quantunque sia probabile che le scorrezioni che deturpano il testo sian dovute all'ignoranza dell'amanuense che ne conservò tuttavia intatta la forma metrica. In nota al Lamento il B. appone alcune varianti trascelte da quelle raccolte dal Medin. Questa pubblicazione avrebbe potuto aver maggior valore se l'Ed. si fosse giovato anche di qualche altro codice: ed a Firenze di buoni ed antichi testi del Lamento non vi è dav- vero scarsezza. F. Filarete araldo. Cerimonie della militia fiorentina (Nozze Supino-Morpurgo). — Pisa, Nistri, 1884 (12°, pp. 32). L'araldo del Comune di Firenze fu a varie riprese obbligato per provvi- sione, nel sec. XV, a fare ed ordinare un libro nel quale doveva tener nota, non che di tutte le venute in Firenze di principi « ecclesiastici e tempo- re rali », anche delle feste e cerimonie fatte per onorarli, e delle spese per questo incontrate dal Comune. In si grave ufficio egli era in dovere di ri- chieder l'aiuto del cancelliere e di altri uffìziali di palazzo, affinchè i ri- cordi fossero quanto più possibile esatti e fedeli. In esecuzione di questo dover loro Francesco Filarete prima e Manfidio poi, dal 1450 al 1522, raccolsero in un libro le notizie relative alle visite fatte ai Fiorentini da principi italiani e stranieri, e inoltre anche di oratori « cosi reali come di Vinitiani o ducali, e d'altre esterne na tieni e principi « e Provincie ». Il codice, che aveva conservato quel grande raccoglitore di mss., che fu il senator Strozzi, si ritrova ora nel R. Archivio di Stato di Firenze ; ed è da esso che per occasione di nozze ne furono tratte queste Cerimonie della militia fiorentina che, scritte dal Filarete, seguono nel co- dice alla descrizione già accennata « de' modi, delle visitationi e accoglienze « e honori » ad illustri ospiti. Esse sono assai curiose per la indicazione esatta dei più minuti particolari che dovevano osservarsi, cosi nell'armar cavalieri come nel ricever oratori. Nuoce a questa pubblicazione, assai interessante, l'esser stato il testo esem- plato da persona evidentemente ben poco esperta di paleografia. Senza ricor- rere al codice , non pochi svarioni presi dal copista li può correggere il let- tore. Anche la data del documento è erroneamente riportata. (1) Lamenti del secolo XI7 e XT, Firenze, 1883, p. 30. HOLI.ETTINO RIBLIOORAi'lCO XIV canzoni musicali inedite. (Nozze Campani-Mazzoni). — Firenze, tip. Garnesecchi, 1884 (8", pp. 36). Dal cod. Mgl. VII. 7:i5, scritto nel primo decennio del XVI secolo da Oio» vaimi Mazzuoli dotto lo Stradino, trasse il prof. Luigi Gentile lo prMcnti poesie d'indole schiettamente popolare e di soggetto amoroso. Otto di 6«e, come il diligente editore ci dice, si trovano citate nei lihri musicali del Ut mo60 Petrucci, indizio manifesto della diffusione che ebbero e della «Hm^ in che erano tenute. Se dice vero la didascalia, la V asaome anche una particolare curiosità storica, giacché in testa ad easa si legge: « Questa « canzone era la favorita del duca Valentino ». — Ecco intanto i capoversi di tutte: 1) 0 dolze diva mia. 2) Son tornato e Dio el sa. 3) Non pensar che mai ti lassi. 4) Io ti lasso, donna, ormai. 5) Donna, contro a la mia voglia. 6) Per chiamar soccorso ognora. 7) Da poi e hai mio core in pegno. 8) Fammi almanco bona cera. 9) Occhi mia, di lacrimare. 10) Di servirti a tuo dispetto. 11) Di mia pena e mio lantento. 12) Per servirti perdo e' passi. 13) Donna ingrata, or non più guerra. 14) Non sta sempre Vetà verde. Notisi peraltro che nell'ultima poesia manca la ripresa. P. ALFONSO DI MANIAGO. — Z gnara a Venezia ; la seconda come la terza, da Parma il 29 dicembre 1838, ed il 15 ott. '39, son biglietti alla signora Gertrude Manzoni di Porli, che il G. chiama sua cara e costante amica: la quarta, da Parma il 1* novem- bre 1845, ò scritta a Prospero Viani. SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE (1) IT^LI^aSTE Annali francescani (Milano) : Anno XV, 1884. — N» 14, 31 luglio: Dante e S. Francesco. Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia cri-^ minale (Torino): Voi. V, 1884. — Fase. 34: Luigi Carnevali, Sulla criminalità del se- colo XVI in Mantova. [Riguarda i reati commessi nel solo anno 1577]. Archivio glottologico italiano (Torino): Voi. Vili, 1884. — Puntata 2: F. e G. Cipolla, Bei coloni tedeschi nei XIII Comuni Veronesi. [Gont. e fine; vedi voi. VII, punt. 2, p. 193]. — G. Ulrich , Susanna. Sacra Rappresentazione del secolo XVII, testo la- dino, varietà di Bravugn. — G. De Gregorio, Fonetica dei dialetti gallo- italici di Sicilia. Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (Palermo) : Voi. III, 1884. — Fase. 2": G. Pitré, Bibliografia delle tradizioni popo- lari in Italia. [Continua e finisce la parte di guasta bibliografia che con- cerne gli usi, i costumi, le credenze, le superstizioni. Gfr. Giornale, III, 298]. — Giacomo Lumbroso, Scarafaggi e candeluzze. [Illustra la credenza po- polare che gli scarafaggi siano diavoli e reca in mezzo a questo proposito una novella del Sacchetti ed un aneddoto che si racconta del Manzoni]. — F. Mango, Saggio di studi sulla metrica della poesia popolare calabra. — N. Zingarelli, Relaz. particolareggiata delle Islendzk Aeventyri pubbl. dal Gering, particolarmente interessanti per la storia leggendaria degli impera- tori e dei papi. — Fase. 3° : Usi e pregiudizi de' contadini della Rom/igna^ operetta serio-faceta di Placucci Michele di Forlì. [Questo libretto, in cui 1 autore « raccolse quante più potè notizie della vita domestica , delle cre- « denze, pratiche, ubbie, usanze del popolino romagnolo, inserendovi canzoni, « canzonette, proverbi e formole d'ogni maniera », fu stampato in Forlì nel 1818 ed è divenuto rarissimo. Rammentiamo di averne dato notizia allorché il sig. G. Lumbroso se ne occupò negli Atti di Romagna (cfr. Giornale, II, 253). Prima di lui il D'Ancona, che possiede un esemplare del libro, ne avea pubblicati dei brani in occasione di nozze. Ed è appunto sull'esemplare del (1) n presente Spoglio rigaarda i mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, settembre 1884. SPOGLIO DELIJB PUBBLICAZIONI PERIOUICHR 298 D'A. che qui il Pitrè , con ottimo ponsioro , comincia a riataropare il lihfo curioso]. — 0. Pitrì:, Ije feste di santa Rosalia in Palermo. ^ BuUtt- tino bibliografico. IH P[itru|, nel render conto dello Quattro cantoni p^ polari del secolo dectmoquinto edite dal Novati (cfr. Giornale , III , 4d9L corca di stabilirò i loro luoghi d'origino]. * Archivio storico italiano (Firenze) : Serio IV, voi. XIV, 1881. — Disp. 4» : P. Santi.ni, Di un documento ine- dito di Gino da Pistoia. [Rinvenuto tra le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze. E' un consiglio legale firmato da Gino e da altri gin» reconsulti, « però molto probabilmente il consiglio è dato da Gino che è fli^ « mato per il primo ». Manca la data, ma per ragioni storiche interne il S. attribuisce il docuinonto al 1LJ24. Nella buona prelazione il S. cerca di sta* bilire in qual tempo il Sinibuldi abbia letto nello Studio fiorentino]. — G. Rondoni, Ordinamenti e vicende principali dell'antico studio fiorentino. [Continua/.ione e fine nella disp. 5*. Dilìgente articolo, condotto per U nuuh sima parte sugli Statuti dello Studio fiorentino pubblio, da A. Oherardi. C{r.' Uiornale, 1, 1011. — G. Occioni-Bonakko.ns , Recensione del libro di P. G. Molmenti La dogaressa di Venezia. [Analitica]. — Angelo Arboit, Documenti storici di Guastalla. [Notizia compendiosa dei documenti relativi a Carlo V conservati in quell'Archivio]. Archivio storico lombardo (Milano): Anno XI, 1884. — Fase. 2° : Antonio Vismara, Bibliografia verriana. [« È « nota la influenza grande che ebbero i Verri nel secolo passato ed in prin- « cipio del nostro Io penso che grande luce alla storia lombarda pousse * venire da studi fatti sui loro lavori, molti dei quali furono davvero già € largamente sfruttati, ma parecchi erano caduti nel dimenticatoio, né mai « erano stati ordinati ai da averli tutti o guasi tutti sott' occhio per uno « studio comparativo ». La bibliografia è fatta per ordine cronologico, con molta diligenza]. — Felice Calvi, Le esequie del conte Federico Confitto' nieri di Milano. [Morto in Isvizzera, il Confalonieri fu seppellito in Milano il 30 die. 1846. Queste esequie ebbero l'importanza d'un fatto politico. L'A. dà notizie del carteggio [wliziesco che v'ebbe in quella occasione]. — B. Prina, Recensione degli Arttsti Vercellesi del compianto G. Colombo (cfr. Giornale, li, 24'3). — Fase. 3": G. B. Intra, L'antica cattedrale di Man^ tova e le tombe dei primi Gonzaga. [Notizie cavate dalla nota cronaca i- nedita di Iacopo Daino]. — G. Sangioroio, Recensione del libro di Ugo Bal- zani, Le cronache italiane nel medio eoo. [Lungo esame del libro, con o^ servazioni diverse. Giudizio complessivo favorevole]. — G. Sangiorqio, Brevo relazione òqW Uguccione da Lodi, ed. dal Tobler. Archivio storico per le Marche e per V Umbria (Foligno) : Anno 1884, voi. 1. — Fase. 2»: G. Mazzatinti, Cronaca di ser Guerriero di ser Silvestro de'Campiofti da Gubbio. [La cronaca fu già edita dal Mu- ratori, R. L S., XXI, 924-1024, di su una copia del sec. \V1 ora esistenta in Vaticana. L'K. riproduce l'autografo, che si conserva nella bibl. apereUiana di Gubbio. Egli dà nella prefazione notizie sul cronista , che prova osavo un de' Campioni e non già Guerriero Borni , come volle il Muratori. La cronaca riguarda i fatti avvenuti in Gubbio e anche fuori dal 1350 al 1472J. — C. Feroso, L'ioiivcrsità degli studi e il collegio dei dottori in Ancona, [Un breve di papa Pio IV del 1562, che l'A. riassùme, concedeva ad Ancona il diritto di avere uno studio generale di diritto civile e canonico , di ^lo(h logia ecc. Ma por istituire una università non bastano i brevi pontifici, et vogliono dei denari. E sembra che a questo scopo eli Anconitani non in- tendessero spendere, giacché nonostante un decreto del Comune del 1576, in cui si nominavano tre conservatori dello studio, nonostante il nobile esempio 294 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE di Orazio Bonarelli, che nel 1598, in nome proprio e d'altri patrizi, si ob- bligava a pagare annualmente una data somma per gli onorari degli inse- gnanti, vera università (come a Fermo, a Macerata, a IJrbino, a Camerino, a Perugia) in Ancona non vi fu mai. Vi fu invece un collegio dei dottori, che fiori solo nella prima metà del sec. XYlll]. — M. Faloci Pulignani, Saggi della cronaca di Suor Caterina Guarneri da Osimo. [11 monastero di Santa Lucia in Foligno fu nel sec. XV un vero semenzaio di monache let- terate. L'A. ne enumera parecchie, dando su tutte notizie copiose e interes- santi. In questo ambiente così elevato visse suor Caterina da Osimo, della quale, secondo l'A., nessuno storico localo ha tenuto parola. Nacque verso la metà del sec. XV da Stefano Guarneri, che fu poi cancelliere del comune di Perugia. Fu nove anni Vicaria e tre Badessa del monastero di S. Lucia, e vi morì nel 1547. Scrisse varie opere ascetiche, che andarono smarrite. Di lei invece si conserva « un grosso volume cartaceo in foglio nel « quale essa scrisse la storia della origine e delle vicende del monastero, « le notizie biografiche delle sue monache , l' indice de' suoi confessori , il « regesto de' suoi diplomi ». Da questa cronaca 1' A. sceglie e pubblica di- versi brani, che riguardano fatti cittadini. Crediamo che la pubblicazione dell'intero ms. sarebbe vantaggiosa]. — M. Faloci Pulignani, Recensione della Breve storia della Accademia dei Lincei di Domenico Carutti; G. Maz- ZATINTI, Analisi dello studio sui Cantarini dell'antico Comufie di Perugia inserito dal D'Ancona nel I voi. delle sue Varietà (cfr. Giornale, II, 418) j G. Mazzatinti, Rivista dell' opuscolo di A. Vernarecci su mons. Benedetto Passionei. Archivio storico per le Provincie napoletane (Napoli): Anno IX, 1884. — Fase. 2°: G. De Blasiis, Un autografo di Giovanni Paisiello. [Nella rivoluzione della fine del sec. passato il Paisiello, come altri maestri napoletani, s' era politicamente compromesso. Avvenuta la re- staurazione, egli scrisse al marchese del Vasto , maggiordomo di Corte, in- viandogli una relazione destinata a giustificare i suoi portamenti. E' questa relazione piena di particolari curiosi che l'A. pubblica]. Archivio storico per Trieste, l'Istria ed il Trentino (Roma) : Voi. Ili, 1884. — Fase. 1-2: G. Carducci, Bell' inno « La Risurrezione » di Alessandro Manzoni e di s. Paolino patriarca d' Aquileia. [L'inno man- zoniano La risurrezione fu scritto nel 1812. La redazione anteriore di esso, che il Bonghi credette aver trovata, appartiene invece al Borghi. Accennate alcune delle opinioni contradditorie , cne si espressero su questa poesia , il G. vi riconosce due parti, « nella prima è cantato il mistero per sé stesso « nel tempo evangelico: nella seconda gli effetti morali che il mistero coni- « memorato e celebrato opera o dovrebbe operare nella società cristiana « dell' oggi. La prima parte, dalla strofe prima a tutta la decima, è lirica « epica; la seconda, sino al fine, lirica parenetica ». Ciò premesso, prende minutamente ad esaminare dal lato estetico la prima parte dell'inno, ribat- tendo osservazioni dell' ab. Salvagnoli e del Ranalli , citando spesso quelle del Tommaseo e talvolta quelle del Venturi. Poi v'è un intermezzo, in cui ha la sua nicchia S. Paolino d' Aquileia. La poesia antica italiana manca d'inni per la risurrezione. Merita solo d'essere rammentato un canto di Lu- crezia Tornabuoni sulla discesa del Cristo nel limbo « da cantarsi come Ben « venga maggio ». Ma se ci rifacciamo più addietro nel medioevo ci si pre- senta nel sec. Vili Paolino patriarca d' Aquileia, che ha sul tema un carme bellissimo. Questo fatto dà occasione all'A. d'intrattenerci intorno al patriarca, di cui narra la vita, ed esamina i carmina, due dei quali sono profani (uno di questi, splendido, sulla distruzione di Aquileia , e 1' altro sulla morte di Enrico duca del Friuli), e i rimanenti sacri. Tra i sacri, oltre il citato carme della risurrezione, poi particolarmente studia quello sul natale, che paragona al manzoniano. Le ultime pagine dell'articolo contengono la disamina este- Ti SPOGLIO DELLR PUBBLICAZIONI PERIODICHE 295 tica della seconda parte della Risurrezione'^. — V. loppi. Inventario dti Tesoro della chiesa patriarcale d' Aquileta fatto tra il 1.158 e il i378. Possono interessare i nostri studi le sezioni nguardanti i litjrì 1. — P. Oui, Varietà trentine. \'^\ noti un catalogo di 118 opera tutto inedito del padre Gian Orisostomo Tovazzi da Volano (1731-1806), grande racooglitora di mi^ teriali storici. Sono tutto opere di storia locale, e si coDaervaoo nelle bibliO' teca dei francescani di S. Bernardino in Trento. Tra lazzo per la somma di seiccntoinila scudi). — Disp. 7': QttWBPPB M&LUn ed Ermanno FEniiERo, Alcune lettere inedite di Vittoria Colonna marehsta di Pescara. 1 In attesa di pubblicare l'intero carteggio di V. C, i traduttori del* l'opera del Rcumont sulla Colonnese danno in luce 18 lettere inedite di eMa. Di queste, dieci sono conservate nell'Archivio dell'AlMuia di Monte Ca— iao (quattro autografe; tre di questo e lo altre, ora i)crdutc, in copia, in due qua- derni del sec. XVI), scritte negli anni 1527, 1526, 1537 e 1540 a Co- stanza d' Avnlos principessa di Francavilla, ad Alfonso d' Avaloa marcheM del Vasto, al priore e ad un frate di Monte Cassino. Concernono una terra, di cui il Pescara, morendo, avea raccomandato la restituzione. Cinque lettere (quattro autografe) provengono dall'Archivio di Stato di Mo40). Lo stesso codice serve a dotermmare la (tata della letr torà, stampata sin dal sec. XVI, di Vittoria alla stessa regina. Gli editori fecero inutili rìcerche negli archivi e nella Biblioteca Nazionale di Perìffi e neirarchivio di Pace per iscoprire altro lettere di V. C. o copie di epistole a lei dirette]. Atti e memoHe delle RR. Deputnzioni di storia patria per le Provincie di Romagna (Bologna): Terza serio, voi. Il, 1884. — Fase. 1°: Giacomo Lumbroso, Amore e Psiche in Bologna. Aggiunta al Fantuzzi (Scrittori Bolognesi). fL'A. ripubblica un luogo del commento di Filippo Beroaldo all'/lstno d'oro di Apulejo, luogo .sfuggito al MazzuohcUi e al Fantuzzi, e nel quale il celebre umanista pana del suo matrimonio, e loda la moglie sua Camilla , chiamandola col nome di Psiche]. — Fase. 2* : Arnoldo Luschin von Ebenorenth, Nuovi docu- menti riguardanti la Nazione Alemanna nello Studio di Bologna. [Alcune notizie interessanti sopra lo Università italiane e la vita degli studenti]. — Carlo Malagoi,a, / libri della Nazione Tedesca presso lo Stttdio Bolognese, [Curioso e importante. Diamo il sommario: I. I monumenti della Nasionì Tedesca in Bologna. — li. Cenni storici sulla Nazione. — III. La raccolta dei suoi libri nefia Biblioteca Malvezzi De' Me rono alla luce nel 181H. — N» 30: Libri nuovi: R., Le poesie di U. FRniODICHK 306 Jm nuova rivista iuiemaHonaie (Firenze): Anno IV, 1884. — N» 0: Pio Ferrikri, Reminisceme di storia curile t letteraria della Toscana ai tempi del granducato mediceo e lormom — N<* 14: S. LdwENFELD, Le reliquie di s. Benedetto e te fht$i0eiuùmt deiit documenti nel medioevo. [Traduz. dalla Zeitschrift fùr aXÌgemìeime Oe- schichté]. La Rassegiui Nazionale (Firenze). Anno VI, voi. XVII. — Fase. 59: 0. Zanella, Leila critica lettmnaritu [L'Autore (iiscorre del metodo critico del De Sanctis e del ViUarl, lo trova difettoso perchè non dh allo .stilo la necessaria importanza]. — Carlo Vas- sallo, Sulla vita e sugli scritti di Carlo Witte. [In questo articolo cIm è l'ultima parto del lavoro si fa una esposizione del contenuto del voi. Il della Forschungen , e della corrisponden7.a epistolare del Witte col padre Oiu* lianil. — Fase. 03: G. Zanella, Giovanni Prati. — Aimo VI, voL XVllI. — Fase. 64: A. Gotti, Di Giovanni Prati poeta. — Fase. 65: B. Prima, Antonio An^eloni Barbiani poeta e critico. [L'Angeloni , crìtico, è aalora di tre Saggi su D. Campanella, sulla Lirica del Manzoni, sol Flaust dal Goethe]. — Fase. 66: Spigolature nel carteggio letterario e politico del Marchese Luigi Dragonettt. [Si continua questa intereasante scelta di let- tere al Dragonetti : in ouesto fa.scicoIo ve ne sono fra le altre 7 del Tom- maseo]. — Fase. 67: L. Passerlnl La critica e alcuni critici in letteratura. — Anno VI, voi. XIX. — Fase. 70: G. Falorsi, Le lettere amorose di U. Foscolo ad Antonietta Fagnani. [Favorevole alla pubblicazione]. -^ Lettere inedite di A. Rosmini. La Ronda (Verona): Anno II, 1884. — N» 8 : Vittorio Cavazzocca Mazzanti, Versi inediti del sec. XV. [Di anonimo, in lode di Verona, trovati in un cod. già Sai* bante , egei della Comunale di Verona. Sono quartine e cominciano Verona godi poi cfie sei si grande]. -^ìi° 9: F. Gilbert De Winckels, La nullità del matrimonio di Isabella Teolochi con Carlo Antonio Marino. [Rispoata alle osservazioni del Pighi contenute nel n* 2. Vedi Qiomale, 111, 312]. — N* 15: F. TiiEvisAN, Questione foscoliana. [L'A. pone chiaramente la que- stione, vale a dire distingue le tre opinioni intorno alla cagione occaaionale dei Sepolcri. Egli ha neUa Vita del Pintlem. di Benassù Montanari trovato un periodo, dal quale a lui sembra ri.sulti chiaramente che « i Printi Se- ti, polcri, an/.ichè il rifacimento dei Cimiten sono il rifacimento dell' £p»- « stola responsiva nella forma novella, che il poeta veroneae qualclM tempo « e forse qualche anno dopo la prima edizione di esaa interùdeva darle ». Quindi i Primi Sepolcri sarebbero lavoro posteriore all' Epistola ed octni sospetto di usurpazione da j)arte del Foscolo sarebbe tolto]. — N» 16: Antonio Piohi, Vario Antonio Marin. |ln risposta all'artic. del De Vinckela pubbl. nel n« 9. L'A. brevemente illustra la vita del primo marito di li- neila Teotochi, come cittadino e come letterato, e ne rileva i grandi mariti di carattere e d'ingegno, concludendo che la condotta di Isabella verao di lui « proietta una triste ombra sulla sua fama »]. — N* 23: Dino Pna, Gabriele Rossetti. La Sapienza (Torino): Anno IV, 1884, voi. IX. — Fase. 4-5: Scritti inediti di Antonio Rotmini. [Seg. nel fase. 6 e nel voi. X, fase. 1-31 — S. Casara, Se secondo (^An- gelico, nell'intelletto umano v'abbia ntula di innato ecc. [Coni., v. Cmo. I]. — Paolina Paganini, Flaminio de' Nobili. [Biografia più compiata cliie non s' abbia nella Storia della Università Pisana del Fabroni e nella Storia letteraria di Lucca del Lucchesini]. — Voi. X, 1884. — Fase. 1-2: Ali- tonto Rosmini giudicato da Vito Fomari. — G. FRA^aosi, Saggio GiornaU storico, IV. *l> 306 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE Sposizione inedita di Lodovico Castelvetro a XXIX canti dell' Inferno Dantesco. [La Sposizione si pubblicherà intera per conto della R. Accademia di Modena. Se ne trarranno molte copie a parte che porrà in vendita la casa libraria Goldschagg di Verona]. — Del Carlo, La Morale Cattolica di Alessandro Manzoni. La scuola romana (Roma): Anno li, 1884. — N" 6: G. Baracconi, Osservazioni sopra alcuni canti del Leopardi: Bruto minore. [Disamina estetica con raffronti classici. Uno studio simile intorno all' Ultimo canto di Saffo legnosi nel fase. 4]. — D. Bianchini, Lettere inedite di Carlo Botta. [A Davide Bertolotti in data Parigi, 13 genn. 1813]. — N° 7: G. Gugnoni, Un processo a Giacomo Leo- pardi. [Risposta all'articolo di G. Chiarini pubblicato nella N. Antologia]. — N" 8: G. TiRiNELLi, Metastasio e le tre unità. [In continuazione]. — D. Bian- chini, Lettere inedite di Carlo Botta. [Sono tre, dirette a Vincenzo Monti nel 1816 e 1819]. — N. 9: N. Angeletti, Quando e dove scrivesse Dante le opere m,inori. [Vedi Giornale, III, 313. In questa parte del suo scritto i'A. si occupa del secondo trattato del Convivio. Seguita la trattazione nel n' 11, ove conclude, appoggiandosi su ragioni interne ed esterne, che 112" trat- tato venne scritto nell ultima metà del 1304 ovvero al più tardi nel 1305]. 1/ Ateneo (Torino): Anno XVI, 1884. — N"» 21: Luigi Gaiter, La politica di San Fran- cesco d'Assisi. [Cenno sopra la Vita di San Francesco d'Assisi del P. Ana- stasio Bocci]. 1/ Ateneo Veneto (Venezia): Serie VIII, voi. I, 1884. — N' 4-5: Jacopo Bernardi, Pietro Canal. [Commemorazione Ietta all'Ateneo. Nelle note si pubblicano varie lettere del Canal, e si dà un elenco degli scritti editi ed inediti di lui]. — D. Giu- RiATi, L'epigramma. [L'A. non vuol abbozzare la storia dell'epigramma, ma semplicemente mostrarne le diverse caratteristiche. Tuttavia in questo suo scritto si discerne buona cognizione della letteratura dell'argomento, e vi sono riferiti alcuni epigrammi politici non indegni d'essere raccolti]. — P. Fambri, La satira. [Resoconto di una conferenza, che I'A. pubblicnerà in seguito]. — N" 6 : E. Teza, Notizia letteraria. [Riguarda il Teatro cre- tese pubblicato da Costantino Sathas in Venezia nel 1879. Questo suo nuovo volume contiene tre drammi inediti tratti dalla Marciana (Zénon Stathés, Gyparis, ed uno noto a pochissimi, quantunque edito, YEróphité). L'A. con- sidera una ad una queste produzioni drammatiche e mostra i loro rapporti col teatro italiano del sec. XVI. Le relazioni sono moltissime]. Letture di famiglia (Firenze) : Anno XXXVI, 1884. — N» 17: R. Fornaciari, Il Morgante di Luic/i Pulci. [Continua nei n' 18, 19, 20. Elementi genetici del poema e analisi]. — N" 18: P. Fanfani, La letteratura e la critica del popolino. [Seguita. Cfr. Giornale, III, 314 e Archivio p. le trad. pop.. Ili, 472]. — N» 19: Re- censione anonima della St. della lett. ital. di L. Cappelletti. [Benevola]. — N° 22 : L' ultimu poesia di G. Prati. [Intitolata it poeta a se stesso]. — No 24: G. Danelli, L'inno a Maria ai A. Manzoni. [Esame critico]. — G. Baccini, Giuseppe Maria Brocchi poeta a temjìo perduto. [La fama del Fagiuoli mise in corpo al Brocchi 1' uzzolo di poetare. Le sue poesie trovansi autografe nel eoa. Riccard. 3008. Il Brocchi nacque il 29 ottobre 1687 in Firenze, fu poeta e si occupò di studi storici e archeologici, mori nel 1751. Il B., compilatane una biografia, dà qui il catalogo delle sue opere edite e inedite, e pubblica una lettera di lui al Fagiuoli (1737), che diede campo a quest'ultimo di scrivere un capitolo in terzine molto faceto. Le SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 307 poesie dol Brocchi sono mewo in luce e illuntrato dal nostro A. ContinM nei n^ 26, 28]. — N» 27 : A. Anoblucci, Sul « Novo dixionario tm^Mnolf della lingua italiana » di P. Petrocchi. (Rileva numcanie, errori, inoit lezzo con quella competenza che tutti all' A. debbono rìconoacero. CootiniMi nei ni 29, 31, 32, 33, 35, 36, 37, 38]. Letture per le giovinette (Torino): Voi. II , 1884. — Fase. 3 : Giovanni Monticolo, Nosioni annerali sul medio evo tratte dalla Divina Commedia. [Seguito: v. fase. 2. Cfr. OioT' naie, IH, 314]. L* Evoluzione (Napoli): Anno I, 1884. — N» 10: G. Amalfi, Due sonetti di Luigi Serio. [Am- bedue satirici, Tuno in lingua, T altro in vernacolo, relativi a caà occofsi al poeta alla fine del secolo cassato]. — N* 12: Nino Verso Msnoola, Esumazioni. A proposito del Cesari. — N» 16: L. Volpe>Rinonapou, Studi sul codice Vaticano 3793. [Continuazione e fine nel n" 17. Questo scritto é parte della introduzione ad una tenzone inedita in 24 sonetti di Monte d'Andrea con Schiatta di niesser Albi/o Pallavillani, che il sig. V. R. si propone di pubblicare. In questa inti-oduzione non mancherà uno studio sulle tenzoni e i contrasti]. TJillustrazione italiana (Milano): Anno XI, 1884. — N» 10: P. G. Molmenti, Una betta suicida. [TI M. ritorna, giovandcsi di un nuovo documento venutogli alle mani, sui casi miserandi della })ella e colta gentildonna veneziana Fiorenza Vendramin Sale che si uccise di venticinque anni nel 1797]. — N° 11: Due mano- scritti italiani sul Tonkino. [Si riportano le notizie date dal Galeotto nella N. Rivista di Torino. Gfr. Gfiom., 111,311]. — N» 12: M. ScniULLO, Donne Avvocate. [Si ricorda la laurea presa a Padova nel 1777 da Maria P. Amoretti]. — P. G. Mol.menti : / Petrarchisti Veneziani. — N» 14 : V. Malamani, // libro del Molmenti. [Rivi.sta della Dogaressa : molli elogf] N» 20: A. Neri, Un ritratto di Goldoni. [11 N. dopo aver toccato dei var. ritratti del poeta ne pubblica uno sin qui inedito che esiste presso il sigi N. Connio di Genova. 11 ritratto è stato dai G. stesso inviato oome sao. ricordo al suocero; vi è rappresentato il poeta in età dai 35 ai 40 anni; forse di mano del Tiepolo. Nel n» 22, il N., A proposito del ritratto di Goldoni, aggiungo che dietro verifica fatta nel Museo Correr, risulterebbe essere il ritratto genovese del G. una ripetizione con varianti dell' altro dipinto da A. Longni ora esistente in quel museo. Forse il ritratto di Genova è Ara i due 1 originale]. — N*>22: E. Masi. La dogaressa di Venesia. rRiTÌata del libro di P. G. Molmenti]. ^ N» 24: Un sonetto inedito del Mamaom. [Cavato dalla Revuc Intemationale\ — N" 30: A. Neri, Dietro le Setn» nel 1618. [Descrive con brio le tribolazioni del direttore della famosa oom> pagnia comica dei Confidenti, lo Scala, in conseguenza de' pettegoleiil • della condotta riprovevole di due attrici, la Lavinia e la Celia]. — N. 33: V. Peri, L'Abate Crescimbeni e l'Arcadia. [L'A. intende rivendicare la fama del Crescimbeni e della sua Istoria della volgar Poesia dall'ingiusto disprezzo che secondo lui copre l'uno e l'altra. Può essere che del C. si sia esagerata la nullità; ma è difficile trovare un'opera che sia stata cagione di tanti errori e abbia tanto tiralo fuor di via gli studiosi (pianto la aaal. •— No 34: E. Masi, La figlia di V. Monti. [Colla scorta di documenti inediti il M. narra la atroce guerra che dopo la morte di 0. Perticari, i di lui parenti ed i nemici del Monti, mossero a Costanza, incolpandob di aver conaotto a morte il marito. L' articolo assai ben fatto e che oont. e tenn. nel no 36, è illustrato da un ritratto di Costanza che è riproduzione, beoellè non si dica, di quella miniatura del tem(x> che possiede il Senator .Stimile D'Ancona e fu da lui riprodotta in fotografia di nt>nte ad alcune lettera della Perticari pubblicate per nozze]. — N* '38: 0. Pio, Silvia e Nerina. — No 39: G. B. Ghirandi, Il monumento a Giovanni Qersen. 308 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE Miscellanea di storia italiana (Torino): Voi. XXII, 1884. — Pietro Vayra, Le lettere e le arti alla Corte di Savoia nel secolo XY, Inventari dei castelli di Ciamberì, di Torino e di Ponte d Ain, 1497-98. [Contiene inventarii scritti in francese ed in latino. I libri sono quasi tutti francesi o latini. In italiano si hanno il Filocolo; il Libro decto Trojano attribuito a Messer Jacopo di Carlo, prete fiorentino ; una versione delle Tusculane; il Decamerone, ms. e stampa; la traduzione stampata de' Facti et precepti militari del Valtario (Verona, 1483) e Y Inna- moramento di Carlomagno, stampato tre volte prima dell'inventario pub- blicato del 1497]. — F. E. di S. Pierre, Documenti inediti della Casa di Savoia. [Contiene fra altri un frammento d'ignota cronaca latina da Ame- deo I ad Amedeo III e inventarii di libri ed argenterie (1479-1482)]. Napoli letteraria (Napoli): Anno I, 1884. — N» 14: G. Ferrarelli, Una lettera del Perticari. [15 gen. 1814. La lettera è diretta, a nome dell'accademia pesarese, al ge- nerale d'Ambrosio. E' brevissima ed insignificante]. — N» 15: S. De Chiara, Per Galeazzo di Tarsia. [Rettifica alcune inesattezze in cui gli sembra sia incorso il Mazzatinti parlando di Galeazzo nel n" 8 di questo stesso giornale]. — N° 16: Cesira Pozzolini Siciliani, Pietro Thouar e Atto Yannucci. — No 17: Angelo Broccoli, Di Yittoria Colonna e dei due Galeazzi di Tarsia suoi contemporanei. [Pregevole articolo. Continuazione ,nei n' 19, 21, 24]. — N** 18: B. Zumbini, Della critica del De Sanctis. [È parte di un discorso tenuto dallo Z. all'università. In questa parte egli tratta di ciò che mancava alla critica del De Sanctis]. — Niccolò De Rubertis, I ma- noscritti di Lord Ashburnham. — N" 19 : F. Fiorentino , Bernardino Martirano e Luigi Tansillo. [Dando la nota edizione delle poesie tansilliane, il F. pubblicò un sonetto del Tansillo al Martirano, ma non aveva potuto trovare nessuna poesia di questo a quello. Ora in un codice Casella egli trova parecchi sonetti del M. al T., uno dei quali (quello appunto che diede oc- casione alla risposta del T.) pubblica qui]. — N» 21 : G. Amalfi, Spigola^ ture. [Pubblica e illustra alcune poesie su Napoleone I di poeti sincroni]. — N° 22: Alfredo Saviotti, La Fiera di Michelangelo Buonarroti il giovane. — N" 23: G. Amalfi, Alessandro Poerio a Yenezia. [A proposito del libro che porta lo stesso titolo, pubblicato recentemente da V. Imbriani]. — N" 24: Antonio Casertano, La rinascenza. [Tocca delle principali opere moderne relative a questo periodo]. — N" 26: M. Mandalari, Un altro cronista napoletano. [^Annali cassinesi di un D. Onorato de' Medici, monaco a Montecassino. Sec. XVII. La cronaca si conserva ms. nella Badia di Mon- tecassino]. — G. Amalfi, Ugo Foscolo e Antonietta Fagnani. — N° 27: S. De Chiara, Per un ^atto personale. [Riguarda l'articolo del sig. Broc- coli su Galeazzo di Tarsia inserito in questo stesso periodico. Vedi sopra]. — N» 29 : G. Amalfi , A proposito degli epigram,mi di Michele d' Urso. — No 30: C. Pascal, Fulvio Testi poeta civile. — No 31: Lettere inedite del Tanucci. [Sono tre lettere di Bernardo Tanucci a Lorenzo Mehus, che L. Leonii ricavò da un cod. Riccardiano. Qui è pubblicata la prima in data 14 ottobre 1770]. Nìtova Antologia (Roma) : Seconda serie , voi. XLV , 1884. — Fase. 9 : G. Chiarini, Su gli auto- grafi sconosciuti di Giacomo Leopardi. [Quelli pubbl. dal Cugnoni nel fase. 8. Vedi in proposito la nostra osservazione, Giornale., Ili, 315. Nello stesso senso il Chiar. comincia il suo articolo, facendo osservare la stranezza del modo in che i mss. furono trovati e la ingenuità del Cugnoni nell' ac- cettarli senza esaminare o far esaminare gli autografi. Quindi prende ad esporre le ragioni per cui a lui sembra si tratti di una gherminella lette- raria, e trova indizi di contraffazione appunto negli argomenti che il C. ad- SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 309 dusso a sostegno della autenticiUt. I Pensieri e i Detti aono mi per ffiù ri- petizione di quelli die gih si hanno, e quando ho no ncoHtaDO vi ti navao- gono locuzioni che il Loop, ditticilinento avmhbo UKato. Il confronto (fella nuova lettera al Giordani con quella pubblio, noli' cpiBtolario ool n* 30 mostra evidentemente la falsità della prima). — Fa«c. 11: G. CmAUm, L'acquisto dei codici italiani di AshbumÌMmplaee. [Questo articolo ha per iscopo di mostrare al pubblico di quanta importanza sia il fatto con- piutosi nella primavera dell' anno corrente. II C. traccia brwaoimto b storia dei fonai Ashburnham; metto in chiaro lo ditlicoltà che •¥•?■ par noi la comtiera di quei preziosi mss. e l'apatia del pubblico, di meno dia quale si elevò solitaria la voce di C. Paoli (Giornale, II, 187-^), il etri voto l'A. riferisce; termina dando indicazione dei più notevoli codici dal fondo Libri). — Fase. 12: ENnico Nencioni, ì?m;) A onon. j Riferisce intono al nuovo libro della signora Pagct (Vernon Lee) Euphorion, l>cin9 studi«$ of the antique and the medioeval in the Renaissance., Londra, lfe4. E' un libro di storia e d'arte nel medesimo tempo, al quale auguriamo un tradair toro meno scellerato di quello che ebbero gli studi sul settecento in Italial. — Voi. XLVI, fase. 13: E. Visconti-Venosta, Una nuova critica della pittura italiana. TA proposito dei libri di Ivan I^nnolief (anagramma) e di Uiovanni Morelli sulle opere di maestri italiani nelle pinacoteche di Germania. Continuaz. e fine nel fase. 14]. — Fase. 14: C. ÀNTONA-TRATragi, Una lettera inedita di Ugo Foscolo e una canzone inedita di Andrea Calb9. [Ode del Calbo agl'Jonii, insieme a due lettere sue inedite al Foscolo, in data 18 giugno 1814 e 9 die. 1815. Risposta del Foscolo al Calbo in data Hottingen, 17 die. 1815]. — Fase. 16: A. Bartoli, Il Petrarca viaggiatore, [L'A. qui riassume con rapida sintesi i- viaggi molteplici del Petrarca, a mostra come egli fosse il primo tourisle dei tempi moderni, il primo, cioè, che viaggiasse senza uno scopo doveroso, per pura curiosità di osservare. e Le cagioni di quell'incessante cambiar di luogo furono molte: il bisogno « di fuggire Avignone, la brama di trovare nuovi libri dell'antichità, il d^ « siderio di veder nuovi luoghi e di ammirare le grandi bellezze della natura. « Ma tutte queste cagioni avevano la loro radice nella irrequietezza del ano « spirito, nella natura del suo carattere. In lui già cominciava ad appa» « nrc r uomo dei secoli moderni, coi suoi nuovi bisogni, colle sue nuova « aspira/ioni sempre insoiidisfatte e sempre rìnnovantisi, colle sue febbri « consumatrici della vita ». Come è noto, questo carattere dell'animo di F. Petrarca fu messo in chiara luce del B. stesso nei Dw« secoli^. — E. Mo< NACi, Sui primordi della scuola poetica siciliana. Da Bologna a Palermo. [Posta la questione dell' idioma letterario , che si aarebbe usato in Sicilia nel sec. XIII , il M. crede che alla soluzione di essa Ppaaa |[iovare assai il cod. Barb. XLV. 47, scritto da Niccolò de' Rosai da Trevi^. Riaervandon di parlare altrove del ms. , egli richiama 1' attenzione su d una tenaone ia sonetti, contenuta nel cod. su menzionato, fra Jacopo Mostacci da Pisa, Pier della Vigna e Iacopo da Lentini. Questi sonetti furono messi in luco dal- l'Allacci, ma miseramente sjmrpagliati. L'A. dimostra che i tre poeti furono contemporanei, tutti appartenenti alla prima metà del sec XIII. Poi indaga il tem{X) od il luogo ove i tre avrebbero così poeticamente discusso. 11 luogo, come egli mette in chiaro dopo una serie di ragionamenti, sarebbe Bologna; il tempo tra il 1210 e il 1220. « Laonde Bologna ci si presenterebbe, pnma « ancora di Palermo , siccome il centro di una società poetica , che certa* « mente non potè essere limitato a quei rimatori soltanto che abbianM) ri- « cordati finora ». A convalidare tale ipotesi il M. mostra posito de' suoi Saggi ili critica]. Ras8€i/na critica (Napoli): Anno IV, 1884 — N" 5: B. Zumbini, Recensione delle Poesie di l.'go Foscolo curato dal Mestica. [L'A. fa paro<'chiu notevoli OMervasiooi di fatto, ma il SUO giudizio ò in complesso favorevole]. — Cenni bibUoorafiei. [JUft* scellanea dantesca di L. Frati, severo; Catalogo PandoMni di E. AlYÌai« favorevole]. — N°6: Corni bibliografici. [La cronaca della Nooal^ae le sue leggende di C. Bcccari, riassunto favorevole). — N* 7: 0. NtcoLUca, Recensione del voi. 1 dogli Studi sulla Divina Commedia di Giovanni Giof^ dano. [Secondo il Ree. questa pubblicazione è quella che sparge « maggior « luco sul sublime concetto cosmico, e su gli altissimi intenti politici e re> « ligiosi del poema sacro »]. — M. Scherili.o, Recensione uel libro m Pergolesi e Spontini di F. Colini. [11 Ree. fa rilevare la spande imnortania dell argomento, ma trova che « la buona volontà del Conni non ni aeoOD» € data dalle sue forzo »]. — Cenni bibliografici. [Lettere di cortigiane di L. A. Ferrai; La vera storia dei sepolcri di C. Antona-Travcrai ; Lettere disperse e inedite di P. Metastasio; Studi contemporanei di A. Borgognoni; Sulle forme metriche italiane dì T. Casini]. — N" 8: Luiai Ruberto, Ren* diconto particolareggiato delle ultime pubblicazioni di A. D'Ancona. JRnssegtia Titgliese (Trani): Voi. I, 1884. — N» 5: F. M. Casamassimi, Roberto da Bari. [Continua- zione e fine, vedi Giornale, III, 316J. — Ottavio Sere.na, Un documento decisivo su Roberto da Bari. — Giulio Petrosi, Tre fratelli Volpicella. [Vedi numero precedente. Qui si finisce di parlare di Luiffi]. — N* 6: Ottavio Serena, Di una antica università di studi nelle Pualie. FAJta» mura. Cfr. Giornale, III, 316. La fine è nel n» 9]. — N«» 7: F. M. Casa- massimi, Breve giunta a Roberto da Bari. Rivista ciHtica deUa letteratura italiana (Firenze): Anno I, 1884. — N» 1: F. Torraca, A. Bartoli, St. della lett. ital VII; T. Casini, L. Cappelletti, St. d. lett. ital.; G. Mazzoni, G. A. Cesareo, Soffffi di critica. [Risposta del Cesareo in Preludio, Vili, 17-18]; S. Morpuroo, Cappelli e Ferrari, Le Rime del Pistoia; G. Setti, F. Seoler, Poesie di G. Leopardi; T. Casini, Operette inedite o rare^ voli. 1-VIlI. [CoUeùono della Libreria Danto] ; E. Teza , Lachmanniana III , Ueber Petrarca ; C. Mo- naci, J. Ulrich, Recucii dexemples en ancien italien; G. Setti, N. Lundbor^, Studi sul congiuntivo nella Divina Commedia; A Zenatti, A. Lumiiu« Dante e gli Aretini. [Risposta del Lumini ne' suoi Scritti letterari, Arsoo» 1884, pp. 150 sgg.]. —No 2: C. Frati, L. Morandi, Origine della Unoym. italiana. [Risposta del Morandi nella Rassegna di Roma, anno III, n* 242; replica del recensente nella Rivista, n^ 3; seconda risposta del Morandi, con una lettera del Bonghi, nella Rassegna, anno III, n" 293J. — A. Zbnatti, F. Torraca, Studi di storia letteraria napoletana; 0. Carducci, F. Zam- brini. Le opere volgari a stampa dei sec. XI II e XIV; T. Caslni, L. A. Ferrai, Lettere di cortigiane del sec. XVL [Risposta del Ferrai in Pir». ludio. Vili, 19]; L. Gentile, Le Facezie di Poggio fiorentino nuovamerUe tradotte; S. Morpuroo, A. Tobler, Das Buch de Ugufon dee Laodko; G. Biagi , n Decamerone giudicato da un contemporaneo. ^ N* 3: T. Ca- siNi, Antona-Traversi e Martinetti, I Sepolcri illustrati; T. Casini, Le€a^ tiche rime volgari, IH. [Il Ree. si ferma su Chiaro Davaniati, di cui & notare il significato. Non era male avvertire che sin da quando il QrioD pubblicò la tavola del ms. Vatic. 3793, Carlo Witte si aocone ddla impor- tanza di questo rimatore, e ne fece ocngetto ad un artieoletto «yeirialoi eho inserì nei Romanischc Studien del Boehmer, 1, 114 agg. B eiò gli alava 312 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE COSÌ a cuore, che tornò ad accennarne in un suo articolo sull'antica lirica ita- liana nelle sue relazioni con Dante inserito nel Magazin far die Lit. des Auslandes 1880 (traduz. in Nuova rivista internazionale, gen. 1881) ove chiama il Davanzali « uno dei più notevoli trovatori italiani » |. — T. Casini, E. Monaci, Sui primordi della scuola poetica siciliana; S. Morpurgo, L. Giampaoli, Memorie del C. Giordano da Rivalla; T. Casini, Die Ber- liner Hs. des Huon d' Auvergne; A. Zenatti, A. Mussafla, Mittheilungen aus romanischen Hss.; T. Casini, B. Wise, Poesie di L. Giustiniani; S. Morpurgo, Quattro canzoni pop. del sec. XV; E. Monaci, Per la storia della ballata; T. Casini, Un provenzalista del sec. XVI; G. Milanesi, Quando e dove m,orì Donato Giannotti. Rivista di filosofia scientifica (Torino): Anno III, 1884. — Fase. 6: G. Bon, Del modo di trattare scientificamente la storia delV ingegno um,ano nelle produzioni letterarie. [Buon articolo , nel quale l'A. molto nettamente e lucidamente distingue il metodo antico dall' odierno nel trattare i fatti della storia letteraria. « I nostri padri, dice « egli, fecero una dannosa distinzione fra la critica del mondo fisico e la « critica del mondo morale ; non s' accorsero, cioè, che il fisico e il morale « non sono che due aspetti dello stesso mondo ». Posta a fondamento questa verità, egli ricerca quale debba essere il significato, quali gli intendimenti, quale il metodo della critica letteraria, che egli intende nel suo più alto senso, come interprete dello sviluppo evolutivo dell' ingegno umano]. Rivista Italiana (Firenze): Anno XIll, 1884. — Maggio-Ottobre: L. Gambirasio, Omero, Dante, Sha- kespeare. [Continua e termina questo inutile lavoro]. Rivista storica italiana (Torino): Anno I, 1884. — Fase. 2: G. Gorrini, L'uso del piombo per i diplomi, contributo alla storia della diplomatica m,edievale. — Emilio Motta, Pam,- filo Castaldi, Antonio Pianella, Pietro Ugleim,er ed il vescovo dAleria. [Questi nuovi documenti destinati ad illustrare la storia dell' arte tipografica in Italia furono trovati nell' archivio di stato in Milano]. — G. Occioni Bonaffons, Recensione del libro di A. Favaro su Galileo Galilei. [Anali- tica, favorevole]. — Fase. 3: P. Orsi, Un libellista del secolo XI. [Ben- zene. Di questo lavoro intendiamo occuparci particolarmente in uno dei prossimi fascicoli]. — Giuseppe Cerrato, La famiglia di Guglielmo il vecchio marchese di Monferrato nel XII secolo. [Contributo rilevante alla genealogia Aleramica, che viene qui registrato per la parte notevole che vi e data a Bonifacio, terzogenito di Guglielmo, le cui relazioni coi trovatori sono note. Vi si accenna anche all'opinione che Beatrice cantata da Ram- baldo di Vaqueiras sia la figliuola e non la sorella di Bonifacio, ciò che il medesimo Cerrato dimostra nel presente fascic. del Giornale']. — C. Albi- ciNi, Recensione della Vittoria ÒoZonna del Reumont. [Analitica, favorevole. Segue un cenno sulle Lettere di V. C. pubbl. dai profF. MùUer e Ferrerò]. Rendiconti del Reale Istituto lombardo di scienze e lettere (Milano) : Voi. XVII, 1884. — Fase. 7-8: Cristoforo Fabris, Virgilio e Parini. [Come il Parini abbia saputo far sua l'arte di Virgilio. Inconcludente. Se- guita nel fase. 10]. — Fase. 13: Zanina Volta, La salita di Saussure al Monte Bianco cantata dal Volta. [Si dà notizia di una poesia in terza rima che il Volta mandò in quella occasione al Saussure]. — Fase. 15 : A. Cor- radi, Torg'Mato Tasso nello Spedale di San f Anna, secami o nuovi docu- menti. [Sunto di una memoria che sarà stampata quanto prima e farà se- guito all'altra, pubblicata sino dal 1881, Sulle infermità di Torquato Tasso. SPOGLIO DKLLK PUBBLICAZIONI PERIODICRB 1_ Ck)n la scorta di nuovi documenti, tratti dall'Archivio di Stato in M«**tnf. e che saranno pubblicati in seguito, TA. dice di poter affermare ohe il Tarn dovette la reclusione sua in Sant'Anna ai suoi mali « alla comkHta *aa]. Studi e Documenti di Storia e Diritto (Roma): Anno V, 1884. — Fase. 3: G. Cavallbtti-Ronoinini, Nwm doetmurnH sul sacco (li Roma del i527. — P. DB Nolhac, Lettere inedite dei card, d* Qranvelle n Fulvio Orsini e ni card. Sirleto. [Queste lettere non Airooo conosciute dall'editore l)elga della Correspondancc d» card, de ChranveUé, Bruxelles, 1877. L'A. le ricava dai codd. Vaticani 4104 e 41(Kj, ove trovanci disperse. « Le cardinal do Granvello avait connu. Fulvio Orxini avant aoo € séjour de 15?6 h Home Mais dèa 1560 Icur liaison est tout à (kit «intime: la similitude de leurs ffoùUi d'art et d'crudition, et l'oatimc « que ressent Gr. pour la scieuce d'Orsini efiacent la différence dea rangt « entro le savant et le cardinal. Granvelle sert déjà d' intermédiaire à eoa « ami pour ses publications chez Plantin d'Anvers, et plus tard, on le « retrouve sans cesse occupò de tran.smcttre les mas. de l'autear k 1' édi> « tour, d'activer leur impression, de donner son avis sur les préfaces etc « Orsini de son coté s' emploie à tous les services qu' un antiquaire hsf € bile peut rondre à un amateur, distingue sans doute, mais qui a plua « de goùt quo d' oxpérience, plus d' enthousiasme quo de savoir. On le « voit tenant Granvelle nu courant des découvertes qui se font à Rome, « le guidant dans ses achats et lui procurant de.s empreintes de médailles >. Le lettere dirette all' Orsini sono 1/ e 4 quelle indirizzate al cardinale bi- bliotecario Sirleto. Sono tutte molto imi «orlanti P^** '^ storia della erudizione nel sec. XVI. In appendice è pubblicata una lettera latina di un personaggio della corte del cardinale a Paolo Manuzio. Cfr. l'artic. pubblic. dallo itoeeo N. nella Qazette des beaux arts {Qiomale, III, 318)]. Vita Nuova (Catania). Anno I, 1884. — No 9: Francesco Tntiv, I sonetti d'Angelo di Cóttamo. [Breve articolo su questo noto poeta del sec. XVI, le cui rime qui vengono particolarmente valutate dal punto di vista estetico]. Bibliothèque de Vécole des chartes (Parigi): Anno 1884. — Fase. 2: G. Kohler, Note sttr un manuMrit de tblicata de C. Ricci]. JPolf/biblion {Partie littéraire) (Porigi): Anno i884. — Fase. 3: Th. P., Pctrarque , ses voyages , $et erreurt, $a vie chrétietme, par V abbé Fuget. [Si dice che la nuova edizione è migliore dell'antecedente]. — Th. Dk Puymaiore, Hors de Frante par A. Méxières. [Si parla degli studi su Dante e Michelangelo e altri d'argomento italiano che nan luogo in questo volume]. — Variétés: La Bibliothèque de l'Uni' versile de Coen. [Segue. In questo fase, si riferisce l'inventario che dei libri di questa biblioteca fu fatto nel 1515. I libri sono in generale di materie filosofiche, teologiche, giuridiche. Notiamo sotto il n" v9 un Bocatiu$ d$ generalogia (sic) deorum, in papiro, un defensor pacis in papiro mdpim» Prima aestinctio, sotto il n» 118: sotto il 120, OrthographtaJohanni$ Tor- telli Aretini; un Platina De Vitis Pontificum (155) etc. E' curìoeo a notarn come già nel scc. XVI si rovinassero i coda, per portarne via le miniatare: da una nota del {514 risulta cho| Quillaumc Dudoit, eletto guardiano della libreria, constatò che fra altri danni ad alcuni codd. erano state tagliate le let- tere del primo foglio miniate. — Fase. 4 : Sciences et Arts. 0. PAWLOwau, Les Historiens et les critiques de Raphael, 1483-1883. [E una eccellente raccolta bibliografica di tutti gli stuoi fatti intomo alla vita e alle opere del grande pittore]. — Th. P. A. Thomas, Francesco da Barberino. [R^ consiono]. — Fase. 6: Gonite De Charencey, // Canzoniere di Pietro Jà- copo accademico Pontaniano. [Si rende breve conto di questa pubbl icaiiotte del Dott. G. Barone dicendo esserne molta l' importanza per fa storia let- teraria. Ciò è un po' esagerato]. — Chronique. [Si parla della questione a chi appartenga l' tmitasxone di Gesù Crito ricordando un nuovo lavoro di L. A. Whentlcy]. Mevue crittque colta di lettore parigina intorno allo due tc.<»i De J. de Monstrrolio ette tt operibus e Francesco da Barberino, delle quali ò stato discorso largamente in questo Giornale, 111, 91 e 264]. — N» 1^: Aquisition d* une partie dee mss. du comte d' Ashbumfiam par le gouvemement italien. — N* 36: A. Darmesteter, Recensione della CTians. de Roland pubbl. secondo il cod. marciano da W. Foerster nella Altframósischc Bibliothek. [Importante]. 316 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE JRevue de Oascogne: Anno 1884. — Fase. 4 : P. Durrieu, Les Gascons en Italie. [Importante lavoro in cui si parla di Giordano IV, signore dell' Isle-Jourdain, che passò le Alpi insieme a Carlo I d' Angiò che moveva alla conquista di Napoli. Gont. nei fase. 6, 7 e 8, in cui si illustrano le gesta di Giovanni III, Conte d'Armagnac che fu dal 1390 al '93 al servizio della Republica fiorentina in guerra col Visconti]. Bevue de la revolution (Parigi): Anno 1884. — Fase, di febbraio: A. Guasco, Expedition en Sardaigne en 1792-93. [Una squadra francese comandata dall'ammiraglio Tragoet tentò, a più riprese, di sbarcare nell'isola ; ma, e la ostinata resistenza dei Sardi, e la perversità della stagione, obbligarono i francesi a rinunziare all'impresa]. JRevue de Vhistoire des religions (Parigi): Nuova serie, anno V, 1884, tomo X. — N» 1 : E. Legrand , Contes pò- pulaires grecs recueillis à Smyrne en 1875. [Dei racconti qui riprodotti si può dire che tutti offrono interesse, quantunque nei più non s'abbia che un miscuglio di elementi anteriori più o meno felicemente riuniti insieme. Il più notevole però è quello intitolato Les fourberies de ìuaitre Renard, perchè mostra quanto le favole del ciclo di Renard siansi diffuse. La volpe ruba ad un popa della cacciagione; presa da lui gli sfugge, e caduta nelle zanne del lupo non solo riesce a liberarsene, ma lo inganna inviandolo in chiesa a cantare il Kyrie eleison. Altre frodi commette la volpe a danno del lupo e finisce per procurarne la morte]. Mevue des Deux Mondes (Parigi): Anno 1884. — Fase. 1° luglio: H. Blaze de Bury, Bianca Capello grande Duchesse de Toscane. [II. Les petits cours d'Italie, Sixte V et les Médicis, Tasse à Florence]. — 15 luglio: Gaston Boissier, Les épopées frangaises du moyen dge. [Articolo fondato sulle Origini del Rajna e sul Girart de Rouissillon trad. dal Meyer]. — 1» settembre: G. Guèroult, Un commen- taire pittoresque de la Divine Comédie. [Intorno la seguente pubblicazione: La D. C. cent dix compositions posthumes par Stùrler, Paris, Didot, 1883]. Mevue des langues romanes (Montpellier): Serie III, voi. XI. — Maggio: C. Ghabaneau , Poesie inédites des trou- badours du Périgord. [In questa parte dell' articolo sono pubblicate , con importanti osservazioni, poesie di Guirant de Borneil, Elias Cairel, Gausbert de Puycibot. E' messo a profitto anche il celebre cod. Riccardiano 2814]. — Voi. aII. agosto: A. Roque-Ferrier , U origine des vilains et celle des gavots. [L'A. prende le mosse dalla poesia di Matazone sui villani e la loro origine, pubblio, dal Meyer nella Romania (cfr. Giornale, I, 516). Egli trova un riscontro a questa m un racconto popolare provenzale che partecipa guale si trova nelV Armana prouvengau del 1872, p. 48. In questo racconto e narrata l'origine dei gavots , ossia abitanti della parte montagnosa della Provenza. Si finge che Cristo gli abbia creati dallo sterco di una vacca]. Mevue des qiiestions historiques (Parigi) : Anno XVIII, 1884. — Fase. 70: P. Allard , Prudence historien. [L' A. raccoglie dalle opere di Prudenzio i tratti che giovano ad illustrare la sua vita e gli avvenimenti più notevoli dei suoi giorni]. — R. Fulin, Courier italien. [Vi si parla di Marino Sanudo e dei suoi Diarii, della edizione dei Liln-i commemoriali a cui attende R. Predelli, del Codice diplomatico pa- dovano di A. Gloria ecc.]. — Bulletin bibliographique. [Si ricordano il saggio di G. De Cava, Errori mitologici del prof. A. De Gubernatis, i Ga- lileistudien di H. Grisar, la Relazione sugli archivi di Stato italiani ecc.]. SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 317 ^ Fase. 71: P. Allard, Rome au IV' tiiole tTaprèi lé$ poèmes de Pru- dmce. [Come ha fatto noi suo antecedente lavoro, V A. ricava dalle opera del poeta i colori per dininffere l'aspetto che presentava Roma nel tempo in Cui sotto il governo di Teodosio , accanto ai inonumcnti an<*ora intatti del paganesimo, si vedevan sorgere le nuovo basii irhe criMtiano e « tre Rohm « vivevano insieme senza farsi danno »]. — I. Mai.tinov, Im legende italique des ss. Cyrille et Mèthode. [11 dotto russo Voronov studiando le principali fonti della storia dei duo santi a()08toli dogli slavi , aveva concluso che la così dotta Leggenda italica non era da credersi opera di Qaudarioo ToaciOfO di Vcllotri, contemporaneo dei santi e quindi del sec. IX: benal ano aerilto del XIV attinto a fonti slavo ben più antiche. Dall' esame degli afgomenti messi innanzi dal V., l'A. è portato a negare og^i fede alle concluaioni a cui il suo avversario era pervenuto. Egli afferma pertanto che la ìt^genda è slata veramente scritta da Gaudorico e che essa appartiene quindi al se- colo IX |. — A. Lecoy dk la Marche, L'art d' écrxre et tea calUgraahet. [Lavoro un po' sui)crfìcialc e in molte parti deficiente, ma di aggraMvole lettura. L'A., dopo aver narrato brevemente la storia dell'arto dello acrìvere nei tempi remotissimi , quindi in Grecia ed in Italia , e giù giù attraverso ai secoli barbari, nel medio evo fino all'invenzione della stampa, passa |ìoi a discorrere dei calligrafi e degli amanuensi, toccando della loro importanza nel medio evo , della loro condizione , del bene e del male a cui andavano inconti'o. Le notizie che su di loro dò, giovandosi dei versi che solevano i menanti scrivere in calce dei libri da loro esemplati, sono assai incompiut<-: e di exjìlicit se ne conoscono già tanti do poter fai-si facilmente un tenta- tivo di illustrarli. Né, parlando dello curioso leggende che minocciavano Pene non lievi nell'altra vita ai negligenti scrittori, l'A. doveva dimenticare esistenza del famoso diavolo Titivtllus, che teneva nota delle lei lctt«^e( e degli spropositi fatti dai menanti per ricordarli loro a tempo opportuno]. JRevue MstoHqiie (Parigi): Anno IX, 1884. — Faàc. I: Comptcs-rendus crìtiques. [E. Gebhart parla del libro di F. Scaduto, Stato e Chiesa negli scritti politici ecc.y e do\ Mar' silio da Padova di B. Labanca: si discorre pure dei Kleine historuche Schriften di A. von RoumontJ. — Chronique. (Si ymrìa con favore della fon- dazione della liioistn storica italiana, dell'/lrcAirio storico per h Marche e l'Umbria, della liicista storica Mantovana. Di questa sopratutto si aspetta la apparizione con desiderio, sapendo quanti preziosi documenti raccoioda l'Archivio Gonzaga J. — Fase. 2: C. Mounier, Guillem Bernard de Guilac et V enseignemcnt des Doniinicains à la fin du XIII* siècle. |^Di questo frate , scrittore , professore , predicatore famoso e , ciò che più e degno di nota, ellenista valente , la Iftst. littér. de la Fr. non ha parlato che man- chevolmente e alla sfuggita. A tal lacuna intende supplire il M. con questo lavoro, in cui si ricostruisco diligentemente la vita im|)crfctlamento cono- sciuta del frate, il quale tradusse in greco alcune oiKsre di s. Tommaso» e andò egli medesimo a Costantinopoli per cooperare alla conversione de'Qreei scismatici. Questo buon lavoro è di molto interesse per chi voglia conoscer» le condizioni letterarie della fine del sec. XIU in Francia]. — Cbmpte$- rendus critiqties. [Si parla con favore del libro di G. Toniolo, Dei rmmoH fattori della potenza economica di Firenze nel medio evo]. — Fase. 3: Comptes-rendus critiques. [Si parla con molto favore del libro di C. Fai- letti-Fossati, // tumulto dei Ciompi, che è ristampa della memoria s:ià ap- parsa negli Atti dell'Istituto sujperiore di Firenze e del Lorenzo il Mofftd' fico di A. von Reumont]. — Cfironique et bibliogmphie. [Fra altre nottaifS relative agli studi fra noi, notiamo una bella notizia di C. Paoli intorno al recente libro Relazione su gli archivi di Stato italiani]. Revue interneUioruUe (Firenze): Anno I, 1884. — Voi. III, fase, l» : Pasquale Papa, Les mcmuscrits ito- liens d Ashburnham-place. [Notizia abbastanza particolareggiata]. — Jfi* 318 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE scellanées: G. Franciosi, Un commentaire inédit sur V Enfer de Dante. [Quello del Gastelvetro. Vedine un saggio nella Sapienza , X , 1-2]. — Fase. 5: M. Albana Mignaty, Le Corrège, sa vie et son oeuvre. [Fine nel fase. 1" del voi. IVJ. — A. Manno , Une mémoire autographe de Victor Amedée IL Momania (Parigi): Tomo XIII, 1884. — N' 50-51 : G. Pitrè , Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia. [Studio magistrale e che per moltissimi sarà una vera rivelazione. 11 P. aveva dato qualche notizia sull'interessante argomento in un opuscolo non venale stampato in Palermo nel 1881 col titolo Delle tra- dizioni cavalleresche in Sicilia. La conclusione poi del presente suo studio veniva stampata nell' Ateneo veneto di quest'anno , e noi facevamo voti al- lora perchè l'intera monografia vedesse presto la luce (cfr. Giornale, III, 313-14). Ora che l'abbiamo sott' occhio , cerchiamo di darne le linee prin- cipali ai nostri lettori. — Il Pitré divide la materia in sei capitoli. Nel primo, non meno interessante per la novità e curiosità delle notizie che per la forma vivace ed artistica con cui sono presentate , il P. parla del Teatro delle marionette, detto Vopra. Descritti questi teatrini popolareschi, e gli attori di legno , e il pubblico vario che assiste a quelle rappresenta- zioni, r A. dà la traccia di parecchie rappresentazioni , particolarmente oc- cupandosi della Rotta di Koncisvalle , dalla quale l' uditorio non manca mai di rimanere profondamente impressionato. Passa quindi l'A. a parlare degli opranti , della loro vita , della loro abilità , e finisce con la descri- zione dei cartelloni burattineschi, pei quali è specialista il pittore Faraone. Nel secondo capitolo si trattano / cantastorie. I cantastorie siciliani , a differenza dei napolitani , ritengono il loro cuntu tuttoquanto a mente , re- citandolo per molti mesi di seguito, o due ore per giorno. Il pubblico gli ascolta con religione. Quando nel 1858 cominciò ad uscire a dispense la Storia dei 'paladini di Giusto Lodico, voluminosa compilazione prosaica di romanzi e poemi cavallereschi, l'entusiasmo del popolo per essa fu indescri- vibile. Il P. passa in rassegna i più celebrati cantastorie siciliani, fra cui se- gnala il maestro Salvatore Ferreri. Di lui e della sua straordinaria memoria narra particolari curiosissimi. Il terzo capo ha per titolo La poesia popolare. « In Sicilia la poesia romanzesca, cavalleresca , come vuole intendersi in « questo studio, riceve la ispirazione dai motivi e dalla storia dei libri, ra- « rissimamente dalla tradizione; ma la forma che prende è tutta siciliana, « in ottave, ora a rime alterne, ora a rime baciate ». L' A. comunica due redazioni metriche (una con intermezzi prosaici) della Storia dei paladini, e dà saggio dì una Storia di Fioravante a Rizzeri, poemetto di 98 ottave siciliane, che si propone di pubblicare intero. Il IV capitolo, che si intitola Tradizioni varie, discorre delle reminiscenze paladinesche nella toponoma- stica, nel dialetto, nei proverbi, nei giuochi fanciulleschi dell'isola. Il capi- tolo V , / cantastorie in Italia , mostra quanto povere siano le tradizioni cavalleresche nella penisola di fronte alla lar^a e continua produzione sici- liana. Di spettacoli cavallereschi rappresentati coi burattini , 1' A. non ha trovato ricordo se non in una pagina del Bresciani, che tratta dei costumi di Roma nella prima metà del secolo. Invece i cantastorie sono abbastanza frequenti in alcuni luoghi dell'Italia peninsulare. L'A. si ferma su quelli di Chiog^ia e di Napoli. 11 capitolo VI ed ultimo accenna alle fonti, alla storia, all'indirizzo delle tradizioni carolingie in Sicilia , connettendole con lo svi- luppo che la materia cavalleresca ebbe nel medioevo italiano]. — G. Nigra, Un documento in dialetto piem.ontese del 1410. La resa di Pancalieri. [Questo documento, molto importante per la lingua e per il tempo in che è scritto, fu tratto dagli archivi della città di Torino prima dal Dotto, e poi ripubblicato dal Vaflauri, dal Gasalis, dal Biondelli. Tutti ripeterono gli er- rori di trascrizione del primo editore , sicché al N. non parve inopportuno di qui riprodurlo più correttamente corredandolo di un commentario storico]. SPOGLIO DELI.B PUBBLICAZIONI PERIODICHE 319 — P. MTbter], Roconsione del libro di A. Thonuui tu FVemeeBOO da Bar' berino. [Es{)OHitiva. Molto favorevole |. — A pp. 407 m., P. Migrar dà !•• laziono particolan^gginta dei fase. 2-6 del nottro Qiornah. aèancea et travaux de VAcadémie des §eimu)a» morolat «f jw* litiqtiea (Parigi): Voi. CXXI, 1884. — Fase. 6: Une apologie de Machiavel. TE il rwoeooU) di un opuscolo di Raymond Célesto fatto airAccadomia dal Oeflh>y. L'apo* logista 0 Luigi Machon , grande ainmirntoro del cardinale di RicEelimi , il quale l'avrebbe egli stosso esortato a difendere una politica che con la ma propria molto aveva di comune. Da (mesta apolo^ prende argomento il O. a combattere una eccessiva opinione del Tommasinj, che dà carico alla Francia d'avere infamato il Machiavelli con chiamar machiavclli. pugnatore^. — 23 settembre: C. v. Fabriczy, Die Bfedaillen der Ualieni- scnen Renaissance. — 27 settembre: Ein venetianischer Edler im i6. Jahrhundert. [Sul libro di C. Yriarte, La vie cTtm patricien de Venite am seizième sièclej. Anglia (Halle): Voi. VII, 1884. — Fase. 2: D. Asher, Dos vorbild Swift's su $einem Gulliver. [VA. ricava dalle Memorie del C}oldom testò stampate la notùia che egli in casa Lantieri aveva rappresentato fra il 17^ ed il 1728 una Bambocciata di P. J. Martelli, Lo starnuto d'Ercole, e osserva che questo lavoro potrebbe aver influito direttamente sull'opera dello SwiA: (juantungoe creda assai diflicilc il venire ad una aflcnuazione. Cfr. in proponto n*20IO éielV Athenaeum, e Spoglio presente]. Archiv far daa Studium der neueren Sprachen und lAU^ raturen (Braunschweig): Voi. LXXI, 1884. — Fase. 34: J. Wychoram, Ueber Mussatos l^apidie Eccerinis. [Il Wychgram è noto in Italia per un buon lavoro sullo itorieo» poeta e politico padovano. Dati alcuni cenni sul carattere e sul valore dd M^ ' detto brevemente dcH'importanza delle sue opere, disegnata la figura storica di Ezzelino, il \V. passa ad esaminare la tragedia, la quale fu prìncipal ca- gione che fosse conferito al suo autore l'alloro poetico. Nel trattare il suo argomento il \V. non si discosta in generale dalla verità storica, ma non rifiuta nemmeno la leggenda, come si vede più particolarmente in ciò ch'egli narra della origine soprannaturale del suo eroe. Nella fonna del dranuna imita Seneca, ma non senza una certa libertà). — Voi. LXXll. — Fase 1: Ariostos Rasender Roland uebersetst voti Otto Giklcnieister. [. Acht Briefe aus der zeit Rónig Bcrcngnrs. [Vi ristampa con alcune osser- vazioni critiche delle importantissime lotterò degli arcivescovi Ravennati che furono dato alla luce dal Porro e dal Goriani nel Rotolo o pistografo del principe A. Pio di Savoia\. — 0. Holdeu-Heooer, Handschriflm der K. Bibliothek zu Mùnchen. [Contin. Fra molti altri codd. che conleoffono scritti di umanisti, Artes dictaminis etc, notiamo il cod. 14738, aec aIU, Boncompanni (sic), Libellus de dictamine; il 15772, che contiene VEeeermis di A. Mus.sato; il 18801, Francisci Philelphi Epistolae; il 2l5fi6, Heinrici Septimellensis Elegia cum scholiis etiam fiistoricis , del sec. XIII ecc.) — Miscellen.: Sauer, Ueber eine Handschrift des Pantheon Gotfrids cow Vi- terbo. [Frammento di codice, pel quale sono riferito le varianti]. — W. Wat» tenbach, Aus Handschriften der Berlinrr Bibliothek, (Vari curioai com* ponimenti latini pubblica qui il "W.; fra gli altri, notevole uno in 18 wai, che coni.: Rusticus nmabiiem obsecravit cirginem , in cui si narra CMM una fanciulla preferisse al rustico amante il clericus: Vana mteris rtutiee: clerico donandus est anwr\ — H. Simonsfelo, Ueber einige Hantbehrifìen in Italien. (Parla del cod. Marciano ci. IX , 22 , aec. XV , di RìoooImMo 324 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE da Ferrara, da cui ricava alcune notizie ; e di un altro cod. di Gerardo Mau- ritio, pure Marciano (X, 247), nonché di una raccolta di documenti di Si- gismondo e Massimiliano I imperatori, che si conserva nella biblioteca univer- sitaria di Bologna]. — Nachrichten. [Si annunzia dietro ciò che ne ha scritta il Paoli, il ritrovamento di un Regesto Camaldolese del sec. XIV; la pub- blicazione di documenti importanti per la storia ecclesiastica dei sec. V e VI, fatta da G. Amelli ecc.]. — Voi. X, fase. !<>: A. Schaube, Bernardo Ma- ragone dock der Yerfasser der Annales Pisani. [Il sig. von Kappherr in un lavoro pubblicato nelle Mittheilungen des Instit. fùr osterr. Geschichts- forschung (V, 83-95), aveva espresso il parere che il nome di B. Maragone dovesse intieramente separarsi dagli Annales Pisani , e che B. Maragone non fosse se non se uno scrittore del sec. XIV, autore di una compilazione latina che giungeva fino al 1175 , attribuita poi per errore al personaggio di tal nome realmente vissuto nel sec. XII in Pisa, come lo testificano do- cumenti del tempo. Il von K. non decideva però la questione se si do- vesse credere autore della Cronaca , composta nel sec. XIV , un omonimo successore del Maragone del sec. XII , o se invece la Cronaca dovesse re- putarsi opera di un falsario che la divulgò come se fossero gli antichi An- nales Pisani. Lo S., in questo suo studio, prende a confutare l'opinione su esposta, e conclude col ritenere che l'autore degli Annales sia veramente il Maragone, vissuto nel sec. XII, sebbene il modo, spesse volte sventato e leggero, con cui egli si giovò delle sue fonti, sia tale da dar luogo, non a torto, a sospetti]. — E. Dùmmler , Zum Paulus Diaconus. [P. Brandt ha recentemente messo in luce in seguito ad una fin qui sconosciuta silloge d' enimmi , un indovinello in versi , De vino , acrostico, che dà il nome di Paulus. Il D. crede che autore dell'enimma sia Paolo Óiacono, così perchè egli amava questo genere di componimenti e perchè usò egualmente degli acrostici e perchè anche non vi sarebbe in quel tempo un altro Paolo a cui questa poesia possa essere attribuita. L'indovinello è stato dal Dùmmler in- fatti pubblicato fra le poesie di Paolo nei Mon. Germ.: vedi anche l'Ebert in Literar. Centralhlatt]. — K. Wench, Thadeus de Roma. [Nel voi. IX, p. 202 di questo periodico, il W. aveva osservato che autore del poema sco- perto doveva essere quell'ignoto Taddeo di Roma , di cui ricorda nella sua Cronaca Imperiale il nome Cuspiniano. Ora il prof. Th. Lindner ha scoperto che un autore più antico di Cuspiniano , ed al quale questi ha anzi proba- bilmente attinto, ricorda pure il poema di T. : e questi è Dietrich von Niem nella Vita di Federigo I. Eccone le parole : « Hujus bella, quae gessit varia « sorte cum Mediolanensibus, ipsos obsidendo continue per quadriennium, « prout superius factum est , describit M. Thaldaeus (sic) de Rom,a in « quodam. libro suo in m,etro subtilissime composito , qui etiam continue « obsidioni interfuisse testatur »]. — R. Kade, Ein Augensegen. [In un cod. Vaticano degli antichi Annales Fiorentini], si leggeva uno scongiuro che fu pubblicato nei Mon. Germ., SS. XIX, 224, e nel quale si era dal- l'Hartwig (Quellen und Forschungen zur àltest. Gesch. der Stadi Florenz, II, 4), voluto ritrovare una rassomiglianza con la perduta canzoncina popo- lare ricordata dal Boccaccio (Decam. , V, 10) L' onda del mare mi fa sì gran male: giacché l'ultimo verso dello scongiuro diceva: hale de oculi fam,uli maris, che il Pertz aveva già proposto di leggere, correggendo l'er- rore del copiata, fa m,i lu m.ari. Ora il K. ha ritrovato questo medesimo scongiuro, di mano del sec. XIV, in un altro cod., ed in forma assai meno guasta di quel che fosse nel cod. Vat., e in esso le parole in questione suonano: sed dolearaus maculam famuli Dei; il che mostra come famuli sia da conser- varsi. Impossibile quindi la restituzione proposta dal Pertz e cade il riav- vicinamento pensato dall' Hartwig colla canzone popolare fiorentina. Cfr. al proposito Monaci, Arch. paleogr. ital., fase. I, tav. 7 e Gaspary, Gesch. der it. Lit., I, 484]. — W. Wattenbach, Aus Handschriften. [Dà notizia di un cod. di Magdeburgo (n. 234), che contiene lo scritto del Diacono Leboyn, del- l'anno 782, sul Volto Santo di Lucca, ricopiato nella città di Lucca del 1420, da un Gherardo Koneken, colà recatosi da Roma, ove era stato mandato dai SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 325 suoi colleghi canonici di Halberatadt, por scioglierò un voto fatto quando «ni studente a Bologna] — Nachrichten. [Si annunzia la Rivista storiea itaUtma. la nriurn dispensa del nuovo Archivto paleografico , diretto dai pcÒK Paoli e Vitelli, facendone elogi occ.J. Bepei-torium far KunatuHssenschaft : Voi. VII, 1884. — Fase. 3: H. Brockhaus , Das Hospital Santo Sjpirtio zu Rem itn 15 Jahrhundert. [Fino nel fase. 41. — H. v. Tscbudy, FUc^ rete's Mitarbeiter an den Bronsethùren von St. Peter. RheiniBches Mttseum fttr Philologie (Francoforte) : Nuova serie, voi. XXXIX, 1884. — Fase. 3: 0. v. Hertlinq, Zwr Oé- schichte der Aristotclischen Politik im Mittelalter. Sitzunffaberichte der kiiniglich preussieehen Akademie dtr Wisaenschaften xu Berlin (Berlino) : Anno 1884.— N' 27-28: A. Tobler, Die Berliner Handschrift dee Hwm d'Auvergne. [Vedi il nostro resoconto in Giornale, III, 460]. VierteljafirsechHft wisaenscìiaftlicher JPhUoàophie: Anno Vili , 1884. — Fase. 1 : K. Lasswitz , Giordano Bruno und die Atomistih. [Ecco il contenuto di questo articolo, del quale altrove (III, 327), potemmo solo dare il titolo. Il L. mostra gli errori nei quali incorse la fan< tasia del B. nella interpretazione dei fenomeni naturali. Egli analizza la dottrina di lui del minimum spaziale o punto, e del minimum fisico o atomo, e trova che in questi suoi concetti egli fu di molto inferiore agli stessi an- tichissimi filosofi greci]. Voesische Zeitnng: Anno 1884. — Beilaffe: N' 15-17: A. Wbllmkr, Paganini in Berlin. .[Vedi la chiusa nel n"> 1»]. ZeitschHft fUr Kirchlicfie Wieaenachaft : Anno 1884. — Fase. 7: V. Schultze, Dass Marienbild in der mittelalter- lichen Kunst. Zeitschrift fiir romanische PhiUdogie (Halle): Voi. Vili, 1884. — Fase. 1: B. Wiesb, \ier neue Dantehandschriften. {Minuta descrizione di quattro mss. dant^hi, che ora si trovano a Berlino nella collezione Hamilton]. — C. Decurtins, Balzar AUo's Passionai. [Questo passionale, in dialetto soprasilvano, fu pubblicato in Praga nel 1672. Quantunque tale stampa sia relativamente recente, essa è mollo rara, .sicché l'A. crede utile il riprodurla qui diplomaticamente]. — W. Dressr, Nach- tràge xu Michaelis voUstdndÌQcin Wórterbuclie der italienischen und deutschen Sprachc. [Prodigati gli elogi ineritati al dizionario della Miehaelk, l'A. dh qui una sene di aggiunte, che dovrebbero servire ad intendere la lingua parlata, la Umgnnqssprache. Queste aggiunte sono per la massima parte una vera amenità, f^er lo più infatti non sono altro che una accoi» zaglia di frasacce da giornale, infiorata di parecchi spropositi di stampo. Basti il dire che tra le fonti cui FA. dice di aver attinto v"è anche il S»» colo. Il Secolo divenuto testo di lingua! Questa poi non se la sarebbe ima- f pinata neppure lui. E pare che il sig. Dreser abbia anche messo a profitto e quarte pagine dei giornali, poiché troviamo, p. es., (jaesta beflianma gemma, desunta dal Capitan Fracassa: brillantina. Gtanxstdrhe. Bril' Iantina per dare il lucido alla lingeria. Scatola grande cent.^ 75. Perchè TA. non ne ha indicato il deposito, facendosi pagare rinsendone • riga? La somma imperizia dell'A. risalta ad ogni pie sospinto. Egli ammette delle forme nikilisto, opportunista ecc., che non esistono; traduce Hdndektatt^en 326 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE con battimento di mano, ignorando l'esistenza di battimani; Blaustrumpf con donna colta e forte ; Bemerkung con rimarco ecc. V è poi qualche qui prò quo formidabile, come il seguente: Appunto. Yertrag {bei Heira- ten etc): « Anche lei, eh, è venuto? bravo signore! come sarà contenta « la m,ia signora e tutte lo signorine! Salga, salga: arriva in tempo per « l'appunto » (Fanfulla). Es handelte sich hier um einem Ehevertrag. A quel povero per V appunto è toccata la sorte di diventare un contratto matrimoniale nella fantasia del signor Dreser. Davvero una pubblica- zione di simil genere noi non ci aspettavamo di trovarla in questa ac- creditata rivista. Se il sìg. Dreser voleva registrare e tradurre certe forme di lingua parlata che difiìcilmente si trovano nei vocabolari della lingua scritta, né in quello noto del Rigutini, poteva addirittura attenersi al Les- sico della corrotta italianità del Fanfani e dell'Arlia, utilizzando anche il Glossario dell' Italia nuova, che con buon pensiero si vien raccogliendo nel Giornale degli eruditi e curiosi^ — Fr. D' Ovidio, I riflessi romanzi di viginti, triginta ecc. — G. Gròber, Ber Verfusser des Bonat proensal. [Vorrebbe cangiato Faidittis in Santcircus, idest Uc de Saint Circ. Gfr. la notizia di questa memoria data dal Merlo nel Giornale, 111, 398400, e la varietà del Gròber inserita nel presente nostro fascicolo]. — F. Lie- BRECHT, Recensione del 11 volume del Roma di A. Graf. [Favorevolis- sima. L'A. conclude dicendo che « diesem ausgezeichneten sehr griindlich « und gewissenhaft gearbeiteten Werk an nichts fehlt um die ihm gebùh- « rende hervorragende Stelle in der Sagengeschichte des Mittelalters und « namentlich Roms einzunehmen »]. — Dal resoconto che W. Meyer fa del periodico Columna liei Trajanic risulta, che a p. 103-107 di esso (voi. III,, nuova serie) trovasi un saggio di traduzione in prosa rumena dell' Inferno di Dante, dato dal sig. Chitu. — Fase. 2: A. Redolfi, Bie Lautverhdltnisse der bergellischen Bialekts. [Fonologia del dialetto latino di Bregaglia. Segue un glossario]. — G. Gròber, Zur Widmung des Bonat proensal. [Facendo seguito alla memoria sopra accennata, l'A. riferisce alcuni importanti docu- menti storici relativi a Jacopo de Morra, che gli furono comunicati dallo SchefFer-Boichorst. Inclina ad identificare il Corano Zhuchi de Sterlleto con Corraduccio da Sterleto, altro personaggio storico]. Minti (Londra): Anno 1884. — Fase, aprile-luglio: Th. 'Whittakkr , Giordatto Bruno, [Studio biografico ed esposizione critica delle dottrine. L'A. annuncia la pub- blicazione prossima, per cura dell'editore Triibner , di un libro intitolato; The Life and Works of G. Bruno]. The Academy (Londra) (1): Anno 1884. — N» 617: Notes and News. [Il sig. A. J. Evans ha in un suo lavoro messo in chiaro come il nome di argosy dato nel sec. XVII ad una nave in Inghilterra, provenga dall' epiteto di Ragusea , che significava una nave di Ragusa; e Ragusea in questo senso è termine che si ritrova in documenti italiani del sec. XVI. Ragusa era divenuta nelle bocche in- glesi Argusa, Argouse, donde Argosea , Argosy]. — N' 619: Correspon- dence: L. L. Bonaparte, Neo-latin names for artichoke. [Il B. dice che carciofo e artichaut possono essere considerate come due forme rappresentanti (1) Questo spoglio riprende alcuni articoli troppo brevemente accennati nell'antecedente (III, 328). Nel prossimo fascicolo daremo relazione anche dei mesi estivi &AV Academy, che qui abbiamo do- vuto trascurare. SPOGLIO DBIXE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 887 il tipo primitivo di tutti i nomi cho nello lingue noo-latiiM lon dati • qoMlo legume. Carciofo viene dall'arabo hartshaf; artichaut vi«M dal latino av^ ticocttis^ Seguo uit cionco assai copioso delle forme cIm (raealo nome aaiinM nei vari rami della famiglia neo-latina e anche nei diuotti in eoi nfHWM di essi si 8uddivido|. — J. H. Middlcton , The Casteiltmi (ytllooUotT [D# scrivo i più importanti {)o:£'/.i di questa nplendida coUedone mene, eome è noto, in vendita a Roma). — N° C20: W. MEncKit, Panta't J\mt$ ffronrfo [Il M., a propoHÌto clclla controversia sorta fra i commentaton danteseld per stabilire a quale fonte Branda abbia alluRO Danto nel celebre luogo del e. XXX, Inf., nota comò nel Diario Snnese del Gigli, conservato praaK» la pubblica biblioteca di Siena , si dica in un luogo che la fonte Branda o minciò ad essere adoperata nel 1217, e in un altro nel 1IÌ42. Se realmente r acqua non zampillò da fonte Hranda prima del 1342 è imposBÌlnle ehe Dante, morto nel 11^21 , abbia alluso ad essa; e perciò cadrdioe ogni OOD* troversiaj. — N° 022: U. Bai^zam, Pavia and ita buildinas. [Pam nMtltO favorevolmente del libro del Magenta / Visconti e gii S/oria n«l easltUù di Pavia, facendone notare l'importanza per la storia e per l'arte]. ^ N" 627: Sidney Golvin, Undescribed Dratoing by Vittor Piacmo. — N» (JM: C. Placci, F. HuefTcr, Italian and ot/ier studien. [Giudizio aaaai severo sa questo volume, che il P. chiama un esempio dell'abuso odierno di ristampare in volume articoli da giornale]. The Athemeìitn (Londra): Anno 1884. — N» 2942: R. Lane Poole, Wri^ht's Politicai Song$. [E. Goldsmith ha iniziato una Bibliotheca curiosa, \b cui sono ristampati The Politicai songs of England froin the Reign of John to that of Ed- xoard li, importante collezione dovuta a quel dotto uomo che fu Th. Wright. Lo scrittore di questo articolo mette in rilievo gli arbitri e l'ignorante pr»' sunzione del nuovo editore, che ha omessi dei componimenti , che ha mal- trattato il testo del sup originale, che spesso ha stampato le traduzioni in- glesi del \V. senza tener conto delle sue note, alterandole a suo caraiocio. Il nuovo volume è perciò di nessuna utilith agli studiosi]. ~- N*29w, Th» Hamilton Library. |Si accenna alle più preziose Rcmme di quelita coll^ ziono: notiamo , fra altri , 1' esemplare Grolier doli' edizione aldina , Libro del Corteginno di H. Castiglione; una copia delle Aimleii Oprrn, prima edizione imprcs.sa a Roma nelle case dei Massimi del 140(): il Dante col commento del Landino stampato a Firenze nel 1481, con incisioni di Baccio Bandini dai disegni del Botticelli; una rara versione spasnuola dcH'/n/Snmo dantesco , apparsa alla luce in Burgos, 1515; uno splendido esemplare eoa stemmi granducali del Gori Musaeum fjorentinum ; iì Libro di Polifilo n«ì- l'edizione aldina; i Zenobii Protrer^td, il primo libro impresso col suo nomo da P. Giunti ecc. Sono pure moltissimi i libri rari francesi con splendide legature]. — N» 2944: Fines Arts. [Si discorre non troppo favorevolmente del libro Italian Masters in Gemian Galleries del senatore Morelli]. — N" 2946: T?ie national Galleru. [Si rende conto di duo preiioae tavole com- pcrate dal Governo: l'una di Nlatteo da Siena, l'altra
  • mo il fatto di qiuMta ino$ma Xa^ia* oh* •lalr»' metto in duo codici antichi, proprio in quei due ■onotti in cui D. parla di Guido, e tanto ])iù notcvolo quando ai connidori che una delle donne cantale da Guido si chiama veramente Lagia. E io non vorrei arrìiehiar troppo pensando che la lezione erronea del Mgl. VII. 091, powa OMoro derivala da una primitiva lezione (che si volle far scomparire): E monna Lagia 9 mmma Bice poi. So questo foese il vero, si avrebbe la identica •oetitusioiia n«i due sonetti. Monna Logia a Monna Vanna , e si potrebbero hn della coogel* ture plausibilissimo su questa Giovanna di Guido che è tropim prinutvtra della beatrice perchè non dia molto a sospettare. Ma degli amori di Guido mi occuperò forse tra non molto, giacché me ne darà occasione la ediiitme critica delio sue rime che sta stampando il prof. Ercole (i). RoooLTo RsNinu ToRTORELLA. — Era già condotta a termine la stampa della illustraiione al cod. trevisano di poesie popolari , contenute nel presente fascicolo dal Giornale (cfr. pp. 23-24), quando ebbi ad imbattermi in un nuovo riscontro, che non mi pars'e di dover trascurare. Il riscontro ho tratto dalle PropritiA degli animali di Franco Sacchetti, in Sermoni evangelici, lettere ed altri scritti ecc., per Ottavio Gigli (Firenze, 1857, p. 260), e lo trascrìvo qui perchè può servire di efficace commento al noto motivo della tortorella (cfr. nel presente fase, p. 45 n), e mostrare una volta di più come l'orìgine di esso e il suo trapasso ne\Ia poesia popolare e popolareggiante sia antcrìore al sec. XV, 0 si debba ricercare appunto nelle tradizioni zoologiche già pressi* stonti in parto anche fra il fxipolo: < Tortola ò uno uccello che mai non « fa fallo al suo com])agno; e se l'uno di loro muore, Taltro serva castità, « e non s'accompagna, e sempre fa solitarìa vita, e non si pone mai in ramo « verde, e mai non beo né non si bagna in acqua chiara, e se non la tn>> « vasso altro che chiara, tanto dà de' piedi e dell'alio in essa, che Tintoi^ * bida ». — Anche Cecco d'Ascoli {Acerba, L. IV, cap. 23, vv. Ì4S) raooolae la medesima leggenda zoologica nel modo seguente: La Tortora pur sta sola piangendo \ Vedova di compagnie in secho legno | Et luogo pur di' serto uà querendo | Non s'accompagna mai poch'eUa perde \ Di bere aeftim chiara prende sdegno \ Ne mai sede ne canta in ramo uerde. j Nolaifola è poi il rìtrovare questo stesso motivo in una delle più antiche e popolari (1) Un' altra parUcolarìU ra onarrata. N«l dt. cod. Mgl. VU. 9»1. Q mona ctfs) : OuUo ivorre che (w *tifpo tdia. QiiMta rarìanta Ufp» mm (W Mtais , di* \m i da alcuno. Ma ora cho ò a aiampa no sonetto doppio di D. iadirtualo a Uff (paMBcal* M CAsnci in qneato Qiorn. , II , S4I) e cha par V attribvsioM di dao codid (Q tnm. BolagM • 0 Vatic. 3214) ù deve ritenore che veraamita ecM appartaaga all' AUfUsfi , ^wito miaal» pak dar da pensare , tanto più cha , eorne il sempre accnratiaaiao Wim «Mo a Mtai* (cfr. AnS» AlighUri's Urisclu GedickU, Leipiig, 18M, voi. I, p. 178). la gru ■aqliwti M ws. ka t^ppa • non Lapo. E Lappo leggono pure dM eodid aatoreToli in u somUo di OiMa a Daata, eka par me «N di importanta singolare: St Mài amtn, ostai ti fri»f, DtmU, | As parli Is '*« ÙHfttim prtsenU {ctr. Rimt di G. CamtkanH, edis. Auroici, p. «1). Ysdl Yatnrusi , MsMmr, I, M. • CASiia, Ttsti ituditi, I, 9. 332 CRONACA romanze spagnuole (vedi Wolf e HofFmann, Primavera y fior de romances, Berlin, 1853, voi. II, p. 19). Fonte-frida, fonte frida, fonte-frida y con amor, do todas las avecicas van tornar consolacion, sino es la tortolica que està viuda y con dolor. Por alli fuera à pasar el traidor de ruiseiior: las palabras que le dice Ilenas son de traicion: Si tu, quisiesas, sefiora, yo seria tu servidor. Véte de ahi, enemigo. malo, falso, engaiiador, que ni poso en ramo verde, ni en prado que tenga fior, que si el agua hallo Clara, turbia la behia yo; que no quiero haber marido, porqne hijos no haya, no; no quiero piacer con ellos, ni ménos consolacion. i Déjame, triste enemigo, malo, falso, mal traidor, que no quiero ser tu amiga ni casar contigo, no ! Il Depping (Romancero Castellano, Leipzig, 1844, voi. Il, p. 415), riferisce una redazione dello stesso motivo contenuta in una romanza che Luis Velez de Guévara inserì nella sua commedia Los hijos de la Barbuda. L'editore crede, ma probabilmente a torto, che questa sia la redazione genuina e po- polare. Il Diez poi (Altspanische Romanzen ecc., Berlin , 1821, p. 232), ri- porta una redazione popolare danese di questo canto della tortorella , che diamo qui secondo la traduzione del Diez: So sorglich leb'ich moine Zeit Gleichwìe die Turteltaube: Sie ruht nimmer auf grUnem Aestelein, Uire Beine sind so rnUde, Sie trinket nie das Wasser so rein, Sie rilhrt's erst mit ihren Fussen. Vittorio Gian. * Il disegno infelicissirno di strappare alla queta tomba della chiesuola di s. Vitale sulla via di Pozzuoli le ossa di Giacomo Leopardi, sembra che fortunatamente sia andato in fumo e cosi sfumata anche la controversia, ìibbastanza puerile, se questi avanzi dovessero restituirsi a Recanati o col- locarsi in s. Croce. Certo a sì fausto risultato hanno contribuito le proteste che in nome del rispetto che si deve alle ossa dei defunti e alla dignità del paese, soUevaronsi dagli ammiratori e studiosi dell'infelice poeta. Ma di tutte la più calda, la più eloquente, la più affettuosa, è fuor di dubbio quella che in una bella lettera inviata alla Rassegna e pubblicata nel n» 248 (9 set- tembre 1884) di quel giornale, espresse il prof. A. D'Ancona, il quale ricordò efficacemente il santo diritto che sulle ceneri del Leopardi possiede un uomo, A. Ranieri, che con incredibile industria riuscì a salvarle dal pericolo di aver comune ed indistinta sepoltura nella fossa dei colerosi, e argutamente derise la smania vanitosa ed irrequieta di certuni, che del nome dei morti si fanno insegna per richiamare su di sé gli sguardi del pubblico. Ci duole che la lunghezza della lettera ci vieti di riprodurla per intiero. * Al sig. F. Novali è accaduto di rinvenire un'operetta che forse ecciterà qualche interesse negli studiosi del Risorgimento. Si tratta di un lungo com- mento alle Satire di Persio , scritto da quel famoso Paolo di Perugia , che CRONACA 333 TÌMe alla corte di Ro Roberto, ed allo cui CoUezùmi, ora perduta, così largainonto il Boccaccio per le Qenealogiae Deonim. Il scritto in latino, ò diretto, per quanto sembra, ad un cortigiano di Re Roberto. * È uscito il voi. Ili del Canzoniere Vaticano 3703, a cura di A. D'j||>- cona 0 D. Comparctti. * L'editore S. Lapi pubblicherà fra breve una Ortttomaxia degli $erittori dei due primi secoli, procurata da Ernesto Monaci. * Giacomo Zanella ha raccolto in un volume (Verona, Mùnstor) paraeeU nuovi studi sparsamente pubblicati, ed ha loro dato il titolo di Parallèli letterari. Riservandoci di dirne altrove qualcosa, diamo qui U doU degli articoli di cui consta il volume: Giovanni Boscan e Andrea Navagero; I Lusiadi di Luigi Camoens traduzione di Felice Belletti; A tessattdro Ptp» ed Antonio Conti; Giuseppe Addison e Gasparo Gossi; Salomone Oe$tMr ed Aurelio Bertòla; I poemi di Ossian e Melchior Cesarotti; Tontmam Gray ed Ugo Foscolo; Ippolito Pindemonte e gF Inglesi; Percy B\f$9k» Shelley e Giacomo Leopardi; Bella critica letteraria; Giottanni Prati. * Sono stato pubblicate duo edizioni scolastiche della Gerusalemme Ub^ rata, con commenti. L'una, di brani scelti, devesi alle cure di 0. Maxtatinti e G. Padovan (Loescher editore); l'altra (Torino, Fenocchio) fu procurata da A. Novara, e contiene i primi quattro canti del poema. * Il prof. Italo Pizzi ha pubblicato la quarta edizione, interamonte ri* fatta, de' suoi Ammaestramenti di letteratura ad uso delle scuole secondarie (Loescher editore). Questo libro, cosi favorevolmente accolto dalla critica e dagli insegnanti, non' ha bisogno d'essere raccomandato a coloro che to- gliono bandite dalle scuole le compilazioni precettistiche della Tecchia r^ torica. * Aderendo all'invito di alcuni amici, il comm. Francesco Zambrini ha pubblicato Vindice delle pubblicazioni sin qui fatte da lui (Imola, Galeati). Sono 222 pubblicazioni di varia mole, delle quali i cultori degli studi storicfv letterari saranno ben lieti di possedere l'elenco esatto e compiuto. * A Parcnzo, in Istria, si è costituita una Società Istriana di archeologia e storia patria., che si consacrerà a ricerche d'ogni genere intomo alla storia dell'Istria, dall'età preistorica fino al medio evo. Questa iniziativa ma- rita ogni elogio, e al pari deirArc/jjmo Trentino, da poco tempo sorto e cho dà già buoni frutti, è credibile che l'organo della nuova Società fwnisea agli studiosi un importante contributo di recondito notizie storiche e lelp terarie. * Monsignor G. B. C. Giullari sta per metter mano alla stampa dell' «pi» stolario di Scipione Maftei. Si attende che il sig. P. Sgtilmero inizt quella dell'epistolario di Ippolito Pindemonte. * L'editore Morelli di Ancona metterà in vendita prima della fine dal* l'anno un volume curato da Vittorio Malamani, cho conterrà la lattare in»* dite di Melchior Cesarotti a Giustina Rcnier Michicl. Lo sloan Malamani pubblicherà poi col Morelli una monografìa sulla Michiel. » Il sig. A. G. Spinelli ha pubblicato (Dumolard editore) una wtiiuaiwiina Bibliografia goldoniatui. * Il prof. Gaspary ha pubblicato il primo volume di una Geschichte dor 334 CRONACA italienischen Literatur. Questo primo volume va dalle origini al Petrarca compreso. Ne discorreremo quanto prima. * Nella Piccola biblioteca di G. G. Sansoni sono comparsi due nuovi vo- lumetti: Il Cortegiano di B. Castiglione a cura di G. Salvadori; Il Miso- gallo , le satire e gli epigrammi editi ed inediti di V. Alfieri a cura di R. Renier. * L. Berger ha pubblicato un libro molto importante, che ha per titolo: La Bible frangaise au moyen-dge, étude sur les plus anciennes versions de la Bible, écrites en prose de langue d'o'il. Quest'opera fu coronata dal- l'Accademia francese d'iscrizioni e belle lettere. * Merita di essere richiamata l'attenzione degli studiosi sui seguenti libri editi di recente: Dejob , De V infiuence du Condì de Trente sur la litté- rature et les beaux arts chez les peuples catholiques, Paris, Thorin: Her- vieux, Les fabulistes latins depuis le siede d'Auguste jusquà la fin du m,oyen-àge, Paris, Didot (due grossi volumi); Mancini, I m,anoscritti della libreria del Comune e dell'Accademia Etruscadi Cortona, Cortona, Bimbi; Max Lane, Ferreto von Vicenza. Scine Dichtungen und sein Geschichts- werk (Dissertazione dottorale letta nella università di Halle); Raynaud, Bi- bliographie des chansonniers frangais des XIIP et XIV' siècles, Paris, Vie- weg (due volumi). * Le pubblicazioni intorno alV Indice sono già parecchie ; ma ora ne è uscita una che sembra destinata a farle dimenticar tutte. E dovuta alle cure di F. H. Reusch, professore di teologia a Bonn, ed ha per titolo : Der Index der verbotenen Biccher ; ein Beitrag zur Kirchenund Literaturgeschichte. Il primo voi. (Bonn, Cohen) è di 624 pagine: il secondo è in corso di stampa. * 11 Perrens ha terminato la prima parte di quell'ottimo libro che è la sua Storia di Firenze. Il VI volume finisce con l'anno 1435; col momento cioè, in cui Cosimo de' Medici, divenuto gonfaloniere di giustizia, trasformò il governo di Firenze, pur conservando intatte le forme repubblicane, in una Signoria. * Il Symonds sta preparando un nuovo lavoro in cui, sulle tracce dei Carmina Vagorum,, prende a studiare la vita e le abitudini degli scolari vaganti nel medio evo. * E finalmente terminata col settimo volume la nuova edizione di quel- l'opera del frate inglese Mathieu Paris, i Chronica Maiora, tanto impor- tante per gli studi medievali. L' editore , il Luard , ha corredato 1' ultimo volume di una prefazione , in cui studia la composizione della Cronaca e l'autorità che le compete, nOn che di un glossario e di un utilissimo indice. * L'Università di Odessa ha conferito una medaglia d'oro a M. Brunn per una memoria scritta da questo dotto, ed inserita nei Mémoires de la So- ciété d'Histoire d'Odessa, T. XXXVII, intórno all'influsso che la domina- zione bizantina esercitò nei sec. IX e X sull'Italia meridionale. * Registriamo il titolo di un'opera recente olandese, che ha interesse non mediocre per i cultori di storia italiana : Brieven van Lionello en Suriano mt den Haag aan doge en senaat van Venetie in de jaren 1616, 1617 en 1618 benevens verslag van Trevisano betreffende zijne zending naar Eoi- land in 1620. \\ libro è stampato a Utrecht nel 1883. CRONACA 336 * La Libreria Didot annunzia come promima la pubbUe«ioM di un movo libro di E. Muntz. In quest'opera, che iwrlk splendidamente illustrata, Tigregio erudito studicrà il rinascimento in Italia e in Francia al tempo di Carlo VUI. * li MuRco del Louvre si ò testé arricchito di un'opera d'arte di grande iÉ^ teresse: cioè d'una raccolta di ottanta o novanta disegni, eseguiti ia su pergamene in foglio, da Jacopo Bellini. Qucst'oiòiim forma oa mento dell' altra celebre raccolta di cui si onora il Moaeo Britaasto fotografìe di questi disegni furono presentate alla Società det Aniiqwmitm de France^ da un membro di essa, al quale si deve l'acquisto del pregatola volume. * Sotto il titolo Viener Kunstbriefe F. Leitachuh von Thausing (il qoala ha testé pubblicato duo importanti volumi sulla vita di Alberto Dùrer, in cui mette in nuova luco la storia della venuta del grande artista in Italia e dei suoi .soggiorni a Venezia, della sua rivaliti con Jacopo de' Bariiarì eoe.), ha pòrto al pubblico una serie di studi storici e critici sull'arte. Ne noCiainOi fra gli altri, uno su Leonardo da Vinci, un secondo .sulla di lui celebra Orna; un terzo su Dante, Leonardo, Michelangelo; un quarto sul Sodoma; io Ral^ faello, Oiorgione e l'Aretino; Giorgione e la sua Venere; i suoi rapporti col- l'Ariosto; Caterina Cornerò e Lucrezia Borgia ecc. * Il prof. Ernst Voigt, che dei suoi studi sull'epopea di Renart aveva già dato saggio pubblicando, in un curioso volume, i Kleinere tatemische DenJ^ mdler der Thiersage aus dem XII bis XI V Jahrhundert, ha dato ora in luce una nuova (e diccsi ottima) edizione del celebro poema latino, l' YsemffrtHtu. * Per commcmoraro il giovane scienziato francese Carlo Oraaz, é uscito a Parigi (Thorin editore) col titolo di Milanges Gratix, un grò— o ▼oloma che contiene lavori diversi di filologia, classica e romanaa, storia, geografla, archeologia ecc. Tra le memorie di questo volume, che hanno interean api^ cialo per chi si occupa di studi medievali e moderni, meritano di eaasra s^ gnalate le seguenti: Chatelain, Recherches sur un ms. célèbre de Sideine Apollinaire ; Coelho, Sur la forme de quelques rwms gèogrmpkique» de ìa péninsule ibérique; Dolisle , Notes sur les anciens imprnrion» de* classa ques latins et d'autres auteurs conservées au XV» siècìedans la libnàrie royale de Naples; Nolhac, Lettres inédites de Muret; Thomas, Un con»» mentaire au moyen dge sur la Rhétorique de Cicéron. * La notte dal 17 al 18 novembre é morto nella età di anni 61 il caiM>^ nico Willelmo Braghirolli. In lui è difficile il dire se ai doveaMfo più aro» mirare le doti dell' ingegno o quelle dell' animo. Chiunque ebbe a lare ri* cerche nel preziosissimo Archivio Gonzaga di Mantova si valae con pradtle di lui, che era largo con tutti del grande materiale erudito che egli aveva raccolto. Collaboratore in prima del conte Carlo D' Arco, egli si occupò ia particolar modo di storia dell'arte, della quale fu uno dei più insigni e be> nemeriti cultori italiani. Scrisse memorie, e pubblicò documenti, illustranti il Correggio, il Donatello, il Perugino, il Cittadella, il Tiziano, il PanoeUi, il Mantegna , G. B. Alberti ecc. Pubblicò inoltre nel 1856 Lettere inedite cCillustiri italiani, tratto dall'Archivio Gonzaga, tra cui cinque dell' Arioalo e quattro del Tasso; illustrò con memorie bibliografiche la «tona daUa stampa in Mantova; comunicò alla Romania il catalago dei oodià cavalla 336 CRONACA reschi francesi posseduti dai Gonzaga. Quando la morte lo sorprese aveva da poco tempo compiuto uno scritto su Guido Reni, che sarà messo in luce tra breve, e stava preparando un'opera intorno alla influenza esercitata sulle arti da Isabella d'Este Gonzaga. * A Firenze, ove da parecchi anni si era stabilito, è morto Carlo Hille- brand , nato a Giessen il 17 settembre 1829. Uomo d' ingegno versatile ed elegante, di coltura svariatissima, egli portò speciale amore alla patria nostra, ed ha presso di noi la benemerenza di essere uno dei primi scrittori che cercassero unire con vincoli di simpatia intellettuale la Germania e l'Italia. Fin dal 1862, dimorando a Parigi, scrisse in francese un noto libro su Dino Compagni , che anche oggi , dopo tante polemiche , si può consultare con profìllo. Stando in Firenze, pubblicò negli anni 1874-75 una rivista intitolata Italia, destinata a far conoscere ed apprezzare dai Tedeschi le cose nostre. E anche in altri suoi libri , direttamente o indirettamente , si tratta della nostra storia civile , artistica , letteraria, sempre con molto affetto verso di noi e con arguta novità di vedute. Rinaldo Fulin mori sulla sera del 24 novembre nell'età di 60 anni in Ve- nezia sua patria. Non vecchio ancora, una dolorosa malattia, che da qualche mese Io mmacciava, fattasi repentinamente gravissima, ce lo rubò con ra- pidità inaspettata. Sacerdote pio ed esemplare, cittadino integerrimo, critica acuto, egli era uno dei più splendidi rappresentanti dell'arte storica in Italia. Larghi studi egli fece sul Consiglio dei Dieci, del quale preparava una storia, che sarebbe stata la confutazione di tanti libri che vagano per il mondo sotto il nome di storie , e non sono che romanzi infelicemente architettati intorno a guell' importantissimo tribunale. Ma se non pubblicò l' intero la- voro, ne diede saggi di non lieve importanza ; egli dichiarò che cosa fossero gli Inquisitori dei Dieci , e come si distinguessero dagli Inquisitori di Stato. Nel 1871 fondò V Archivio Veneto, che diresse fino al giorno della sua morte, con fermezza di propositi, e con ardore sempre crescente. Favoreggiò la istituzione della R. Deputazione Veneta di Storia Patria , e fece parte del suo consiglio direttivo. Per la Deputazione preparò, e quasi condusse a termine, l'edizione dei dispacci da Roma di Paolo Paruta , corredati di abbondantissime anno- tazioni , e coir aggiunta di documenti. Egli era persuaso che se il Paruta fosse rimasto a Roma, i tristi giorni dell'Interdetto non ci sarebbero stati. Promosse la preziosa pubblicazione dei Diarii di Marin Sanudo , e in non piccola parte si deve a lui, se ora ne abbiamo in pubblico 12 volumi. S'in- namorò del Sanudo, e ne parlò più volte, e volea stenderne diffusamente la vita. Egli, attivissimo, ammirava l' instancabilità dell' antico patrizio vene- ziano. Credo che stia precipuamente qui il segreto dell' affetto intenso che il Fulin pose nella persona e nel carattere del Sanudo. 11 Fulin era profes- sore alla Scuola superiore di commercio, e al Liceo Marco Polo di Venezia i membro effettivo del R. Istituto Veneto, e socio di vari altri corpi scientifici. Questi meriti, queste doti e questi onori il pubblico li conosce; ma sol- tanto gli amici intimi sanno quali e quante fossero le virtù del suo animo. Taccio di queste, poiché, siccome egli sempre ebbe cura di velarle con in- signe modestia, cosi a me parrebbe quasi di recar insulto all'amico estinto, parlandone adesso. Salve, dimidium animae meae! Carlo Cipolla. Luigi Morisengo, Gerente responsabile. Torino — Tip. Vincenzo Bona. INTORNO AI. COSIDDETTO DIALOOUS CRE^TURARUM ED AL SUO AUTORE A PMPosno DI VKA BMnrai SBisiora II (1). 1. — Si assidano alcuni punti fondamentali. Finora il Contemptus subltmitatis è per noi un libro conge- gnalo in una certa maniera, esistente in doppia forma, conserva- toci da parecchi manoscritti ; ma ancora non ci siam domandali, quando, dove, da chi sia stato composto. Che se un nome ci ai affacciò sul principio nel frontispizio del Orasse, mai non lo ab- biam tratto fuori di li. Lasciamvelo pur stare un poco ancora: vediamo anzitutto se ci riesca di soddisfare curiosità d'ordine più generico, importanti per sé stesse, e che, una volta appagate, ci forniranno criteri utilissimi anche per discemere più oltre. La questione cronologica è la prima su cui giovi fermare l'at- tenzione; e qui anche il Orasse ha visto abbastanza bene (2). Il dato più significativo, anzi il solo importante che il libro ci som- (1) Vedi Giornale, III, 1 agg. (2) Pag. 303. GiormU» itorieo, IV. 338 PIO RAJNA ministri, consiste nelle citazioni di un Brito, che non è altri se non Gruglielmo Brettone (1), Minorità, autore di varie opere, e tra queste di un certo Vocabolario o Somma dei termini più o men bisognosi di spiegazione contenuti nella Volgata, cui appunto vuol sempre riferirsi l'autore del Contem,ptus colle allegazioni sue (2). Guglielmo fiori nella prima metà del secolo XIV; e mori, a quanto si afferma, nel 1356. Molto più addietro di quest'anno il libro nostro non potrà dunque essere riportato di certo; più addietro di un tratto non lungo, potrebbe invece ancora, una volta che noi ignoriamo affatto quando propriamente il Vocabolario biblico sia stato compilato. Posto che la compilazione seguisse venti, trenta o più anni innanzi, non avremmo il diritto di ritar- dare fin verso la morte dell'autore, avvenuta forse in età molto tarda, la conoscenza dell'opera per parte del Nostro, vivesse egli pur anche in paesi non prossimi. E cosi potè bene Gruglielmo godere anche in vita di quella celebrità che pare supposta dal- l' esser designato come Brito, senza nulla più (3). Sicché, con- chiudendo, vorrà fissarsi suppergiù al 1330 (4) il limite estremo oltre il quale la prudenza non permette di avventurarsi. Avuto il termine a quo, s'ha bisogno di contrapporgliene uno (1) Vedi di lui il Pits, De illustrihus Angliae Scriptoribus, Parigi, 1619, in quello che doveva essere il primo, e che fu anche 1' unico volume del- l'opera Relationum Historicarum de Rebus Anglicis, p. 481. (2) Me ne son chiarito ricorrendo al cod. 4, PI. XXIX della Laurenziana (vedi Bandini, Codd. lat., IV, 213). L'opera ha dimensioni considerevoli; e non le conviene davvero la designazione di opusculum (Summa sive opu- sculum) che le si trova attribuita presso il Du Gange, e, dietro a lui, presso il Fabricio. (3) Tutto questo che io metto in forma dubitativa, il Pits me lo afferma ; ma io non mi voglio già permettere di affidarmi a parole che non so su cosa propriamente riposino , ancorché abbiano 1' aria di non esser ^buttate là a casaccio: « Doctissimis sui saeculi viris doctrinae intuitu charus erat, « eiusque scripta auctore adhuc vivente , non solum in Anglia , sed etiam « in Gallia et Italia multis magno erant in pretio ». (4) Trascese dunque un pochino il Grasse quando dalle citazioni del Bret- tone ricavò come limite la metà del sec. XIV. Vedi a p. 2 del mio primo articolo. DEI. « DIALOOUS CRBATCRARUM » 339 ad quem. L'esser Guglielmo l'autore più recente dtato nel Contetnptus e Tessero egli altresì uno dei più adoperati, ci inclina a non allontanarci di troppo dai suoi tempi. E se pel^ questo verso è a pai'laro d'inclinazione soltanto, ecco che Tiene a rappresentarci la cosa come necessaria l'età dei nostri mano> scritti. Tra di essi, si rammenti, ce n'ha che potrebbero appaiv tenere al declinare del trecento, e che molto innanzi nel secolo successivo non patiranno d'esser portali in nessun modo (i). E va tenuto gran conto che ben sei su sette codici ci son risultali indipendenti l' uno dall' altro (2). Però, affermando che il Con' temptus della redazione primitiva non può esser messo più qua del 1390, son sicuro di avere con me anche i più cauti. Alla determinazione del tempo cui l'opera spetti, vuol tener dietro quella della regione; possibilissima essa pure, ancorchò tentata invano dal Grasse. Un mezzo per risolverla abbiamo nelle indicazioni geografiche che s'incontran nel testo, quando si sappia convenevolmente distinguere. Una prima distinzione ò da fare tra ciò che' occorra nella parte meramente ammassata di qua e di là, e ciò che stia invece nella parte inventiva. Dai luoghi dove T autore ci trasporta allorché egli non ò altro che espositore, bisogna andar bene a rilento a cavar conclusioni, pur quando non sia specificata la fonte. Però, se nel cap. 54 ci si riferisce un fatto avvenuto a Parigi (3); se nel 75 si conta di maestro Alano a Montpellier (4); se nel 39 si narra di un cotale che predicava a S. Vittore di Marsiglia {p\ non ne viene dav- (1) Vedi ib., pp. 4-5. (2) Vedi p. 19. (3) « Accidit quoque Pariaius in generali proceanone > ecc. (ìtn. del cod. Tor.). (4) « Legebat autoui magiator Alanus apud Montem PesBuUnum ; i-i au- « dierunt milites vicini quod tantus clericus esset » ecc. Sì tntU di Alain de Lillo {de Insulis), morto intorno al 1203. (5) « Cum quidam predicarci apud Marsiliam ad SancUiin Victorem ». il cod. Ambrosiano; « apud sanctum Victorem Marsilio », il Vatic e il TorÌMaa. La menzione di Marsiglia manca invoce nel testo a stampa, ùoehè gnaidando a quello soltanto si sarebbe potuto attribuire al passo on certo Talora. 340 PIO RAJNA vero nessuna ragione per credere che l'opera abbia ad essere stata composta in territorio gallico. C'è bene un passo che può significare qualcosa : là dove è detto (cap. 103), « In Francia fuit « quidam Abbas » ecc. Le quali parole, ben lungi dal trattenerci nella Francia — che qui, beninteso, è la Francia vera, la regione del nord — indicano precisamente non essere in Francia che l'autore scrive. Cosa ben diversa gli è quando la menzione dei luoghi s' ha negli apologhi che danno il titolo ai capitoli, ossia in ciò che il Contemptus ha di originale. Anche qui tuttavia ci può essere per la scelta una ragione intrinseca sufficientissima ; e allora, naturalmente, non e' è ancora da ricavare deduzione nessuna. Pertanto non ci dirà nulla il Libano nel cap. 35, essendo una conseguenza troppo manifesta del cedro protagonista della nar- razione; nulla per adesso Parigi, dove la lepre se ne va a stu- diare (cap. 105), poiché la fama dello studio parigino è sufficiente a renderci conto della cosa in genere (1); nulla affatto Roma e la chiesa di S. Pietro nella storia di un topazio portato d'Arabia e messo colà ad ornare la croce (cap. 16), dacché il luogo è scelto unicamente in quanto era il più cospicuo della cristianità (2), affine di render poi tanto maggiore lo scorno dello sciagurato, quando si lascia tentare a ritornare nel mondo. Ma ci sono invece due casi, dove la ragione intrinseca asso- lutamente non basta. Nel cap. 42 leggiamo di uno storione che « in flumine Padi morabatur ; quem propter excellentiam suam Voglio dire che un S. Vittore nominato senz'altra determinazione bisognava bene che fosse nella città stessa in cui 1' opera fu scritta. Ma arrivati qui, non era poi facile andare più innanzi; giacché dei monasteri di S. Vittore — è di un monastero, non di una semplice chiesa che si racconta — non c'era già solo il marsigliese, ancorché fosse quello il più famoso. (1) Se il passo non possa tuttavia avere un qualche significato , e quale se mai, si cercherà molto più innanzi. (2) Il topazio, a Roma, nella chiesa di S. Pietro, sulla croce « ab omnibus « avide videbatur ». Si consideri V enorme affluenza di pellegrini che s' a- veva colà nel medio evo. DEL « DIAL00U8 CREATURARUM » 341 «et fortìtudìnem cuncti pisces Padi verobantur »(1). 0 si dica, chi mai poteva pensare a metter qui il Po, altro che un italiano^ e precisamente un italiano del nord (2)? Dei flumi ce n'è daj^ pertutto, e nessuno davvero si sarebbe sognato di andarne a oer» care uno lontano .in cambio di quello qualunque che st fb«e trovato lì presso. Tanto, per il tema che qui si tratta — il pesce d'acqua dolce che se ne va al mare (3) — ogni fiume era buono; migliore anzi, forse, se non molto grande ; solo, per non dar luogo a complicazioni, era desiderabile che mettesse foce nel mare esso stesso. Non ogni fiume, s' intende, avrebbe tollerato lo storione; ma lo storione è una conseguenza, non la causa del Po; e una conseguenza su cui c'è da ridire; poichò certo il racconto sa- rebbe più logico, se in luogo suo noi avessimo un pesce propria- mente fluviatile. Guardiamo adesso al capitolo 46, De carpione et timallo (4). Il carpione pretende alla sovranità su tutti i pesci di fiume con- venuti ad una festa, si per la delicatezza e Taroma della carne, sì perchè, egli dice* Non ^o in fossis et paludibus sive stagnis « nutrior, sed in lacu magno Qarde (5) sum educatus ». CJotal vanto gli è confermato dal temolo nel levarglisi contro pieno d'ira: « Si tu tantum in lacu Garde moraris, ego in spatiosis (ft) flumi- « nibus ». E in realtà il carpione, specie di trota squisitissima, illustrata con un carme dal Fracastoro (7), è il pesce per eccel- (1) Yerebantur, T. e St.; A. e V. venerabantur. (2) Una riprova forniscono, a chi la voglia, anche le stampe, le qxiali, pereliè non italiane, a flumine Padi si lascian trascinare ad aggiungere ym Mf A» Lombardia, chiarito glossa dal confronto dei manoscritti. (3) In sostanza, la favola 38" di Aviano, abbia poi T autore preio la ma idea di li, o da uno dei rifacimenti che Aviano ebbe nel medio evo. Praee l'idea: che del resto rimaneggiò il soggetto a suo modo. (4) Non trimallo come ha lo stampato. — Il cod. A. scrive TemaUo. (5) Invece che in lacu magno Gorde, come portano il cod. Tot. e il VaL, l'Ambr., d'accordo in ciò colla stampa, dice in lacu magne Qarde. (6) Vat. spetiosis. (7) Il carme indirizzato a Gio. Matteo Gibberto, veecovo di Verona, a p. 208 dell'ediz. Giuntina dello Opere, Venezia, 1574. Vi si canta l'origine dn oai«> pioni da una metamorfosi di nocchieri etruschi. 342 PIO RAJNA lenza del Benaco; e, perlomeno con tal nome, ma forse anche proprio in assoluto, non si trova altro che colà (1). Ora io do- mando, se, conoscenze locali così piene e di cotal natura, e il trarre di qui elementi per un racconto inventato cui ogni paese avrebbe potuto del pari somministrare matqria, e il non accom- pagnar neppure le allusioni con nessun commento, non venga a dimostrare in modo evidentissimo che siamo nell' Italia del set- tentrione. Ed ecco per tal modo che i due soli indizi diretta- mente geografici che abbian valore nell' opera, testificano con- cordemente, e anche colla concordia vengono ad aggiungersi l'un l'altro forza non poca. E gran forza ad entrambi aggiunge ancora alla sua volta la patria dei manoscritti. Di sette che ne conosciamo, non uno solo che non sia da assegnare all'Italia, e propriamente all'Italia del nord. Per tutti quelli che ho potuto esaminare o far esaminare — nientemeno che sei — s' ha già una prova persuasiva nella scrittura (2) ; e per alcuni aggiungono una valida conferma le scorrezioni ortografiche (3). Pensare ad amanuensi nati bensì e cresciuti in quei paesi, ma che lavorassero altrove, sarebbe le- cito se si trattasse d' un caso o due : non è più permesso una volta che i casi son tanti. Quanto al settimo codice, vale a dire al Toledano, se non so nulla della forma delle sue lettere, so (1) Rimanderò ad uno scritto assai recente di uno specialista sommamente autorevole, cioè alla nota del prof. P. Pavesi, Brani biologici di due cele- brati pesci nostrali di acque dolci, nei Rendiconti dell' Istit. Lomb., 1884 , pp. 271 sgg. (2; Parlavo fin qui per autopsia dell'Ambrosiano, del Cremonese, del To- rinese ; ad essi è venuto ora ad aggiungersi il Vaticano. Riguardo ai codici Parigini ho l'attestazione del Raynaud, che senza titubanze mi scrisse : « Ils « ont tous deux été écrits en Italie , et dans l' Italie septentrionale » . Nel sec. XVI l'uno, r8507, era sempre in Italia, ma in altra provincia, poiché faceva parte della ricca biblioteca che il cardinale Niccolò Ridolfi aveva raccolto in Roma. (3) Posso dir ciò specialmente per l'Ambrosiano e il Cremonese; ma, a giudicare da qualche saggio scarsissimo, si dovrebbe poter dire con altret- tanta sicurezza dei due Parigini. 11 Vaticano invece, opera d'un trascrittore accurato, per questo rispetto non ci direbbe niente di chiaro. DEL « DIAL00U8 CREATDRARUM » 848 peraltro assai più. Dall'indice risulta che nella parte perduta li conteneva un epitafio « domini Johannis de Vieeoomitibiui ftinda* « toris huius Monasterii»; e il monastero sarà di sicuro, lA semplicemente un monastero del milanese, come avera Tlato anche il Lidforss, ma precisamente la Certosa di Oargnano. Dalla quale sarà probahilmente derivato anche il codice di Torino. Che abbia avuto dimora in un monastero, attcsta qualche nota marginale (1); che in un monastero sia stato scrìtto, si capisce dair indole delle composizioni qui insieme raccolte ; che il monastero fosse di Certosini, risulta probabile da due poesie latine composte da un Mariano, monaco appunto di quel- l'ordine (2); che si trattasse di una fondazione viscontea, indica l'aversi qui pure l'epitafio di Giovanni, preceduto per di più da quello di Ottone (3); infine, che s' abbia da pensare a Oargnano più verosimilmente che a Pavia, dice l'epitafio di Giovanni non seguito da nulla che riguardi Gian Galeazzo, e più gli stretti legami che il Contempttts, l'epitafio, la Passione del Pallavicino stabiliscono tra questo codice e il suo confratello gargnanese, sul quale ho un gran sospetto che sia stato esemplato (4). (1) Al cap. 8, allegandosi nel testo il detto di S. Gregorio, « Sicut ouurv « semper reboUat littori quod tenctur et cohereetur, sic in religione qmdam € semper rebcllant prclatis », s*è scritto a fianco: « Nota bone prò religiosb ». La postilla può essere ancora del scc. XV. Il codice non aspettò peraltro la soppressione dei conventi per uscire nel mondo. Ne* margini della prima facciata leggiamo: « Del sig""» canonico Arcosto mio padrone »; e da robi^ manoscritta e stampata , che fu aggiunta al volume, vediamo esMre questi Alfonso Ariosto, protonotario apostolico e cameriere d'onore di Paolo V, che alla fine del scc. XVI e al principio del XVII raccolse nella aoa omb di Ferrara una collezione copiosa e svariata di cose antiche. (2) Fol. 136» : Infrascriptos versus composmt Dominus Marianus Mo- nachus ordinis chartusimsis. — 137» : Expliciunt versus domni nutriam = Incipiunt versus eiusdem ad beatam virginem Mariam. E al piede della stessa pagina: Expliciunt versus domni Marianj ad beatam eèrgimam Mariam. (3) Fol. 137b - 138«. L' epitafio di Giovanni — riportato poi anche dal Cono nella sua storia — è anonimo; quello di OttoiMi anai noto, è del gia> rista parmigiano Gabrio, o Gabriele, de* Zlamori, o ZanMMW. (4) Per la provenienza del codice avremmo un dato prenoao, •• il solito 344 PIO RAJNA Sette manoscritti appartenenti alla stessa regione, sarebbero sempre cosa notevole, quand'anche non fossero i soli; soli affatto finora, acquistano un significato, che non so da chi si possa disco- noscere. S'aggiunga che l'Italia settentrionale ne dovette possedere altri parecchi ; giacche i nostri , indipendenti quali ci si mani- festano pressoché tutti, suppongono perduti non pochi anelli di congiunzione. E tutta questa ricchezza cisalpina è chiusa in un periodo che non si discosta di più che un secolo e mezzo, a dir molto, dalla composizione dell'opera; e con taluni degli in- dividui conservati, ma più poi con quegli altri che sono neces- sariamente da supporre, non può a meno di avvicinarci quanto mai al momento in cui la composizione avvenne. 0 andate poi a pensare che non sia da assegnare all'Italia del settentrione anche propriamente l'archetipo, ossia l'autografo! Si son battute due vie diversissime, e per entrambe slam riu- sciti allo stesso punto; se anche mettendoci per una terza acca- desse il medesimo, o sarebbe mai possibile conservar l'ombra di un dubbio? — Proviamoci a interrogare il linguaggio (1); privi come siamo di un'edizione critica, il nostro non vorrà essere un interrogatorio lungo e minuto; ma anche poche domande, purché opportune, possono riuscir conclusive. Proprio nel primo capitolo, cioè in quello di cui s'è costituito il testo con sussidi copiosi, ci vien dinanzi una frase, di genui- nità assolutamente incontestabile, atta a fermar 1' attenzione. II turtam partiri della sentenza rimata che chiude l'apologo, rende tal quale un'espressione quanto mai ovvia nella regione stessa in vezzo dei nuovi possessori di libri — qui, forse propriamente la mano che registrò il nome del « sig''^ canonico Areosto » — non avesse raschiato una indicazione che s' aveva di mano del sec. XV in fondo alla prima pagina : « Iste liber e[st] nis ». A est parrebbe quasi che seguisse un mihi (abbrev.) fratri. (1) La prova, così all'ingrosso, fu già fatta dal Grasse (p. 304, n. 1); ma egli ebbe il torto di tentarla senza le informazioni necessarie per cavarne un costrutto. Però immagina proprio di un paese ciò che non gli è pecu- liare per nulla affatto. DEL « DUL0OD8 CREATURARDM > 845 cui Siam stati trasportati flnora. Nei dialetti galicHtaliei e TeneU spartì, spartir la torta , partir la tùurta è un modo comani»* Simo del parlar famigliare per « dividere il patrimonio * o é» mili (1). Alla Toscana invece, air Umbria, air altre r^ioni più meridionali, la frase è ignota, o nota solo in misura da maniiS^ starsi non dubbiamente importata; e si capisce assai bene, dao> chò lo stesso vocabolo torta — dico cosa da far meraviglia — vi suona tanto o quanto esotico. E sullo stesso versante adriatico, dove non c'è di mezzo la barriera degli Appennini, Io apartir la torta, per quel che ho potuto raccogliere, s'arresta alle Romagne, mantenendosi estraneo alle Marche. Vero in compenso che la metafora occorre altresì fuor d'Italia, nel dominio gallico, sicché si potrebbe dubitare che s'abbia qui un segno per distin- guere tra le nostre Provincie, non tra nazione e nazione. Biso- gnerebbe peraltro, perchè ci fosse qui imposto un allargamento di confini, che le parlate provenzali ci dessero — eh' io non so nò affermare né negare — un partì, partir la tourto, da Sàr esatto riscontro al • modo nostrale ; che, quanto al partoffer le ffdteau dei Francesi, l'immagine è bensì la stessa, ma è più ristretto, e fors'anche un po' diverso il significato (2), e le parole, come si vede, non son più le medesime. Ad un curtinum (propriamente è sempre V ablativo che (1) Si vedano i Vocabolari dialettali del Chcnibini (milaiicfleX del Malcbiori (bresciano), del Sant'Albino (jncniontese) , del Bocrio (vcnemno); « maglio poi s'interroghino dei nativi, dizionari viventi che s'hanno per ogni tarialk, e che possono dare ragguagli più completi. L' espressione si adoporm sp^ cialmente quando si vuol notare che ad un erede, ad un figliuolo non può toc- care gran che, sebbene sia lauto il totale della soAtania, cwwDdoci molli fratelli, molti coeredi. La torta Tè gronda, si dice allora a Milano, ma hm in tanti a spartilla. E come a Milano, salvo le difforcnxe fonetiche e mor» fologiche, si dice a Novara, a Sondrio, a Pavia, a Cremona, a Broscia, a To« rino, a Parma, a Modena, a Bologna, a Lugo, a Trento, a Verona occ^ «ce. Per Bologna avverto che il ricchissimo vocabolario della Coronedi-Berti n^ gistra solo dividersc la tourta; ma i parlanti m'hanno attestato che si dico altresì , anzi , che si dico propriamente, partir la tourta. (2) Per i Francesi il gdteau che si divido (vedi il Lirrni sotto voce) è generalmente un guadagno o bottino disonesto. 346 PIO RAJNA abbiamo) il quale ci si presenta almeno tre volte nel libro, tutte e tre per designare la tasse cour (1), si baderebbe poco a prima giunta ; eppure a lui dà l'animo di raccoglier le reti che si son dovute gittar molto larghe. Nonché al di là dei limiti segnati or ora, nella stessa gran valle del Po e dei suoi con- fluenti questo vocabolo non ci si mostra che in un territorio relativamente assai ristretto. Manca ai dialetti piemontesi, ai veneti, agli emiliani, e altresì al bresciano, al bergamasco, al cremonese. Tutte queste parlate usano per lo più come diminu- tivo di corte un femminile : sia collo stesso nostro suffisso, cor- tina (piem.), corteina (parmig.); sia con suffissi differenti, cor- tetta (piem.), cgrtesela (crem., berg., bresc. ecc.). Che se hanno un maschile, è cortilett (moden., ecc.). Cgrtin è invece proprio della sezione occidentale lombarda: è del dialetto milanese, del pavese, del novarese (2), del comasco, del sondriese. E in tutti si adopera in un uso, che concorda appuntino con quello del Contemptus: poiché è specialmente del cortin di pili o dipgi{2>) che dovunque si parla. Qualche altra cosa di notevole assai mi dà il principio del cap. 82 nella redazione primitiva, la sola che abbia valore as- soluto (4). Conviene aver presente la lezione di tutti i mano- (1) Gap. 21: « Quidam pater familias habebat tres gallos in suo curtino ». Così TA., il V., il T., salvo che l'A. colloca diversamente le parole, dicendo in curtino suo. L'ed. Grasse porta invece in curia sua, ed avverte che altre edizioni hanno curie. — Gap. 61 : « Gallus et capo in curtino uno mora- « bantur » (Gr. e A.; T., in uno morabantur curtino). — Gap. 84: « Ru- « sticus quidam multa foramina apium in curtino nutriebat » (Gr. e A.; T., in curtino suo). Avverto che è propriamente da leggere curtino; e dico ciò, perchè non nasca la tentazione di sostituire un curtivo, pensando al cor-, tivo degli antichi Vocabolari veneto-tedeschi illustrati dal Mussafia {Beitrag zur Kunde der Norditalienischen Mundarten, p. 47), che, come nota l'il- lustratore, resta tal quale al veneziano, ed ha riscontro nel tirolese cortiv. (2) Il novarese ha altresì cortina, probabilmente per confluenza pede- montana. (3) Il cortiletto dei polli. (4) L' altra, quella amplificata, in cambio delle parole che subito mi faccio a riportare, dice, secondo la lezione del cod. Torinese: « Bubo ut dicit Ga- « tolicon est avis onusta plumis: sed fetida et feralis » ecc. DEL « D1AL00D8 CREATURARUM » 847 scritti: vaio a diro di quattro, giacché il quinto, il Vaticano, s'ar* resta molto prima di essere arrivato a questo punto. Ambr.: * Babo « idest dugo sivo olucus avis noctuma et turpisima >. — Cremi « Bubo idest dugo sive alocus avis noctuma est turpissima ». — Parig. 8507 (1): « Bubo idest dugo sivo luchus avis est turpi9> € sima nocturna ». — Parig. 8512: « Bubo idest dugo vel lochus « avis est nocturna turpissima ». Come si vede, s'ò voluto tfke- gare un vocabolo classico con termini più intelligibili per i let^ tori. Ma dov'è mai che questi termini erano in uso? Rifacciamoci dal secondo, datoci dai codici con una concordia proprio edificante: quattro fratelli, quattro castelli! Il vocabolo è noto a Servio come voce del volgo (2); e, cosa non inutile a rile- varsi per noi, nel significato proprio non pare essersi perpetuato altrove che in Italia. Anche i manoscritti di Sen-io ci presen- tano due forme distinte: ulucus ed olucus (3); alla prima delle quali, chi ben consideri, vogliono esser riportate tre delle nostre, mentre una soltanto manifesta maggior somiglianza coir altra, pur dovendosi far certe riserve quanto alla derivazione. Ma non è il passato che qui ci sta a cuore: gli è il presente; sono, cioè, le formo dialettali che dobbiam supporre riflettersi in quello dateci con apparenza latina dai nostri codici. E allora Volucus ricono> scerà sé medesimo, anzitutto tìqWqIqcc (4) piemontese, vallan- zasco, comasco (5), poi subito anche nell' f>rpcc, comasco del pari (6) e più ancora milanese, che non difierisce se non per il (1) In questo codice il capitolo 82 è precisamente T ultimo che ci n« ri- masto; e non ci è nemmeno rimasto intero. (2) Vedi DiEZ, Et. W., 1, sotto Locca. (3) Parlando esattamente — giacché la voce sta in accusativo plurale — ulucos e alucos. (4) Scrivo così; ma Vo è chiuso, così in questa come nelle voci lombarde che si vengon registrando sotto, che sarebbe anche più eaetto rioorrara ai e ulucos segno «. (5) Vedi il Vocabolario dei dialetti della Città e Diocesi di Omo dal Monti, alla voce Oróch. Oli è di lì che mi viene rattaatanone «neba par la Valle Anzasca. (6) Anzi, più comune, credo, nel territorio di Como che non sia filfiee. lo deduco dal vedere che il Monti mette questa voce aotto la prima, a nott 348 PIO RAJNA mutamento di l in r, cosi familiare, tra due vocali soprattutto, a quel territorio. E non altra cosa che grocc col fenomeno della concrezione dell'articolo è il lorgcc, altra forma milanese, che deve pur essa estendersi a una parte considerevole della pro- vincia di Como. Quanto a lucus e locus (i due si acconceranno bene a lasciarsi accoppiare) riscontrano col loco, sola forma nota a Cremona, a Bergamo, a Brescia (1). Finalmente alocus risponde alVallocco proprio delle regioni di più schietta italianità rispetto al linguaggio. Conosciuti questi fatti, occorrerebbe sapere quale tra le le- zioni dei vari testi del Contemptus sia la genuina. E qui sta il difficile. Oso dire tuttavia che olucus vuole una preferenza risoluta su alocus, che ci trasporta in paesi a cui di sicuro non dobbiam venire, e che, anche in un codice scritto indubbiamente nell'Italia del settentrione, agevolmente ci è spiegato dall'azione letteraria toscana, potentissima di già. E son persuaso che una preferenza olucus la meriti altresì al paragone delle altre due forme lucus e locus. Ma di ciò non posso addurre prove dirette: non quella che subito si affaccia, la maggiore integrità, dacché essa perde il suo valore dimostrativo, una volta che ciascuna variante ha le sue proprie ragioni dialettali. Fortunatamente le cose corron più liscie, se non liscie del tutto, per l'altro vocabolo usato a dichiarazione di ì)ul)o dall'au- tore del Contemptus. Qui i manoscritti portano concordemente dugo, senza varietà nessuna ; ed è già un bel guadagno. Quanto a riscontri, la mente correrà al dite del territorio comasco, val- viceversa, nonostante l'attrazione che doveva esercitare sopra di lui il sanscrito Ulukes {sic), eh' egli adduce giustamente a confronto ; e lo deduco altresì dal trovar registrato oróch, e taciuto olóch, nel Saggio di Vocabo- lario della Gallia Cisalpina e Appendice al Vocabolario ecc. (1) II TiRABOscHi, nel Vocabolario dei dialetti Bergamaschi , dice che Vallocco si chiama locco (certamente Iqcco) anche nel territorio senese e pistoiese. E sarà forse. Il Nerucci peraltro nel Dizionarietto del vernacolo Montalese non registra che allocco; ed allocco soltanto conoscevano le per- sone che interrogai in proposito. Lqcco bensì è voce ben nota a' Pistoiesi e Senesi; ma nel senso di scimunito. DEL « DIAL00U8 CRBATURARUM » 349 tellinese, piemontese (comune, salvo la quantità anche alla Francia (1) ) che in un' età qualsiasi par bi-no dover easor pa»> sato per le fasi duga, dùgo, se è da dttca che si preser I«t mosse (2). Ma di fronte a questi fatti ipotetici, e a « quell'età ». più ipotetica ancora e non ditlicilmente più antica che il testo nostro (:i), viene a mettersi qualcosa di positivo, che sussiste tuttavia. Dùffo occorre oggidì in certe frasi più o meno pie» triflcate del dialetto paveso (4) ; ed è poi ancora ben vivo nel (1) La Francia, o almeno rornitologin francese, disting^ie anzi ben tre ipeete di due: due seni' altro o grand-due, moyen-duc, e petit-duc, che urebbero per noi, a parlare esatto, '\\gufo reale, Y allocco, e il barbagianni. Vedi l'Or* nitologia toscana del Savi , 1 , 68 sgg. (2) Anche il francese antico ebbe forme colla consonante scaduU da sorda a sonora. Trovo nel Roqiiefort (il Godcfroy non mi dà nulla) dugauéi, iq[»i^ gato più 0 mono esattamente con < g^nd-duc »; e dug o dugue nel aenao nostro inclino a dedurre dal veder ivi registrate le due voci nel sigoificalo primitivo di « chef, conducteur ». (3) La caduta di quelle infinite atone fìnali che mancano adeaw ai dialaCti gallo-italici, è, a mio credere, da riportare in gran parte a un' etA più rwnota che non parrebbe da certi documenti. Si legga fra Bonveain quale lo cono sciam noi: si crederà che in milanese si doveaM dire al suo tempo «Mperp, mese, ociovere; e invece vesper, tnes, ociover ci saranno attastaU dal frani» mento satirico conservatoci da Danti nel Volpar Eloquio (I« li): Entil'on del VM|i«r, Ctò ft> del me* d'oehiovtr.. . E il nostro dugo è pur esso una prova che nel dialetto che parlava o udiva parlare chi scrisse il Contemptus , non si diceva sugo , »ogo , amigo ecc.; sennò le copioso analogie avrebber tratto a scrìvere dugus o ductu, a quel modo che s'ò data la terminazione latina &ÌYoluct4s, o che so io, messogli accanto. Dugo fu rispettato precisamente perchè di tipo insolito. (4) Di (lersona orgogliosa e poco trattabile, si dice, « superi) come 1 dogo » o « '1 gran dugo»; « el par el gran dugo! ». I parlanti che rìilcttono, che dugo sia duca; e da cotale idea è venuta probabilmente l'applic del paragone alla superbia. Che s'ingannino, mi dico la forma, la quale, ae si trattasse di di4ca dovrebbe attualmente esser duca ; e mi conferma anehe più validamente il gran , che , applicato a duca , a Pavia non si saprdtiw spiegare. Ivi i ricordi ducali di carattere arcaico non polrobber mt&n ehs Viscontei e Sforzeschi; e però ducali sempre, non mai granducali. — Devo i ragguagli pavesi ai prof. Felice Bariola, il quale ha gih pronti i materiali per un nuovo dizionario di quel dialetto informato a criteri scientifici^ eoi certo non potranno mancare liete accoglienze. 350 PIO RAJNA milanese (1) , che non par conoscere il due, detto or ora ; ne il diisi, ch.e a Pavia è la forma propriamente usata (2). Cosi di grado in grado le ragioni dialettologiche ci hanno con- dotto ad una determinazione insperatamente precisa, la quale, se non è proprio sicura, è peraltro quanto mai probabile. Giudi- cando cogli elementi somministratici oggidì dai dialetti, i dati che abbiam raccolto convengono tutti insieme al solo territorio milanese. Li, ma anche in molti altri luoghi, lo spartir la torta; lì, e in pochi altri, il cortin; lì un orocch, sufflcientissimo a spiegarci (dacché il cambiamento di Hn r era troppo chiara- mente percepito come peculiarità dialettale perchè dando aspetto latino alla parola non si correggesse (3) ) la forma olucus, che, se pure non valesse più di quelle colle quali è in concorrenza, non varrebbe meno di sicuro; lì infine, e quasi unicamente lì, il diiffo, più importante dell' altro sinonimo, dacché é ad esso che si dà il primo luogo. Che se dùffo abbiam trovato non ispento neppure a Pavia, la minore vitalità di cui vi dà prova é già per questo territorio un argomento d'inferiorità ; cui vien poi ad aggiungersi una ragione poco meno che di esclusione nel fatto. (1) « Dùgo o Gran-dùgo. Gufò reale o grosso. Barbagianni salvatico. « Uccello che è lo Strix bubo L. ». Cosi il Cherubini. La conservazione dell'o atono all' uscita è una valida conferma dell' etimologia da duca. Solo di un 0 secondario, succeduto ad a per ragione del genere, si capisce che si sia potuto mantenere. Un' altra conferma risulta dalla nota seguente. (2) Dùsi emana da dux, ducis , donde anche doge, dose. L' m è spiegato dall' i finale. Ha da esser per confusione con diesi che il Monti {Appen- dice, sotto Buch) attribuisce al dialetto piemontese un duso, di cui i Pie- montesi non sanno, e già intrinsecamente poco ammissibile. Busi — mi avverte il Bariola — è anche nell' aretino. (3) A farlo percepir come tale contribuivano ab antiquo il latino, in misura variabile a seconda delle differenti condizioni di persone, e più universalmente i dialetti delle provincia circonvicine, parlati da gente con cui era continuo il contatto. E ancora venne ad aggiungersi il toscano, ossia la lingua scritta, cui si deve se il fenomeno va ogni giorno più perdendo terreno. Così le forme con r e quelle con l si vedono farsi concorrenza le une colle altre già nei testi di Bonvesin; e che la concorrenza non si avesse solo nelle scritture, prova il nome stesso Milano, che mai non cedette il campo, nonostante che Miran, non solo dovess'essere, ma fosse davvero la pronuncia schiettamente indigena. DEI. « DIALOOUS CiVKATUHAHLM » 351 che al posto di nlncc, Qrncc, IgrQCc, Igcc, a Pavia abbiamo in- vece grlgcc: furma alla quale, in tanta varietà di lezioni, i manoscritti del Contemplus non hanno aperto ruacio. Un 8ol% dubbio viene a turbare la sicurezza di queste conclusioni; ed è la possibilità che il dugo si estendesse ancora, intomo alla metà del secolo XIV, in una parte della regione del dtìc. BfaibMe anche ciò, grazie a cortin, V amplificazione dei confini non mr rebbe troppo gran cosa, particolarmente dopo che dal territorio segnato innanzi pare adesso da toglier Pavia; e sarebbe poi sempre su Milano che si dovrebbe subito gittar gli occhi di preferenza, a motivo della sua importanza soverchiante, come nell'ordine politico, cosi nel letterario. Si consideri che il Con- temptus, ricco di allegazioni svariate, non potò esser composto se non in luogo dove s'avesse alla mano molta copia di libri. Il linguaggio merita certamente molta fede ; tuttavia noi ci si sentirebbe più sicuri del fatto nostro se le attestazioni sue appa- rissero tanto 0 quanto confermate da qualche altra bocca. E confermate ci appaiono: mettiam maggiormente alle strette chi ci indicò dapprima l'Alta Italia come il paese dove ci s'aveva a posare, e ne caveremo indicazioni più determinate, che ottima- mente convehgono coi risultati cui ci siam qui condotti. Se il Po del cap. 42 si tien neutrale tr^ le sue due sponde, il Oarda del 46, insieme co' suoi carpioni, ci invita sulla riva sinistra. Alla sua volta il Garda accenna, è ben vero, al modo medesimo, di qui ad oriente, di là ad occidente ; da una parte specialmente alla prossima Verona, signora ab immeTnorabUi d'uiìR dello sponde e gloriosa del suo possesso (1); dall'altra, prima al territorio bre- sciano, poi in genere all'odierna Lombardia, e soprattutto appunto all'opulenta, e vorrei anche dire ghiotta Milano, che, qual capi- tale del dominio cui e Brescia e la stessa Riviera appartennero per la massima parte del periodo in cui può cadere la compo- (i) Mette conto rilevare come sia a poeti veronesi che anelM i oarpioai vanno debitori del loro maggior lustro letterario. Verooeae il FkMMMoio» dì cui s' è parlato; veronese il Betteloni, ultimo, credo • caotaiiM. 352 PIO RAJNA sizione del Contemplus (1), dovette attrarre fortemente i carpioni ad arriccliire le sue mense signorili. Siam dunque ad un nuovo bivio; ma neppure in questo noi siamo abbandonati. Dei sette codici del Contemptus due stanno attualmente in Lombardia, due provengono sicurissimamente di là ; un quinto ci mette avanti, come vedremo, un autore lombardo; soltanto due, il Parigino 8507 e il Vaticano, entrambi incompleti, restano muti su questo punto. E proprio sono le ragioni milanesi che si trovano special- mente propugnate. Da una o due certose milanesi sappiamo usciti (1) Brescia, dopo pochi anni di signoria scaligera, si diede ad Azzone Vi- sconti nel 1337 ; e fu costretta a rimaner viscontea fino al 1426. Quanto alla Riviera (con questo nome si designava anche allora la sponda occi- dentale, la nostra Riviera di Salò), le sue sorti furono da principio più varie e contrastate. Data in pegno nel 1331 da re Giovanni di Boemia a Federico di Gastelbarco, Vicario del re in Brescia stessa, e a' suoi fratelli, restò certo assai poco in loro potere, fosse poi il pegno riscattato entro il termine conve- nuto d'un triennio, oppur no. Vedi Odorici, Storie Bresciane, VI, 372; VII, 152-153. Nel 1334 essa ci appare sotto il protettorato veneziano (i&.,VII, 153); e da Venezia la vediamo ricevere i suoi podestà cominciando almeno dal 1336 (ib., 161-62, in nota). Ma una volta che i Visconti ebbero Brescia, s' intende che non volessero rinunziare ad una parte così cospicua di territorio bre- sciano. Quindi ci giungono ben naturali i lamenti che Azzone rivolge nel 1339 alla Repubblica per il suo immischiarsi nelle cose della Riviera (p. 161). Quella volta la Repubblica rispose al Visconti di lasciar quieta la Riviera, e osò dichiarare che le offese fatte ad essa, Venezia le considererebbe come proprie (p. 162). Ma altrimenti si conteneva nel 1340, allorché Luchino, succeduto nel dominio, mosse querela al podestà della Riviera per certi ponti tagliati e per 1' asilo dato a un suo nemico, e mise al bando addirit- tura tre delle comunità riverasche (ib.). Adesso Venezia si contenta di sol- lecitare perdono per i suoi protetti , ammonendo d' altra parte il podestà a non lasciare che si facciano atti ostili contro i Visconti ; ed avendo chiesto la Riviera di essere propriamente aggregata alla Repubblica, nega di accon- discendere al voto, che, accolto, sarebbe certo stato cagione di grossi guai per tutti quanti (p. 163). Si limitò dunque Venezia a mandare ancora per alcuni anni i podestà. L' ultimo che noi sappiam mandato ci conduce al 1349; il che non toglie che contemporaneamente, nel 1348, i Visconti fac- ciano alla Riviera concessioni, che ne attestano il dominio (p. 176). Le con- cessioni, emanate in origine da Regina — una Scaligera — furono confermate r anno appresso dal marito Bernabò, al quale par da credere che la Riviera fosse stata conceduta dallo zio Giovanni, E a Bernabò essa continuò ad ap- partenere per le divisioni del 1354 (p. 183), dopo che, fin dal 1351 perlomeno, ogni ingerenza veneta era cessata. DEL « DIA1.00U8 CRRATURARDM » 868 due manoscritti; ò in una biblioteca milanese^ e non pare otuii venuto di lontano, un terzo co tengono realmente formolo di allocuzione perfct tomento conaimili alla ncMin. OtortwU storico, lY. 354 PIO RAJNA (lamentale di questo capitolo (1), quella parte cioè che spetta propriamente all' autore, s' indirizza ancor esso ai monaci per dissuaderli dal tornare al secolo ; ma da ciò non v' è nulla da ricavare, una volta che nel libro s' hanno ammaestramenti per ogni sorta d'uomini. E la stessa considerazione toglie ogni effi- cacia di prova ad altri capitoli, quali sarebbero il 15, somiglian- tissimo al 16 per argomento (2), e il 77 (3). Né d'altronde l'esser monacale il soggetto implica di per sé che sia monacale lo spirito: il cap. 92 narra cose che avvenivano bensì nei conventi, ma che un monaco difficilmente avrebbe riferito (4); il 59 non si potrebbe, se mai, attribuire se non a tale, cui la cocolla riuscisse assai grave (5) ; e come avrebbe osato poi questo monaco pentito di ma- nifestar sentimenti di cotal fatta in un'opera come la nostra? (1) Il tema fu incidentalmente indicato a pag. 340. (2) Uno zaffiro prega un orefice, che lo vuol mettere nella corona dell'im- peratore, di non fare, desiderando di restare nel secolo e di andarsene per il mondo. L' orefice non si piega , e gli rappresenta i pericoli cui sarebbe esposto. Chiuderlo nella corona — qui figura del monastero — è un met- terlo al sicuro da ogni rischio. E lo zaffiro continua poi sempre in realtà a felicitarsi della sua vita. Come si vede, questo capitolo e il 16" esprimono due momenti o due aspetti distinti dcil medesimo concetto. (3) Qui propriamente si tratterebbe di monaci nel senso primitivo, vale a dire di solitarii. (4) Vi si rappresentano le dissensioni di un chiostro, suscitate dal priore — un cerbiatto — che continua a fare e disfare gli ufficiali. I neoeletti lo sostengono , i deposti lo avversano. Si sta per venire addirittura ad una battaglia, quando, per i conforti di un vecchio palafreno, tutti si metton d' accordo e destituiscono il priore perverso. (5) L' upupa , vedendo il papagallo del re delicatamente nutrito in una gabbia dorata, ne invidia la sorte; e andata al re, si fa mettere in gabbia essa pure. Una volta rinchiusa, rimpiange amaramente la libertà perduta, e dair affanno è ridotta presto a morire , dicendo (do la lezione del cod. Torinese) : « Libertati comparari Potest nil nec estimari. \_Moralitas']. Sic « enim multi locuntur de religiosis , dicentes : Isti fratres bene se habent , « optime saturantur, cantant et sino magno labore honorifice degunt. Unde, « cum probare volunt, intendentes se sub regula falcatos et in potestate « alterius, poenitet eos non habentes libertatem propriam ». Curioso che abbia scritto questo capitolo , chi aveva scritto prima il 15», e proprio solo adesso — se non avvennero inserzioni seriori — il 58° , in cui si voglion riprendere coloro che vorrebbero bene farsi monaci, ma che non si decidono per amore delle delizie del mondo, e per paura delle austerità della regola. DKÌ. * DIAI.OOUS CKKATtRARUM » 365 liiminzinmo a volere dotornìinatamonte che Tautort? foHe tm monaco, e cortontiamoci di vdero in gonen» in lui un vomo di chiesa. L'essere egli manifestamente religiosissiroo, la ti/f quenza colla quale ci parla di peccatori e di peccati, la grande familiarità colla letteratura ecclesiastica, parranno argomenti che fino a questo punto ci permettano di avanzarci, se non con piena sicurezza, con discreta fiducia. Nfa ecco che altri vien subito a ricordarci che nel secolo XIV morale e religione non si aipe» vano concepire distinte, e che la coltura profana e la sacra erano tuttavia strettissimamente legate. E so tutta Topera si considera bene , si viene ad accorgersi che insieme coir animo proftmda* mente religioso essa ci rivela intelletto e vita laicale. E al viver civile e politico che si ha soprattutto lo sguardo. Quello stesso pensiero che s'è scritto in fronte al libro come titolo, il Disprezzo delle grandezze, non è, come ci si dovrebbe aspettare, un di- sprezzo consigliato dalla vanità delle cose del mondo, slbbeoe anzitutto da considerazioni di sapienza umana. Gli è che i pre> suntuosi, i tracotj^nti finiscono poi sempre per andarne col capo rotto. Così succede fin dal primo capitolo alla luna, insorta coi^ tro il sole; cosi nel secondo alla nube, che vorrebbe salire al dì sopra di Saturno; cosi a non so quanti altri, invasi da ana- loga follia. Un certo qual residuo di perplessità sarebbe tuttavia difllcile da scacciare per ora se non avessimo un passo del capitolo 34, che parla un linguaggio più facile e reciso (1): « Ita et nos be* « nefacore debomus servitoribus Dei » (2), ò detto là dentro dalr l'autore nostro. « ut prò nobis ad Deum preces faciant et ora- < tiones » (3). Manifefesta mente chi ha scritto queste parole non appartiene al numero di quei < servi di Dio ». (1) Nei passi che ora mi fo a riportare le lesioni dato wnwi niivciaii ••• vertimcnti appartengono al codice .\inbro8Ìano. QoMlo eodÌM, U Tovìmm e la stampa del Grasse sono i sussìdi di cui mi po«o Talare in parto del mio lavoro. (2) Tor., christi. (3) T., orationes et preces effUndant ad Dettm. 356 PIO RAJNA Il Contemptus è dunque opera di un laico. A raffermare e a determinar meglio cotale verità, sarà utile fermarsi un poco a considerare i dettami di sapienza civile che il libro si fa ad inculcare. Non tutti, beninteso; che la maggior parte non hanno, né potrebbero avere, nulla di caratteristico e di istruttivo per noi ; come, ad esempio, se si esortano i rettori ad opporsi ai malvagi ed a punirli (e. 26) ; se si inculca il non pronunziar sentenze senza maturo esame (e. 36); se si esortano i principi a guar- darsi dai cattivi consiglieri (e. 48); se si mette in mostra il peri- colo del prendersela coi grandi (e. 49). Ma ci sono anche inse- gnamenti da cui la figura dello scrittore riesce propriamente rischiarata sotto l'aspetto che qui ci giova di considerare. Uno dei capitoli più degni di nota è 1' 82, in cui si narra del gufo, che, ad un congresso di uccelli, mentre dopo la cena si dorme pacificamente, raccoglie dattorno a se gli altri uccelli notturni, e con essi assale a mano armata i dormienti, per im- padronirsi del dominio. Ma i dormienti, destatisi e armatisi ancor essi, riescono ad impadronirsi dei traditori, e li traducono di- nanzi all'aquila, che, giudicatili a morte, li fa trascinare per la città e quindi impiccare. « Sic enim nonnulli qui ambitione « tanta dominium procurant in civitatibus suis cum humilibus «et non potentibus, et putant magnates extinguere et domi- « niura civitatis possidere ; et sepe falluntur : caveant tales ne « simili pena plectantur! » (1). L'autore del Contemptus è dunque un nemico delle tirannie violente, di cui l'Italia del tempo suo (chiaro anche qui come sia in Italia che scrive) era tanto feconda; e quanto la libertà sia da tener cara, egli ci dice nel cap. 59 (2). Questo non signi- (1) T. , Sic enim in nonnullis civitatibus procuratur: peroptant enim m,agnates extinguere, ut dom,inium civitatis possideant. Caveant ergo tales ne sim,ili poenae subiciantur. Lo stampato dopo civitatibus ha in più un per malos et superbos. — Nella lezione ambrosiana ho corretto alcuni errori ortografici del trascrittore: diminium, falunt, talles, similli, péna. Ed er- rori simili correggerò a volte quind'innanzi anche senza avvertire. (2) 11 concetto che la morale comincia ad applicare alla vita libera del DEL « DIALOOnS CRRATURARUM » 807 fica per nulla affatto che sìa avverso al principato come UOU^ zione. Tutt' altro! Oli è bene uno spingere al principato il %o consigliare al popolo che si trovi senza rettore (cap. 25) di ele^* gersi « unum probura, rectum et sapientem vimro (1), qui pò* « pulum gubernet sapienter et protegat (2). Sapiens rex popoli « est stabilimentum. Sap. vi» (3). Sapiente egli lo vuole; e ta questa idea insiste qui molto: a nessuno, come dico Vegezio^ è tanto necessario il sapere quanto al principe. Ck)n ciò non s'In- tende parlare di semplice saviezza, bensi di vera e propria dot- trina: « ... Et dicitur (4) in PolicraltOco, libro quarto: Romanot « imperatores aut duces, dum eorum res publica viguit, non me- « mini illiteratos extitisse. Et nescio quomodo contingit, ex quo « virtus in piincipibus languit literarum , armate militie infir* « mata est manus, que profutura videbatur languentis studii occa- <« sione recepta. Nec mirum, cum sine sapientia non valeat stare « principatus » (5). Non era un sapiente il grifone (cap. 87), che trovandosi nelle mani il dominio di una provincia, « propter suam tyrannidem (0) « et magnam avariliam (7), tria precepit. Primum, quod nullus « quicquam det extraneis; secundum, quod nullus extranoos re- « ceptaret (8); tertium, quod nullus ab extraneis quicquam eine> secolo di fronte a quella del chiostro (Vedi qui dietro, p. 354X è poi rabilo esteso all' indipendenza politica. (1) Così il T.; l'A., unum rectum et sapientem. (2) T., gubernet et protegat sapienter. (3) T., Quia dicitur Sapientie vi": Rex sapiens popuU stabilimentumt. (4) T., Ut enim legitur. (5) Tutto il passo è corrottissimo nell'A. : dicitur ypalicrato* domimum per dum, Jungit per viguit,quem per quomwio^ langii, vaìent inveco di non vatent; inoltre — guasto comune anche allo stampato ■— manca tutto il tnlto armate recepta. Le correzioni sono soggerìto di comune aooordo dal testo del PoUcratico (p. 228 nell'ed. d'Amsterdam, 1664) e dal ood. T. Qo^ st' ultimo peraltro porterebbe virtus et literarum UberUu , Immmm do««la« credo, a un ben intenzionato, che, volendo migliorare, roTÌnava. (6) A., per suam tyrampnidem. (7) avaritiam senza magnam nel T. (8) T., primo quod nullus ad vendendum vei comparmtdmm rec^pcratar. secundo quod nullus ab aliis partibus ad sua$ vemirH. 358 PIO RAJNA « ret (1). Hec tria custodiens, in deliciis et diviciarum copia emi- «cabat; quia multa colligebant, et ex iis nulli dabat (2). Sed « iudicio Dei quodam tempore fulgura et tempestates totam illam « de vasta verunt provinciam (3). Gives autem ad grifen cucur- « rerunt vociferantes (4) : Esurimus, et, ut cernis, fame perimus. « Ipse vero legatos transmisit ad vicinas nationes, ut de bonis « suis eis vendant (5), et pretium ad libitum accipiant (6). Tu « nobis de tuis nunquam vendidisti, respondentes dixerunt : nec < nos tibi modo vendemus (7). Alios etiam (8) nuntios direxit, ut « secure ad vendendum transirent. Cui (9) responderunt: Tu nun- < quam nos recipere voluisti: nec modo nos recipies. Demum misit « tis, ut eum (10) cum suis recipere vellent, ne tanta calamitate « perirent (11). Et illi (12): Nunquam tu (13) ad nos venisti: nec « nos modo (14) te recipiemus (15). Et sic, derelictus ab omnibus, « miserabiliter cum suis (16) interiit, dicens : Qui non servit, non « servitur, nec in malis subvenitur. — Bonum est (17) esse cu- (1) Cioè, andasse a comperar cosa alcuna in paese forestiero. Ma ben a ragione il testo rifatto del cod. T. ha cambiato Y oscura frase, sostituendo quod nullus de suis ad alias partes transiret. (2) Probabilmente da sostituire o coUigebat, o dabant. Il cod. T., in delitiis emanabat, propter quod multa coUigebat et ex his nulli mittebat. (3) T., totam provinciam illam, devastaverunt. (4) T., vociferantes et dicentes. (5) T., sibi venderent. (6) T., reciperent. (7) T., Quibus responderunt. Hec dicetis dom,ino vestro. Tu nunquam de tuis bonis nobis vendidisti: nec nos modo tibi aliquid vendemus. (8) T., Iterum, autem, alios. (9) T., Quibus. (10) T., eis dicens ut se. (11) Correggo un periret del ms. A. — 11 T., nec eos in tanta calamitate et miseria relinquere. (12) T., Quibus responderunt. (13) T., Tu nunquam,. (14) T., idcirco nunc te. (15) 11 T. aggiunge qui: et si veneris te proiciemus. (16) Manca cum, suis nell'A. (17) T., MoRALiTAS. Ergo bonum est. DKL « DIAL00U8 CREATURARDBI » 860 « riales, et forenses recipere, et hospitari eos, ac (1) eum aliit « negotiari, et do suis (2) aliis tribuero et (3) comroanicaro ». NÒD si può negare che il nostro non abbia idee liberali in fotto^di economia politica. In verità egli merita qui l'attenzione degli tU>- rici della scienza. Un ammaestramento civile, che, pur troppo, non ha perduto nulla (lell'opportunitù sua, sgorga dal cap. 62. « Volncrcs, in « quadam divisione fecerunt electioncm, et elegcrunt (4) foxianum « et pavonem; et ob hoc ambo questionabantur (5). Ba (6) prò- « pter aves (7) ad aquilam cucurrerunt, diccntes: Fecimns ele- « ctionem; et a te requirimus conflrmationem (8). Aquila vero « electos citavit, volens examinare electionem >. Avutili dinanzi a sé, li sente esaltarsi l'un dopo l'altro, e pretendere ciascuno che a lui si addica il principato. Ma l'aquila dice al pavone, che alzando la coda ha mostrato la bruttezza dei piedi; al bgiano rinfaccia il non saper cantaro e gli occhi lagrimosi; e co« ri- manda a vita privata si l'uno che l'altro. € Et ut ccmimns, sepe < hoc (9) accidit in elcctis , quia, propter eorum questionea, « sepe (10) homines vntia sua rimantur; et pastea (11) spoliantnr « et diffamantur. Unde, non est bonum qucstiones agere propter « principatum honoris >. Noi allargheremo un po' la morale per- chè riesca più proficua, e diremo che chi ha da temere d*c (1) T., ac recipere fbrenses et hospitari eos et. (2) T., de suoque. (3) T., et etiam. (4) T., Volucres quadam vice fbcrunt electionem (U pr^sklmtt «• dM* sione elegeruntque. (5) T., Ipsi vero litigando de dominio prelatùmis ad inwictm |uwllfi nabantur et bona st*a disperdebant. (6) T., Fa. (7) Prendo aves dal T., sebbene non indispens&btie. (8) T., Fecimus nos electionem, sed ut rex et iud»s da eonfrmalimMm ut electi probenlur. (9) T., Hoc enim ut cemimus sepissime. (10) T., qua (sic) propter qttestiones eUcttonis. (li) T., et ideo. 360 , PIO RAJNA conosciuto qual è, si tenga in disparte e rinunzi agli onori della vita pubblica. E la parola elezioni correrà qui subito spontanea anche alla nostra bocca. Lasciamo ancora che lo scrittore avverta chi è in ufficio a guardarsi allora dall'offendere, giacché sopravverrà poi il tempo delle vendette (e. 71); che egli ammonisca chi ha nemici potenti e più forti a non cercarne l'amicizia (e. 72) ; che egli ecciti, qui al lavorare (e. 74), colà al dare (75) ; e quindi, senza andar più per le lunghe, veniam pure a conchiudere, che l'autore del Contemptus conosce il mondo assai bene. Principi, magnati, gente minuta ci passano senza posa dinanzi nel libro suo, ripresi e ammaestrati ciascuno alla sua volta, non semplicemente per frutto di lettura, ma proprio anche per effetto di un'esperienza osser- vatrice. Alla quale esperienza signori e signorie forniscono troppa materia, perchè non ci si persuada che l'autore è un uomo uso a praticar nelle corti. Né i sentimenti di amore alla libertà ch'egli ci ha manifestato, e l'acerbo rimprovero ai principi del suo tempo che sgorga dall'esaltazione di quelli dell'antichità, i quali a sentir lui « non ambiebant dominari propter pecuniam, sed propter « gloriam et reipublice custodiam » (e. 109) , ci hanno da far pensare che dalle corti egli dovess' esser rifuggente. Pur desi- derando la perfezione si può acconciarsi a uno stato di cose che non soddisfi; però si capisce com'egli (e. 105) ci rappresenti gli stipendi di un principe — e bisogna bene che pensiamo ai prin- cipi quali erano, e non quali si sarebbe voluto che fossero — come la condizione che uno studioso non ricco deve mirare a conquistarsi co' suoi meriti, e come il premio delle fatiche durate. (Continua) P. Rajna. LA FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO i. A Giorgio Vasari, concittadino ed amico cordialmente devoto (IX TAretint) si rivolgeva, del 1548, con le più calde preghiere, per aver copia d'un ritratto singolare, che esisteva in Arezzo, di Tita sua madre. « Vi supplico, non pure prego — scriveva al pittore, « allora in patria — per quanta è in voi amorevolezza e virtù, « che vi piaccia porre ogni altra cura da canto ; e di suso la « porta di S. Piero, dove in sembianza della Vergine Annunziata « dall'Angelo stassi, tome lo essempio, e mandarmelo per via del « corrier Ijorenzetto in Firenze. Imperocché cotale della di me « genitrice imaginé, in gratia dello stil vostro rarissimo, terrà in « sé un si vivace effetto di spirto, che quasi parrammi nel y^ « derla dipinta goderne, qual ne godevo vedendola viva, e oome « ne godo essendo morta ; che se altrimenti non ftiase nota la (1) L'Aretino era slato largo di plauso o di appoggio, sin da* primi al giovane pittore, salutando in lui una splendida promeMa per rarto, una gloria per la patria communo (Lettere, Parigi, 1600, II, 183): gli pone, dal 1542, occasiono di farsi conoscere e ammirare a Venezia, invitandolo a foi^ mare V apparato per la recita della Talanta (Vasari, Open, ed. Milaaeii, Firenze, Sansoni, Vili, 283); né mancò inline d'interponi, perebè OioigilK sorto da popolani , sposasse una patrizia conoittudina , la Nìooolon Bmoì (Aretino, Lettere, V, 106, 215). — Alla sua volta il Vasari, lieto della pt^ tente amicizia, si offriva all'Aretino, come figliolo (Opert, Vili. 2SO)i gli serviva da intermediano co' parenti d'Arezzo (p. 248): lo giovò di booai ut liei presso il duca Alessandro de' Medici (p. 2?7); mpg» penino proean^i disegni di Michelangelo (p. 266). 362 A. LUZIO « bontà sua, il rappresentare, nel modo che nei colori appresenta, « Maria madre di Ghristo, si testimonia molto bene l'honestade « santa di sì modesta donna » (1). Il Vasari tardava a compiacerlo, e l'Aretino tornò ad insistere; raccomandando soprattutto la fedeltà della copia, poiché, pare, il ritratto dell' oscuro pittore aveva almeno il merito della somi- glianza. Avutala finalmente, l'Aretino, nelF attestare con tutta effusione al Vasari la sua gratitudine, esprimeva la commozione profonda, che aveva provato, rivedendo dopo tant'anni l'imagine della madre. « Lascio il dire d'ogni altra materia — scriveva — « et entro nella compassionevol letitia, che tutto bagnommi di « lacrime, nel subito vedere il ritratto di colei per cui mi ritrovo « nel mondo. Di nuovo piacere et di prò' mi è suto il nonnulla « che non vi è parso di aggiugnerci, avvenga che si convertiva « in efiìgie non sua. Ma s'egli è mirabile nel pennello, che a quel « tempo si poco seppe, che maraviglia saria in lui uscendo bora « dal vostro che tanto sa? Io vi giuro per la tenera carità, che « porto alla sua memoria, che chi la vede afferma con le voci « in alto, che veramente ella in sé rappresenta cotanta honestà « di mansuetudine, che in cambio del dissegno, che mancò a co- « lui che rassemplolla, ci supplì il giuditio che lo mosse a figu- « rarla in l'Annuntiata; che ingiuriava la natura, che sì formosa « creolla, a convertirla in altra bellezza d' imagine. Afferma « Titiano, pittor egregio, non mai haver visto fanciulla, che non « iscopra qualche lascivia nel volto, eccetto Adria ; la quale, nel « fronte, negli occhi et nel naso, simiglia talmente Tita (che così « sì ottima donna chiamossi) che pare più tosto nasciuta di lei, « che generata da me. Hora io del dono vi ringratio, conciosia « che la fatiga durata in compiacermene non è stata men .cara « al vostro animo, che sempre è per essere grato al mio il far « opra che vi risulti in grado... » (2). (1) Aretino, Lettere, Y, 65. « Di Decembre in Vinetia, 1548 ». (2) Lettere, V, 114 « Di Aprile in Vinetia, 1549 ». LA FAMIGLIA DI PIETRO ARKTIXO 363 Collocatolo nella sua stanza, l'Aretino aveva caro di mottrare questo quadro agli amici e visitatori; da che il Doni traeva co* casione ad una sfuriata del suo Tetrv^noto, inveendo contro %iui profanaziono sacrilega, nella quale trovava la più decisa conferma che l'Aretino fosso l'Anticristo in persona (1). Ma, lasciando sbizzarrire il Doni, si vorrà ammettere che an sentimento così vivo di tenerezza Alialo non diventa man deli* calo e gentile, perchè appaia in un uomo quale l'Aretino; e ci muovo anzi a maggiore rispetto, quando si pensi che egli con* sacrava a sua madre quel soave ricordo; ormai vecchio, già all'apice della sua insolente fortuna, della sua infame celebrità (2). E nulla di più sincero e affettuoso della compiacenza, con cui l'Aretino, insieme al compare Tiziano, cerca di trovare nella piccola Adria — nata di cortigiana, da un'Aretina — le foltezze di sua madre: quasi volendo acquistare la prova migliore della sua paternità forse dubbiosa (3). (1) Doni, Terremoto (in Op. Francesco lierm, Hibl. rara Daelli, 11, 201). « .... Tu sci (cos'i lo apoatrofn) un Anticristo, braccio del gran demonio. « Veggasi il quadro della Nunziata, che tu tieni in canen, ritntto fitflo « da M. Giorgio Vasari, fatto copiare da te con dire, che la è efllgìo di Ina « madre.... Cos'i a tutti dì: questa è mia madre, mostrando quelli madonna. « Ecco che tu contrasti con Gesù Cristo.... come membro di .anticristo ». (2) Lo riconobbe già il Dumesnil {Histoire des plus célèbrtt tumtitun italiens, Parigi, 1853, p. 28'.)), scrivendo: « au milieu de sa vie liceoeiean « et désordonnée, TArétin parait nvoir conserve pour le souvenir de sa mèra. « qu'il avait perduo étant fort jcunc, un rcspect mèle d*un tcndre regrel ». Ed è il solo che l'abbia notato: a molti è piaciuto persino di soofMrira del cinismo e del sarcasmo nelle stesso lodi che V Aretino fa di soa nadre » presa a modello per quel quadro dell'Annunziata. ("3) Nella Vita di Pietro Aretino, falsamente altribuiUi a! Hemi {Op. cit^ Daclli, 11, 191), parlando di questa bambina , che Pietro ebbe da osa delle suo Aretine , Caterina Sandella , il Mauro , uno degli interlocutori . dice: « Dio sa s'ella è sua ; la dev'essere di più albumi che le ftillate de* frati ». Ci è occorso altra volta d'accennare {Giom. storico^ voi. I, hat. 2», 3W), che di questo libello della YiUx di P. Aretino non poMOOO liteneraì aolon, < si credo generalmente, neppure il Doni, od il Franco (cfr. VniOlU« Cesco Bcmi, Fircnzo. 1881 ; parte I, cap, VI, e nota 4» in fóndo al «aj^). — Il Doni infatti non divenne nemico all'Aretino, se non nel IfiGO: e la l'ila è del 1538. Il FVanco mise certamente Io xampino in quel liheOOf poiché 364 A. LUZIO Quel quadro fu eseguito assai probabilmente, quando la Tita era giovinetta: e la sua doveva essere una beltà pura e vergi- nale, se al pittore dappoco, per far opera ammirata da due maestri d'arte come il Tiziano e l'Aretino, era bastata soltanto la felice ispirazione di prendere a modello, e ritrarre fedelmente, le sem- bianze della modesta popolana. Ora, poiché di lei null'altro sappiamo, fuor di quanto ci apprende la dolce e riverente memoria di suo figlio (a cui almeno in questo si deve credere) su che si fonda 1' opinione volgarmente accet- tata e ripetuta che fa di Tita una cortigiana (1), e di Pietro il il Berni che si fa interlocutore principale del dialogo, incominciando a nar- rare la Yita di Pietro, aiFerma averne sentito « parte da quel matto di « Nicolò Franco » {l. e, p. 167); ma più oltre (p. 187) nomina ancora il Franco, come uno de* protetti e beneficati dall'Aretino, aggiungendo che ora « gli rende mal merto, perchè ha inteso dire che Nicolò Franco fa certe << lettere a concorrenza di quelle dell' Aretino ». Fu questa sopra tutto la cagione dell'inimicizia fierissima scoppiata tra l'Aretino e il Franco : ma quando venne in luce il Dialogo cominciavano soltanto i primi dissapori. Le Pistole del Franco comparvero dopo: né egli, scrivendo di sé, avrebbe mai riconosciuto i benefici ricevuti e la propria ingratitudine. — Ora , dal dialogo traspare chiaramente in più luoghi , e specie nel commiato finale , la mano del Fortunio. « Io ho inteso che tu vuoi fare un Dialogo contro « il Fortunio : fallo , egli é contento , ma confessati prima e pensa che sa « più il Fortunio dormendo, che tu quando sei desto, e se egli è Bastiano, « tu sei Pietro egli sta bene e tu muori di fame ». Non sembra da ciò che il Fortunio avesse voluto senz' altro prevenire Y attacco del nemico? 11 Fortunio era il più interessato a denigrare e intimorire l'Aretino ; e , dove a lui solo non se ne voglia attribuire la paternità, il libello usci senza dubbio da una combriccola di nemici dell'Aretino, collegati attorno al Fortunio. L'A- retino aveva da poco pubblicato il primo volume delle sue Lettere: e quella Vita era appunto diretta a far le vendette di parecchi tartassati (l. e, p 166). Del resto è tutto un tessuto di sconcezze e di calunnie; non però senza qualche valore biografico, e noi ne facciamo uso con la necessaria cautela. (1) Ph. Chasles (Études sur W. Shakspeare, Marie Stuart et VArétin, Parigi, 1851, p. 393): « Tita exer^ait cet honnéte et facile métier qu' il « estima et ré véra toujours, sans doute par souvenir de famille et de piété fi- « liale »; F. De Sangtis {St. della lett. it.. Il, 125): « Pietro nacque nel 1492 in « uno spedale di Arezzo da Tita, la bella cortigiana, la modella scolpita (?) e « dipinta da parecchi (?) artisti »; E. Camerini {Le commedie di P. A., Milano, Sonzogno, p. 5): « Pietro.... fu quasi dal ventre materno consacrato « agli amori impuri, ai quali tenne fede tutta sua vita ». — Le citazioni I.A FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO 866 frutto delle suo tresche venali con un ricco patrìzio; venuto alla luce fra la laida miseria d'un ospedale? — K una prosunzioue in- teramento gratuita della leggenda; una vera ingiustizia r#K> quella buona creatura. Vi contribuì, in gran parte, TAretiiio stesso, che se della madre parlò almeno una volta, e con tanto affetto, tacque invece sempre, come arrossendo, del suo padre legittimo, ne rinnegò il nome; e lasciò quindi adito a* più ingio- riosi supposti, presto cambiati in certezza : che cioò fosse real- mente un bastardo, nato dagli amori avventizi d'una cortigiana. Ma Tita era maritata: maritata ad un calzolaio; e si oonh prende bene perchè l'Aretino cercasse studiosamente di nasooo» dere questa bassezza de' natali. La confessione per altro la dob- biamo a lui stesso; ed è curioso conoscere l' incidente che la provocò. n. Verso il 1550 era sbarcato a Venezia in cerca di Tortuiia, di « recapito », un Medoro Nuoci d'Arezzo, spirito irrequieto e bi»* zarro: e l'Aretino, con la sua incauta prodigalità, l'aveva accento dapprima in casa, poi sempre beneficato e sorretto. Per qualche tempo le relazioni si mantennero schiettamente cordiali, e la moglie del Nuoci, Angelica, si professava tutta riconoscente al- l'Aretino per la generosa assistenza che prestava al marito (1). Ma non si sa perchè finirono a guastarsi; e, Pietro, con la sua lingua sempre tagliente, si vendicò allora dell* ingrato, metten- dolo in mala vista all' ambasciatore del Duca Cosimo, presso si potrebbero continuare all'infinito; ma son sempre le i 11 solo Mazzuchelli (Vita di P. A., Padova, t741 , p. TX caotUMnl* Boa si pronuncia. (1) Lettere scritte al signor P. Aretino (Venoia, Mareolint« 1551, II, 337). Si veda nelle Lettere dell'Aretino (V, 246) 1' «ifettoowi Ma rìS|K»la all'Ao- gelica, in cui le promette di adoperarsi percbò Medoro abbui prMlo « eo» « degno ricapito » ; e si vedan pure nell' ìstflMO Tohune (f^ 108^ SS^ la lettere indirizzate al Nucci, come ad intimo amico. 366 A. Luzio cui pare che il Nucci fosse riuscito a collocarsi, e lanciandogli gravi incolpazioni di scandalosi disordini nella vita privata. Medoro non si peritò a mostrargli i denti; e un bel giorno, stese giù addirittura il suo bravo cartello di sfida: una succosa filippica, in cui erano compendiate, per sommi capi, tutte le brut- ture commesse dall'Aretino; e per giunta, minacce di rivelazioni e di processi. Poi spedì il foglio, mettendovi, a più sfregio, questa soprascritta : « Allo Aretino Pietro de Lucila calzolaio a « Venetia » (1). L'Aretino si trovò imbarazzatissimo, non sapendo come pren- derla con costui, che per essere già stato suo intimo, poteva comprometterlo sul serio, e che si spacciava ora agente del Duca di Firenze, incaricato di speciali commissioni di fiducia, e prov- visto di grosso stipendio. Pensò dunque di rivolgersi direttamente al Duca Cosimo , per iscoprir terreno ; e gli inviò senz' altro la lettera insolente di Medoro, accompagnandola d'una propria ; un piccolo capolavoro di destrezza consumata (2). — Guardasse, gii diceva, fin dove, lui, l'Aretino, doveva spingere la sua tolleranza; sino a comportare le ingiurie d'un Medoro, d'un miserabile che aveva sfamato: e si tratteneva soltanto per rispetto del Duca, da cui quel malvivente si vantava stipendiato e protetto. Era ciò mai possibile? E poteva soffrire l'inclito Principe di Firenze che l'Aretino, l'amico fedele del padre, del grande Giovanni dei Medici, fosse posposto ad uno scampo di forche ? — Delle brut- ture rinfacciategli da Medoro, non degnava occuparsi: sapeva il mondo oramai che le sue composizioni men che oneste erano da addebitarsi al « furore » del giovanile ingegno ; trascorsi perdo- nabili, di cui aveva già fatto larga ammenda con tante scritture reUgiose. Ma v'era un'ingiuria che sopratutto aveva scottato l'Aretino: quel « de Lucila calzolaio », onde Medoro l'aveva apostrofato. Il (1) Documento 1. (2) Documento II. LA FAMIULIA DI PIETRO ARKTINO 867 SUO compaesano era in grado di conoscer da vicioo le cote: e rArétino non tentò piìi di nasconderò la vcritii. Elibeiie, i^ te ne gloriava : era figlio di calzolaio. Suo padre < V acconcia Iw « di scarpe > insegnava bene « ai nobili a procrear figlioli » simili a lui : un cuore di re, cosi generoso da donare On la camida a chi ne avea bisogno; a lui, tributato da' Principi, fatto cavalcare da Carlo Y alla sua destra , baciato in volto da Giulio III . odo» rato in Venezia da' maggiorenti della Serenissima, che ravreb» bero fin messo a parte de* segreti di Stato. Tanto egli era oaa^ quioso, esemplare cittadino: dovechè quel Medoro era malristo dalla Signoria, come il più molesto de' perturbatori (1). Ma nò delle spavalde ostentazioni deirAretino, nò delle sue umili preghiere di < vecchio mendico » il Duca si dio per inteao: aveva tante gravi cose a cui pensare, e non poteva occuparsi di pettegolezzi fastidiosi. Consigliava perciò lireddamente rArétino. ormai « invecchiato nell'esperienza », di non badare a cosi fktU attacchi: e nulla più (2). L'Aretino dovè pur troppo venire (1) Faceva infatti la disperazione dell' arabaaciatoro fiorentino, Del Paro» il quale scriveva (Venezia, 10 maggio 1556): « Non «o corno mi govomart « con questo maledico et maledetto Medoro, che certo mi travaglia troppo « et è proprio un diavolo incarnato, né mi lassa quietare. Supplico V. B. « che in qualche modo ci ponga rimedio » (Arch. di Stato, Pireoxe; Cari. upiv. do' Medici, Venezia, 1556). (2) Ecco la risposta € del Duca Cosimo a Pietro Aretino » (Carta atroi^ ziane, filza 136 a e. lil); « Lo stato delle cose di quÀ, il quale crediamo « che vi sia noto, non comporta che noi possiamo codi oomodamanta atlao- « doro a quello che in altri tempi saria stato forse et pia gnrtato ai maglio € provisto da noi. Però non vi maravigliereto se non facciamo longa ri- « sposta alla vostra, per la quale ci scrivete l'offesa fattavi da Medoro, p6tò « che lo altro nostro occupationi per hora non permettono più oltre, lotanlo « serva por consolatione vostra il vedere noi con l'armata infedele aopra Q « nostro stato senza alcuna nostra colpa, et la rabbia d'alcuni mostri che na € vorrebbero inghiottire, se Dio con la sua santa mano non gl*haYeaà poilo « rimedio; lo quali coso devono havcr fona di quietare Voi tanto iwn^ « chiato nell'esperienza e tanto savio, et disporvi a eopportare foeiliMali « l'imperfetione d'una persona di tanti gradi distante da le virtù «t ^"^ « vostri, contro la quale non si può usare da voi i>er il nostro gioditio di* « fesa migliore né più lodevole , che mostrare di non curare più ete tanto 368 A. Luzio a patti con Medoro, ed implorare la pace, che non senza diffi- coltà gli venne accordata (1). La confessione di Pietro non lascia dunque più dubbio: egli ebbe a padre un calzolaio ; né erano, perciò, calunniosi i dileggi che, a tal riguardo, non gli avevano risparmiato i suoi più fieri nemici, l' autore della Vita (2) ed il Franco (3); e ripetuti nel Terremoto dal Doni, che lo chiama « ciabattin furfante » — « vi- « quelli morsi , che in cospetto del mondo non vi possono nuocere , et più « presto compatire alla debolezza d'altri che muovervi dalla vostra costanza. « Di Firenze, 1555 ». (1) Il Nucci scriveva al Duca, in data 10 agosto 1555: « L'Aretino mi fa « intender tutto , perchè à paura che io -non li facci quel eh' io gir potria « fare, et per lo manco saria il farlo bandire da Venetia ; et non si quetarà « mai per fino che non fa pace con me.... » (Cart. univ. de'Med., Venezia, 1555). (2) Loc. cit., p. 170: « Che arte faceva suo padre? » chiede il Mauro; e il Berni risponde: « Il ciavattaro, e di più venne in speranza; non solo a- « dattossi all' arte del padre , ma restano ancora di sua mano un paio di « stivali , avuti cari dall' Aretino , più che non son cari ora i sonetti della « marchesa di Pescara, che non sono stampati ». (3) Rime di m. Niccolò Franco cantra P. A. (v. Mazzuchelli, p. 140). In que' vituperosi sonetti , pe' quali ci serviamo de' codd. casanatense X , Vili, 42, e 1415 corsiniano, che si completano, si accenna parecchie volte al padre calzolaio; fra l'altre (Casanat., a e. 13): Aretin, dimmi il vero, hai tu sorella Hoggi in Arezzo, che per nn denaro In preda si darebbe ad un vaccaro Tant' è limosiniera e santarella ? È vero, ancor, secondo si favella, Che '1 padre tuo sia un pover calzolaro , E che per doi tacconi haggia egl' a caro Mettersi ad agio d'una pranzarella? È vero ancor che non gli desti mai Et a chi ti grattasse ben la rogna , Daresti insino 1' anima e ciò eh' hai ? Questa sconoscenza verso il padre gli è rimproverata anche in un altro sonetto (Corsiniano, a e. 17 v.) in cui il Franco dice" sarcasticamente : -Sguazza, divo Aretino.... E tratta, dico, il padre tuo da cane... Tu fai da savio a far eh' egli si muoia D' ogni disagio, e per desio di pane Cacando il sangue tra le cordovano, Tra li spaghi, le agucchie e tra le cuoia... Al padre tuo sta bene ciò che fai Per haverti egli fatto e generato Per lo più tristo che nascesse mai. LA famìglia di fiktro abetiko 800 < lissimo figliuolo d'un ciabattino » (1). Contro questi dileggi egli s'era già più volto schermito, con pubbliche e sdegnoee protette: ma aveva sempre accortamente evitato di accennare all'oecnlV professione paterna ; pago di ripetere che se non la scxle il mo ingegno l'aveva reso grande e potente, e s'onorava d'aver fatto la nobiltà propria (2). Erano fatue vanterie, che egli disdiceva co' fatti, vergognando di suo padre; e si devono ritenere non ingiustificati i rÌni|Nroireri acerbi del Franco: che mentre cioò l'Aretino prodigava i lauti proventi della penna in bagordi e dissipazioni con le sne bal> dracche, trascurasse indegnamente il povero Luca, costretto sempre per vivere a rattoppar scarpe. m. Né Pietro fu il solo figlio che Tita ebbe dal marito. La teff- genda presta all'Aretino parecchie sorelle, due per lo meno, cortigiane anch'esse come la madre: alle quali s'attribuisce de» cisamente la causa della morte di Pietro. Si dice infoltì che all'udire le disoneste prodezze loro in un lupanare d*-\reM0, desse in un riso cosi sgangheralo, da rovesciarsi all' indietro ool suo seggiolone, e, battuto violentemente del capo, rimano^ sol colpo (3). Un documento, da noi prodotto, ha provato realmente (1) Loc. cit., pp. 209, 236. (2) Lettere, IV, 60, in cui scrivendo al Polacca accademico, « dite a quegli che mi confermano plebeo , cho tanto hoDoro io la « origine mia, quanto essi vituperano la nobili!» della loro ». B al D (VI, 134): « Non vi affaticato, figliuolo aniorovole, ndle contaaa conti* «► « loro, ai quali jìare di termi il nomo , con affennaro cho di vilo pcQfMM « pur sono. Imperocché mi reco ad honore Tonor nato di baao «Bgw « in Arezzo.... Io posso dare la nobiltà ad altri, se bene non l*bo da nhno « ritratta ». (3) Mazzuchelli , p. 75. Il Samosch comincia on ano proAlo di P. A. (Pietro Aretino und Italienische Chara/tterkópft, Berlino. 1881X con la de- scrizione di un quadro storico, che dico mirabile , di Anedmo Pnenaett, raffigurante la leggendaria fine di Pietro. GtortmU storico, IT. 370 A. LUZIO elle la morte dell'Aretino avvenne per una siffatta caduta (1): ma se ciò spiega più naturalmente come si formasse la leggenda, non la rende men infondata ed assurda, per quanto riguarda le pretese sorelle meretrici. Basterebbe infatti pensare che queste, sia pure assai minori d'anni al fratello — egli era su' 65 — do- vevano tuttavia, quando mori Pietro (1556) essere ormai in età poco adatta alla vita militante del postribolo. L'Aretino ebbe due sorelle, ma entrambe maritate, e premor- tegli. Della maggiore, sposata già prima del 1523, non sappiamo il nome (2); dobbiamo crederla una buona donna, poiché sua grande ambizione appare essere stata quella di collocare una figliola nel nobile monastero di Santa Caterina in Arezzo; e Pietro spese (1) Giorn. st. , fase, cit., recensione del Saggio di uno studio su P. A., di G. SiNiGAGLiA. Ci sfuggì allora di rilevare un curioso abbaglio preso dal Sinigaglia, nel ripubblicare l'attestato del Parroco sulla morte dell'Aretino : dove si dice che « Pietro morì de morte subitanea cadendo giù da una ca- « drega da pozzo ». Ponemmo allora soltanto un interrogativo , accanto a quello strano da pozzo: ma ora dobbiamo avvertire che il documento ha dapozo, e il nesso va sciolto in d' apozo , cioè cadrega (sedia) d'appoggio, sedia a bracciuoli con spalliera. L' Aretino morì veramente per questa ca- duta : ma non sappiamo poi se si fosse rovesciato in un accesso violento di riso. Può darsi: noi incliniamo a credere ancora che in questa morte per soverchio ridere debba ravvisarsi Vintenzione della leggenda di ravvicinare la fine del terribile libellista a quella di Margutte; ad ogni modo le sorelle non ci hanno che fare , e ripetiamo che in questo motivo v' è 1' eco della calunnia delle sorelle meretrici , consacrata dal famoso sonetto del Borni. Si sarà notato che il Franco, benché posteriore al Berni e non meno acer- rimo nemico dell' Aretino , non parla , in ogni caso, che d' una sola sorella meretrice. (2) In una lettera del 1^ marzo 1523 (edita dal Gamurrini, Istoria ge- nealogica delle fam. nob. tose, Firenze, 1673, III, 333), l'Aretino, scrivendo a Gualtieri Bacci, lo incarica di salutare il suo « carissimo cognato m. Sci- « pione » , assicurandolo che gli farà avere quanto prima de' soccorsi. — In un'altra del 27 marzo 1540 (Lettere, ti, 139) a m. Francesco Marcheschi, annunziando che andrà fra breve in Arezzo, lo prega di salutargli la sorella e le nipoti Eugenia e Lucrezia. — È chiaro che questa sorella non poteva esser la stessa , per cui nel 1532 Papa Clemente prometteva di fornire la dote; e morta, poi, di parto nel 1542, lasciando solo due gemelli. Era l'una di quelle due nipoti, forse 1' Eugenia , che intendeva farsi monaca ; la Lu- crezia morì nel 1549; e dall'annuncio che un'Alessandra Bacci ne dava a Pietro, appare che fosse già orfana (Lettere scritte a P. A., II, 311). LA FAMIGLIA DI PIETRO ARBTINO 871 tutta, la sua influenza, perchè vi fosse accolta^ pur liooDOtoeDdo umilmente non convenire a lui « huomo in Amo et ignioto 11 ten- « tare di mescolare con le nobiltà e con le grandeize » (1). L'altra sorella, più giovane, si chiamava Francesca; e stavi ancora in casa, certamente col padre, nel 1536, quando U Duca Alessandro do' Medici, passato per Arezzo, si degnò TWtaria, sostando dinanzi al tugurio, dove Pietro era nato (2). Alla Fran* cesca dovevano essere indirizzati quei pochi soccorsi che rAretioo mandava a' suoi (3); ed è per lei, che cercò a tutt'uomo di rag* granellare una dote. Gliela aveva fatta sperare Clemente VII, ma non ebbe mai nulla de' cinquecento scudi che il Papa avera (1) Lettere, II, 78. A Gualtieri Bacci (20 giugno 1539): che l'A. ringnutia del suo affaticarsi « in faro che Santa Catherina accetti la nipote nel « convento suo.... Andrò provvedendo (soggiunge) a quel ch'io debbo acciò la « giovane che deliberiamo collocarci possa entrare no i servizi di Chricto... »; poiché « mi reputo somma felicità il riporro la figliuola do la mia sorella « nelle braccia.... di si. giuste religiose ». — Supplicava infatti la nuveliMa del Vasto {Lettere, III, 26), perchò in premio delle Vito di S. Catarina • S. Tommaso , scritte per commissione del D' Avaloe , gli facatM avara 800 scudi; che « sommi awotito (diceva) di spendere in una mia nipote, ch'io « vo' mettere nel monistero di lei (S. Caterina) ai servigi di Chricto: open, « che un demonio, non che un santo, dovrebbe aiutarmi ad eaoguira ». (2) Lettere, I, G4. Al Duca di Fiorenza (18 dicembre, 1536): « FennoMt la « vostra alta persona, dinanzi a la casa, dove io naequit inchinandoaì a * la sorella mia, con la riverenza, con cui ella doveva inchinarmi. CmIo « Thumanità di Alessandro Medico ha vinto quella d'Alessandro Macedooioo; « perchè egli si arrestò alla botto, sendoci Diogene; ma voi miraste il mìo * tugurio, benché io non ci fussi ». — Che fosse la Franeeaca lo à rileva da una lettera del III , 15 , in cui parlando di lei morta, scrive: « Quel di « che Alessandro de Modici.... la riverì col capo ignudo in prasenn dal per il contrasto, nel senso di tugurio. (3) Vasari, Vili, 248. Lctt. 15 luglio 1534 da Firenze: « Raoeolri elM « il desiderio vostro era che io.... mandassi a vostra sorella dnquaata r""** « e ho mandato la lettera di cambio a vostra sorella ». 372 A. Luzio promesso (1); e per maritare la sorella, l'Aretino dovè aspettare la generosità del Cardinal di Ravenna, Benedetto Accolti, suo concittadino (2). Francesca si sposò infatti ad un Orazio Vanotti soldato (3); col quale visse pochi anni, e poveramente. Morì giovanissima, di puer- perio nel 1542; seguita, poco appresso, dal marito. I due gemelli, nati di quel parto infelice, furono raccolti dalle cure pietose di amici dell'Aretino (4). — Tali, le sorelle meretrici ! IV. Come s'è visto, il matrimonio della Tita con Luca fu abba- stanza fecondo; e tutto induce a credere che Pietro fosse il primogenito. Tanto più strana perciò riesce la tradizione, per (1) Lettere scritte a P. A., I, 67: « I cinquecento scudi che per maritar « vostra sorella chiedesti, per il primo spaccio ve si manderanno, che cosi « ha ordinato N. S. ». Il vescovo di Vasone; Roma, 12 gennaio 1532. (2) Lettere, I, 143. Al cardinal di Ravenna; « 11 minor hene che mi fa- « ceste.... fu il maritarmi una sorella (pietà non usatami da due Pontefici) ». 29 agosto 1537. — Il matrimonio di Francesca dovè aver luogo su' primi del 1537: se nel dicembre del 1536 era ancora nella casa paterna. — Il Mazzuchelli (p. 38) confonde questa sorella con l' altra dalla figlia mona- canda, 0 per dir meglio, fa di due una sola; e l'errore è manifesto. (3) Lettere, III, 14. A Oratio Vanotti (novembre 1542): « Se io, cognato, « vi dicessi che la morte di Francesca, vostra moglie e mia sorella non mi « sia delta, bisognerebbe anche farvi credere ch'io non fussi di carne ecc. ». Se ne è anche più afflitto , perchè essendo « il fratello tanto bramato et « esclamato da lei non le è stato appresso »; e promette al cognato d'aver cura degli orfani, come della propria bambina: « Perchè voi vi congiugneste « con la bontà di cotal donna per mio rispetto, giuro d' esservi ciò che vi « saria quella buona e honesta memoria essendo al mondo ». (4) Lettere, III, 173. A Mucchio de Medici e Federico Montacuto (di ago- sto, in Venetia, 1545): « intesi.... con qual tenerezza d'affetto, dopo il mo- « rirsi e di Francesca mia sirocchia in parto, e di Horatio suo marito, ri- « tornato pure allhora dalla guerra.... i due bambini di lei nati e di lui « in miseria rimasti fur raccolti dalla compassione di voi, huomini ottimi.,.. « I meschini, nascendoci gemelli, hanno havuto gratia da Dio ecc. ». — In una lettera precedente (II, 159) al Montacuto (19 settembre 1540), l'Aretino si lagnava amaramente che il Duca Cosimo negasse il pane a Orazio suo cognato, che poteva guadagnarselo con l'armi. I.\ FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO 878 cui egli vien fatto un bastardo di Luigi Dacci, gentiloomo d'Arezio. Malgrado V esistenza d' un padre leffoie, si vuol forse sapfMxre egualmente che quel nobile signore avease amto eoo TiU mtf^ tata — come rimessamente congetturava già U haoa Maiiv- chelli — « qualche dimestichezza » ? (1). Le flwe |nt>t8ale eoo le quali l'Aretino, rivendicando la sua origine oscura, diceva gk>> riarsi d'esser stato colto « tra gli spiriti beati nel cielo ». Per il Mazzuchelli ò evidente che qui si tratti della morte cosi di Francesco come di Luigi Bacci, per strana coincldenia, scesi, lo stesso anno, nel sepolcro. Senonchò da' registri catastali (1) La casa dell' Aretino, che tuttora si mostra nella m» lem, era indili vicina a quelle de' Bacci. (2) Lettere, IV, 66. A 0. BattisU Bacci; « Ho grande obligo al pùoMla « che mi ha dato in sorte la benivolenza di tutti i Bacci; talché none n^ « raviglia, se ciascuno dei suoi gentiluomini fanno inawmo a gara in aiMr € me , come riverisco loro: et questo vi giurare quel dabtn l^ramemeo, il « cui animo è alla similitudine del mio ». Eran relazioni d'a più care all'Aretino, perchè inferiore di conditone; e nulla più. (3) Lettere, VI, 50; cfp. Mazzuchelli (p. 3). 376 A. Luzio di Arezzo, conservati all'Archivio comunale, Francesco e Gualtieri Bacci figurano già fin dal 1540 con intestazione propria di beni, come eredi del quondam, Luigi ; e l'accenno dell'Aretino non può che riferirsi a suo padre Luca. Povero Luca, che il figlio nemmeno questa volta si degna nominare, nonché rimpiangere, bastandogli anzi di dire che aveva vissuto già troppo, più della sua parte (1). E invero nel 1551, quando Pietro toccava i 60 anni, suo padre doveva essere per lo meno ottuagenario inoltrato. In quelle fredde parole, che l'Aretino ha per lui, par quasi di sentire il respiro di sollievo di chi si sia liberato d'un peso, d'un imbarazzo ; che tale era divenuto ormai per Pietro il decrepito Luca: ostinato ricordo vivente de' suoi ignobili natali. E l'Aretino era già nobile : l'anno innanzi della morte del padre gli avevan conferito « il primo grado del Gonfalonierato » nella sua terra. — A tale onorificenza accennò il Gamurrini, come a conferma che l'Aretino fosse bastardo (2;; ma al contrario, quella dimostrazione solenne onde lo si proclamò degno, per i singolari titoli personali , d' esser sollevato al ceto de' patrizi , (1) I sonetti cit. del Franco , scritti nel 1541 , alludono chiaramente a Luca, come ancor vivo : e questa frase di Pietro non lascia dubbio che suo padre avesse prolungato di altri due lustri la propria esistenza. II Nucci stesso nel richiamare all'Aretino la memoria « di Lucha calzolaio » prova che questa nel 1555 era sempre viva e recente , come d' uomo mancato da poco tempo. Chi potrebbe poi supporre che Pietro, nel 1551, avesse inteso di accennare a tutt' altro padre che Luca, se quattr' anni dopo non esitava a confessarsene figlio, rispondendo alla lettera ingiuriosa del Nucci? (2) « Sendo egli di detta famiglia (de' Bacci) non poteva essere , se non « bastardo, mentre fin dall'anno 1541 al libro delle deliberazioni del pubblico « della città d'Arezzo apparisce essere stato concesso a Pietro Aretino il « primo grado del Gonfalonierato , del quale onore non avrebbe avuto bi- « sogno, se fosse stato legittimo, sendoné detta famiglia in possesso da tempo « immemorabile » {Op. cit.. Ili, 329). — Il Gamurrini errò anche nella data; come si rileva dal Documento III , I' Aretino fu elevato a quel grado nel 1550, e non nel 1541. Che poi , in una lettera scritta del 1530 all' Aretino da' Priori di Arezzo , egli già venga chiamato , come fa notare il Mazzu- CHELLi (p. 7) : « nobile patrizio nostro » non vuol dire che tale fosse fin da allora. L'Aretino, stampando dai Marcolini , nel 1551, i due volumi di let- tere scrittegli, si gratificò naturalmente del nuovo titolo conferitogli, com- mettendo un innocente anacronismo. LA FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO 877 non era cho un riconoscimonto offlcialo della sua orìgine fdebea. É curiosissimo leggere l'ordino del giorno, come ora ai direbbe, proposto da' Priori per il conferimento del OonAJooierato i^ l'Aretino. Il relatore si è creduto in dovoro di asamere tuo stile tronfìamente iperbolico, tutto aretineflco, e di hni eoo alle vanterio con cui Pietro ostentava i fliyorì e le distinzioni rìe^ vute da Papi ed Imperatori. Era salito da pochi mesi al I\>nUfl- cato Giulio III, anch'egli di Arezzo: e Pietro, con lettere e rime gratulatorie, aveva già saputo ottenerne vistosi regali, ed un cavalierato — quello di San Pietro — cho nemrocn allora poteva mancare a' suoi pari (1). Era dunque un dovere per la patria dare il più splendido e più ambito coronamento a tante onorifl* cenze : si sarebbe così mostrato che Arezzo « come ad ogni bene « istituita et ordinata città si conviene » sapeva degnamente ri- conoscere « li famosi et virtuosi cittadini suoi ». La proposta passò alla quasi unanimità: e Pietro no ringnh ziava i suoi concittadini, con lo lagrime agli occhi ; lieto e orgo> glioso soprattutto che si fosse offerto un « commemorabile esem- «pio» alla «(gioventù della jìiebe aretina» per incitarla «a « quella perseveranza di studio che illustra le vOi condttkmt « et Tessalta » (2). Quell'onoinì infatti, onde la sua banezsa ve> niva sollevata a una « preminenza a tutte le altro superiore in « la patria » lo si era conferito alla sua xirtù^ alla sua sola per* sona ; dacchò nella deliberazione votata si era eq[>re68aniente sta- bilito che il cospicuo grado non potesse estendersi ad altri Aiori di lui. Certo, i Priori avevano, con ciò, in vista la famiglia del- l'Aretino, troppo bassa perchè non dovesse esser compresa nei benefìcio inestimabile « quale avanza ogni tesoro humano » della a^iudicata nobiltà. E il padre dell'Aretino viveva ancora. (1) Mazzuchelli (pp. 50 sgg.). L' Aretino ora già sUlo ùitto da P)q« Clemente cavaliere di Rodi (cfr. Documents coHctrmmts la ptntmm é» m. P. Aretino, pubblicati da A. Basghbt in Archivio tt, iietL, 3* Mri>« tomo III; Doc. X, 18 nov. 1524). (2) Lettere, VI, 56. Ai signori Aretini. « Di gennaio in Yeailia, ISS ». In una copia, che so ne conserva nell'Arch. G>m. d'Arano, ha la Mia t«« data del !<> febbraio 1551. 378 A. Luzio Molti si saranno chiesti più volte : ma insomma come si chia- mava cotesto Luca, calzolaio; e quale il nome, legittimo o per lo meno legale, che l'Aretino avrebbe dovuto portare? Noi non possiamo affermar nulla di sicuro; nelle lettere del- l'Aretino si ha menzione di vari suoi congiunti, fra cui Nicolò (1) e Fabiano Bonci, che chiama suoi zii, ma non si può stabilire se questi fossero fratelli a Luca od a Tita, né degli altri risulta il grado preciso di parentela (2). Infruttuose del pari son riu- scite le nostre indagini ne' registri di battesimo e necrologici, ne' libri catastali, e delle bocche che rimangono ancora all' Ar- chivio comunale d'Arezzo. Parve bensì al sig. Sinigaglia di aver scoperto il vero nome di famiglia dell'Aretino, desumendolo da due « documenti impor- « tantissimi »• di quell'Archivio: due stanziamenti cioè, registrati tra le deliberazioni dell'anno 1526, con cui i Priori commettono « a « m. Domenico Pecori di far ornare il ritratto del poeta, che è chia- « mato messer Pietro della Bura » (3). I due documenti impor- tantissimi, a dir vero, il sig. Sinigaglia li produsse in modo molto strano : essendo, egli diceva « l'originale, d'un latino pochissimo « decifrabile... son... riportati a senso » ! Ma ciò non toglieva che per lui rischiarassero « di nuova luce la vera origine » di Pietro. Orbene noi ci slam fatti premura di esaminare « l'originale (1) Lettere, II, 158. A m. Nicolò Bonci. « Zio honorando.... essendo voi « ripieno di virtù honeste et adorno di scienze civili, dovrei esser sollecito « a scrivervi, come io essendo fanciullo era presto a corrervi intorno, ogni « volta che il dolce amor de la patria vi toglieva a lo studio di Siena ». Era forse il Bonci lettore in quella università? Certo, appaiono superiori di molto alle condizioni de' genitori dell'Aretino, così Nicolò, come l'altro Bonci, Fabiano, che Pietro chiama in questa stessa lettera « canonico venerabile, « sacerdote ottimo et huomo splendido ». (2) L' asserzione dello Zilioli che fa T Aretino de' Buonamici (v. in Maz- zucHELLi, p. 5) non ha fondamento di sorta. (3) Sinigaglia, Op. cit., pp. 30, 335 (tra' Documenti). LA FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO 379 « pochissimo decifhibilc >: ed abbiamo rilevato a«ai chfarameiite le parole precise del primo stanziamento (19 febbraio ÌS06X in cui cioè si incarica il Pecori di fare * unum omantenhtm il * retractu Ir^ Petri Bura ». Ecco tutto (i): gu che dunque ri- posa la certezza del sig. Sinigaglia che si tratti qui deirAretioov 0, come egli dice, del « poeta »? Che cosa lo licenzia a slabiUre l'identità di Pietro Bura con Pietro Aretino? Il sig. Sinigaglia non si spiega: supponiamo tuttavia che egli abbia voluto far eco air opinione espressa da qualche erudito di Arezzo (2); che quello stanziamento si riferisca al mirabile ri- tratto, eseguito da Sebastiano del Piombo, che l'Aretino donò alla sua città nativa , dove ancora si conserva — pur troppo gua- stato da un così detto restauratore — nel palazzo comunale. Il ritratto fu certamente compiuto, come attesta il Vasari (3X ne' primi anni del Pontificato di Clemente VII, quando rAretino godeva in Roma di tutto il favore del Papa : e difatti, nel dipinto di Sebastiano, egli ha in mano un ramo d'alloro e una carta col nome di Clemente" VII. Poco andò che l'Aretino, ferito da Achille della Volta, dovè abbandonai^} Roma, indignato contro il Papa e il Datario, che non l'avevan vendicato del danno patito: e il (1) Lo stanziamento stesso è accresciuto in data 7 luglio. (2) Cosi ci diceva il sig. Ubaldo Pasqui, autore di una Guida di Artito, che ci assistette cortesemente nelle nostro ricerche. (3) Vasari, ed. cit., V, 575: « Ritrasse ancora in questo medeaiino l«mpo « (cioè appena salito al pontificato Clemente VII, di cui pure Sebestiano fece « il ritratto) messer Pietro Aretino, e lo fece sì fatto, che, oltre al «Mai» « gliarlo, è pittura stupendissima per vedervisi la diflRnwsa di cinque o mk « sorti di neri che egli ha addosso: velluto, raso, cmiisino, dunaacoe p«UM\ ed <( una barba nerissima sopra quei neri, sfilata tanto bone, che più non poò *. essci'c il vivo e naturale. Ha in mano questo ritratto un ramo di lauto ed « una carta, dcntrovi scritto il nome di Clemente settimo, e due mmAitn « innanzi: una bella per Virtù, e Taltra brutta per il Visio. La quale pi^ « tura messer Pietro donò alla patria sua; e i suoi cittadini lliaiuio mmm < nella sala pubblica del loro Consiglio, dando cosi onore alla nemoria di « quel loro ingegnoso cittadino e ricevendone da lui non meno ». '— La dna maschere hanno il motto In utrumque paratus; e in una fiMÌa •ka gfam attorno al dipinto, si leggono lo parole: Petrus Aretintts htm demonstrator. 380 A. LUZIO ritratto è perciò anteriore al luglio 1525, in cui avvenne l'at- tentato di quel famigliare del Giberti contro Pietro (1). Or dunque — si conclude secondo l'opinione raccolta dal Sinigaglia — l'Are- tino aveva donato già e da qualche tempo il suo ritratto a' con- cittadini, quando fu votato quello stanziamento : e poiché di nes- sun Pietro Bura si ha notizia, la cui effigie si conservasse nel palazzo pubblico, né che altrimenti abbia lasciato memoria di sé, é legittimo ammettere la sua identità con Pietro Aretino, di cui in patria era conosciuto il vero nome, e si affacciava più natu- rale che non l'altro generico, ond'egli aveva preferito farsi chia- mare pel mondo. Noi riconosciamo volontieri quanto v'é di plausibile in questa congettura : ma ci sembra tutt'altro che raggiunto il grado di as- soluta certezza che é necessario. Non può infatti recisamente esclu- dersi che un Pietro Bura abbia potuto esistere, poiché si trova in Arezzo una nobile famiglia Burali o della Bura (2) : e ad ogni modo riesce strano che nel 1526, quando il nome dell'Aretino suonava già celebre da più anni (3), nelle corti di Roma e di Mantova, sulla bocca di Pasquino, come nel campo di Giovanni de' Medici, si credesse più ovvio, sia pure nel suo paese, desi- gnarlo con l'oscuro casato di famiglia, anziché con quel nome di guerra che figurava sullo stesso ritratto di Sebastiano del Piombo. Ond'è che alle conclusioni sicure, cui siamo giunti, non crediamo per ora di poter aggiungere quest'ultima, che le com- pleterebbe, sul vero nome di famiglia dell'Aretino. (1) Vedi Baschet, Doc. cit, XXVI; cfr. Virgili, Op. cit., p. 108. (2) Gamurrini, Op. cit., Ili, 325. (3) Il primo documento che, a nostra notizia, rechi il nome di P. A. è una prosa satirica, conservata tra le Strozziane (filza 133, a e. 255). E una lettera che TA. si fa scrivere da Pasquino (Di Roma porca, ultimo del manigoldo luglio 1522, anno ladro e traditore) contro Papa Adriano. Pasquino dice di portare il lutto per la partenza dell'Aretino — « che sapete quanto utile et « honore vi à dato » — e Io prega a scrivere ancora qualche volta. — Ven- gono poi i documenti mantovani, pubblicati dal Baschet, del 1523 ecc. I.A FAMIGLIA DI PIETRO ARKTIMO 881 VI. Chi sa , del resto: forse suo padre non era altrimenU oooo- sciuto che per Luca; e a Pietro non restava di meglio che flirri chiamare semplicemente dalla sua patria. Era uso frequento ne' letterati ed avventurieri ; e Arezzo, ol- treciò, aveva dato più cittadini illustri, da cui erale venuta fatna di terra feconda di ingegni pronti ed acuti. Appunto quando Pietro, giovanissimo, si dibatteva neiruscurità, tentando ogni via di riuscire, di anatrare là dove il suo ingegno, i suoi appetiti lo spingevano, levava da tempo grande rumore per tutta Italia un suo concittadino, improvisatore acclamat(t, Bernardo Accolti. < Pareva un prodigio d' ingegno, e Ai detto ed ei si gridò « Unico, e l'Ariosto lo chiamò ffran lume aretino » (1). Aarane alla massima altezza, a' bei tempi di Leone, tm il plauso e la mera* viglia del Papa e de'piìi eleganti ingegni che lo circondavano (2): ma fin dai primi anni del cinquecento IWccolti, l'Unico .\retino, o r Unico tout court aveva cominciato a brillare ne* geniali ritrovi delle corti di Urbino, Mantova, Napoli, facendo con molta petulanza il vagheggino dello duchesse, delle marcheìte, delle nobili dame che si permetteva di chiamare traditrici o disumane: e che, a sentirlo, eran tutte pazzo di lui, sino ad accapigUani per gelosia (3). L' accorto poeta sapeva, da abile formica, acca* (1) D' Ancona , Del secentismo nella poesia cortigitma dM $ec XY, ia Studi sulla lett. it. de'primi secoli, pp. 2Ì7-18, .Vncona, Mòrdli, 1884; cflr. Mazzuchelui, Scrittori d'Italia (.\ccoUi Bernardo). (2) Il Cnstigliono scrìveva da Roma alb marchesa Isabella Oomaga (6 hih braio 1521): « Herì sera runico .\rctino disse a rimproTYiw inulti al Pupa < per tre horc con g^ndissima audicntia : secondo il aao coowwto, mirabil» « mento > (Arch. Gonzaga). (3) Da Urbino un Alessandro (Gonzaga?) acriveva il 15 aatt. ISM alla marchesa di Mantova: < La Corte è piena di vertù, tra gli altri lo Unieho « m. Bernardo Aretino , Vincenzo Calmctn , li quali recitano ooaa BMirnvi» MI gliose: maxime lo Arotino che veramente ò cxcoJenlo, al quale dica a|MaMK « quella ficatella giotina de la marchesana vorìa vedermi volonlora, ma non 382 A. LUZIO mulare i proventi della sua vita di cicala : e co' denari guada- gnati improvvisando e cantando^ V Unico si comprò il ducato di Nepi. A PietrO:, al povero figlio di Luca, che era alle sue prime armi, vivacchiando alla giornata, gli allori fruttiferi del suo con- cittadino dovettero proprio turbare i sonni: e se ad assumere quel nome di Aretino, onde l'Accolti era conosciuto e acclamato, non fu addirittura indotto più che altro da quest'esempio, quasi ad auspicio lieto dell'avvenire, certo è che Pietro cercò di strin- gersi SilV Unico e ottenne di farsi adottare da lui, come suo erede, suo successore nel grido della fama e ne' favori delle corti. — Lo si rileva chiaramente da una lettera (1) che Pietro scri- veva del 1548 « al signore Angulo » segretario del Cardinal di Ravenna, nipote dell' Unico. « Non è miracolo — gli diceva — « che le cose da me prodotte respirino, havendo io, come si sa, « hereditato la terribilità dei concetti, la novità dello stile et la « beltà delle parole, con che già empi di stupore il mondo il suo « immortale zio. Alla cui boutade regia non bastando havermi « un giorno intero fatto cavalcar seco per tutta Roma, a ciò si « vedesse come io ero del suo intelletto fattura, disse al settimo « gli voglio andare ». — E da Napoli Iacopo d'Hatri scriveva pure alla mar- chesa (8 maggio 1507) : « Qui è l'Unico Aretino, inimico mortale de la lU"^^ « M°a Duciiessa de Urbino, el quale tiene gran conto de voi, per despecto « de la pta Mia Duchessa : è stato levato su da queste grande madame de « sorte che fa volare de là dal celo: et che sii il vero lui se avanta che « quatro principale madame de qui hanno facto alli capelli insieme et bat- « tutose terribilmente per amore de lui, per la gran gelosia che ognuna de « loro ne ha: et così el poveretto è lacerato et spalanchato dal figliolo di « Venere che non sa ad qual de loro se debba retrovare, et talmente se è « stabilito in questa sua fantasia, che tutto il mondo non seria bastante ad « persuaderlo altramente. Quando nomina la pta Madonna Duchessa solo la « traditrice de Urbino la chiama , se ben la principale causa dice essere « stata Mia Emilia (Pia Feltria) cum la quale mai farà pace, che par cum « la Duchessa se potria acconciare » (Arch. Gonzaga). — A Firenze , nel cart. d'Urbino v'è una lettera, tra scherzosa e impertinente, déìY Unico alla Duchessa, malamente attribuita nel catalogo a Pietro Aretino. (1) Lettere, V, 45 « Di novembre in Vinetia 1548 ». LA FAMIGLIA DI PIETRO ARETINO 883 « Clemente rultima sera che recitasse in palazzo^ dJiMcll voi* « tandosi a me, in prosontia di tutta la corte: Ecco PailorB «Ulto « ch*io mi rallegi-o dinanzi a voi da che dopo di me laseio an» « altro me nella patria. La qual cosa se bene avanza il merito « col premio èmmi un vanto di perpetua riputationo et bma, « conciosiachè mai Poeta gli fu simile nel grado che lo tennero « tutti i Re, tutti i lYincipi et tutti i Ponteflci del suo tempo. « Né altrimenti che nei dì festivi, si serravano le botteghe, cor « rendo ognuno in castello, tosto che si sapeva che il celeste « Bernai'do Accolti doveva recitare al cospetto d'inflniti gran « Maestri et Prelati. Con solenne luminarlo di torchi et accom- « pagnato dalla molta guardia degli Svizzeri io fui un tratto mati' « datogli da N. S. a ciò si degnasse venire da la sua Beatitu- « dine , secondo che me gli haveva fatto promettere; nò prima « apparve nelle reverende sale di Pietro che il buon Vicario di « Christo gridò : aprite quante porte ci sono et vengano le torbe « drente, imperocché più non udirassi in queste stanze lo ammi- « rando et unico il- quale ... fece in modo restare le genti atto* « nite ... che sentissi esclamare dalla pubblica voce d'ognuno: « viva in eterno un si divino spirto e si solo. Ma perch' io non « paia in tutto indegno della heredità sopradelta, leggati il so* « netto ecc. ». Fra le lettere scritte all'Aretino (1, 13-1) ve n'ha una dell' Accolti che gli rafferma appunto il titolo di Successore: ma quando V Unico si vide tolto dalla rapacità di Paolo III quel Ducato di Nepi che era il frutto de' suoi sudori poetici, invano si rivolse a Pietro, al temuto flageUo de' Princ^ chiedendo vendetta (i). (i) Lettere scritte a P. A., I, 134. Fatelo € intandere al moiido, moàò « che con si fatta vendetta si muoia quel signor Uoioo AretÌBO. dM* più < volte, ha commosso le genti a riverirlo quasi che un dio •dorado (tic) ». — La lettera è datata da Roma, 4 maggio 1533: o oaaerrò già U Mahc* CHELLi (Scrittori d'Italia^ art. cit.), che, essondo Paolo III salito al ponliA* cato ncirottobro Ì5M, era evidentemente una data erronoa. — L'Umieo aMwl il 1° di marzo Ì535; Fabritio Peritino cosi ne scrìvava al Duca di Mantova : « L'Unico Aretino ò morto et hicri sepulto, et la eaaaa pare na aia stata 384 A. LUZIO Che fare contro la prepotenza papale? U Unico dovè morire di- sperato: e mentre egli si spegneva in quella desolata oscurità, il nome del suo erede — già consacrato, come quello dell'Accolti, nel poema immortale dell' Ariosto — si spandeva trionfalmente^ dal sicuro covo di Venezia, per tutta Italia, con più larga eco, più universale celebrità che V Unico non avesse mai potuto rag- giungere. Il nome gli era stato di buon augurio : e Pietro aveva sorpassato di gran lunga il suo maestro, poiché ben altri e più potenti mezzi di fortuna aveva messo in opera, che non i fragili gingilli di poesia artificiata e svenevole, su cui V Unico aveva fondato la propria. Altro che strambotti e sonettuzzi ed epi- grammi, per piacere alle signore! L'Aretino nella sua brutalità di plebeo, col suo rozzo ma potente sentimento artistico, col suo fiuto squisito del reale, disdegnava troppo questa insipida poesia cortigiana: e, per imporsi, egli aveva alla mano un'arma formidabile. C'era una grande e ver- gine forza, sorta da poco, la stampa: e l'Aretino aveva saputo impadronirsene e sfruttarla come un vero capitano di ventura, con una versatilità meravigliosa d'ingegno, con una ricchezza straordinaria d'espedienti ; onde quella fortuna strana, impudente, che solleva indignata la nostra coscienza, ma che non s'impone meno alla nostra attenzione, al nostro interesse di osservatori. Alessandro Luzio. « la disperatione nella quale era entrato per havergli N. S. levato Nepi « per forza senza esser remborsiato de suoi denari, né restituito le robbe « sue che erano pur de buona somma. Iddio rendi pace a l' anima sua » (Lett. del 2 marzo; Arch. Gonzaga). D OOUMENTI I. (Archivio di Stato di Firenze ; <- Cart^;gio dell amb. Del P«fo col Duca Cosimo, Venezia, 15G5). Bufbne, Gitioo, Mi maraviglio ch'el Pero, secrio dello lUno S' Doca di Fiorenia, te detto quello di me, che tu ài detto a chi di me t*à parlato ch'ai ditto Duca gii abbi detto di me. Da quel medesimo tutto à da saper S. BaS» ni**. Io sto smarito come il mondo sta tanto addorarti per i merìki dalle toe opere : prima, per i sonetti de' fotistori che tu fkoeati aoUo le figure di Raphacllo da Orbino (1); 2*, per il Trentuno che tu componesti, «he fu datto alla Zafetta (2) ; 3*, per la P ... Errante (3); 4«, per le 0 giornate (4) che insegnano a ruffianare a tutte lo qualità delle persone; oltre a molti sonetti eh' io ho appresso di me, scritti buona parte di tua otano, et molti altri tua difotti che ho il modo a' pprovarti doire tu sentirai. Due mogliero che tu vai dicendo eh' io ho, questo voglio che tu lo provi et Io retifichi dove tu sarai clamato, perchè questo DI"** dominio tiene dil^ gente conto in punire chi fa tal cosa; et de l'altro che tu ài detlo^ che tutto dai medesimi sarà detto dove bisognierà, dove per via de la giostitia oer^ cherò vendicarmi centra di te. La verità sarà cognosciuta da chi giusta- mente governa questa ili*"* città. Del resto ti stimo quanto tu sai. Di casa il dì 17 di luglio. Et sta sicuro che le mie non saranno baile. Mbdomo Nuoci. AUo Aretino Pietro de Lucha caholaio a YemeUa. (1) Intende diro d*' StmtU huimiott oka UlaitnTkM U w^ di GiaUo RoBSMt «wAw» 4k Kiiiw «1 — iitii Bdfcilìi Ck. • vedi L*t toniMtt kumrittm ^' ▼< parte I, c»p. dedmoteno). (8) MAuuonui, 207. (4) aoò i RagitmamtmH: le cui prime Aae puti. le mm». Mi AH» ia ti* QiomaU storico, lY. 386 A. Luzio II. {Ibid., allegato al precedente). Fatale Idolo mio. Se mai non ci fusse stato testimonio del quanto et come riverisco il morto de la V. E. et i gradi, bastami che vi facci hora fede il soportar io che Medoro (de le forche ogetto et refugio) offenda me non co i fatti, che non è punto bastante, ma con la pessima volontà che il notrisce più tosto. Il publico de la infamia ministro, in premio de Thaverlo isfamato mesi dieci in mia casa, pagando i suoi debiti alla partita in contanti, e, di poi che il legatore de libracci più per ingegnieri non voleste, quasi altretanto di tempo fattogli sera et mattina le spese, mi fa porgere la baia, che con questa hu- milemente ve indirizzo. De la quale vigliaccaria dishonesta io, che sono non meno temuto che amato, non lo punisco et gastigo; imperochè il gaglioffo ha dato a intendere a molti che da voi è stimato e adoperato nelle occa- sioni e ne i fatti, et perchè se gli creda nel tutto vocifera che scudi tre- cento l'anno de provisione gli donate, mostrando tuttavia nel Rialto lettere che per ogni spaccio da" voi se gli mandano, dice. Benché in fra l'altre ri- baldarle manifeste il suo essere acusato per truffatore in giuditio non lascia credere che lo eletto Principe da Dio in Fiorenza si degni sovvenirlo de sì largo stipendio, et de scrivergli. Entrando mò nella mansione de la sua maledica pistola, dico che mi glo- rio del titolo, che per amlirmi egli dam,m,i, conciosiachè ai nobili insegna a procrear figliuoli sim,ili a quello, che un calzolaio ha generato in Arezzo; la bontà et virtù del quale non solo i Papi, gl'Imperatori et i Re, ma cia- scuno che ci regna et vive hoggidì hanno tributato et tributano. Sono hor- mai noti al mondo gli honori fattimi da la Maestà del Quinto Carlo in Peschiera, e da la Beatitudine di Giulio Terzo in Palazzo (1); et anco sen- tesi il con quante promesse d'honoranze et di comodi mi chiama a Roma il Conte di Montorio magnanimo. Insomma, quando dispiacer non vi sia, farò confessare al di tutti i buoni inimico che oltre il resto de le sue bugie manifeste, mente per la gola tre volte che io babbi detto che il signor Pero, de la benigna vostra gratia de- gnissimo, mai di lui parlarvi pensassi. Circa il caso de la querela che cerca darmi, a ciò ch'ei sia marito di due mogliere gli provi, il popolo et l'arte saranno miei avocati in tal causa. (1) Su questi onori resigli dall'Imperatore e dal Papa, v. Mazzuchelli, pp. 56, 63. LA FAMIGLIA DI PIETRO AR STIMO 887 Non parlo dol biasimo impoAtomi per le compontioni che allega il rìbAldo, avenga' che scusano dol giovanile ingegno il furore le opre ohe ab ieaà, da la Madre, ot do lo Santo et de i Santi, impremo et tradotto in tolto lo dtfi« aliane linguo (1), in mia laudo per haverle compoete, ai leggono. Mi rido dir chiamarmi lui tristo buflono, perochè ino proprio «lerdtio è tal pralifla. Ce si potrebbe staro, so il furbo maligno mi apellaoM hoato, eliè« dopo 0 mangiarmi Tossa il comune, sino delle camiace et de i drappi eoo eÙ ao ha bisogno faccio parte. Ma piacerà a Dio senza fome, che qualebo gna Maestro darammi in sussidio a la fine quel tanto ch'io, vecchio mendioOt do in limosina di continuo a i poveri. In cotal mentre fanno alla di voi mira* bile altezza empio torto coloro, cho procurano che ai oonnomerì tra i voatri famigliari Giommo, cho batezzossi nel nome Medoro: parche già fu di Angelica, di Marco Piombino figliola, legiptimo rofBano et conaorte. In eoo» clusiono, giuravi quello affetto isviscorato cho mostra il mio animo invofao le commemorando qualità che vi exaltano, che ciascun huomo di orato itu» pisce del come sia possibile che la soprahumana providenza di Coaimo, ! di Christo amico et de la fede, comporti che il vituperoao nxmatro de la sorto che ne favella, lo nomini. In tanto io, natoci (Ttmo di scarpe, son tale cho la severità del buon Duse Donato, et anebora il eia* rissimo Stefano Tio{)olo, di mare general senza pari, mi é&mtro in vooe libera: che anni cinquecento passavano, che qui non era foraetìero conpa* rito cho ci potesse dare più disturbo nello intereaee do la Raligiooe al do Io Stato, et cho meno ce Thabbia dato di te, onde de la RapuhMicn noitra ti comunicaremmo i seòreti. — Come se sia, nel chiedervi perdono del mio così prolisso ovangelo, mi pare udire che la memoria del Padre Toatro tn>> mortale v'esorti a non patire che più di me siavi grato colui, che rapata vertù lo ignominie. Ma essendo certo che non lo faresti già mai, il ginoo* chio vi bascia il cor mio. Di Vinetia il XTiiy di Luglio 1555 Di V. Sublimità felicissima InutUe $eki«90 PntTRO AURIMO. Al Grandissimo Duca di Fiorema. In mano propria. (1) Un monsignor VMiellM tndoMe ia&tti qnaii tutt» te «?«• amtkè» MI* A. la ftMMM. e da un» lette» locci, pose la controversia tal terreno paleografico. E sopra di questo la mantenne recente mente il D'Ancona (3), e più recentemente ancora il Di OioTanni, nel luogo ora indicato. 11 Di Giovanni combatte il professore pisano anche sopra altri punti, che si attengono all'epoca in cui il contrasto può essere stato scritto. Ma non è di questi eh* io voglio qui dire una breve parola. Il contrasto, nell'ediz. Monaci, occupa le tav. 8-10. rinuinondo le tav. 12-14 al notamente del Golocci , mentre la tav. li con- tiene r indice del ms. , intorno al quale indice dispntaai se sia scritto dal Golocci o da altri. Il contrasto, scritto in epoca (1) Nel Propugnatore, XVII, il7 qgg. L'articolo comincia a p. M. (2) Arch. paleogr. ital., 1, tav. M4. (3) Studi suUa leticr. ital., Ancona, 1884, pp. 386 «gg. 390 e. CIPOLLA più antica, porta in testa (tav. 8, lin. 1) l'annotazione Dante cita questa, che sembra di mano del Golocci. Quanto all'indice (tav. 11), il Monaci inclina pure a crederlo del Golocci, specialmente sostenendo che non sia del Bembo. Parecchie difficoltà potrebbero sollevarsi in proposito. Il Golocci aveva un carattere spedito ed affrettato, e il vecchio elemento gotico cancelleresco (corsivo, direbbe il prof. Gloria) scomparisce facilmente, od almeno si annebbia, sotto la sua rapida penna. L'in- dice invece è scritto in carattere più curato, più preciso, più rotondetto: ivi l'elemento gotico è ancora forte abbastanza. Di più le forme della g, della p, ecc., pare che contrastino molto con quelle del Golocci, per quanto si può giudicare dal notamento riprodotto dal Monaci. L' indice potrebbe essere anteriore al Golocci. Nell'indice, il nome del contrastato poeta è scritto chiara- mente cielo 54; dove il numero corrisponde a quello che nel cod. porta il contrasto. La lettera e vi è formata di un semicerchio, aperto verso destra, di fronte al quale, verso l'alto, sta il punto, ad indicare l'occhiello. Sulla lezione cielo, in questo punto, non fa controversia nessuno. Anche il Di Giovanni (p. 123) riconosce che nell'indice dei poeti « fu..., non sappiamo perchè, scritto « cielo, sia avvedutamente, sia per isbaglio ». La indicazione cielo 54 nell'indice trovasi intercalata interlinearmente, essendo stata dapprima ommessa. Tale interpolazione da chi fu fatta? È ben difficile e rischioso, trattandosi di una sola parola portar giudizio intorno lo scrittore della medesima. Potremmo peraltro pensare al Golocci, se guardiamo la forma della e .• e se badiamo anche al fatto, non a torto avvertito dal Di Giovanni, che il Go- locci amava staccare sillabe e lettere, che avrebbero dovuto star unite. Questo fatto, che dipende dalla rapidità della scrittura, si verifica (se non m'inganno) anche nel nostro caso, poiché la e è staccata dalla i, e un po' anche la e può dirsi divisa dalla l. Gerto nel notamento il carattere è più spedito e rapido; mentre in cielo tende un po' a simulare il rotondetto con cui era stato scritto il rimanente dell'indice. Questa leggera differenza non fa dunque ostacolo alla enunciata attribuzione. Queste sono con- getture, in ogni modo, di valore affatto dubbioso. Ma può farsi un'altra osservazione. Nel ms. il contrasto Rosa fresca sta senza nome d' autore, era quindi ragionevole che chi compilò l'indice de' poeti non segnasse il nome dell' autore di quel contrasto. Il Golocci, che arrivò a conoscerlo, come apparisce dal suo no- tamento, ve lo può aver aggiunto nell'indice. varibtX 3^1 Haccogliondo dunque ciò che si è detto, la nostra ipotesi può foriitularsi così: un lettorato a noi ignoto Tece l'indice dei poeti. lasciuido da parte il nome dell'autore del contrasto, perchè a lui sccnosciuto: il Ck)locci, avendo ritrovato il nome steMO, ve lo aggiunse di sua mano nell'indice. Tali congetture do\'rebl)ero. ben s'inttnde , verificarsi sul cod. Vatic, dove il etAor d<'ir in- chiostro, oà altre accidentalità, possono aiutare nelle ricerche, e assicurare k conclusioni. Ciò posto, veniamo al notamente del Golocci, e precisamente alla tav. 12 do\e incontrasi il nome dall'autore del contrasta Como ò notorio , questo è il punto intorno a cui è maggiore la discordia. Perchè il lettore potesse dare un giudizio fondato, bi- sognerebbe ripetere il facsimile del passo contrastato; ma avoi- dosene ormai due pubblicazioni, quella cioè del Monaci e la ri- produzione fattane dal Di Giovanni (1), pare che il lettore possa aver in mano facilmente il facsimile. Qui le controversie son due. L'una riguarda il nome di per- sona, e chi legge Cielo, e chi Chtlo: l'altra riguarda la distin- zione ag scorde la lezione, ne venne l'acerba e lunga controversia. Scrive il prof. Monaci (pref. p. Vili): « Osservando il facsimile 12, alla « riga 18, si riconoscerà subito essere stata proprio una svista « quella che diede luogo al primo allotropo grafloo di Ciulo e « Cielo: rubaldini, pur avendo sott'occhio lo stesso (himniento « Colocciano che ebbe poi l'Allacci, ma men di lui famigliare « con quella scrittura , scambiò Ve di cieto in r ossia t« , e la * rude e oscillante grafia del filologo jesino ora ne mostra quanto « facilmente dovesse produci quel primo errore ». Questo è parlare categoricamente. Ma altrettanto esplicito e fermo è il prof. Di Giovanni, il quale scrive : « Ci vogliono occhi di prosciutto a non leggere il nome Chiio, « scritto tanto chiaramente che il dire il contrario sarebbe la « ostinazione di gridare in pieno meriggio, che sia quello lume « di luna e non luce di sole » (p. 121). E poco dopo: « Or che « cosa si è fatto dai critici? Non si è tenuto conto del chUo (1) Egli riprodusse solamente le linee 18 agg. ddla tav. 12. 392 C. CIPOLLA / « chiarissimamente scritto nel testo del Golocci, e si è messo m « mezzo il cielo à.^' Indice del codice... » (p. 123). De' due chi ha ragione ? Pur rispettando l'opinione del professore Di Griovanni, a me pare che non ci possa esser dubbio, e che si debba leggere Cielo. Il Golocci intitola il presente suo notamento, colla psrola Si- culi, cioè: 'poeti siculi. Dopo alcune righe quasi di preambolo (lin. 2-17), prosegue: / 18 Et io non trouo alcuno se non cielo dal camo che tanto auanti scriuesse 20 quale noi chiamaremo Celio (1). Costui adunque fu celebre poeta dopo la ruina de gothi et scripse in lingua italiana o pur più restringendolo italiana cosi disse diceua Q) in un dialogo 25 sicilian. — Virgo beata aitami chic non perisca a torto. L'ultima linea Virgo ecc. sta a pie' di pagina, e staccata dal resto. Essa diede molto da pensare ai critici, perchè non ha da far nulla col contrasto, che poi comincia regolarmente (tav. 13) con Rosa fresca. Il Monaci propone l'ipotesi che quel verso Virgo ecc. sia stato scritto li dal Golocci per sua memoria , e posteriormente al resto, quasi un richiamo ad altra poesia: sia insomma un appunto. Ma e che vale il sicilian. o siciliana come pur potrebbe leggersi? Le linee 23-5 sono assai ' oscure sì per la lettura , che per il senso. Sottolineai due parole, reputandole cancellate. Quanto alla seconda , non ci può esser dubbio , giacché la cancellatura è grossa e chiara: quella parola fu sostituita con diceva, come legge il Monaci, quantunque la lettura non sia forse affatto certa. Se tale cancellazione è evidente, è per l'opposto incerta la can- cellazione della voce italiana, poiché nel facsimile sembra appena di vedere un tratto sottile che la tagli orizzontalmente. La prova leggera desunta da questo tratto, per me acquista un po' di con- ferma dalla presenza di sicilian{a), che le sta proprio sotto, (1) La e fu scritta sopra il dittongo oe, che resta perciò annullato. variktX aOB senza quasi intorvallo di spaziose abbastanza distanladaJ Virgo beata. Il Monaci invece unisce a qnealo Teno il dillo vocabolo, che indicherebbe quasi che la poesit priodpitiile pt» detto verso fosse sMUatia. Contro l'opinione del Monaci sta, se io non m'inganno, oltre alla collocazione di steQkmn anche la di^ costanza che trattandosi di un capitolo dedicalo ai poeli ■»«■", pare inutile tale dichiarazione in quel posto. Osservo ancora ohe il Golocci può avere con tutta faciliti scritto erroncaroente #fl- liana al principio della lin. 24 , tratto a sbagliare dalla cira»> stanza che la lin. 23 principia pure con itaiièma. Nella lin. 23 ciò ch'io lessi più venne traiasdato dal Ifooaoi, che lo sostituì con puntini. Dietro airAUaoci, il Blonad lease riil> tima voce mistigancU^V^o. Il Monaci legge il luogo co^: < scripse in lingua italiana o « pur... mistigando (?) lo italiano; così diceva in un dialogo (si* « cilian.) ». Egli conclude : che senso ba qui sic(lUm(pyt Nessuno; e quindi lo leva, e lo unisce al verso Virgo, come si è indicala Se il dialogo è siciliano , non è più italiano , e vioevwsa ; eeoo^ se non mi sbaglio, il pensiero del Monaci. Secondo la lezione ora proposta si dovrebbe invece legger cosi* « scripse in lingua ' italiana, o pur più restringendolo, siciliana: « così diceva in un dialogo: ». Il restringendolo dovrebbe significare : prtdtimdo la cosa dH più. Nò mi sembra (come forse parve al prof. Monaci) che q«l italiana contraddica a siciliana. Oiacchò italiana sia U in con- fronto a Ialina, classica; tant'è vero, ch'egli, il Golooci« avea ap- pena fatto parola della mina de gothi, cioò della caduta della letteratura classica. Ciò sia detto anche per moslrare quanto sia, specialmente in qualche passo, i^tide e otcUkmU la grafia del Colocci. Gli scarabocchi peraltro non si incontrano dovunque. e parmi appunto che le linee 18-22 non ne presentino. Nessuna difficoltà presenta la lin. 20, dove il CeUo deriva dalla bizzarria umanistica del Colocci. Lo disse il D'.\ncoiia, lo ripelè il Di Giovanni. Tal voce peraltro può dai'ci un argomenlo iid^ retto in favore di Cielo, lin. 18. Se in&tti il poeta avea mbm Cielo, si intende assai bene che l'umanista potesse latinlntrio in Celio : mentre il Ciulo ò un po' troppo lontano. Il Di Giovanni difende la sua lezione cosi : « Il lettore noli nel « fac-simile la dilTerenza grafica delle e nelle parole chtamtrwfMK « Celio, celebre , beata , perisca , dalla lettera che si ò volala « ostinatamente dire e nella parola che invece di Cteft^ 394 e. CIPOLLA « scrisse il Golocci, si è letta per capriccio de' nuovi critici cielo. « Nelle parole quale, scrivesse e scrisse, le e sono della stessis- « sima grafia delle parole Celio, et , beata , perisca , e l'ultima « somigliante per l'accenno all'è di quale, scrivesse, scrisse. Nella « prima linea poi deve leggersi si non , e non se non ; e nella « linea quinta leggerei piuttosto scripsi che scrisse » (p. 124, nota 1). Il Golocci adopera due forme di e, una delle quali usa parti- colarmente nel mezzo di parola e l'altra infine. Quella in mezzo di parola, è ordinariamente una e che sta più dappresso al gotico cancelleresco (o corsivo), mentre l'altra assai spedita, s'avvicina al corsivo tedesco attuale. Naturalmente le due forme in fondo sono una sola , e la seconda non è che una derivazione dalla prima. Così in celebre (lin. 21 ed. Monaci = lin. 4 del brano ri- ferito dal Di Giovanni) le due prime e sono simili a quella di cielo nell'indice. Esse cioè sono formate da un semicerchio aperto verso destra, con una piccola striscietta al lato destro superior- mente ; l'ultima e invece è una v, coll'angolo assai acuto, e coll'a- sta destra bruscamente rivoltata in senso orizzontale verso destra. In scrivesse (lin. 19 Monaci = lin. 2 Di Giov.) la seconda e è come l'ultima di celebre; mentre la prima e è di una forma che sta di mezzo tra le due descritte ; essendo formata con un solo tratto di penna, la striscietta suindicata forma un tutt'uno col resto della lettera. In poeta la e è sentitamente vicina al gotico can- celleresco (corsivo), il quale può dirsi perfetto nella voce syllabe, nella tav. 13, lin. 10 ed. Monaci. La e finale non è poi sempre quale si è descritta, cioè più spedita della prima, e simigliante alla forma del corsivo tedesco: anzi la e di syllabe, come dicemmo or ora, ci dà l'esempio affatto contrario. Nella tav. 13 ricorre due volte la voce subegit ; la seconda volta la e vi è quasi gotica , mentre la prima volta vi compa- risce nella forma più affrettata, e affatto simile alla e ultima di scrivesse, salva (ben s'intende) la lieve modificazione che colà la lettera deve subire per legarsi alla g che segue. Gosi le due forme della e, la più rotonda e curata, e la più spedita, non sono seccamente separate l'una dall'altra, nella scrittura del Golocci; ma questa presenta una certa serie di forme intermediarie. Il punto d'unione tra le due forme, consiste nell'essere la e fatta con un solo tratto di penna invece che con due. Circa alla lezione di si per se, e scripsi per scripse (lin. 18, varirt\ 806 22), come vorrebbe il Di Giovanni, anche qui sono sirfieento di non poter trovarmi d'accordo coll'illastre eradito: pokshè credo che neirun caso e nell'altro abbiamo la e, della secondi Ibrm^ n Golocci usa quasi costantemente il puntino sullo /; e quento è eseguito con uno speciale tratto di penna, cori che omo retta staccato dall'asta della lettera stessa. Ciò in questi casi non ar- verasi, poiché il puntino manca, e non può interpretarsi per tale U tratto di penna risalente a destra, e quindi piegantcsi bruscamente, all'altezza (notisi bene) dell'asta sinistra. C ò di più : la i uitata dal Colocci ò una semplice asta, con poca ripiegatura alla base, se pur no ha : qui abbiamo il contrario. Il senso poi , panni escluda la supposizione del Di Giovanni. Il latinismo st noi veggo giustificato : e nel secondo caso, parlandosi in terza per8(ma, do* vevasi diro scripse e non scì'ipsi. Ritornando al Cielo o Ciulo, può notarsi che le u hanno (tfesso il Colocci le due aste uguali, o quasi affatto ugtiali. Si stacca un po' dalla eguaglianza perfetta la u di seguila (tav. 13, lin. 17); ma anche colà la seconda asta ò molto più lunga che nella e di Cielo. Non volendosi qui leggere e, sarebbe men male, dal Iato paleografico, leggere r: poiché la forma della r in Virgo (tav. 12, lin. ultima) é alquanto rassomigliante alla e di CMo. Concludendo dunque; a me pare che non ci sia moUro per staccarsi dalla lettura proposta dal prof. Monaci, cioè: Cielo. Il prof. Di Giovanni c'insegna poi (p. 118) che, in dialetto sid» liane, Ciulo e Cielo sono l'identico nome. Passiamo ora alla distinzione aggiunta al nome di persona. D Monaci, e il D'Ancona leggono dal Como. II Di Giovanni legge d'Alcamo. Riassumo in breve la quistione, limitandomi a ciò che strettamente riguarda la paleografia. Nel testo del Colocci abbiamo : dal e amo, dove la e è staccata tanto dalla sillaba daly quanto da aììio; ma è peraltro assai {rftì vicina ad amo che non a da/. La distanza tuttavia tra dal e e non é molto grande. Al qual proposito bisogna notare che anche la parola cielo consta nel ms. di due parti, distanti un po' l'una dall'altra ; poiché a rigore si 1^^ ci elo. La e in dal e amo non è maiuscola, ma minuscola. Il Di Giovanni ritiene che lo stacco di do/ da corno non im- pedisca di leggere d-alcamo. « Siasi scritto in origine dalcamo, « sia dal camx) siccome si legge nel ms. del Colocci e trascrisse « l'Allacci, la parola é né più né meno che d^ Alcamo netta no* « stra ortografia » (p. 119). Egli conftx)nta questa scrittura, con 396 e. CIPOLLA la Magna , la Puglia ecc. Dove il sostantivo comincia per vo- cale, e perciò la vocale dell'articolo viene elisa, è necessario che la consonante ultima dell'articolo si appoggi alla vocale con cui principia il sostantivo. Spesso succede che si unisce al sostan- tivo senz'altro. Ma che ciò non avvenga sempre, mi pare che il Di Giovanni lo provi molto appropriatamente citando l'Indice (Monaci, tav. 11) dove abbiamo registrato M. Rinaldo da quino, che non si crederà di Quino, ma d'Aquino. Nel nostro caso, insieme alla a di alcamo, dovea appoggiarsi alla d anche la l, perchè fosse compiuta la sillaba. Del pari non mi pare che si possa dar torto al prof. Di Giovanni, dove fa notare l'uso abba- stanza frequente nel Golocci di spezzare le parole. Egli reca l'esempio di co stui ( lin. 21 ), ecc.: ci elo per cielo , è pure un esempio abbastanza notevole. La mancanza della maiuscola in camo non prova niente in favore dell'opinione del Di Giovanni, ma la permette. Sembra dunque possibile paleograficamente la lettura difesa dal professore siciliano. Se ciò è giusto, non saprei veramente qual necessità ci sia di spiegare , col Borgognoni , camo per giogo, freno, ricevendo cioè l'intera apposizione come un sem- plice sopranome. Questo ha dell'artificioso , e dovrebbe essere sorretto da confronti. Farmi quindi che sia più naturale leggere d'Alcamo; e cosi avremo anche spiegato uno dei motivi, per cui il Golocci non esitò a mettere questo poeta tra i Siciliani (1). Se non abbiamo smarrita la via, la conclusione sarebbe questa: dal lato palec^rafico può leggersi cielo dalcamo, restando libero ai critici di sciogliere a loro piacimento la voce dalcaino. Con ciò abbiamo dato un po'di ragione e un po'di torto a tutt'e due le parti contendenti. È possibile quindi che ambedue restino scontente di noi (2). Carlo Cipolla. (1) Senza dubbio il Golocci avea sempre la citazione dantesca. Ma pare probabile che se il nome stesso del poeta non avesse presentato in sé stesso la prova d'appartenere alla Sicilia, il filologo jesino avrebbe accompagnato quel nome con alcuna spiegazione ulteriore. Può ancora notarsi che nel codice Vaticano in discorso, e nell'indice riprodotto dal Monaci, s'insiste ordinaria- mente sulla patria dei singoli poeti. (2) Il D'Ancona {Studi, p. 411) cita l'ediz. del contrasto fatta in Verona, da Andrea Zambelli. Andrea è una svista per Antonio {Il serventese di Ciullo d'Alcamo. Traduzione, Verona, tip. Franchini, 1871, p. 23, in4o; il testo è desunto dall'ediz. del Grion, nel Propugn., 1871). VARIETÀ 307 Nota aggiunta. — Vidi annunciato lo scrìtto di 0. Salvo Gooo, ChiOo d'Alcamo o Cielo dal Canno f (opoac. di pp. 13, aena noto t^xigr.X àtH ^mI* leggo ora nella Rivista critica détta letteratmn itaUmm (I, 140) om m» ceoaione. Di qui apprendo che il lig. S. C. ligg» tFAIommùt eooM Q piP fossore Di Giovanni, col quale si accorda pure nd leggwe Clwb • MB CUk. Se bene intondo , il sig. S. C. cerca di eliminare Pargomento thè fai dì Cielo potrebbe dedurai dalla postilla ueìV Indice , ool negare eh* sia del Colocci. « E veramente se dovesse leggeni Cielo .... io nm saprei « trovare la ragione per la quale Mona. Colocci, dopo di aver dtohi«>to « di voler chiamare Celio , V autore del Contrasto -^ che nei ekimmmmm « Celio — mutò subito parerò e sorisse ineSÌ' Indio» dei poeti CWe.... ». Non so, lo rìpeto, se proprio a ciò tenda roeservaàone del aig. 8. C; no in qualsiasi caso, la quistione accennata menta alcoaa eoondvaiioM. 0 Colocci, sapendo che il poeta appellavasi Gelo, nggionae: < che noi ehl^ € maremo Celio >, per dire: noi letterati che vogliamo dar forma elaaatea a tali nomi, dovremo dirlo Celio. Con siffata diohiaraiioiie egli non iiiteii> deva affermare, a mio credere, che poi si dovesae eflbttivamonte chianaro Celio il poeta. E perciò, inserendolo nell' /iui»o0, dove i noni tonavano la forma volgare, egli potò benissimo, senza disdire a aè ate«0| aorivtr Oth, mantenendo cosi la forma genuina del nome. POESIE POLITICHE NELLA CRONACA DEL SERCAMBI(l) La pubblicazione della Cronaca di Giovanni Sercambi giove- rebbe non poco alla storia politica, artistica, letteraria e dei co- stumi nostri medievali; ma poiché questo desiderio non sarà troppo presto appagato (2), si potrebbe forse abbreviare il tempo dell'attesa, dimostrando in qualche modo la grande importanza di quest'opera. A tale scopo non sarà certo inutile dare notizia di alcune poesie che vi si contengono. La Cronaca è divisa in due libri; il primo, che va dall'anno 1164 fino al 1400, è disposto in tre parti: dal 1164 al 1314; dal 1335 al 1369, interrompendosi, come si vede, la narrazione per un ventennio; e finalmente dal 1369 al 1400. Il secondo com- prende gli anni che corrono dal 1400 al 1423. Ma il solo primo libro sta nel bellissimo codice membranaceo in 4°, fregiato di molte e splendide miniature, scritto di mano dell'autore, che ter- minò il suo lavoro il 12 aprile 1400: si conserva nell'archivio di stato in Lucca. Del secondo , il codice più antico ed autorevole che si conosca, è nell'archivio privato dei signori Guinigi (3); ed (1) Devo pubblicamente ringraziare il eh. cav. Giovanni Sforza, il quale con rara cortesia mi somministrò le copie, le notizie e gli schiarimenti, che io ripetutamente gli chiesi. (2) Una grave spesa occorrerebbe per riprodurre in cromolitografia le numerosissime vignette in colori, che formano appunto la parte più carat- teristica di questa Cronaca. (3) Vedi La vita e gli scritti di Giovanni Sercambi, Discorso di Carlo Minutoli, negli Atti della R. Accademia dei Filomati negli anni 1844-45, Lucca, Giusti, 1845, a pp. 133-196; ristampato poi con aggiunte e correzioni varibtX aoo un brano di osso, dal 140() al 1410, f^ pubblicato dal Muratori (1) di su un codice Ambrosiano. Lia prosente notizia non riguarda che il codice lucchese dell'archivio. In questo ms. molte sono le poesie che stanno infhimmozzate alla narrazione storica; ed esse sono o di argomento rcUgioiOO nMh rale, o squarci della Divina Commedia, del Dittamonéo e codi via; ma io ora non terrò conto che delle sole poesie poliUche» sperando di invogliare altri ad un simile lavoro p<>r le riinanentt. Farò seguire questa breve illustrazione da un'appendice, dorè si troveranno pubblicate quelle tra le poesie polìtiche, le qaaU sono ancora inedite, una eccettuata (2). Avverto che tanto per le semplici intestazioni (:i), quanto per i brani della Cronaca ri- portati e per le poesie, ho fedelmente mantenuto la grafla del codice. I a e. 75: Chome fu porta una pilitUme allo impejxidure parlando in figura di Lttccha. Ck>mincia : 0 in ecelzo santisuino charlo. Finisce : E dalla octerniU aempre salvata. Si allude alla venuta di Carlo IV in Lucca che la flrancò dal servaggio di Pisa, ponendola tuttavia sotto il suo impero. Ad !!• lustrazione servirà meglio d'ogni altro discorso il seguente brano di cronaca, che il Sercambi fece precedere alla petizione: L Anno soprascripto (1368) del mese dottobro a d\ ij lomp«rador« oon gran parte della sua gente cavalcò per andare a Roma a visitar» il notevoli in fronte ad un volume di NoveUe del Sercambi; libro dM, tirato a pochi esemplari, è divenuto rarissimo: Aìewnt novelU di Otowmmi Str* cambi, lucchese, che non si leggono neWedùùme wmuiuma, etUm vite dell'autore scritta da Carlo Minutoìi, Locca, A. Foalaaa, 1866; i»8*, di pp. LX-50. La Vito si l^ge a pp. V-LV. Le novelle forooo poi riiHiinim da A. D'Ancona nella Scelta di curiosità letterarie del Romagnoli* (1) Rer. Ital. Script., tom. XVIII. (2) È questa, come dirò a suo luogo, la Quuo$u in morte del 0«Ai^ (3) Porrò tra parentesi le intestazioni che mancano nai ow. a eka aoao desunte dalla contenenza delle poesie. 400 A. MEDIN padre papa Urbano quinto et coUui tractare la libertà di luccha et cavalcò verso Siena et quine vi fu mal ricevuto non dimeno lo suo camino si distese a roma et ritornò a luccha del mese di ferraio cioè a dì XXVIII in McccLxviiii Tornando lomperadore alluccha et colini messer guidone cardinale et venendo di verso saminiato li lucchesi che erano stati mandati a saminiato si ridussero collo imperadore et venero verso luccha e intronno per porta santo cervagi a dispecto delle guardie pisane che quine erano et ridussensi in castello collo imperadore et prima che di quine si partisseno comandò lomperadore a pisani che governavano luccha che non ardisseno tocchare alcuno ciptadino di luccha et così si assegurò ciaschiduno lucchese. Essendo lomperadore riposato alquanti dì per alcuno ciptadino di luccha nome davino castellani fu facto alcuna petitione la quala parla in figura di luccha et quella fu portata dinanti allomperadore insieme con '1 dicto davino Johanni Sercambi di luccha et quella in nella sua propia mano dienno alla (juale per lomperadore fu risposto che molto li era a grado tal dimanda il tinore di quella disocto si fa mentione (a ce. 74 t" sg.). La poesia è una stanza di canzone con questo schema metrico, ABbC, ABbC: cDdEE : è inedita e verrà pubblicata nell'appen- dice al n° 1, Di Davino Castellani, che ne è l'autore, ben poco si sa. Il marchese Cesare Lucchesini nelle Memorie e Documenti per servire all'istoria del Ducato di Lucca (1), dice solo di lui, che « scrisse in versi una storia di cui qualche squarcio ha con- « servato il Sercambi nelle sue Cronache, e due se ne possono « vedere nell'eruditissime dissertazioni del P. Cianelli (T. 2°, p. 17, « nota (21) e p. 41) ». Lo reputa poeta infelicissimo, e lo crede luc- chese: che fosse di questa città non solo è probabile, ma certo; perchè se il Sercambi qui ed altrove lo qualifica cittadino di Lucca, nell'argomento della poesia Vili vien detto di Lucca senz'altro. Egli poi doveva essere non senza qualche autorità, dal momento che, assieme col Sercambi, consegnò nelle mani del- l'imperatore la petizione di cui si tenne parola. Il Padre Cianelli nelle Dissertazioni sopra la storia lucchese, non fa che ripor- tare due brani delle poesie di Davino, che già si trovano nel Sercambi, senza niente dire dell'autore; che, se poeta di primo ordine non fu certo, quale interprete dei sentimenti e delle idee politiche della sua città, a me non pare tanto infelice quanto asserì il Lucchesini. E per ciò le poesie della nostra appendice, se serviranno a mostrare l'importanza che la Cronaca del Ser- (1) Bella Storia letteraria del Bucato Lucchese, libri sette (IX, 130-131). VARIETÀ 401 cambi. ha nel caint)o letterario, potranno rors'anche trarre dal- Toblìo in che era caduto il nomo del loro modesto poeta. II a e. 75 t<*: Come ser moccio caUorato ondo a parlare co pisani per la venuta del cardfnaie che venia da roma, ~ Co* mlncia : E non volea ser moccio chel cardinal veniale. Finisce : E non volea aer moccio. Questo Ser Moccio era di Fucecchio, e parteggiava per i Pi- sani, assieme cogli altri nominati nella poesia. Il cardinale è Oai> done vescovo Fortuense, venuto a Lucca con Carlo IV, di cui (te vicario. Alla poesia precede il seguente brano illu.strativo: Avendo sentito alquanti forestieri habitanti io luceha la vanola del pi^ dicto cardinale fra i quali uno il quale si nomava aer moccio ealaoraio da ficiccchio subito andarono a quelli pisani che governavano luccba die la venuta di tal cardinale ella cagione della quale molto ne funno ciosi facendo alcuni ac(i di volere romoreggiaro lucba iniìeiD de forestieri che stavano in luccha per quella rubbare et prima chii dido cardinale intrasse in luccha si levo alcuni romori ofimìin i venuto ano quartieri di pisa con molti di valdiserchio li quali con poco bonore di Ino» cha funno mandati et corsesi la terra por la gente ddlomperodor» aaadi> meno li rcgimcnti della rcctoria et del comaenradore era do piauti. Et ftt la venuta del dicto cardinale fu imposta questa canaone cioè (e. 75 t*). Questa poesia non è una canzone, come la dice il S«'rrambì, ma una ballata colla )*ipresa di quattro versi, e collo stanze di otto, cosi disposti: i quattro primi formano le due mMlaxl0Hi,e i quattro ultimi la volta. Molto probabilmente anche questa è del Castellani, è inedita e .sarà pubblicata noU'appendice al n* 2. Ili a e. 81 t": C/iome fu imposto una camsone deUaprtsura di motrone per davino castellani c^tatUno tU iMOCha, — (>>■ mincia : Motrone dilectoso or ti rallegra del tuo magior alato. Finisce: Motrone dilectoao. OiomaU storico, IT. ^ 402 A. MEDIN La fortezza di Motrone fu restituita a Lucca da Carlo IV, unita- mente a quelle di Pontetetto e della G-arfagnana, cadute in mano di Pisa. Ecco ciò che dice in proposito il cronista nella rubrica: Chome la gente deUoimperadore et lo populo di Lucha 'pre- sero Motrone: Essendo rimaso in motrone il bructo da camaiore et quello tenendo per lo comune di pisa et prima quello tenea a pititione di messer Johanni del- lagnello sordinò che vi si mectesse loste et quine andonno quelli di pietra- santa per comandamento di messer Johanni bolcioni tedesche allora esistente vicario et rectore di pietrasancta per lomperadore. Et havendo il dicto bructo preso rispecto di non rendere motrone in quanto da pisa avesse soccorso si diliberò per lomperadore et per li antiani el comsiglio di luccha che la si cavalcasse. E questa diliberagione fu a di XII aprile in McccLxviiii in giovedì Tornati la sera molti ciptadini di luccha in pietrasanta et quine per Megrezza di motrone riavuto si fecie in nella dieta terra molti fuochi di falò et festa con canti et piaceri et simile si fecie in lucha. Et di tal Victoria per davino castellani che quine si trovò simpuose alcune stanse le quali con allegrezza si cantonno la sera in pietrasanta e poi in molti luoghi a ricordanza di tale acquisto come di sotto si contiene (e. 80 f-Sl t"). Questa è una ballata, non una canzone, collo schema: aBbA — CD, CD ; dEeA ecc. È inedita e sarà pubblicata al n° 3 del- l' appendice. rv a e. 91 : Chome fu prezentato uno romanzo a tucti i cfp- tadini di luccha. — Comincia: 0 lucchesi pregiati. Finisce: Da ongni rubatori falsi e ingrati. Questa canzone è di Antonio Pucci, e fu pubblicata dal prof. En- rico Ridolfi in occasione delle nozze Giannelli-Tesini, con questo titolo : Canzone \ di Antonio Pucci \ ai lucchesi \ — | Non mai fin qui stam/pata \ — 1 Lucca \ per Bartoloìnmeo Canovetti \ MDCCCLXVIII; in-S", di pp. 24, edizione di 62 copie. La poesia comincia a p. 15, ed è intitolata: Canzone | della guerra di Pisa I confortando Lucca. È da avvertire però che fu stampata di su il codice che apparteneva al Kirckup ; e, confrontandola colla lezione data dal Sercambi, il signor Ridolfi trovò in quest'ultima molte varianti, il più spesso a danno cosi del senso come della varibtX 408 forma, ed una diversa chiusa dove, con doe stanze di poesia, nulla affatto l^ate per sentimento al rimaneiite daDa eaiK zone, si supplisce ali* esortazione alla concordia od floreDtini •• al conservare la libertà, e alla dedica che ne (a U Pnod ai guelfi ripatriati, che in questo modo furono sopprene. « Al Sei^ « cambi, dice sempre il Ridolfl nella sua prefludone, ftmtove di « novella tirannide, e nemico ai fiorentini, che avrebbero amato « in Lucca un largo governo popolare, non potevano piacere i « conforti inviati da uno di quelli ai concittadini suoi, di Mriitni « liberi, e con gelosa cura far guardia di non essere altra vdta « traditi, né Tesortazione di serbar con loro amistà. E però quelle « stanze sopprime ove tali ammonimenti si contengono; ed egnal- « mente ne toglie la stanza quinta, in che il Pucci pone ai luo> « chesi in mala vista la signoria dei terrazzani loro, dicendo di « quei che già la dominarono: Se l'un v'fia fatto mede e FàUro * peggio; Ond'io merzè vi cheggio. Ch'abbiate tema (U sì fatti « stati. E così mentre tace il nome dell'autore, non vuol che « nemmeno si supponga esser venuta di Aiorì, ma gli par buono « far credere esser quella canzono opera di un locdiese, e tolta, « a questo intento, la rafiaz/ona guastandola. Nò (one a chi oo- « nosce quali fossero il pensare e l'operare del Sercambi, parrà « fuor del vero quello che a noi sembra, che egli cioò abbia to» « luto tale canzone ritorcere appunto contro Firenze ». Però odia stanze comuni ai due codici fiorentino (1) e lucchese, il RidolH adottò la lezione di quest'ultimo quando gli parve migliore; e avrebbe fatto cosa buona se, in cambio di riportare le tre stann date dal Sercambi al posto delle ultimo quattro del testo fioren- tino, avesse instituito un minuto e continuato riscontro dei due codici. La canzone tratta dei luttuosi avvenimenti accaduti in Lacca tra il sacco datole da Uguccione della Faggiuola (1314) e il vi- cariato del cardinale Guidone dopo la venuta di Carlo rV(i309). Ono degli avvenimenti succeduti in questo tempo, doè la perdita che Firenze fece di Lucca, caduta in mano di Pisa (Ì342X è l'aiigO' mento di un'altra poesia del Pucci: Come lAUxa si perdei rwm^ maricandosi Firenze \ Antonio Pucci disse cosL QiMMio Mr» ventese , nella forma prediletta dal Pucci di strofe letradiebe formate da tre endecasillabi monorimici e da un quinario die (1) Ora è in Inghilterra. 404 A. MEDIN rima cogli endecasillabi seguenti, venne alle stampe in occa- sione delle nozze Grotta-Chicca; Lucca, tip. Canovetti, 1878 (ediz. di 150 esemplari) a cura del sig. avv. G-. B, Carrara, di su una copia che il prof. A. D'Ancona trasse dal codice Kirckup. V a e. 108 : {Lamento in morte di Francesco de' Guinigi). — Comincia : Finisce ; Se mai fu tempo far delliocchi lago. Che libertà aranno di contini. E una canzone di pessima poesia, se poesia questa può dirsi, ancora inedita; né io credo opportuno di trarla dal suo oblio. Piuttosto riporterò le parole che il Sercambi vi premise: Chom£ m^orio quello excelentissimo m,ercadante Francesco di Lazzari de Guinigi. L Anno di Mccclxxxiij del mese (1) morio inella ciptà di luccha quello excelentissimo mercadante et famoso in virtù che a homo si può puonere e questo fu Francescho di lazzari guinigi mercatante la chui fama per tuctolmondo innelle parti honorevili fu mentovata. Et per non disten- dere in lungo sermone fu per la morte del dicto francescho per la citta dì luccha grandissimo pianto etristitia allo chui chorpo fu messer lo vescovo Johanni con tucta la chiericia esimile vifunno tucti gentili homini merca- danti et artefini e moltitudine di donne in gran numero e fu portato in bara alla chieza de frati minori e quine di lui fu facta e dieta per lo dicto vescovo solepne predicha et fu sopellito innellavello de Guinigi innella cap- pella di santa lucia apresso a dicti frati della chui morte molti si contri- staro in luccha e quelli che aveano pensieri vivere magiori inluccha di tal morte furon contenti Et perchè sera veduto che la vita di tale homo era stato salvezza di luccha mentre visse in libertà fu per alcuno divoto di luccha imposto uno cordoglio overo lamento amemoria di tucti quelli che virtudiosamente si voranno portare ella libertà di luccha mantenere qui disocto si discrivera pregando idio che lanima del dicto francescho sia dalui ricevuta et le nostre quando cipartiremo di questa vita amen. (1) Lacuna nell' originale. Francesco Guinigi mori in Lucca il 5 giugno 1384. Erra il Sercambi che lo dice morto un anno prima. Vedi G. Tommasi, Sommario della Storia di Lucca, nell'ArcA. stor. ital., t. X, pp. 263-275. VARIETÀ 406 ChQme fu inposto pertamarte deUUcto fìrtmoneo alqttmUe stanze le quali si dirissano aparlare cantra alia cfyla di htceha e prima (1). ^ VI a e. 134: Come messer Jacopo doppiano fèd^fihffereapita lagnila col fuoco inboccha che stoolgle verso firetua chomma scripta sopra il capo la qual dicie o rimesse le penne. — Co- mincia : Finisce: Chi potrò porro al sole mizura o pew. Allascir da man rìcU apraaso allaroo. E un sonetto caudato ancora inedito, o si troverà pubblicato nella ppendice al n** 4. L'autore, come si vedrà, ne è Davino Ca- stellani: si allude alla signoria deirAppiano, cbe cacciò da Pisa i Gambacorti (1392). Giova ancora rict)rdare che l'Appiano, come dice il Sercambi, guardava di mal occhio Firen/e e Lucca, che non gli avevano dato mano all' insurrezione di Pisa. A migliore intelligenza riporto .le seguenti parole dal cronista premesse al sonetto : (1) Perchè i lettori possano avere una idea dd valor» poelieo o Meuzeiy voi. I, p. cxxv. 408 A. MEDIN Allora il dicto Paulo mostrò di stare contento dicendo io voglio che papa Bonifatio nono sia signore di Roma del temporale come e dello spirituale ma sono contento indugiare. E così si partio lambasciata e di qui ne a poghi giorni il comsiglio di roma sperando che le brigate della chieza cherano state chieste comparissero per potere il dicto paulo offendere di mostravano contenti. E il dicto paulo che sapea e congnoscea la poca lealtà che oggi rengna in ne romani non observò che fecie un altra preda maggiore che quella di prima con dire che volea che il dicto papa fusse signore di roma per la qual cosa il populo di roma a romore elessono il dicto papa signore del temporale chome dello spirituale. E questo sentendo il dicto Paulo Or- sini ristituio tucto ciò che avea preso luna volta elaltra rientrando in Roma con baldoria e festa sperando venire a magior facto. E così rimase il dicto papa Bonifatio signore in Roma ordinando sanatore lo cardinale di ravenna alcuno tempo e poi fé Malatesta darimini et simile ordinò altri officiali se- gondo che allui piacque. E il predicto Paulo fé di suo . consiglio dandoli buona chapitanaria. 0 signoria mondana chome è honesto che il papa il quale de essere in nello spirituale signore voglia del temporale di magioria prendere bastone certo non dovea volere ma tucto questo procedeo da avaricia e superbia per potere lo tezoro di santa chieza et quello de romani spendere et imborsare dizonestamente che molto è più pregio sere al suprascripto papa davere preso acordio et levato via la scisma di santa chieza e preso lo bastone in mano contra limfedeli che aver preso lo dominio di Roma certo tal dominio in lui non è honesto e pogo acorgimento a avuto a darsi a credere potere tal signoria mantenere e non pensa migha che la fortuna che tucto a adis- paonere di tal simplicessa overo mactessa non adoperi verso di te papa Bo- nifatio quello che giustamente meriti e anco non stimi che idio non punischa chi fa contra a suoi comandamenti. E accio che tu et chi dipote verrà possa congnoscere che dio tucto puniscie ella fortuna dispuone secondo che allei piacie adexempro delle molte noterò qui quello che scrive dante capitulo VIJ dellomferno quine u dicie Exemplo al papa. Seguono i versi 1-96 del canto VII Inferno; dopo i quali si legge la intestazione del sonetto, che è l'ultima poesia politica inserita nel primo libro della cronaca lucchese. Per ciò a questo punto la mia breve illustrazione si arresta : con essa io volli sol- tanto, come già dissi, mostrare l'importanza che ha il celebre manoscritto di Lucca anche nel campo della poesia storica ita- liana; mentre l'appendice servirà, spero, a ricordare uno dei nostri poeti semipopolari, fino ad ora quasi sconosciuto. A. Medin. -A.:P]PB3SrJDIOBl(l) Chome fu porta una pitilione aUo imperadore portando in figura di Luccha. 0 in ecelzo santinimo ch«rio o creatura mandata da dio charo dilecto mio Misericordia chiamo et non itutitia Luccha i sono che a voi io parlo Vostra isono dolcie padre pio Et però con dizio A voi ricorro co molta amicitia E dellalto tris[ti]tia Chio sofferta che p<^gio che mort« però vi prego forte (2) Che a questo punto io sia diliberata E dalla cctcrnita sempre salvata (1) La pobblkuioae di qaasto putito è, «mm aTTwtU, panntMi tonde le lettere MpnaaoMnrie, e ftm feieateri ^«rtete ^wD* wmmmàk néàmàmmikt per error del croniita. Di ofai altn T«rbrio>e , n lettore miì «Triteto e m» iaoltie, che in qaeet» pocrie tono freqMati te elktoai delU prtM iUUke di m M precedente; e oone ooeon» alle volte iaplormr •oeeofw da tatti (ti tati Tww la giurta mimum. (8) I Torri 8^, «-7, 10-11, m1 Mk low) acritU in «m nto ii|a. 410 A. MEDIN II. Come ser moccio calzoraio andò a parlare co pisani per la venuta del cardinale che venia da roma : E non volea ser moccio (1) chel cardinal(e) venisse Lagrime molto spesse gictava con songhiosso. Quando moccio spiava chel cardinal venia AUi rectori andava e collor(o) si dicea Eccia novella ria chel cardinal pur viene. Dicevano li rectori Ser moccio non temete Noi sian si buon traitori (2) Saper ben lo dovete E tosto vederete Quello che no faremo A tucti metterem(o il) freno accio (che) non ci dian di morso. Ser Johanni guarzoni (con) Johanni serbandini Ancor nappoleone (con) ser sardo paladini Tucti eram leoncini darmi coverti afferro Ser francesco (s)io non erro ben si mostrava grosso. Ser andrea da bugiano (ch)andava col pecto teso E maginardo bramo (che) non congnoscea se stess© Antonio di pacie spesso sempre andava spiando Ongni cosa rinonsando (3) assai più chi dir(e) non posso. Chi vedesse pier chelli colle cigla abassate Vender li pestatelli coUapostol di state Tucte le minse date volean che tavernari AUor sensa denari desser sensa far mocto (4) E non volea ser moccio. (1) I versi dì questa ballata nel ms. sono abbinati, con un punto di divisione &a l'uno e l'altro. (2) La parola trattore per lo più è quadrisillaba; ma forse il poeta la calcolò di tre sillabe, quindi abbiamo lasciato il verso cosi come sta. Che se si volesse considerarla nella sua giusta misura, si dovrebbe porre tra parentesi tonda il si. (3) rinonsando, vale qui riferendo. (4) Quest'ultima stanza mi è oscura ; né so quindi se alla j^arola pestatelli si debba sostituire ptscateUi. varietì UI. Chome fu imposto una camsone delta presura di imotrcm pmr eastellani ciptadino dì Luccha. 411 Motrone dilectoeo (1) or ti rallegra del tuo magior atato Poiché se ritornato floctol comun di luccha poteroao. Ben ti puoi rallegrar dolcio motrone Pero che di toscbana tu ae chiave Poi che tornato se dove ragione Al buon comun(o) di luccha soave che ordina chugni nave Galee cocche lenti ot altri legni con tucti loro ingengni Potino in nel tuo porto virtadkm Motrone dilectow. Rallegrati pietraaanta giooooda Di questo tuo ncino di motWD» E vedi le novelle ebe taboada Charicheral eon EUontellecto pone Verso di lacche tnemadreperiitu (8) Che cone (sic) aspetta Di darti pacie con (i)steU> gioioso Motrone dilectoso. rv. Come messer Jacopo doppiano fé dipingere cpiea laguOa eoi /Wee è^ bocc?ia che rivoìgie verso firenxa chonuna scripta sopra il capo la fuat dide orimesse le penne. Chi potre porre alsol(e) mizura o peso Olvonto mizurare a staio a staio 0 tramutare il mar(e) oononchaoehiaio 0 dir laltezaa che Dio sta sospeao. 0 chuor malvagio sempre al male aoetM» Omenti sanguinenti dibecchaio Oberi opinci o michele tomiaio Dimoni in carne ongnor coUaroo teao Lavostra iniquità siapreso vesta Del segno imperial(e) che lale stende Comfiamma viva imbeccho in ver firma Escripto aucte (S) sopra lamia testa Orimesse le penme et chilontende E un8urger[e] toscana impistoIeoM Questa crudel(e) sentenza A pisa viddi alla porta sam marcho Alluscir daman rìcta apresso allarebo (4). (1) I versi deUk ripran woo icritU uti cod. do* pv lif». OmI m1 Mi. k della prim» strofe s'atUooharablw non kll'nlUmo, au ti p—lW— ««••. M < che da ans lineetta. (2) In maigiM il tegge: «feMM ii ftttrmamtM M—t « *m itn»» • Ma t (3) DoveT» tmm: or nostre p«oeh« Fanno infra noi quelche coloro feono Toscana ellio tuo senno David obcrsabc nabucho e mida E tua perfocta guida E girion colli altri modi strani. (1) Chi siano TaUuk e ilTswfNM, aoB WKfnà Un priefa—Mrts, proposito il chiar. c»t. C. DmUmbì daO'utiM rtoiU • pue ri alluda qoi ad alcune delle compagaU di Twitiura ék» piamo, ad esempio, che nel 137< l' inglcM Àenit «m cipttsao 41 Chiesa. All'Acuto ta talora socio il TentuiM» toJsseo Àttttkàm tì di Bombardo. Che a questi due si riferisM fl poitaT Onte è d» 4t inglesi, qui si parla. (2) Circa i versi : AUtr eo$ttt di ftm Unttetkt | ymmmr iàititammri «kmt i U celebre R« d4l mart. Hosting (Atttctk») si ^piait T«n» l' MS • IW èi 0 il Nord in genere) per la Francia fino a Luti • la fnm. Fana nst ( iifm e Ongtro, U Danese dell* Loggudt, eka i OrwMI émm <%•»«. fai wÉttm la ilkr. D«TO queste notitie alla cortMia dal eav. DMlaoai. 414 A. MEDIN Septima : G Irces con cosdria (1) vegio andar dansando Franoi per farci altucto eservi eschiavi I non mintendo istesso imaginando Le cose averse stupefacte e gravi Toscana le tuoi chiavi Gridano adio cornei sangue dabello Ben vidde daniello Uscir del mar(e) le quattro bestie strani. Octava : Q Uel sangue sparto per nostra salute Gha quella da Fuligno scoppio il core (2) Penetri esforsi nostre menti argute Asomma charità eadolcie amore Toscana com fervore Gusta il tau col sangue dell'agnello (3) Per chelli e quelli e quello Che dra più fructo chelli stati humani. VI. Per dimostrare quanto oggi in McccLoGxxxviii i facti di santa chieza si governano per lo infrascripto sonecto si dimostrerrà dicendo: Exemplo. Quando a diricto si volgie la chiave II suo serrame lungamente vasta E se tal volta un poco si contasta Sungie colloglio e diventa soave Ma quando è volta per una man grave Alla ritrosa longengno si guasta E sella sforsa troppo vi simpasta Si sconcia sì che poi non vai tre fave. Finche non viene aconciarla il maestro Ghe vede il suo difecto di leggiero E levane coll'arte ongni sinestro Veggio si guaste le chiavi di piero Ghe se quel chelle fé col braccio dextro NoUe raconcia non diranno vero Perche con acto fero Son volte alla ritrosa non so come Tempo verrà che si daranno in pome. (1) Chi fd costui 0 costei? (2) È la beata Angelica di Fuligno. {3) Circa il tau, veggasi Moeoni, Dizionario di ervdiziom storico ecclesiastica, voi. 73, pp. 16 sgg. UNA LETTERA IGNOTA DI VITTORIO ALFIERI A pp. 190-192 degli Opuscoli \ di \ varia letleraimra\ Vawocato \ Riccardo VannuccM. | FfrenMe^ i8fT. \ Netta 8km^ peria di Antonio Brazzint \ Con Approwulone; in^*, si legge una lettera di Vittorio Alfleri, affatto sconosciuta. È indirizzata All'Egregio Sig. Aw. Anton Moìia VannuccM Ptvfestore M Diritto Feudale nell'Università di Pisa (1), e dice ood: Mantova, 10 aaltanlwa 1786. Amico pregiatissimo. L'imprevista e subitanea partenza da Pisa, la quale fui norwri>nifl8l9 è « un poemetto in ottava rima, diviso in tre libri, ne' quali nao mfntm « l'eroiche virtù di questi gran Principi, e ai dimoatra cbo Qiovo avofo « scritto nel libro dei destini che il paeoe delle arti e dallo wÌwao> «Off « fertile d'ingegni di prima clasae, doveva oaMr gownato da oa Pliaeipo « filosofo e capace di richiamare tra le toaeano gonti i boi « non inferiori a quelli di Augusto e di Luigi il Qraode ». Bloii U 12 1 braio 1792 e fu sepolto a Pisa nel Cimitero urbano, dovo ai in marmo la sua effigie, notevole per uno smisuraliràBO aaM 416 G. SFORZA X mancanza, v'incomodo con la presente, e nell'istesso tempo profitto dell' oc- casione per significarvi come, viaggio facendo , ho riletto le da voi già in- viatemi dottissime osservazioni critiche alle mie Tragedie, intorno alle quali vi avevo pregato del vostro stimabilissimo sentimento. Queste osservazioni, essendo dedotte da limpidi fonti , meritano , nella maggior parte , di essere abbracciate. Dalle medesime ne risultano delle verità incontrastabili, e rile- vasi che l'estensore è un profondo filosofo ed un eccellente e sublime poeta. La lettura del vostro poema: Il trionfo di Minerva, conferma a chiunque abbia solo un poco di buon senso la mia giustamente fondata asserzione. Non mancherò senza dubbio di mettere in pratica ciò che vi siete com- piaciuto indicarmi. In quanto però allo stile farebbe d'uopo, per vairiarlo con successo , avere la fluidità e robustezza della vostra musa ; in ima parola , esser come voi nato poeta, ed io se mai potrò giungere una volta all'acquisto di così nobilissima prerogativa, non dovrà ascriversi ad altro che all'effetto di un'improba fatica e continuato studio. Sono in cammino per l'Alsazia; mi fermerò nei contorni di Colmar, onde colà attendo vostre lettere, che a scanso di smarrimento dirigerete a Colmar. Presentate in mio nome tanti cari saluti all' amico Padre Passini (1) ed ai rispettabilissimi Adami (2), Antonioli (3), Tommasini (4) e Bianucci (5). (1) Il P. Vincenzo Maria Passini, domenicano, morto a Pisa il 1787 nella fresca età di 49 anni, era nato a Racconigi il 19 agosto del 1738. Ammira- tore del celebre P. Goncina , ne scrisse la vita , che gli attirò addosso le censure di Roma. Dal Granduca Pietro Leopoldo ebbe la cattedra di S. Scrit- tura nell'Università di Pisa; e la sua conversazione riusciva piacevolissima per la sua dotta ed elegante facondia. (2) Il P. Francesco Raimondo Adami, dell'Ordine de' Servi , vide la luce a Livorno da famiglia fiorentina, nel 1711. Dopo avere insegnato per più anni a Firenze filosofia e teologia, fu chiamato a Pisa professore di teologia dommatica nell'università. Coltivò anche la poesia, e la sua traduzione del Saggio sull'uomo di Pope, oggi giustamente dimenticata, levò assai grido ai suoi tempi. Giubilato nel 1789, morì di li a tre anni, conservando vigo- rosa la mente anche nella vecchiezza, nella quale meditava di scrivere una tragedia sulla Congiura dei Pazzi. (3) Del P. Carlo Antonioli delle Scuole Pie (nato a Correggio il 1728) ebbe a scrivere Giovambattista Niccolini , che in lui la modestia fu di im- pedimento alla gloria. Insegnò per quarantotto anni nell' Ateneo di Pisa , prima logica, poi etica e metafisica, e finalmente umanità. Mori il 1° di no- vembre del 1800. (4) Giacomo Andrea Tommasini di Serravezza succedette al Frisi nella cattedra di algebra e aritmetica ed insegnò anche ottica. Ha alle stampe un trattato De maximis et minimis (Pisis, 1774), ed una Introductio in alge- bram (Lucae, 1784). Mori il 29 maggio 1790. (5) Bartolommeo Bianucci vide la luce a Montecarlo in Valdinievole VARIETÀ 1 1 7 Non omettete di favorirmi fro(|uontomente le Tostrenuov«i oooM pò.. dell'ottimo figlio (1). Abbiate alla inomoria un uomo di pooo valoiv^ sincoro, e che non cesserà giammai di apprexuut) la rara voitni vado < adesso a pranzo ai Bagni {di S. Giuliano)^ stasera a Locca, « e domani, senza più posare che per dormire, a Colmar » (3). Tanno 1718. Fu chiamato a Pisa ad insegnare logica ndlUnhrerBlà il 1740; cinque anni dopo ebbe la cattc (3) Lettere inedite di Vittorio Alfieri alla madrt» « Mmri» Bimekiem OiortMk storico, lY. " 418 G. SFORZA In una di queste brevi soste notturne è appunto scritta la let- tera presente, notevole per il ricordo affettuoso, che fa de' suoi amici e conoscenti di Pisa. Giovanni Sforza. Teresa Mocenni , con appendice di diverse altre lettere e di documenti il- lustrativi, per cura di 1. Bernardi e G. Milanesi, Firenze, Le Mounier, 1864, pp. 170 e 171. RASSEGNA BIBLIOGRAFICA ADOLF GASPARY. — Geschichte «te»' itatienischen Uterahtr.^ Voi. I. — Berlin, R. Oppenheim, 1885 (8«, pp. viih660). Potrà essere discutibile la opportunità della idea di acrìver ora, fuori dltalia, ove le ricerche sul nostro materiale manoacritto non «ono poaatbtii, una atoria generale dello lettere italiane. Potrà easero diacutibile apacialmeale per la storia dei secoli bassi, dal XVI in poi, di fronte ai quali darvero lo alorioo che abbia coscienza del suo assunto devo trovarsi spaurito per la deficienza di lavoro preparatorio. Ma ò certo che, dato l'invito di m < che intendo raccògliere in una serie di suntuoai volumi 1« storia dei vari popoli europei scritte da specialisti, il prof. Oaapary u meglio rispondere alla richiesta di questo editore, che ha riposto in lui la sua ft> ducia. È vero che questo primo volume tratta appunto quella parte della storia letteraria nostra, su cui si ò più lavorato in questi ultimi tempi, il sec. \I1I e la prima parte del XIV sino a tutto il Petrarca, ma ciò noa toflia eba l'opera sia condotta con cognizione piena e preeiia dall'argomaato^ eoa lai^ ghezza e acutezza di vedute, con rigore scrupoloso di metodo. Il Gaspar}' fa conoscere in questo volume delle qualità che pe'siiei aat» cedenti lavori noi non eravamo licenziati ad aspettarci in lui , prima Ira le quali una valentia non comune nel collegaro metodicamente i soggetti, m1 ravvisare legami intimi e reconditi fra le idee ed i fatti, insieme ad naa abilità tutta artistica di fare il libro, quella abilità di cui gli serìUori lede» schi si accusano, nò sempre a torto, di eaMre sforniti. L'A. ha inleHK ed è fortuna, che con la pura ricerca, col puro ordinamento dei filili una alerie letteraria non si fa. La storia letteraria rappresenta con la artialioa la perle più alta ed eletta e disinteressata della attività intellettuale ihmmIi il po^ pctuo e fatale anelito verso il bello, che si prcscala ne' anni noltaptiei e diversissimi aspetti durante il corso de' secoli, b quindi de6eienle aaa storie letteraria, che non cerchi di abbracciare il fenomeno letterarie nella aae interezza, come fatto storico, come fatto psioologieoi eooM ùilio 420 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA In una storia, il separare questi elementi è, non solo pericoloso, ma falso. Ed è bello il veder ora tale verità praticamente affermata da un seguace del metodo storico positivo, in un libro dedicato alla memoria di Francesco De Sanctis. Lo si discerne subito, il G. ha voluto fare un'opera coscienziosa, ma che nello stesso tempo fosse accessibile a tutto il pubblico colto. Quindi egli ha liberato il suo testo dall' impaccio delle note. Le sue pagine si succedono liscie, continue, senza minutaglie erudite. I rinvìi al materiale bibliografico, le discussioni su qualche piccola questioncella di testo, le rettifiche di opi- nioni erronee, o che l'A. reputa tali, sono tutte in fondo al volume, stipate in una settantina di pagine, che sono per il conoscitore la migliore garanzia della serietà degli studi con cui l'A. si è accinto al lavoro. Queste indica- zioni infatti, nelle quali si nota grande, anzi soverchio, studio di brevità, danno su ciascun soggetto e su ciascuna questione la letteratura più recente e più rilevante; solo la più recente quando è anche la più rilevante, l'una e l'altra con chiose opportune, quando la più rilevante (ed avviene spesso), non sia la più recente. 11 G. è al corrente di quasi tutto quello che si è pubblicato, e si vede che ha vagliato bene questo materiale, perchè ha saputo per lo più metterlo al suo posto. Non certo tutti i giudizi dell'A. mi sem- brano giusti ; in alcuni v'è esagerazione, in altri appare (ed è il difetto capi- tale di queste note) una specie di partito preso, una simpatia o una avver- sione, che fanno capolino ad ogni parola. Oltracciò il proponimento dell'A. di tenersi in questa parte ristretto il più possibile lo costrinse a formulare talora i suoi apprezzamenti in una maniera troppo categorica, senza darne veruna dimostrazione. Questo non può che riuscire irritante. Era meglio, se non gli veniva fatto di smussare questi angoli acuti, era meglio che egli impiegasse qualche pagina di più, pur di sfuggire alla taccia di arrogante e di burbanzoso, che non gli mancherà, e di cui non potrà forse intera- mente scagionarsi. È tempo per altro che io mi addentri nei particolari del libro e cerchi darne una idea ai miei lettori. S'apre il volume con una introduzione proporzionata, che riguarda le condi- zioni d'Italia durante l'alto medioevo. Vi si esamina prima lo stato della cul- tura in Italia sotto le dominazioni barbariche, mettendo in chiaro come fra noi, più che le elucubrazioni teologiche, continuassero in quegli oscuri secoli gli studi grammaticali e si perpetuasse un indirizzo pagano delle menti, che doveva portare i suoi frutti. Di tale tendenza sono indizio nel sec. X il pane- girico di Berengario scritto in esametri, la storia di Liutprando, vescovo di Cremona, il carme alfabetico, che lamenta la prigionia di Ludovico IL Data poi una chiara idea della storia d'Italia durante la costituzione dei comuni, che viene considerata- come un ritorno alle idee classiche, discorso delle città marittime nemiche tra loro, dei Normanni nell' Italia meri- dionale, della lotta impegnatasi tra la Chiesa e gli Hohenstaufen, che fini col soccombere di questi ultimi, l'A. passa ad informarci della cultura di quei tempi. Accenna a Monte Cassino; si diffonde sulla Rhetorimacliia di Anselmo il peripatetico, nella quale ravvisa due tratti caratteristici della rinascenza, il mondo pagano contrapposto al cristiano e la passione per la RASSEGNA BIBLIOORAFICA 421 polemica; tocca dolio cronacbo rimate della fine dal aae. XI • dal priadpio <]ol XIi: Nò trascura i progrean in queati leooli dagli iCadl ttftlogiri « tì^ sofici , chò anzi si estendo nel discorrere di Pier Damiano, dal ano ideala scientifico o della sua politica, o accenna a Lanfranco e ad ftnaalmo ^ Canterbury , cho nati in Italia fiorirono all' estero. Oli è die 1* Ualk «al si prestava airincrenionto degli studi speculativi, oombaUuU con'anno dal> l'indirizzo positivo cho prevolova noi centri di Bologna a di Salano, la* siemo con la giurispnidcnza e con la medicina continuava a florira la nà^ rica. Rimontano in gran parto al XII secolo lo infinite Arte$ dicàmdi cIm possediamo; ma nessuno di questi rotori, tranne il caratteriatico Bdicoaipi^po^ ha lasciato di so traccia duratura. La poesia di queato aeeolo noa è molla, né, quando si eccettui la Elegia de diversità^ fbrltmae di Arrigo da Salt^ mollo, molto notevole. La poesia così dotta goliardica sarebbe alata, taffinmlir TA., coltivata assai poco dagli Italiani. Finisco il capitolo con alenai, ima troppo sommari, accenni, all' origino della lingua italiana e ai primi doco* menti autentici che no abbiamo. 11 secondo capitolo tratta un tema cho all'A. ò famigliare per lunga suetudine ed in cui ha dato gi& larga prova della sua speciale cooif la scuola poetica siciliana. Qui le conclusioni non sono naturalmente di* sformi da quelle cho si hanno nella Sicilianisehe Dichtersehuiei ma guada* gnano in precisione. Lasciata addietro la parto introduttiva, in cui l'A. ripete le solite notizie sui trovatori provenzali in Italia e sugli Italiani po^ tanti in lingua d'oc, e dh in (xx^bi tratti il carattere di Federigo II, definendolo coU'Amari Un sultano battezzato in Sicilia, il capitolo pnò divi* dorsi in due parti, dello quali la prima si occupa della poeaia aiciliai e la seconda dell'elemento popolare in Sicilia. Queata partizione, dremo, è mantenuta anche nei successivi duo capitoli, giacché TA. farne le viste, è amantissimo di una certa simmetria nella trattazione. ^ Quanto alla poesia aulica, ei ne dh le caratteriaticbe, non traacuraado (ad è cosa encomiabile) la metrica. Nell'ardua queatione della liagoa in dM .quello poesie furono scritte, egli ò qui molto più aaaoluto cbe BaOa eoa antecedente opera s{)ecialc. Ut egli aveva addotto contro la ipoteai del Ioaoa* nizzamcnto molto prove particolari negative, ma non era giunto ad aaMiir nulla ix)siti va mente (1); qui passa il Rubicone e dico parergli «che alla « corte di Federigo vigesse un idioma letterario differente dalla lingua par> «lata e non disformo forse assolutamente da quello cbe a'oaa a' di aoitn» (p. 68). È vero che in opera come questa, talune incertetaa riaMOBO iaooaa» patibili, è vero altresì elio della sua offermazione l'A. attenua rimportean, soggiungendo subito do|)o non esservi mezzo di aapere cono quel tale ittoma letterario siasi formato; ma ciò nonpertanto, mi sembra, (joella atmaniOM^ ^a è ben lungi dal poter essere confortata dalle prove uoceaiaria par tela ••> trare nella scienza, cade poco opportuna specialmente ora cbe la dittcoHà appunto di quel quesito ha indotto il Monaci a formukwa uaa aaova ipOlMi (1) Di tale ri serbo lo lodarm il D'Àneoiu neUA fnhOama «k* «^ ptMlka siciliana, Lirorn}, 1882, p. xn. 422 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA che dovrà essere discussa (1). — La corrente popolare l'A. ravvisa nelle poesie di Giacomino Pugliese, in una di Iacopo da Lentini, in una attri- buita a Federigo, in una notissima di Odo delle Colonne e in due parimenti note di Rinaldo d'Aquino. Rispetto al contrasto di Cielo, l'A. accetta e rife- risce le conclusioni del D'Ancona. Solo egli crede che il contrasto non sia una vera poesia popolare, ma muova invece da un cantastorie, cui non era ignota la lingua aulica (2). Della lirica nell' Italia centrale parla il capitolo III, nel quale pure chi abbia presente la Sicilianische Dichterschule troverà sintetizzato quello che analiticamente l'A. ebbe altrove opportunità di constatare. Nei poeti toscani più antichi e nei romagnoli il G. vede la continuazione immediata della scuola sicula. Presso i Toscani anzi, molto più che nei Siciliani, si riscon- trano imitazioni particolari dirette della lirica occitanica. Nella scuola to- scana dell' antico stile è , a ravvisarsi la decadenza della poesia provenzale in Italia. In Guittone si devono studiare due periodi, uno amoroso e l'altra morale. In quest'ultimo specialmente prevalgono gli influssi latini, che hanno efficacia particolarmente sulla parte formale di quella poesia (3). Allato a questa poesia erudita cresceva fresca la popolare, che faceva fiorire rigo- gliosa la ballata. Alla quale poesia popolare è molto più vicina forse di ' quanto l'A. creda quella realistica, che egli vorrebbe richiamare ad imita- zione di modelli francesi e provenzali (p. 101) (4). Con molta acutezza s' occupa nel IV cap. il nostro A. della poesia di Guido Guinicelli, ed esamina che cosa porti di nuovo la canzone Amore e cor gentil rispetto alle anteriori definizioni dell' amore. Ciò che egli dice per caratterizzare la poesia del Guinicelli mostrando in quali particolarità il suo psicologismo differisca dal dottrinarismo di Guittone (pp. 104-106) e (1) iV. Antohgia, 15 agosto 1884. Cfr. Giornale, IV, 309. (2) Quanto al nome del poeta , il G. non crede si debba accettare a occhi chiusi la designa- zione colocciana (p. 487) , isolata e non troppo attendibile. E forse egli ha ragione. Si cfr. la Questione paleografica del Cipolla inserita nel pres. fase. (3) In questa sezione dell'opera, destinata alla poesia, l' A. parla anche delle lettere di Guit- tone, la cui forma realmente giustifica questa eccezione. Il G. se ne sbriga troppo leggermente (pp. 91-92), poiché quelle lettere mi sembrano, nonostante il dispregio di tanti, curiosissima cosa pel tempo in che furono dettate e degne in ogni modo di occupare seriamente uno storico della letteratura. Del resto, se altro non voleva fare, spettava almeno l'obbligo all'A. di citare al pro- posito uno speciale capitolo che il Bartoli ha consacrato a queste lettere (Storia, III, 251-64}. Ma sembra che del Bartoli, cui l'A. deve parecchio, e per l'ordinamento e pel materiale di parte della sua opera, egli si dimentichi un po' troppo spesso. (4) L'A. nota gli esempì che vi sono in Francia ed in Provenza di poesie in cui si parla nella maniera più cruda dei pessimi rapporti coniugali, dei disgusti nel matrimonio, che preparano l'a- dulterio. Ma è indubitato che prima che in Francia vi fosse su questi particolari la poesia, v'era, in Francia e in Italia , la cosa , e quindi non vedo ragione per cui questi motivi poetici dovreb- bero esserci venuti d'oltralpe. Tanto più non la vedo inquautochè quello delle donne malmaritate è un tema non infrequente nella nostra poesia popolare. Cfr. Casini , Un repertorio giullaresco del sec. XIV, Ancona, 1881, pp. 24 sgg., e Febraki, Bibliot. di lett. pop., I, 334 , 337 , 338. Drammaticamente si esplicò nell'antica poesia popolare spagnuola, giacché la bella romanza della mal maritata (no 1459 nel Romancero general del Dukan) è da riporsi fra le antiche. Cfr. WotP e HoFUASK, Primavera y fior de roniances, II, 60 e 421. RASSBeMA BIBLIOGRAFICA 428 prepari il nuovo stilo, ò molto noloToU. Degli «Uri potli bokgMii nria pochissimo. Concludo il capitolo disoorrando delk poMia popobn Ì0 l»*»*|fr» Dal Serventese dei Gerem0i e Lambtrtatti coglie nnrMJoin per Au9 i|Mleht fuggevole notizia sul aerventeee in Italia. ^ Il cap. V tratta della poeua cavallereMsa nell* lulia superiora. Qvi il 0. si attiene allo opinioni espresee dai suoi anieceasorì (1). AooeUa la parto negativa della dimostrazione di A. Thomas contro Niccolò da Padofa • credo vorisinnlo anche la positiva. Noli* ultima parta del fltpHfllff tocca di alcuni poemi franco-italiani di recento scoperti o pobblìcali, qaaU la radÉ> zioni dol Rainardo e Lisengrino^ quelle dell' C/^o if jUiwrwffl e YAifmUmtt di Baviera. Compiuto, quantunque non arrechi novità, è il cap. VI, ohe ha per Oggetto la poesia religiosa e morale neir Italia dol nord. Il 0. n ferma particolaiw mente su Bonvesin da Riva e non trascura il Pateochio (2). Il eimoeiriio capitolo riguarda la lirica religiosa nell'Umbria. Di S. Pranoeeco ti ii d^ scorre poco e non bene; molto meglio di lacopone, del quale è porto in (1) Nel breT9 prologo •! capitolo, in eoi l'A. dU tìmm fornk» ■■orow M asri 4*lWh. «• scorre anche del coddetto Lammti Mb lyoM rmìmmm (ff. lU-IIS). B bmIs, itapsMs ai «■•, in nn mare di incertano, ohe la intoprctaiioM oowa>, par ed il ceapoafaMai» mmM* mmm in bocca al ptUttfrino, non gli garba, • muma aaeon gli |laM la iilwfntada«i ■■»*> éda 4U Bastou {Storia, II, 98-100). L'A. dioa (p. 491) eh* il BarittU ha taiataM 0 t. U, « ntiniilii « ganze Anffusang nnbaltba^ wird >. Ciò noa ai nabn «alt*, «dia •(■! wmlm tnfv» mém. La interpretaiione del Bartoli pecca per arrastara 41 Uoifa lamswIH , ■• «gii ■■• ka M» teso nolU. Il r. i& (S fi' ìa (mm, fi' IM$) par M. • crs4o par \MA, ilgitlM M ftf eaaipK». Ma aaeka f aaatt tea «aid ftHN» aaaa iataiMMl col Bartoli , stante il doppio sigBiaeato dM pa6 arara il rarka «Mndbra. Trtlsrla a m» ptm sembra che la interpretasione plA orria da qaalla eawoM, par ed il Marita iMaraa, a b saaaaAa parte della poeda rignarda la fdidtà conlagala dopo ^aaala lUorao. I tv. 8040: At ava* IM mostra kgr»aa, | Lattando tubi la gramtta, sembraa» propria la aatitad velata eaa la stala aal» cedente della donna, da coi dona Frisa volava distoria (rr. M): Méit k'*» itm* t$Km frwmmm | TraandoMS ssnm aUgrua. Perchè , prima dalla parlata 4aUo apOM • aiwbha lamia b 4Maa soSHre gramtta )> — Ha non poaao oonvanira BalUdso waai d» 0 pool» aaaala a B yattsfriM sieno nna stessa persona, e mdto meno ndllpoted, a dir vara JahMallw— la, «fnsaa 4d O., elle la donna cantata neli' ultima parte dd petiegrino noa ab b apaM aha d baaab vdaa. A me pare che tatto le difBoolU rimontino all'arerà Msattloalo 0 pd^T*— d f"^ * ¥■'■' ravvisato in questa poesia una lirica. Essa ha di lirbo m mente dia poesia narrativa, cono U ataasa fora» «aWea laflta. Éaaofcba ^ insomma d nn frammento di poaaotto popolala, ad 4|aab d noeiabvaàomM nn 'onesta sposa , prìnia laudata dd aailto , pd ad eoai inddiata da un amanto. In lineato caio qaaU eaatnMbbai d aaaot Monafa. a ■» pam. CM ed resto, se io bene discorno, l'ammettara eh* qaaab pooda d 4ovam ohiabn Md oaaa oso daUai^ non è davvero meno invaroaiBaa eha l'aaoNMora che ead oealMlaMO osaa aia ooMlMb. I# saa natura di frammento , aenia capo ai eoda , mi paia avtdaab, B psalo «Md» la albn» ok» In- sogno c'è di mettere la narraaioM ia bocoa d pdhffriao , eha ha 1* oda di anan ■* |M ■* meno che uno dei personaggi compaid in qaaato docaaaataf (2) Delle poesie bergamasche l'A. cita (p. 4M) b oibbÉl A 0. Raaa a M HoMdB. Iwa^ nosco l'altima, migliore, per la quale n> di aaovo otUMhaab 0 bb., eha dbéa B BaaaMI idb Crettomatia dtUa pottia itaUatta iti fiHti» Mk •r^flHl, IWaa, UBI, ff. M. 424 RASSEGNA -BIBLIOGRAFICA chiaro il carattere morale e poetico. Il G., che con. intendimento lodevolis- simo non perde mai di vista la metrica in questa sua trattazione, spiega qui (p. 154) l'indole popolare della lauda, per cui essa ha cosi spesso forma di ballata, e fa rilevare il passaggio delle laudi a dialogo di lacopone alle laudi drammatiche (1), e quindi alle rappresentazioni. Nel cap. Vili troviamo trattata la prosa del sec. XIII. Vi si vede lo studio delI'A. di non trascurar nulla, scopo che egli raggiunge quasi interamente. È vero che gli era stata spianata molto bene la via da altri. — Io certo non lo seguirò qui passo passo nel suo cammino. Mi basta di rilevare che in- torno alla questione dell' autore del Novellino egli inclina ad ammettere che fosse uno solo, e nelle note (p. 499) indica due fonti dirette non avver- tite dal D'Ancona, vale a dire per la nov. 11 il Liber Ipocratis de infirmi- tatihus equorum, e per la nov. 18 lo Pseudo-Turpino. Quanto alle cronache, l'A. ammette come unica sicura tra le volgari nel sec. XIII la Cronichetta pisana del 1279. Caratterizza acconciamente Salimbene; rigetta col Bombardi i Diurnali dello Spinello (2); ammette col Todeschini e con lo SchefFer che la cronaca malispiniana sia una falsificazione della seconda metà del se- colo XIV. Intorno all'autenticità di alcuni scritti attribuiti a Bono Giamboni, ricalca i dubbi del Bartoli. Se avesse potuto procurarsi diretta conoscenza (3) della Rettorica di ser Brwtetto Latini, non l'avrebbe forse accettata senz'al- tro come versione autentica (p. 186). Io credo infatti legittimo il dubitare che quest'opera appartenga veramente al Latini, per quanto alcuni codici gliela attribuiscano e per quanto Io stesso Sundby non gliela neghi. L'essere essa in gran parte fondata sulla retorica del Tresors può rendere molto verisimile una falsa attribuzione. Il cap. IX si divide in due parti : nell' una è tenuto parola brevemente delle poesie allegorico-didattiche, nell'altra si discorre della nuova scuola lirica fiorentina. — Le poesie allegorico-didattiche sono il Fiore, il Tesoretto, le due opere del Barberino, V Intelligenza. Del Fiore il G. ritiene autore ser Durante (pp. 198 e 505). È la idea del Castets (4), il quale ne trae occa- sione per fare delle congetture troppo ardite. Ma io credo la cosa tutt'altro che provata. L'amatore si chiama egli medesimo Durante nel son. LXXXIl e ser Durante nel CGIL Nel primo luogo è il dio d'amore che dice: Che pur convien ch'i soccorra Durante; nel secondo, dopo un dialogo fra l'Amante e Bellaccoglienza, è scritto : Delle sue cose i' non fu rifusante, I Ma spesso falla ciò che 'l folle crede. \ Cosi avenne al buon di ser Durante. A me non pare che questi due passi siano tali da far ritenere (1) A p. 498 l'A. cita fuor di proposito tra le drammatiche le Laude de^ disciplinati di S. Maria pubbl. da G. Mikoglio (Torino, 1880). Queste poche laudi, che l'A. non ha viste, sono scritte per la confraternita dei disciplinati da un certo Dino da Torino , ma non hanno nulla di dram- matico. Nella stessa nota correggi Rondarli in Rondoni. (2) Dello Studio filologico intorno ai Notamenti di M. Spinelli di N. Pugliese , Roma , 1884, l'A. forse non avrà potuto aver notizia in tempo. Non era male citare uno studiolo d' occasione del Settembsini inserito nel voi. I de' suoi Scritti vari, Napoli, 1871, pp. 439 sgg. (3) Cfr. p. 503. (4) Jl Fiore, Montpellier, 1881, p. xiv. RASSEGNA RIDLIOORAFICA 425 che Dttrante sia un nome proprìo. In qtMita eorooa di «mmUì qtuMi lotti I personaggi allegorici sono chiamati con un nona dmiutu dalla loro ^ftHfl caratteristica. La caratteristica dell'amante ò qui la ooilaiisa: qtriatf 9^ A| detto durante, cioè costante. Nò deve dare impaccio il ser del aon. OCU^ per cui il G. (p. 505) lo chiama notaio. Nel aon. CCXXYI tioviaino Mutiti bocca chiamato ser Malabocca (1). — Per la vita e le opera àA Baffc«iao TA. motte a profitto la eccellente monografia del Thomas. Col TboiM» egli reputa i Documenti cominciati 0 in gran parte composti in Provenn (f, MM, con lui accoglie la ipotesi che la madonna del Reggimtnto aia Tlliolll» genza (p. 205). — Il poeta del nuovo stile cui l'A. conaaera ^MH*lalt ziono è Guido Cavalcanti. Di lui analizza la canzone Dama mi facendo notare i nuovi clementi che si riscontrano in questa Urica, la maniera di amare, il convenzionalismo che presto penetra anche in quarta scuola. Accanto alla lirica convenzionale v' era quella attinta dalle vive e sempre fresche fonti popolari di cui il Cavalcanti ha dato pareoehi eaanpL L'A. non credo provato che Guido fosse incredulo, ma quando quarto li ammetta, propendo ad interpretare col D'Ovidio il noto veno daalono (Inf.y X, 63). Degli altri poeti dello stil ntutvo s'occupa ben pooou Sigli 8^ para da questo gruppo (e a parer mio fa male, perchè viene a oonlnddira alla stessa designazione dantesca) Gino da Pistoia, e condlide inveoa il c^ pitelo trattando dei poeti realisti toscani del sec. Xlll. Il cap. X è il migliore di tutto il voi. In esao l'A. considera parallelanm^a la vita e le opere minqrì di Dante. Chi è informato delle ianunieteroli qo» stioni che vi sono intomo all' una e alle altre, rieonoaeerii a prima gioMn la difficoltà grande che vi ò nel trattarne in un ado eapilolo^ aia poro A settanta 0 più pagine. L'A. ha saputo farlo con loddena a ordino — *— '^'^ non trascurando le questioni più rilevanti, coordinando i tMk dalla vito ai prodotti dell' intelligenza, contemperando la crìtiea oloriea oon la eriitca estetica. L'indirizzo dcU'A. ò qui come altrove piuttosto eonaervativo. Daala^ secondo lui, appartenne a famiglia non nobile, ma ragguardevole (2). Nacque nel 1265; combattè a Campaldino. Di 9 anni avea veduto Beatrice POrtiaari e se n'era invaghito. La amò poi sempre, nubile e roaritota, cantò par W, la pianse morta, raccolse nel 1292 le proprie rimo amorose, e le oooMBOalft nella Yita Nuova (3). Datosi a studi filosofici, il 0. erede che egli m aUos* (1) Con madori purUcolari trattd tal* «MStiOM ad Pvilmih, UM T. ■• ti. (2) Pag. 227. Di nuoTO • p. 271 • Mw— iosi a ff. ftl1*I8. (S) « Diew Liobo Danta's Ut «ìm IkkariaelM, nÌm, keeh « Q«liebte ist dui lebendif gvwordaa* limi, «Iwm OottUdM», nm « Welt einen Stmhl der pusdiariaelMB HénUcUnit ■ils«tlMa«i • (9. '. danl perchè D. non abbi» «ponto Botilw. BgH Ma ■apinva m wm tt m» dea la si adora, non la tà mol ipow* (p. S8S). L'aMto « D. ri «rigM* aD'aaerf*. ms ■■■ donna terrena; le noti* di lei orano invoe* ■* Mto Mk na «rirtoasn aHm . ••• la ipaii egli non aTora che ttn (p. «0). U lagtoai elw 0 O. aMm fmt tftsHaH lo pM I— W (p. 522). Il De MonartXia reputa scrìtto negli ultimi anni della vita di D., ritenendo giusto lo obi^ zioni mosse dallo Schoffer-Boichorst a chi tiene diversa sentenuu Per istudio di brevità non mi tratterrò sul cap. XI, in cui è diworao della Commedia. K anche questo un capitolo bene organato, in eoi non mancano osservazioni notevoli; ma in sostanza non arreca novità alParg^^ mento trattato e varrà quindi molto più per i lettori stranieri del libro cbe per gli Italiani provvisti di qualche cultura. II Q. rammenta la tìsìobì pr^ dantcsclio e ravvisa solo in quella di Tundalo qualcosa cha si arvidna al colorito dantesco. Nel medioevo le rapprcsentarioni del mmido dei trapas- sati, molto vaghe presso gli antichi, acquistano determinatana, %ivaeàlk, terribilità; ma per una disposizione psicologica naturala in qoal lanpo la individualità dei i)cccatori scomi>aiono e si confondono nalla auaM. Dalla ha fatto spiccare di nuovo gli individui di mano a qaalla noltiladiai «H peccatorì e di beati. Scicntitìcamento la Commedia ha valore rebtÌTOc oona scienziato D. non ha prodotto, ha riprodotto. È dal punto di vista ddl'arla che il poema grandeggia. Il 0. passa in rassegna i principali episodi a la principali figuro della Comrtìedia., determinando il carattere della tra eaa* tiche e formandosi con speciale compiacenza su Boatrioa, dM «gli coaridmi come il centro della concezione dantesca (2). Dirò schiettamente che il cap. XII, intitolato H secolo XIV, mi parva poco felice. Sia cho in questa (Mirte TA., non avendo più una guida aicora, dovesse camminare da so e quindi avesse a fare fatica doppia cba par lo innanzi; sia cho la deficienza del materiale scicntificamanta laeeoho a Uhi* strato in speciali monografie, e la stessa mancanza delle adi«Ì0Bi altandibili (1) Cfr. solle lettere duit«Kk* !• «oadMiosi M ButoU ri«auto ia «Wi** CVtorMli. Ut. lU. Intorno alla lettera a Onido è boona oaa «MerrailoM i«cmI« • tati listili éà ■■■■i, Mii >. « d. 0. di Alò. Miissah, Roma, 1884. p. 179, n. S. (2) Di qualche rìliero è una nota dall' A. iatorso alla fenaa 4aD* latea» fff, IMCI). Wlfk espone molto lacidamente la ipotari wpr»— dai iigaori Vac«k«l • Batasill m 1PW>*WW**^ e pur lodando la ingegnoaità e dottrina di cari, addaea haaai aifMSMli |«r tUmtmà ala ftiaa tradizionale. Qoaata ti tempre anche la mia opinion*. 428 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA gli chiudessero la via, è certo che questo capo né risponde al suo titolo, né risponde del tutto alle esigenze che si devono avere rispetto alla materia trattata, né è giustamente proporzionato agli altri. Anzitutto perchè intito- lare Il secolo XIV un capitolo in cui strettamente si parla della prima metà di questo secolo, e in cui non si trova posto per autori di importanza capitale come il Pucci e il Sacchetti ? L'A., son certo, parlerà di essi altrove, nel secondo volume; ma questo smembramento del sec. XIV, che non à ap- poggiato ad alcuna ragione intima e neppure ad una plausibile ragione metodica, non sembra all'A. grandemente nocivo? E non gli sembra nocivo il parlare qui, com'egli fa, di autori per nascita, per inclinazioni, per iscuola dugentisti, come Gino da Pistoia, nato prima del 1270, il quale, come abbiamo già osservato, egli stacca bruscamente dal gruppo cui appartiene (1), e Dino Compagni, il cui nome troviamo già nel 1280 nella matricola dell'arte della seta? (2). lo non so quali motivi abbiano indotto l'A., del resto così rigoro- samente sistematico, a queste anomalie; ma è certo che di qualunque specie essi sieno, era doveroso l'enunciarli. — Si passi sopra a questo, e fingendo che il titolo Das 14 Jahrhundert suoni Die erste Hdlfte des 14 Jahrhun- derts, si veda quello che il G. ci ha dato. All'A. é sembrato bene di classi- ficare le opere poetiche che egli prende a considerare in didattiche e amorose. Primo tra i poeti didattici compare Fazio degli liberti, nel trattare del quale, l'A. segue gli studi più recenti. Ma non sembra che qui la trattazione sia compiuta. Egli accenna bensì alle sue liriche politiche, ma si interrompe, perchè alcune di esse, se non sempre per la cronologia, certo per la moder- nità del concetto , « fallen schon in die zweite Hàlfte des Jahrhunderts » (p. 348). Della poesia amorosa di Fazio qui non parla. Ne accenna invece (1) Nel parlare di Gino l'A. esce dalla circospezione che gli è abituale e mostra come egli senta potentemente le simpatie e le antipatie , non soltanto verso i critici contemporanei , ma anche verso qualche scrittore dell'antichità. Del resto, in questa parte , chi è senza peccato scagli la prima pietra. Gino è per il G. un poeta al di sotto della mediocrità, « hreit, ohne Kraft und voli « von Trivialitaten ». Egli crede che Dante lo lodasse solo per la purezza della lingua; trova solo qua e là, un paio di versi o qualche strofe riuscita ; solo la canzone Avvegnaché i' m' abbia gli par bella; ne' suoi versi egli sente talvolta un sapore di marinismo precoce (pp. 357-60). In- somma il povero giureconsulto pistoiese non se n' è mai sentito dir tante come questa volta. Di questo tardo assalto il suo spirito si consolerà ripensando all'altissima stima in che lo teneva il più grande fra i suoi contemporanei, che nel De v. el, (II, 2, 5, 6), con ispeciale compiacenza, chia- mava e tornava a chiamare sé stesso amico di Gino, di quel Gino che a sé indegnamente pospo- neva, non indegnamente costretto (I, 13). (2) Adoperando contro il sistema praticato in tutto il libro, l'A. espone nel testo (pp. 363-64), anziché relegare in nota, la bibliografia della questione diniana, ciò che non toglie che la parte più recente di essa bibliografia compaia poi nelle note (p. 532). 11 G. riconosce che 1' opera del Del Lungo « hat viole gegen die Echtheit geltend gemachten Grtlnde beseitigt », e sarebbe ten- tato a rimettere addirittura in onore la Cronaca , se non lo spaventasse un argomento dello Scheifer, che resta incolume in mezzo a questa guerra. L' argomento ò che il Gompagni in molti luoghi coincide col Villani, la cui cronaca non potè essere pubblicata che 15 anni dopo. « Villani, « hat aber Dino's Werk nicht gekannt » (sicuro?), dunque Il dunque è che ancora non si può dir nulla di certo, ma che l'A. finisce coli 'abbracciare su per giù l'opinione del Hegel, che cioè il nocciolo della cronaca sia autentico, ma nel sec. XIV altri v'abbia lavorato intorno. Dopo ciò mette molto bene a suo posto l'opera, mostrando quali difetti essa abbia come storia e quali meriti come arte (pp. 365-69). RA88B0NA BIBLIOORAPICA 429 più tardi (p. 300) o fa una osa«rvaziono acuta e ch« eredo v«ri«iaui ialomo alla canz. P guardo fra Verbette per U prati^ che die* prohatiiinMnli Im g^ata sulla dantosoa Io son venuto al punto delta rota. So dumm il ^ ritornerà su l'Uborli, si avrà di questo poeta, la etti pradoioM MM è Il Ah u: A 43t ma non ai dissimula le difficoltà di qu«*(a aUribuùooo (pp. 83040), b «ptlt egli accetta solo porche non trova altra personalità ooiilMi|ionUMa al P. cui quella poesia meglio si addica (p. 416). — > Cirea la cronologia della cant. all' Italia non si pronuncia, ma sembra inclini ad ammetterla scritta prima del 1348. 11 nome vano sema soggetto si rifcrirohbo all'impero, OM M» lifc come istituzione, si bene pel discredito in cui lo avevano gettalo^ seno forti, i mercenari venuti d'oltralpe (pp. 54445). — Il 0. allontanandosi in questo dai suoi predeeesaorì, i diversi aflblti • che agitarono 1* anima del P., e Io inclinazioni della ina OMOlt. lyf m studia il classicismo, e fa un confronto ben riuscito tra il claaidaM MO^ quello anteriore e quello posteriore; analizza in lui la filoaoAa, la pol^ tica, l'amor proprio e quello per gli amici, la religioaitii e il iiiiatiniio L'amore nel P. non ha sviluppo: ò un doloro continuo, senta lorfaìaL Par damo un'idea, il U. prendo in esame duo canzoni, GUorw, firmék§ § dolci acque (1) e Di pensier in pensier^ di monte in monte, Pw Oaala a ^p. 539). Quel puM non mi en panto sftafgito. 8» bob eW ai paMV» • al pai» «te i il Segreto fa compoato, doresM gik tm»ni n«ll*aaiao 4*1 PBtfBWB iteUtitB iiills zione dei dae affetti eh* ti tror» acc^nMl* aaek* in qnaklM faMg* M OnsHrfiri, • 41 «ri al industriai di dimostrare con altre prore la artifldaliti (efr. Oiinmk , IO , IS^IS^. §t ma Mi» mettiamo, come cr«do aia da ammaiUni • eoa* n AsMio 41 CHmhm (Msaaa sasln, Ab ■ F. custodiasa gBloaunaat* U BBa* tbto 4«IU 4oaM umIb, • «mi 1» rivBlassa asl a4 tltm», Mmmtm una nec«Mdtà eh* egli anek* A«l Dt mnì. mamét «oaAiaaas «M «ilalsaB cks «bìbib ftas I» nata ^neralmente , Tale a dire eh* Lamrm WBanlB ri dteaMO 1b «n 4MaB. n 0. aaava quanto insulsi direntino I ginochi di paioU ari Omtamdm gsasia ri aaaaMB «hB B P. ■■• as trovane la occasione Balla rarità, aa m 1b ftliVrie—a 4a ai. K tal* raglBaa aln|i>i p«t» par combatte» la ipoteri cka Stlmuta aoa taaa Q bomm AaO'aaaala 4t Oaa fp^ Uìy. Ma ri riflett a bene. Noi abbiamo un poeta olM riaaa eactl avar «Batato aaa laasa aaM* aaas talB. il Boccaccio. Eppure nelle liriche del Boccatrie UwTBBri I gÌB0^4mnMMlli«oajlaBB«,«saB nel P. quelli di Laura con tauro. Prov* di qaaato lo 4ieo ka naaalasMalB aasallB W. MaaaB in uno studio sullo Rime di IL Botcaetia (Pnfi»§tmt»n , XTI, i, 480). 0«afaa la iBglm 4ri O. ha valore fino ad un certo ponto. Il 0. pri Boa 4ie« «aa pairia sa fBaUa «ariaaB Mallft M nostri poeti antirbi, per rui esri niebbero atatl aatlaatf 4ri rial» al aaara aaav* ^aDa 4na» ohe portavano un nome conforme ri loro paaaiari. DbbIb 4«*bb wUsaaw k saa 4aaaB tta la %»• titndini celesU e farla simbolo della adaaia baatUeaaU. «4 «aos cka alla ri «Maaa aaMast B Cavalcanti, primo amico deirAUgUari, aao eoapo(BO Balla seaala Uriaa, 4B««a aaai» Baa pnn»> rìtrice della donna di Dante , ad «000 Aa aQa ri Alaaa OievaaaBt Cla« aaa éavaa laiwr ari un po' di pioti noUa eoa amata, «4 «eco ri» «Oa ri olriaaB SrivatliB! B VrimcB 4«t«ta |na»> Kuire con intensità mbom di afrito la inolia, 4o««fT» eoa latto W aao ftfiB a^taan aB'rihs^ ed ecco che la sua doBBO il eàiaaia Laaia. Noa ri paò aagaro: * aa tri «aaol (1) A p. 4«5n. il O. rwipiDge Viàm 4ri CAaaoea {ShM IHL, ^ 414) « 4*414, «te ari | Tend di qneata cantone si accenni alla aeqao la eri Laan t'trm la^aék %B rilia interpretaaione doll'or* per pritM , oIm ri Babtou (SI. . TU . MO) fato « Ipasrila ». Mi ■ 4. non muove, come alcuni interpreti, da aokitriaoritA aoralo. BgU liaao faala «flainB taaM ^ sembra che la la strofe nppreaonti nn qaadntto Moiataala, la faristoo ria* la «ri «tio t^aa» in quel btntdttta giamo, in cri iiaBaamt» ri W. « (|ria4l, «^ 4ba, «a Laan «im «ril>wW. « non poteva bagnairi ». Toro: aa old 4ie« aU* A., ri» |«r raftaMalMi» la «smb «f««iÉB in un moderimo di o ari loogo da aia naate «tiffima (v. M) 41 Laan, aaa sfeMa B paaia |» tuto accennare a tre bobobU «OBataUri» fli aauarita par aa aaaaala ^piria Ipriari. ban ri biigna, poi esce dri ba«BO o waMtari tb «4 appoMlari a4Bali«a«B AìOtaw. fc«*a«riariarilB a seder» luirerba. Il poeta aadaU priaa aoa ririO{ Laaia 1» «««r»» (». •») «Ib q^aai» ria » 432 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA i suoi seguaci amore e virtù erano una cosa sola, l'amore era religione, la donna diventava simbolo della filosofia e della teologia. Il Petrarca sente la parte terrena del suo sentimento per la donna, egli non adora più la bellezza, ma la contempla e la desidera. Quindi una lotta nell'animo suo fra l'idealità ed il sensualismo, di cui in Dante non v' è traccia. Non so se io sia riuscito a dare in poche pagine una idea adeguata del densissimo libro. Di questo peraltro i lettori saranno convinti che esso è un lavoro notevole e degno di encomio. Se ne sta facendo una versione ita- liana. Essa sarà la benvenuta davvero per tutti coloro cui non è famigliare la lingua dell'originale. Rodolfo Renier. Note inedite di Torquato Tasso sulla Sofonisba di Giovan Giorgio Trissino (Nozze Todeschini-Zampatelli , ii ottobre MDCGGLXXXiii). — Piacenza, tip. Marchesotti e C*. , 1883 <8°, pp. 26). La Sofonisba di Giangiorgio Trissino con note di Torquato Tasso, edite a cura di Frango Paglierani. — Bologna, presso Gaetano Romagnoli (Imola , tip. Galeati) , 1884 (8° , pp. xviii-40; ediz. di 202 esemplari per ordine numerati). La prima Tragedia regolare nella Letteratura italiana. — Studio del prof. Ermanno Giampolini. — Lucca, tip. Giusti, 1884 (Estratto dal voi. XXIII degli Atti della Regia Acca- demia Lucchese) 8°, pp. 50. È noto che Torquato Tasso soleva annotare, in margine o in calce, i vo- lumi, su quali fermava maggiormente i suoi studi. Preziosi per le postille di sua mano , si conservano tuttora con religiosa osservanza gli esemplari della Città di Dio d'Agostino, del Canzoniere del Petrarca, del Convitto e della Divina Commedia di Dante Alighieri. E annotato in egual modo dal duta. È allora che Amor co'' legli occhi il cor gli aperse (t. 11). Quindi è naturale che quest'ul- tima parte della scena egli descriva nella str. IV. Altrove, lavorando di imaginazione, avea finto che Laura nel bagno si accorgesse di essere spiata e gli gittasse contro dell'acqua (P. I, canz. I, str. 8). — In questo modo si schiva di dare ad ove il significato di presso , che non ha, e si combinano anche due cose , che al G. sembrano troppo facilmente possibili nel tempo stesso , il sedere sull'erba ed il fare del tronco colonna al bel fianco. lUlWONA BIBLIOGRAFICA Tasso fu puro un esemplare della Sofimisba del TrÌMiiio. Ma la Mirte A questo corse ben a lungo diversa dalla aorte di quelli. Maotre la postilla a sant'Agostino, all'Alighieri e al Petrarca si attraggooo da molt'anm l'alia» none degli studiosi , a nessuno venne fatto di conoacero , aa noo da pooo ^ tempo, le annotazioni alla Sofonisba. Chi le trasse dall' osciiriià , fai «1 giacqiiero, non si sa come, per quasi tre secoli , fti Luigi OM|Mrt l%mifkm\ Del prezioso esemplare, acquistato in Roma nel 1863, Tagrifio palriiio hft fatto dono alla patria biblioteca della città d' Imola. Ciò non lolae parft afa* esso riroanesso occulto, per tront'anni ancora, agli amatori dagli atudL Primo a farlo conDscore , nollottobro del 1883, tn Ildebrando Della Otpera; devo però dichiarare che e dall' una e dall' altra egli dastune ciò, ebe non vi si leggo in alcun luogo. « Non mi paro inutile l'arvertira, è dallo aal « proemio, che il Trissino non dettò la sua Tragedia, onda afoganri l'aaiiM» « suo, addolorato per la perdita della prìnui moglie , comò tra gli altri a» « serisce anche l'Emiliani Giudici; ma biaogna ricordarci che la Sofìmùbm « fu scritta nel 1515 e che Giovanna Thiene, prima moglie dall'aolora, mori « nel 1505; e ne' dieci anni decorsi fino al 1515 il Trìaaiiio avara enàtÈO « bene, tanto per non pertlcr tempo, di amoreggiare con altra arola. Ben mi piace avvertire cba ei6« aba si legge nella storia della letteratura italiana di lui , ò tutto Toppoato dal vero. E per ciò, che si riferisce al caso noatro devo aggiongare, cba il oa- lebre storico non fa neppur cenno del dolore, provato dal Triaaino par la perdita della prima moglie. « Allorquando » il Trìasino, aoB aua parola. « impreso a comporro » la Sofonisba * era nel vigore dagli anni: il «o « cuore batteva del palpito delle soavi pasaioni della giovantà, ni la aelih « gare, che lo colpirono dappoi, erano per anche vanata ad oppriaMTgli lo « spirito e a fargli detestare la vita: era in quella cara atagiona dagli anni « arcanamente operosa, allorquando il primo e più potente stimolo agli Madi « è lo ineffabile compiacimento della coscienxa, cba sante di produrr» «grigia « cose * (1). A confutare poi ciò, ch'egli imputa a torto all*Bmitiam. il Dalla (1) EuLum airoici . Storia Mia Utitratmm nMmm , «sL U. Imam» lente, 1885. GiomaU storico, lY. 434 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA Giovanna, soggiunge, come s"è veduto, che la Sofonisba era stata scritta nel 1515 e che la morte di Giovanna Thiene, prima moglie, avvenuta nel 1505 non aveva impedito all'autore di darsi ad altri amori. Ma nelle prove di questa confutazione non si coglie ugualmente nel vero. Non che il Della Giovanna rechi in prova al suo dire autorità alcuna: dal complesso delle citazioni si ha però motivo a pensare ch'egli voglia far credere d'essersi giovato anche in ciò della Monografia, ch'io ho scritto, sul Trissino. Ora è a sapere che la prima moglie di questo fu non Giovanna Thiene, ma Giovanna Trissino, come risulta dal testamento olografo del poeta e da altri documenti , pub- blicati a corredo della Monografia. E pure l'errore, in cui è caduto, il Della Giovanna non se lo è cavato dal suo cervello. G' è un autore , il quale ha detto le stesse cose , che si leggono nel proemio alle Note del Tasso; ha detto cioè che la prima moglie del Trissino fu Giovanna Thiene e che il dolore , derivato dalla morte di lei , ha ispirato al poeta la Sofonisba. E questo autore , da cui il Della Giovanna toglie , senza citazione alcuna , la notizia , è Pierfilippo Castelli , uh modesto erudito del secolo deciraottavo. « S'era già ammogliato , scrive egli , il nostro Trissino nel 1504, in età di « ventisei anni a Giovanna Thiene, nobile vicentina, da cui aveva avuti due « figliuoli, l'uno chiamato Francesco, che mori giovane, e 1' altro Giulio, il « quale fu poi Arciprete della Chiesa Cattedrale di Vicenza; ed essendo « essa morta, di tanto egli si rammaricò, che non volle più dimorare nella « patria ; ma partitosene tornò a Roma, dove già era stato essendo giovane ; « e quivi col cuore ingombrato da questo funesto pensiero si diede a tessere « la celebre tragedia della Sofonisba » (1). II. Le Note inedite di Torquato Tasso sulla Sofonisba del Trissino non fu- rono messe in commercio. Avutele in dono dal prof. Luigi Tolde , il Della Giovanna le pubblicava in un numero non largo d'esemplari per festeggiare le nozze dell'amico suo Pasquale Todeschini con Annina Zampatelli. La dif- fusione fu anzi cosi circoscritta , che non ne giunse neppure un esemplare alla Biblioteca comunale d'Imola, dove si conserva il prezioso autografo del Tasso. Al difetto del Della Giovanna ha supplito il prof. Franco Paglierani. La nuova e bellissima edizione, ch'egli ha procacciato coi tipi del Galeati, non è delle sole Note del Tasso: è, in vece, la riproduzione dell'intero esem- plare della Sofonisba, quale conservasi in Imola. Le postille del Tasso sono lasciate nel posto, in cui si trovano « con la stessa distribuzione di righe e « di lettere, con la stessa ortografia, con la stessa punteggiatura » e con l'omissione fin anche de' tratti d'unione e de' punti omessi nell'originale. La nota maggiore, la quale si legge nella seconda pagina dell'esemplare, è anzi riprodotta fedelmente in un facsimile in rosso, del pari che il nome e il (1) Castelli, La vita di Giovati Giorgio Trissino, Venezia, 1753. RASSEGNA BIBMOORAPICA 486 iMgnome del postillatore ral frootMpisio • neilantiporta alU lrmg«dw. K io rosso aon puro tutte le noto no' margini o in ttlot. Alla nuova edizione della Sofonisba è preroeaa ma pinfliiioiw. • pioiaith ^ alla foggia di quella del lk>\ìtk Giovanna. 11 Pai^lionini km vi di rartriiigt a render conto del modo, con cui furono riprodotti T oMHqtkvt • It Httti ma vi detcnninn più imrticolarmonto l' edizione dalla A/bnéila, «ala 4il Tasso (1) , mediante raffronti con altri esemplari • speeiafanaola dorota maggiore precisione ; od è là dove dicosi che il Triaeino rllom6 dal> l'esilio nel 1510, anziché nel 1517. Il Della Giovanna non s'è provato a definire, neppure approaninatiTaaMata il tempo, in cui il Tasso possa avere annotato l'esemplare ddla 3»/b»; sicché vi s'ineoatm « pran • ami € poesia », e Io stile vi si fa così volgare da togliere « Èmm , mm^ 9à < espressione » a* caratteri. Il dialogo steeso. boono, ìb gMerale, ed «SoMi^ # non lascia di rivolaro talvolta l'artifizio, o di riuscire noioso, fe giMlodbv per altro che vi hanno luoghi, dove < le paMioni, maneggiate alla nwnlera « de' Greci, hanno ottimo colorito », e dove « sparisce il languore della € elocuzione, parla il poeta il linguaggio degli antichi, si moalm ver» lor» « discepolo e apparo pitterò della natura ». Talvolta il paese è eoil e picM « di tenera commozione > che il Tasso dichiara di sentirla « nel tedb « del cuore ». Nessuna lode si pareggia però a quella de* Cori, i quali « som^ « com'egli dice, i più favoriti dall' ispirazione d'Apollo e ai eie ubo ^whI € sempre a lirica dignità » . Quello, ch'essi usano , è « un Uagvagfio ter» « mente poetico, » spirante « eleganza e leggiadria ». Fabro di vena aoaera» mente armoniosi, il Tasso non sa perdonare al Trissino i versi pedestri; ma non lascia di avvertirne, per questo, i belli, gli eleganti, i nobili, gli ottimi e fin' anco i sublimi. Lodando o biasimando, avverte in ugnai modo le imi* tazioni dagli antichi e da' moderni, da Omero ciod, da Cicerooe« da Virgilio e dal Petrarca. Perito de' segati più occulti dell'arte, encomia aloaaa volta anche lo studio, onde il Trissino si discosta per ragioni dramaaiieka dalla storia di Tito Livio ; ma non si rimane per questo dal rìpreoderae gli aaa* cronismi, sia quando fa parlare « non gli antichi, ma i moderni Roesani del « volgo »; sia quando « fa le nozze con tutte le formulo della santa Ro> « mana Chiesa e il ritor non ò nò punico, nò greoo, ma latino e il sacerdote « è il nostro signor Curato ». E parole di ammirazione e di lode ha poM per certi artifici , quello , per esempio, d' « aver fatto parlare pciaui SUhoe « con Scipione per proparare l'animo dello spettattù U ^ '^ (1) E. CiAMrouxi, Un fotma trtk* Mfls fr*M «lÉi M mia. Lacca, 1881. 438 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA non si contenta di considerare la tragedia in sé stessa ; incomincia in vec& dagli studi che l'avean preceduta. Pensiero dominante del Trissino fu quello di dare alla letteratura italiana que' generi di poesia , di cui avevano lasciato splendidi esempì i Latini e più ancora i Greci. Inspirate da sì fatto intendimento s'hanno di lui le Divi- sioni quinta e sesta della Poetica; nelle quali si porgono precetti intorna a quelle specie, di cui difettavano sino allora le lettere italiane. Primo ge- nere, di cui si discorre nella Divisione quinta, è la Tragedia. Il Trissino indaga anzi tutto quale maniera di versi convengasi meglio a sì fatto com- ponimento. E da ciò piglia appunto le mosse il Giampolini. Non ch'egli si accordi col Vicentino nell'ammettere che l'endecasillabo italiano derivi uni- camente dal giambico trimetro catalettico; pensa invece ch'esso possa essere un portato dell'innologia cristiana e tragga piuttosto la sua origine dal saf- fico minore. Ciò non toglie però che il Giampolini riconosca il buon senso dell'autore della Poetica , il quale pur volendo serbare il verso de' tragici greci e latini, che voleva essere, al dire d'Orazio, il giambico trimetro puro acatalettico, corrispondente all' endecasillabo sdrucciolo , preferì l'endecasil- labo ordinario, accettato allora da tutti e già nobilitato da Dante. Dal che si schiude la via a discorrere dell' uso primitivo del verso sciolto ne' com- ponimenti italiani, conchiudendo, dopo un esame diligente di quanto fu detto in proposito, che « del verso sciolto, imagine dell'antico giambico trimetro », il Trissino « si serviva per il rinnovamento della poesia, incominciando dalla « tragedia, per cui tolse a soggetto un episodio della storia romana ». Quanto al racconto, ond' è tratta la tela della Sofinisha, il Giampolini ri- conosce ch'esso « è per sé stesso essenzialmente ed altamente poetico ; e, « nell'ordine degli avvenimenti storici, è molto acconcio ad essere trasfor- « mato in favola tragica ». E se i personaggi della tragedia vivono, è « perchè la vita e il moto fu loro ispirato dallo storico romano ». Né il Giampolini nega per questo che il Trissino non abbia saputo cambiare certe circostanze volute dalla storia , le quali mal s' afFacevano all' idea , ch'egli aveva dinanzi alla mente. Riconosce invece la bontà delle modificazioni, introdotte da lui, e il miglioramento di certi costumi, che avrebbero offeso altrimenti il senso morale ed estetico. Al Trissino dà lode specialmente del- l'avvedutezza, onde ha saputo vestire i caratteri di Massinissa e di Sofonisba, che sono i due protagonisti dell'azione: riconosce i pregi della sceneggia- tura, della disposizione e della divisione delle parti: ma non per questo lascia di conchiudere che nella Sofonisba, « di poesia ve n'ha ben poca ; ed « in vano vi si cerca la forza della passione , la nobiltà dei pensieri , lo « splendore delle imagini, la verità dei costumi, onde il poeta drammatico « colpisce e si tiene avvinto l'animo degli uditori; essendoché questo è « il lavoro d'un retore, che non vuole, o non sa uscire dalle pastoie, a cui « si è condannato da sé stesso. I personaggi storici non sono servilmente ri- « tratti, ma non sono neppure tanto cambiati quanto basti. Allorquando pare « che stieno per prender nuova e più acconcia figura, cessa ad un tratto la « metamorfosi, e tornano quelli di prima. Solo, ove la storia tace, ei pensa « che la facoltà inventiva debba aver la sua parte; ma crederebbe di tra- « dire la verità, qualora imaginasse cose disformi da quella. Né egli riesce RASSEGNA BlBMOORAriCA 430 « a ordinare in bella armonia la storia eoo i parti della sua imifiDaklMb « o con le reminÌBcense di greche tragedie ». Di ebe U nt»i»|mMn| ^ q,^ meno ai buon volere che al difetto d'ingegno del TrÌMiaoi, poratiwtiMo in pari tempo che il soggetto medeaùno riusciva dilBefltiiiaK» • treHniiiii così in Francia, corno in Italia, ersonaggi ò sconvolto da passioni veementi, o è praso d'affetti soavi. BxRMAftoo Ito— ou» Canzonette antiche. — Firenze, libreria Dante, 1884 (8* pioc, pp. 123). Questo volumetto, il decimo della CoUesùm* di OperHt$ imtiU» • rtn, iniziata dalla solerte libreria Dante di Pirenie, vctiì lietaiMBte aeooilo 4n quanti son oggi, e son molti, ricercatori amoniai delle dia|Mne ralifiria della antica nostra poesia popolare. Rwù vi rinverranno infitti non poehi pregevoli componimenti fino ad ora sepolti nei codici: e di altri già aoli raccolte ed illustrato redazioni notevoli che aaaai giovano • risehiaranM la storia, a metterne in più manifesta luco le vicende. Premessi, a guisa d'introduzione, alcuni rapidi cenni intomo all'origiDe della poesia popolare in Toscana, che l'Editore, adottando le opinioai < dal D'Ancona nel suo bel libro sulla poesia popolare italiana, con la trasmigrazione dei canti sorti primitivamente in Sicilia cba si compiendo nei secoli XIV e XV, egli si volge a tener partitamaole dei componimenti, vari per indole e per età, che gli è piaeialo rioaira i il titolo, forse un po' troppo indoterminato, di Quumuttt tmUeAt, La n» collina si divide in cinque parti: dello quali lo due priflM eouipwdoao al» cune canzonette del secolo XIV ricordate dal Boocaccìo; altra OMBO anikita e difiìise in Toscana nel quattrocento, la torta e la quarta; la qoiala poi è costituita da un indice di canzoni, i capoversi deQa qaaU Wfoao diali nelle arie delle laudi. Elsaminiamo ora più da vicino oganoo di qoarti groppi. Delle poesie popolari rammentate dal Booeaocio odia V fionala dal Decameron, sebbene sia lecito quasi con certana aoswìra dM talla vivavaaa 440 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA ancora sul cader del cinquecento fra il volgo , pure i codici , e singolarmente i fiorentini , per quanto diligentemente frugati e rifrugati, non ne hanno fino ad ora concessa se non una (1) alla curiosità degli eruditi : la celebre Can- zone del Nicchio : della quale si conoscevano sin qui tre versioni , non poco diverse l'una dall'altra per la dizione, per la struttura metrica e la lun- ghezza, due fiorentine, parmense la terza. A queste il presente volumetto aggiunge ora una quarta , tolta anch' essa da un manoscritto fiorentino, il riccardiano 2352, in cui come cavata « da un antichissimo libro in penna » si compiacque registrarla Romolo Riccardi (2). Se noi confrontiamo colle già divulgate la nuova redazione, ci accorgeremo tosto come essa abbia relazioni strettissime con quella che di su un testo di mano del Magliabechi fece primo conoscere il prof. Del Lungo (3); anzi la parentela che corre fra le due versioni è così forte che si potrebbero credere derivate "da una fonte medesima , ove la concordia loro singolarissima in quei luoghi appunto ne' quali le altre versioni offrono le discrepanze maggiori, non venisse tur- bata da alcune varianti di poco momento, è vero, ma tali tuttavia da non concederci di abbracciare sicuramente siffatta opinione. Non meno famosa ormai della Canzone del Nicchio è la canzonetta a ballo ricordata anch'essa dal Boccaccio , L' acqua corre alla borrana. Di questa pure il raccoglitore ha saputo rinvenire un nuovo testo, che si allontana non leggermente cosi dal biscioniano, messo in luce dal D'Ancona (4), come dall'altro pubblicato da A. Mussafia (5) ed è di tutti e due, a mio giudizio, più antico e migliore (6). Esso conserva inoltre alcuni versi di chiusa, i quali mancano nelle due versioni surricordate, quantunque abbiano, se non (1) L'B., ricordando a p. 15 le ricerche a tal proposito istituite dai vecchi eruditi fiorentini, menziona il riavricinamento che il Lami aveva fatto fra il primo verso della canzonetta, citata dal Boccaccio, L'onda del mare mi fa sì gran male, e le parole con cui chiudeva uno oscurissimo scongiuro rinvenuto nel cod. Vaticano degli Ann. Fiorentini: Male de oculis famuli maris. Che il riawicinamento proposto dal Lami e accettato dal Pertz e dall' Herrig sia insostenibile , lo ha provato testé B. Kade nel Neues Archiv der Oesell. fùr alt. deutsche Qesch., voi. IX, fase. 2o. Cfr. Giorn. st, IV, 324. (2) Pag. 16. (3) Eccone qualche saggio. Mentre il Rice. 1119 a v. 8 legge: e non è si folle e matto Ohe chi v'entra e voi far patto. Ohe il pegno vi dea lassare, H Magi, e il Kicc. 2352 s'accordano in questa lezione di gran lunga più corretta ed elegante : Che non è sì folle o matto (si noti la di- stinzione fra i due epiteti) Che chi v'entra e vuol far fatto (che vale assai di più àel far patto) Il pegno vi dee lasciare. Il metro che è, secondo il Kicc. 1118, guasto a v. 12, Intorno intorno figlie piloso, torna, leggendo come fanno il M. e il R. 2352,2'Mcfo intorno , alla giusta misura. E quanto è migliore e più efficace del Che hanno marito et figUoi del E. 1118, la ripetizione del Magi, e Rice. 2352: Delle minore ci ha di noi eh' anno marito, hanno figlioi ! (4) In Cantilene e Ball., p. 60. (5) In Propugnatore, I, pp. 231-233. (6) Chi lo trascrisse (e sarà, crediamo, B. Riccardi) vi appose la seguente nota: Canzonetta a ballo secondo che si canta ancor oggi et si balla a Tarhingho , et ne fa menzione il Boccaccio. Della nostra opinione portiamo una prova che ci sembra significantissima. Cosi nella red. edita RASSEGNA BIBLIOORAFICA 441 erriamo, dovuto formare parte integrante del ballo, di cui «ty» tirano • lano le mosse finali. Non mono pregevole e curiosa, anche perohi moslfn out volta di piA pv quante trasformazioni, quante altenudoni, quante rioande, fM^titft donrto «i^ passare le poesie poimlari quando riuscivano a manlMteni in vita, è la v«fw ùone della famosa ballata della Lisabetta di Mnasina. a coi Irovimno oo^ sacrato il secondo capitolo del volume (1). Ognun sa come di foarto oom> ponimonto, che il Boccaccio nella sua pietosa novella diotva già aaiieo ai dì suoi , prima che al Fanfani avvenisae di rìtrovariM in on cod. 1 r antica e compiuta lezione (2) , non si avease se non una lata in più luoghi, alterata nella struttura, insomma scorrettiaBinui. Mlln raccolta di Caiuoni a ballo impressa a Pirenxe del 1533. Ora all'egregio raccoglitore di questa silloge ó venuto fatto di ritrovare in un ood. Laurea ziano, scritto nella seconda metà del sec. XV, una redaiioM dalla Ballala, la quale so devo riputarsi sostanzialmente identica a quella data alla stampa nel cinquecento, è però di gran lunga più corrotta. Anche nai eodioa^ è vero, la ballata manca dei primi sci versi, talcbò invece di comiaaiaft eoa la lamentosa interrogazione riferita dal Boccaccio: Qual esso /W la Mala cristiano. Che mi furò la grasta . . , ha principio dall' epifonaoui: OU guasta l'altrui cose fa villania, che nell'antica redazione formava il pria» verso doUa seconda strofa; ma, ove si eccettui questa mutilatione, se noi paragoneremo Tuna all'altra versione, verremo a concludere che, non ostante le alterazioni assai gravi e sopratutto la tendenxa che ai maniftata oosl forte nella redazione del sec. XV a trasformare in endeeaaiUahi ^ oltoaarf « questa riproduce, sia per la dizione come anche par la atmltan awlrioa, abbastanza fedelmente la più antica. Non ai può quindi, oomeakoai efilidi competentissimi cransi indotti a credere, ritenere la vernooa pia amdflraa quasi un raffazzonamento, un rifacimento, dovuto a penna più colta, dalla dkl D'A., come in quella pabblkaU d«l M., klU prfau qwrtiM Mff«oao qw>U 4w ««a: Qoa^ tallo aoa sia taM • potnbto itar ■nUo On, a questo luogo nella Ut. Ricoard., noi ritroTiaao sas Mcsala ^wHtaa: Qneito talk) aoa «ta taao e c«rto io ne nVmfko e non « hnom dta ri» (lUat) é Um eh' •* Bon poMa ttar Mgito (MfWot). • questi due reni ginstiflcaiM miiabtbMBt* ciò ékm tìsm a||iiHi . dm V colui che imponera il ballo al Mo soapH**: E t« N. coapagM sto ponfallato al ta» 4mI*.... (1) Pare. 21-84. (2) Impressa neUa nnoTa edisiaM ita Dttamirtn, FlmM. 1857, I. a«» 442 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA anteriore; essa invece non è che la medesima poesia, ma quale era dive- nuta, dopo due secoli d'esistenza, passando per le bocche di mille cantori, trascritta da indotti copiatori che agli arbitri altrui aggiungevano i propri. Di restituire però la celebre ballata, che egli leggeva nella stampa fioren- tina, a forma più corretta aveva tentato il Borghini, aiutandosi in questo lavoro di ricostruzione, della lauda che su di essa nel sec. XV, rispettandone la struttura strofica e le rime, calcò Feo Belcari. Ma il suo tentativo non ebbe davvero (e in ciò discordiamo dall'egregio Editore) un esito felice: il Borghini non s'accorse che alla seconda strofa nella stampa mancavano il quinto ed il sesto verso, non già i primi due; e introdusse perciò due versi tolti dalla lauda che non danno senso perche intieramente fuori di luogo (1). Ad ogni modo la lettera che il dotto fiorentino aveva consacrato a narrare questo suo tentativo era troppo curioso documento perchè si do- vesse trascurare; ben fece quindi l'Editore a darla alla luce; essa completa la storia, che ormai possiam dire di conoscere pienamente, della bellissima poesia che, venuta sotto 1' agile forma di ballata dalla Sicilia in Toscana sulla fine del decimoterzo secolo, doveva nascondere la sua morente popo- larità tre secoli dopo sotto il greve e goffo travestimento della stampa fio- rentina. I componimenti, che si presentano raccolti nei capitoli III e IV (2), sono assai diversi gli uni dagli altri per l'indole loro; che se alcuni ve ne ha di veramente popolari cosi per la forma come per il contenuto, altri invece non sono che popolareggianti, offrendo soltanto motivi popolari, rivestiti di una forma evidentemente letteraria; altri infine non hanno di popolare né la veste né la sostanza e di questi ultimi la presenza nella raccolta non ci par troppo giustificata. A quest'ultima categoria appartengono le due ten- zoni, stampate a pp. 42-44, di sul cod. Magi. VII, 1040, che trattano que- stioni di casuistica amorosa in forma aulica, nelle quali é impossibile non riconoscere a primo sguardo de' riflessi provenzali (3). Nella classe delle (1) Nella stampa del 1533 (ci sembra fuor d'ogni dubbio che il Borghini si sia servito di questa) la prima strofa si legge priva del verso di chiusa che divien il primo della seguente, Fummi fib- rata davanti alla 'porta: la seconda dei vv. 5-6. Il Borghini, vedendo questa di cinque in luogo di sette versi, la credette acefala e supplì alla presunta mancanza con i versi della lauda : E 'l mio cuor tribolato esso conforta tutti li giorni ch'io il visitai ; Fammi furata davanti alla porta et dolorosa ne fui assai ecc., pensando che il Belcari avesse serbati i versi stessi della canzone originale : il che non era. E che non fosse il Borghini stesso poteva avvedersene : come mai la grasta della prima strofa di- veniva mascolina nella seconda (esso.... lo visitai)? (2) Pagg. 35-75. (3) Nella prima messer Palamides di Bellendote chiede con un sonetto ad un amico quale fra due cavalieri, uno cortese et insegnato et saggio, l'altro prode e di gran vassallaggio, una donna debba scegliere per amante (pp. 42-43). Nella seconda Adrianus propone a frate Anton da Pisa questo problema : una donna è amata da tre giovani , che la sollecitano a dichiarare qual prefe- RASSEGNA BIBLIOORAFICA 448 poesie popolareggianti rientrano poi il graxioio eoofioaiatBlo « ìb flsi il poeta narra gli amori suoi con una gioruM • bella doma, aoglk Él « villan vocchio (1) », cho por V indole eoa sta bìI Mfdiio dalla cosi comuni all'antica lirica franceae e da eita probaUlnMBla air italiana, cho cantano dello < mal maritate (Q >; e quasi tatti i ponimenti cavati dal cod. Gaddiano 161 (repertorio aaaai pragtvola fiè fatto conoscerò dall'Alvisi), dal Magliabech. Xlll, 4 e da aleunt altri m^ noscritti palatini o laurenxiani del aec. XV (3). La ballata poi, io eoi ri narra un'avventura resa famosa dal Boccaccio (4), e l'altro oonpootaaaolo» che racconta esso puro una novella assai libera venendo a nnnnliMÌOBÌ ma% meno licenziose (5), rientrano in quella classe di eompooimasti Barrativi che non è stata, ci sembra, definita sin qui e che rappresenta debolmaala nella nostra poesia del trecento e del quattrocento qualche cosa d' analogo al fableau francese (6). liaoa; «m non mol pronnsdmni, an dona ad ano U ma (kiriaaèil pMS la «fo s t* sImm il Mrto ohe portav» il Moondo ; doas al tarso « ma golata par tatsn ». <^mIs M Iva ks la donna con qoeali atti moatrato d'amar maCTionnaataT Fiate Aalssto asalBali 0 aw paMM, ohindendo la sua rìapoata con on invattira contro la doaaa eka tf* ia§mmmrH gtmmmt ■••• ••• lati*. Chi legga qaeata temone non potrfc a muto 41 itoonws «ol f«MlM» «4 sa allM 1 obe si raeconte per illostraro rorigiae di nna taasoM te Samle 4a MsslMa, flaasrisi 4» I e Uo de la Baealaria. Savaric ama la rlwoiti— 41 BHMgsM, OìIIWbs. ■• gM l'amore di lei, sebbene ninno aapaaaa dagli aHd, Uà Ba4al dgMi* 41 >«lMaa di Bli^ja. Tntti e tre si ritroTtno a Benagnea dalla 4oaaa aaala , • «W*** *" "^ *■■* il terzo di Accia a lei. E la riaeoateaa gmarda eoa Iwarsiia Jaate Badai aka la ala petto; Rtring« amorerolmente la Baso a KUa Badai • s' Sanile pnas ■aoMn il piede. Sarario apprenda poeo dofo «oas aask* I twl «afiigai riaa iMI tumM al |Ml 41 lai; ne d turbate e ckiada a OraeabifhMh • s U« da b lawlsHa di Jirldwi a «lilatellM U donna amate aveaaa date naggior asgno d'alrtte. La liapaala dal daa Imadiri * riteMa dal Dues, L*bM und Wtrek^, pp. 82»4S1. (1) Pag. m. Com. : UdiU alitanti Vauntunt mia (non la itiiàirs f) (2) Cfr. Babisch , Albata. Romaiu. m. Pa$lntrMm , MkML, p. s , t faalB. •. faa» . ClumKm dw XF tifato, Paria. Didot. 187&. Uaa caaioaa wl «ilialin aigoawli ti>lllll ■> fS» BAU, Giom. di/I rom., no 7, p. M. Tedi aaeka PrtktUn, aaao T. ■• U, tt, It. ti. (3) Alcnni pochi arerano gii redate la loca. Ooal qaa' daa «aafMlBSBdl «hs é liMSM a f. 4t {NatetsH p*r ima gutrra), e a p. 74 {Si eom' ai fitUt a aw), «naa gifc alili Mtt «MaannM Babtou, Mttno$eHtU d*Ua San. di Arma* , t. U, pp. 110 a 111 t a a ^ dt « dal» SB aSM* teste della iWmoaa cantone del Oiosniiuiu: Dmma fMMla laamite. (4) Dtcanuron, giom. VI. noT. 4. Bm « laeooatate aadte ia sa flMitm, a a ««* ^gwail l'Gd. d propone il qnaaite se la cantoaa p(«f«Bga dfaattaaaate dal flii sauna • Inw» 4hM dalla poesia francese o dalla soa fonti dotta. Ftna «an aoa ha puaalals BiMa a* tn fm» né con l'altra; la storìella ara tante popolai* ti» aaUa faapadbaMa di «nda* sto SMatM B Bw> caccio la raccoglieva da una parte, aaa aMaasna taate poetica dalI'aHia. Bada «ka Ma rite» dona in ▼erri laUni ne itoa aaeha AdoU^ aaU* «w nmkt «adi WaiaOT . A asèaita ^ feito Ooritt (London, 1842), p. 181. (5) Pagg. 48-fiO. Eaao para ka afpawia 41 daritara 4a qmìtè» .^Mhm. ...^ («) È deUa steasa natura qaal eapltolo dal P«oa, adho aaO* BÉna * Oka 4a M«i«i • 4>tÌM nren«o, 1862, p. 4«0. nel qnata ai ka, eoaa AaoaM Q WaMauvaar i»tt.ét/L fwm.. IL IT. 221), forse passate attrareiao ad na filiali teaeaaa . 0 ileart* di m* aiiwlaii aUittaHa a Galvano nel poema Dh cht*aU*r a l'up«t. B aalla daaaa andarisa ri db las^ a firite mmmà ohe narran di amori e d'arraatu* galaatl, adtia dal faaaaai la BAi et èdiMaC §t^ •», I. pp. 889, 341. 848 aoo. 444 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA Fra le poesie popolari veramente due sono in questa scelta degnissime di menzione: una è quel contrasto fra il figlio innamorato e la madre, che com.: Madre mia , io mi morrò , se questa fanciulla io non ò (1), che vive ancora nei volghi italiani; 1' altra è quella che si legge a p. 66 (2). Su di essa, trovandone due versi riferiti in un cod. di Laudi , il D' Ancona aveva espresso il dubbio non fosse una le/ione italiana della celebre can- zone che in francese è chiamata di Jean Renaud (3). La opportuna scoperta che il raccoglitore di questo volume ha fatto dell' intiera poesia mostra ora come la congettura del dotto professore di Pisa fosse fondatissima. 11 com- ponimento ripete davvero la narrazione della canzone francese ed in una forma, oltreché schiettamente popolare, probabilmente non toscana, ma disgraziatamente assai guasta e mutilata per il lungo passaggio di bocca in bocca, di paese in paese (4). La quinta parte, che occupa da sé sola quasi la seconda metà del volume, incontrerà certamente vivo aggradimento negli studiosi, i quali vi rinver- ranno riprodotta quella Tavola dei principi di canzoni del sec. XV e XVI citati nelle raccolte di laudi spirituali, che a corredo della sua preziosa opera sulla Poesia popolare italiana aveva compilata il D' Ancona (5) ; au- mentata però e completata coll'aggiunta di tutti i principi di canzoni che son dati in altre edizioni di laudi ed in vari importanti manoscritti (6). L' indice si è cosi arricchito di circa cinquanta capoversi, fino ad ora ignoti e di molti, già registrati, il confronto fra i vari testi, che a noi li conservarono, ha concesso di ristabilire le vere lezioni spesso erroneamente ed imperfetta- mente riferite. Inoltre di alcune canzonette, non conosciute fin qui che per i capoversi, l'Editore ha potuto, giovandosi delle proprie e delle altrui ricer- che, indicare dove si ritrovino i testi; e di non poche altre forse T identi- ci) Pag. 6i (2) Com. : Giù per la villa lunga la bella se ne va la ma' tornò dal sancto (bis) trovò el figlio' mala. (3) La poesia pop. ital., p. 434. È da notarsi che nel sec. XV doveva di questa poesia correre una redazione in cui i due primi versi mancavano, giacché nella Tavola , pubblicata nello stesso volume, essa si trova registrata due volte; la prima così: Giù per la valle lunga (p. 433) , l'al- tra: La ma' tornò dal santo (p. 434). (4) La poesia è ora formata da quattro strofe di dieci settenari; l'ultima è soltanto di otto, perchè, a quanto sembra , i due di chiusa son di difficile lettura. Ma fra la terza e la quarta deve mancarne certamente una. (5) Op. cit, pp. 431 sgg. (6) Pag. 76. RASSEGNA BIBLIOORAPICA 446 ficazione potrà, «e Io prevuioni DMtro non errano, difBcilmonto raggiungersi, ora che agli invc«itigatorì d oA« on «oÉloppor* tuBO aiuto (1). F. NOf ATI. (1) Eooone intanto una. L* eaaaoM ii^Mi dU «i<>W Omttmti» m li mmlM, MivfB f^ 8t*mente l' Editore (p. 81), non può MtatUtanl ew «mU» «itti adk ML et kUmwL fip^ rol. li, p. 86, ÀHMota eh* mi fai d» pmut fui man «at. ■■• « laMU 41 itoiMa» atM» dÌT«m, come moatn U lMd« che tì (te okloata lopni , • 4ft ilaoMMHrf 11 fMlli pMil» ifte fW pobbUoò d»Ue Cmutni a batto per intiero il D'Abomu {ftp. •«., f^ IMft)! AagiobU ni fU Outuido a te fealie; Le beUeue cIm hai Rm te le peno din: VIof di koala ■ l'OMdà Ti m' |l* Mia itmatk Ohe ria la qatiU cHtt. La cantone ora perduta , a «oanto pare , La MI» «awrle ém wm $'i futfttt (^ W) . petoetli a«er alata una redaslone italiana di qoella ftaaeaw iet eee. XT , J^ Mm mui0r$ nft mm MM joiv gap, U di cai origine italiana è Ann liMUa 4a «m IbnM felMbafaUela (*. D'A»- onu, Op. eit, p. IS). n prinio vano della eaaMMfMcAtyarMp ••■•*■■< 4mm «ara (p. Il l|. ricorda angolarmente il principio di «aoUa edita dal Cua la «a«la Wniuli (IT . «0). ^M «te da a m4 COMMA partir tiVi. La carnosa A la >krlwM ai< fM*! fNir mmluttn (pw IM), ««dha» anche noi con 1' Editore che sia da idaatUaan eoa la Mbda aonla alWbiMa a ftala tliiia de* Bostichi, che rom. : Se la Ibrtaaa e 1 aMsda MI Tol par eoataalBia, ohe in su cod. Lanrenziano è detto per l' appasto: laida é» k >rlMM e «mm h wmtU t *l ttmpo offni cosa consuma (cftr. S. Fnuuai la JNU. é( Mt ptf. MM.. I. p. tll). La pefaluNa di questo componimonto, che la meritara del nato (vedi ole che aa tolaa II PaaiB la B^ mania, I), ci ò attosUta dal ritrorarri «aa aaeho la tri>lil>t aaMM soltanto vizio formalo contratto per una cattiva edaeasione lattararia. Ma B guaio si ù che questa prefazione ò tutta sbilenca, tutta agarlMtat tolta piaM di inesattezze e sproi>ositi, nei fatti, nelle osservazioni, nei ragiooaaMBli. Quando parla di storia letteraria l' A. si mostra cosi informalo dalla a» teria che pone tra i rappresentanti della poesia popolare i trovalori ad i minnesinghori (1), il che del resto non deve far meraviglia se si nota eba altrove (p. 98), proponendo certe soe bislaoobe etimologia« ehiaoM vooabofi provenzali nientemeno che bavard, ««•«*, itier! Quando aerba dalla iMoria l'A. fa ritornare « pel Mar Roaso allo patrie lagone » fGoeolò da*CSooli, viaggiatore del sec. XY, reduce dalle Molucche (p. 90), qoaaiebè p« eoolo proprio avesse aperto il canale di Suez (2). Quando diseofra H matrica b la peregrina, inaprezzabilo scoperta che il ritornello è aempljcameala &tto par non sapere che si dire nell'ultimo verso: « piattoatochè stiraochiare U ooi^ « cetto, si ripeto come ritornello il primo verso » (p. 87): e poao appiana nota (p. 88) che tutti i grandi poeti , a craùneiare da Omero e da Dania, fanno versi sbagliati! Quando poi 1' A. si occupa del dialalto di Chioggia* egli tocca il fastigio della amenità! Per lui non eaiatoaò aflbtio la ttagaft* stica e la dialettologia moderna: un qualaiasi raion dal aae. paaMlo prima che la nuova scienza sorgesse , non avrebbe tenolo divano ma certamente avrebbe recato nella trattazione una igaocann \ L'A. non fa distinzione di fonetica e morfologia, egli dal verbo perchè « è l'anima del discorso > (p. 98). B già (1) n periodo ò nn» ^mm*, che meriU i'mmn riportato: « QmsI* « spesso sapevano scrirero e in tatto an pMM «s OMS ran lfo«u* « sorgere od errare qoa e là fH il trip«é« di' Bssieri 9Ì ai « Italia e in Francia i ttoTatori, in Bi«ta(SS I ku8Ì anche il prologo (p. 124) crediamo che originaiiamento foaw tcriUo in poesia, giacché vi si ravvisano versi interi e qualche rima. Un altro fatto importante, in un ordine diveiw di OOM, troraai nell* i del G. Ivi si riferisce conne nel 1574 si rappresentane in Vanana ao dramma musicato da Giuseppe Zarlino, che il Mutinrlli chiama « il pria» « dramma in musica che sia stato dato in Italia » (pp. ISMd). Su qoarrto fatto non sarebbe male si facessero ricerche, inquanlochè a me aembn eka da alcune parole di Claudio Cornelio Frangipane» aatofv dalla tragadiaekt lo Zarlino avrebbe musicata, parole che il 0. ril!uÌKe eolo inconpinlaaMlt^ non risulti affatto che autore della muaioa debba ehiamani lo ZariÌBO» mi invece Claudio Morulo (1). Comunque na di dò, chi la qoaelioM rebl)o qualche indagine, è certo che quatto tentativo del 1574, puro quello anteriore, pur veneziano, del 1571, non à poMOOO ehiaoMU* melodrammi. Sono semplici applicazioni della muaica a qualche parto dalla tragedia, sia negli intermezzi, sia nella rocitazione. Bdi qqerto biamo traccia già una trentina d'anni prima in Ferrara, Ball zioni musicali dell' Orbecche e dell'JS^^ del Oiraldi Ciazio a dal SaaHfU» di Agostino Bcccari, avvenute nel 1541 e nel 1560 (2). Riassumendo, il sig. G. aveva d'innanzi un aoggotto bellimmo , per tnil- taro il quale non gli mancavano materiali prexioaL Gli fecero invece difetto attitudine e preparazione a lavori di simil genere. (1) Ecco le parole, a dir T»ro paraecUo oacan: « Noa d è ftM» * compodxioni mnsicali , aTcndolo /atU U lifMr Oaadio Iteito. «ko a tal gné» Ma « eaaar giunti gli antichi, rome a qnollo £ aOHigMr OkHft lilll— , B fwto * ^io « nelle manche che hanno incontrato a Bo sai Baentoro, ad ♦ i^al» aritaa^n m fi « continaamonto d aon (htto ad istaaia di 9aa Maaatt ». Tedi Aaaaaiu. i prda< M nmtica iiaUana a Parigi, MUaao, 18M, pp. ft>7 a. (2) Cfr. PutosA, Dtl mtlodramma M IkUàt, Tasaria. I8M, pp. 10-tl a 14. Qiornalt storìro, IV. 450 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO ANTONIO ZARDO. — Un tragico padovano del secolo scorso. — Padova, tip. G. B. Randi, 1884 (8°, pp. 32). Questa breve memoria , letta all'Accademia di Padova , si propone di ri- chiamare in onore le tragedie troppo dimenticate di Antonio Conti , e se- gnatamente il suo Giulio Cesare. Il prof. Z. non sa accomodarsi alla sen- tenza dell'Alfieri, essere la Merope « l'ottima e la sola » delle tragedie italiane composte prima di lui. A lui sembra che, tra l'esempio isolato e fortunatissimo della tragedia maffeiana e il fiorire del teatro d'Alfieri , le produzioni drammatiche del Conti, morto nell'anno appunto in cui l'Alfieri nasceva, non vadano trascurate. 11 Conti è ora ricordato soltanto per la sua traduzione veramente egregia del Riccio rapito; ma egli fu uomo di grande dottrina ed ingegno , letterato , filosofo e matematico eminente (1). L'A. si occupa qui solamente de' suoi meriti come poeta tragico. Componendo tra- gedie, il Conti, come il Maffei, intese reagire contro il gusto francese. Egli studiò a lungo la storia romana, e quando s'accorse di poter vivere in essa, scrisse il Giulio Cesare , il Marco Bruto, il Giunio Bruto , il Druso. Quattro e non più né meno, poiché esse rappresentano i quattro principali momenti della storia di Roma. Lo stesso autore lo dice, preludendo al suo Druso: « Nel Giunio Bruto rappresento l'istituzione della libertà e del « consolato; nel Cesare il tentativo di cangiar la Repubblica in Monarchia; « nel Marco Bruto lo sforzo di restituire con la prima libertà la Repub- « blica, uccidendo il tiranno Estinti gli eredi del sangue di Augusto, gli « succedette Tiberio, malvagio imperatore , che regnò in una corte ancora « più iniqua. Lo rappresenterò nel Druso » (pp. 11-12). Il Conti, che dimorò in Inghilterra, era sincero ammiratore dello Shakespeare, da cui sembra gli venisse l'idea del Cesare. Egli peraltro, come quasi tutti i suoi contempo- ranei, lo reputava ingegno potente, ma rozzo. Lo stesso Cesarotti, che pure era grande amico di novità e impaziente dei freni classici, non seppe va- lutare lo Shakespeare degnamente : tanto meno lo potè il Conti , persuaso com'era che non solo fossero necessarie nella drammatica le tre famose unità, ma che convenisse aggiungerne una quarta, la unità di interesse (2). Nonostante ciò , il Conti riuscì a fare delle tragedie , fredde si alquanto e accademiche, ma che pur sono notevoli per la conoscenza, che rivelano, dello (1) Lo Z. ripete l'asserzione del Foscolo che il Conti sia stato «eletto ad arbitro nella famosa « controversia tra il Newton ed il Leibnitz sulla scoperta del calcolo infinitesimale » (p. 7). Gli sfuggì che lo Zanella ha negato che la cosa andasse veramente cosi. Secondo lo Zanella il Conti « si restrinse all'esame di alcuni manoscritti del Newton » , e poi a Londra ebbe campo di con- versare con lui e cercò ristabilire la pace col Leibnitz, non ottenendone altro , come spesso av- viene, che malevolenza da ambedue le parti. Cfr. Paralleli letterari, Verona, 1885, pp. 65-66. (2) L'A. prende occasione da ciò per parlare della controversia delle unità in Italia (pp. 18-21). Le sue notizie sono incompletissime. Pagine notevoli scrisse in proposito il Moeandi nella 2a ediz. del suo Baretti; ma crediamo che questa edizione comparisse dopo la lettura dello Z. UOLLKTTINO BIBLIOORAFICO 451 spirito doi tempi, por lo studio dei caraUorì e Tti^filrMrtt mt ki e bellezza del vorao. Chiunque infatti alibia l«tto qualelM Krilto pfftUffff 4Ì A. Conti non può negargli certo il merito di ▼«neggiator* tlBtliwimo Lo scritto dello Z., fatto con garbo, è utile, ooiM tolti qualU eh« rklu*> mano l'attenzione su scrittori poco noti o dimentieatL Carlo Goldoni e il tealro di san Lttca a Venezia, Carteggio inedito (1755-1765), con prefazione e noto di Dino MiimnrAio. — Milano, Treves, 1885 (8«, pp. 241). * A questo libro ha nociuto moltissimo la pubblicità anticipala eh*, inconsciamente, ne ingrandiva l' importanza ; onde grande MModo Ta zione, più sentito e più vivo ò riuscito il disinganno. Dalle LVI lettera compreso nel volume, solamente trcntuna appartengODO al conunediografa, né tutte intero, che parecchi sono brani ; e ve no hanno poi di inngniflcantt. Tuttavia come materiale per un futuro epistolario sta bene averle mowu fuori, non foss'altro per il gran nomo; ma non tutti — f niK> «fifpoftj ad approvare la stampa delle rimanenti, scritte dal Vondramin, dal Fontana, o dallo Sciugliaga, le quali potevano invece servire beniaeiino, vuoi alla praAh zione generale, vuoi alle note illustrativo. E c'è dì più, che qoetto narteini» non è completo ; e lo lacune sono parecchie, nò, per quanto ci i dato soi^ porre, di poca importanza; vuoto cosi spiccato o tanto gravo da meltera nella necessità il M. stesso di rilevarlo, pur cercando d'attenuarne gli eflrtti in ordine al restante , con ragioni assai fiacche e più tpwiwf cIm irOTt. L'editore nell'entusiasmo del primo momento, allorquando gli e^ilè nella mani il ms. vide assai più di quello che di fatto non ci fbese , e dd eoM> fronta lo sue communicazioni ai giornali (1), rìoonoeoe labito attrarano qoaU lenti ei guardasse i novissimi documenti , che da ottantadoe soeaero a eia* quantasei (o cinquantotto, contando anche i tre contratti), e cftunò in boona parte negli studiosi la quasi certena acquistata, mercè le prime SMicura zioni, che il presente carteggio contenesse « un teaoro di idee erilicbe e di « fatti biografici », venisse « a recare la più intensa luce sol OoUoni • « sull'opera sua », formasse « senza dubbio la più importante ed attraanin « raccolta di documenti epistolari che esista sul grande oumineilàigtnfc K vi si potesse studiare « al vivo e, come finora non era dato aperara o laB> « tare, l'animo dell'autore. Torte sua, la parte più feeonda dalla sna virililà >• infine ne ricevesse e la storia letteraria italiana solenne ineraaMnIo >• R pur troppo si riscontra inesatto che queste lettera « non baeiw oscurità od incertezza intorno ai fatti che narrano, aeguandoai , • dosi in perfetto ordine, e, come si dice, a botta e risposta» ^ (1) Cf^. Fa^fuUa détta Dom., 1883, ■• 44( (2) OoMs. Utt. cit. 452 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO Sbolliti que' primi entusiasmi anche il M. sopra lavoro s'è dovuto accor- gere dell'eccessivo giudizio dato da principio, e nella prefazione, quando gli sono mancati i fatti, ha cercato condurre a spasso il lettore per i campi un po' retorici dell'immaginazione, attaccandosi alla velada e al mantello rosso del povero Vendramin, per fargli l'insperato onore di metterlo accanto alle toghe de' grand' avi cinquecentisti. Chi gli avrebbe mai detto che la sua prosa mercantescamente sgrammaticata doveva dopo un secolo venire alla luce del mondo, e dar argomento di confronto con quella ricca « di gran « diciture, di maestosi avvolgimenti », che le « davano un'onda così ampia « e magnifica » dei patrizi « di due secoli innanzi, ambasciatori, senatori, « oratori della Repubblica »! (1). Or vedete voi dove se ne sale la fantasia dei M. trovandosi dinanzi questo oscuro patrizio del settecento, la cui vita « nulla « ebbe di notevole », e non fu « mai agitata nella politica o nei pubblici negozi »; onde la sua biografia potrebbe compendiarsi così: nacque (25 gen- naio 1699), si ammogliò (1729), morì (1774). Ce lo insegna l'editore stesso. Del resto mentre conveniamo che vigilasse « al proprio utile con circospe- zione e abilità da mercante », non ci sembra possa dirsi « fiero e dritto < nella dignità del suo nome », siccome a « nobile del vecchio stampo » si addice ; lo riconosciamo « onesto », ma non ci apparisce « uomo colto », tanto meno poi quando, quasi a riscontro, si vede notata « la povertà della « cultura letteraria » del Goldoni. Ma se non andiamo d'accordo con il M. a proposito degli accennati giudizi sul Vendramin , neppure ci sentiamo di doverne accettare alcuni altri sul poeta. Sarebbe certamente utile studiare le sue commedie rispetto ed in rapporto al secolo , e pur ammettendo che egli abbia attinto dai costumi , dalle usanze , dall'indole del suo tempo la massima parte de' suoi argomenti , non potremmo tuttavia consentire che « quel lucido intelletto », dominando « su ogni cosa », scandagliasse « le « fralezze umane, i vizi dell' educazione e del costume », e conoscesse « a « fondo il naturale andamento delle cose e la catena de' piccoli fatti che « costituiscono il vivere comune ». Noi abbiamo sempre creduto e stimato il Goldoni un felice pittore della natura; ma non già un osservatore che scruta il cuore umano, ne sorprende il segreto, e ne svela l'intimo senti- mento. DifBcile perciò trovare nell'opera sua l'impronta profonda dello spi- rito universale onde il settecento era mosso ed animato; piacevole invece coglierne le modalità particolari della vita esteriore , vederne dipinti con vivacità i singoli caratteri. Ed anche nel fatto dello svolgimento comico troviamo in queste lettere una nuova testimonianza della necessità che lo costringeva a torturarsi il cervello per dare al suo pubblico, non ancora educato al buono, novità spet- tacolose, coni' è quella incomposta macchina delle Nove Muse , nella quale si propone fra i Macedoni, le Amazzoni, i Greci e i Latini far ingoiare al- cune commedie di carattere come La Donna Bizzarra e Li Innamorati. Che poi la sua vita artistica finisca con l'ultima commedia, con la quale (1) Ha notato benissimo il Malamani, in una spiritosa recensióne di questo stesso litro {La Venezia, 30 e 31 dicembre 1884), che qui il M. ha tradotto un brano del Gauthier. DOLLGTTINO Dim.IOOR\riCO 408 dà restretno addio a Venezia, e ohe « tutta U rìoMUMBto opini mm » i « come lina imitilo o tarda appendice » lo creda, m Toolt, il II.; aa eài conosce un poco il teatro goldoniano e la itoria dell'arto bm tmk bari* davvero. Sa|)oto voi che coea rappreaanta il Bourru per il MJ Um € U^ ^ « villa » uscita da « quel prodigiono intelletto > ormai inaiidilo, «ha a li « abbandona placidamente al ripeto e all'atonia della vecchiaia ». Ok qnaati commcdiografl si contontorobbero di quella eob « favilla » (1). Con lo osservazioni che noi abbiamo fatto, non vof^ltano par teno ao» eluderò che lo lotterò pubblicato dal M. e lo suo illustraiioai iiaao priva 4à importanza. Riconosciamo anzi che {uirocchie buona BoUsio vi ai inpanUM^ 0 cho la prefazione, quando si attiene al racconto dai filiti , aftoadala •■> ch'ossa, come le dedicatorie goldoniane, da ceKi « svolaixi », e da cacto « fra> scbe retoriche » iwrgo una piacevole e non inutile lettura (2). B quanto alla annotazioni, non sono così numci*080 come avrebbero domandato i richiami delle lettere, né le apposto contentano pienamente, eabbana noo cho l'editore v'abbia mosso tutta la buona volontà nal compilarla. UGO FOSCOLO. — Lfi poesie. — Nuova edizione con riaooolrì su tutte lo stampo, discorso e note di Giovanni Ukstica. — Firenze, Barbèra, 1884 (32*, I, pp. CLXXXVii-617, II. pp. ccL-449). Se vi fu poeta moderno in tomo al qoala la eritiea abhia adoparalo la pertinacia dell'indagine, questi per formo può dirai il Poaooks eha pv4|Milo lato ha luogo accanto al Leopardi, il quale comincia a goderà oa poco di quella quiete non mai trovata in vita , e neppure par lungo Imito nal a»- polcro (3). Vero ò bens't cho dopo tanti studi non pomiamo ancora vaalara una vita del recanatese condotta definitivamente sopra le mollaplici pubbli» cazioni comparse fino a qui (4), e schierato, non senza qualaka nella bibliografìa leopardiana del Cappelletti; suireaempio dal quala i proprio una provvidenza so alcuno si mettesse ad un conaimila lavoro par il poeta di Zacinto, porgendo cosi un buon avviamento a raadar agavola un largo lavoro biografico intomo al Foscolo, nel modo stemo cba il Vlecki adopera per illustrare il suo Monti. So bene che una vito del Fooeolo. «^ condo l'estonsiono oggi domandata in siffatti lavori, presanto parecchia di^ (1) Vedi per antidoto alU limiMU dal M. qmaBto Uff I. Mm aalli fSifta. ■■• Hrf» * C. OoMMi, Bologna, 1885. p. cuna. (2) Il M. riporiando U Mooado OMtntto (p. SI) «Ara» «to •• imém» U Jfcwsi*!^ 1t Terissimo, ma il 0. ne parla nel covniato • Agli nnai«dad rifairi kmmkU ■US •■■m» msi^ « Una » inserito noi X tomo. (Cfr. a«cl» Giom. $l»r.. Ili, ISS). (3) È noto che nltimament» m n» voler» Tiolart II i«|ilill • ftf ^a di processioni che ha inTam PlUlia. (Cfr. Mm., IV, Itt). (4) Ci è noto il lavoro del Moat«frodÌBÌ. 454 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO Scolta; ma si può ben dire che così per fonti edite, come per quelle inedite oggi accessibili a tutti , già si sa tanto di lui , da reputar venuto il tempo di radunare le sparse fronde senza disperdere le forze in moltiplicar volumi, non sempre utili per la materia , sovente poco piacevoli nella forma. Né credo potrà giovare ad adempiere questo desiderio la vita che da certo tempo si va annunziando, ed alla quale attende il prof. De Winkels, se de- vesi giudicare dal brevissimo saggio pubblicatone (1). Fra le opere del Foscolo quelle che hanno sempre richiamato l'attenzione degli studiosi, e le cure dei critici, sono state le poesie, e senza che io stia a ripetere cose note, edizioni veramente attendibili e per molta parte sicure non sono comparse se non nel 1882 e 1883 per opera del Chiarini e del Biagi; ma sebbene tutte due recassero il titolo generico di Poesie, e la seconda aggiungesse edizione completa , pure in quelle raccolte non erano invero compresi proprio tutti i componimenti del Foscolo. Il Mestica prima di tutto si è proposto di dare una edizione completa, stampando insieme alle altre poesie anche le tragedie; poi di dividere più razionalmente l'intera suppellettile poetica , per seguire passo passo lo svolgersi graduale dell' in- gegno di lui, rendendo ragione dei mutamenti ai quali, secondo l'arte, è stato condotto, nella maturità della mente e della cultura. Egli infatti segue questa partizione: pone da principio i versi lirici composti, come e' dice, nell'ado- lescenza, nel corso di quasi quattro anni, cioè dal 1794 al 1797, e poi dal- l'autore rifiutati; seguono tutte le altre liriche scritte dal 1798 al 1823, e cosi messe fuori dall'autore stesso, oppure uscite postume, quivi comprese le poesie satiriche che formano un gruppo a sé, sebbene vadano poi suddi- vise in quanto alla forma ; hanno quindi luogo le tragedie, e da ultimo tutte le traduzioni. Si chiude la raccolta con un'appendice di diciasette prose del Foscolo concernenti le sue poesie. La distribuzione adottata dal Mestica ha certamente dei vantaggi non pochi a petto di quella degli editori precedenti, perchè porge modo di studiare senza difficoltà tutti i momenti della vita letteraria del poeta, seguendone le più singolari attitudini, mostrando le vie per le quali egli si condusse all'eccellenza dell'arte. Né può nuocere, come potrebbe parere a prima fronte (2), l'aver insieme riunite le tragedie, e le traduzioni, sebbene alcuni di questi componimenti nell'ordine cronolo- gico appartengano al periodo detto dell' adolescenza ; perchè mostrano qua! fu l'animo e lo studio dell'autore anche in questi due generi poetici , e mentre ci é dato riconoscere per quali vie egli sia venuto dal Tieste alla Ricciarda, osserviamo del pari con frutto e con diletto, come dalle primitive e quasi incondite versioni giovanili sia giunto alla elaborazione omerica. Il lavoro che intorno alle poesie foscoliane ha fatto il Mestica è di due ragioni ; illustrativo e critico. Bisognava innanzi tutto fermare la lezione del testo e darlo perciò secondo le ultime intenzioni dell'autore; nel quale in- tento si era affaticato con lode e buona riuscita per molta parte il Chiarini, e dopo di lui un poco anche il Biagi ; ma il non aver potuto ritrovare tutte (1) Prehtdio, An. Vili, no 16. (2) Cfr. Cultura, Y, 354. BULI.KTTINO BIBLIOORAFICO 485 lo vario. 0 disgregato o ponine rarÌMÙne stampe, virtA loroi loputarsi doflnitiva. Il nostro editore prinui di inettem al lavofo Im esaminare posMibilincnto tutto Io stampo, le quali pnwwitaiio per importanza e valore, ed 6 giunto a metterne insieme, mnumse It éMÌ^ più recenti, ben cinquantanovo; delle quali ha dato una ii grafica , cho sarebbe già utile come primo nucleo della bihUograift liana innanzi accennata. Con questa ricca messe, e "«Htf^ntt gtt confronti, ha dato la più attendibile lezione delle poesie, non tfasewìiado 4i raccogliere a pio' di pagina tutto lo varianti che poterano de wo rito» nersi dell' autore , senza tener conto di quello cho erano derivate de emri tipografici 0 da rimaneggiamenti postumi. Anzi, seguendo metodo «^fcf^ é pervenuto altresì a correggere parecchi, e qualche volta grari,! perpetuatisi nello ristampe. Mn per raggiungere questo fine ha dovuto stabilire per meno di ricerche e di sottili induzioni il tempo in cui furono scrìtti nimcnti, e come o quando vennero introdotte dall'autore certe i donde aver lume sufficcnte a ricercare la vera ed ultima condurre la quale indagine si è ben giovato di tutte qtiante le liane, e degli scritti concomitanti, mostrando una sicurena ed una ooocv scenza non comune di quella non piccola suppellettile letteraria. Si potrà forso diro che in alcuni punti, anrichò render partecipo il lefloro del pn>> prio convincimento, la soverchia brama del provar troppo per via di liia||bi ragionamenti induce piuttosto in qualche dubbio; ma OOQ eiò né paft veaire air editore nota di poca diligenza, nò in generale» • Belanti più rilevaiiti. mancargli lode di felici risultati. Anzi conviene considerare obe dofve gli è sembrato opportuno, vuoi per meglio determinare lo svolgimento deD*ÌBf^ gno poetico, vuoi per lasciare a chi legge giudizio doflnitivo intomo alla pia ferma lezione, ha messo a confronto i diversi rifacimenti di alcuna poesia, quando in ispecie dimostrano il lavorìo della mente sopra uno stesso sof* getto, e gli atteggiamenti che assumevano le idee ne' tempi dÌTsnL Del metodo, di che abbiamo toccato, onde il Mestica ha condotto la shnMpa, e delle cure che vi ha spese intomo , dà egli stesso ampia nottna nel Di> scorso prclimiminare, partito in altrettanti capitoli, quante sono le divisioni sotto lo quali si accolgono le poesie; e quivi di tutto pofge ampia rsgiene, non lasciando di toccare alcune quistioni di fatto, ed esponsndo parsoeKi apprezzamenti estetici. Che so questi ci sembrano accettabili, renne già ri* levato dai Zumbini (1) come quelle non si possano accogliere in tutto secondo le opinioni sue. Ben importa rilevare per nostro conto che riesce proynin, anche col sussidio delle lettere alla Fagnani (3X 1* morie violenin par Ni» oidio di Giovanni fratello al poeta ; e risoluta nel modo fìA O^no • !•• zionalo la intrìcata e farraginosa controversia intomo ai Stpeieri, Messo éà parte ogni sospetto di plagio (plagio nel Foscolo !, pan» incredibile se M sii tanto disputato sul seno), ammette il Mestica sia venato neU'aniao al ■» (1) Cfr. Roiugna eHUea, 1884, ■• S. (2) Edit« per oan del Mastica 456 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO stro poeta il pensiero di comporre il carme , dopo il suo colloquio con il Pindemonte, nel quale questi gli parlò del componimento intitolato / Cimi- teri, a cui attendeva (1); ma niente più, dovendosi oggimai ritenere che le redazioni dell'epistola pindemontiana , le quali non appariscono dirette al Foscolo, non sono già prime, ossia antecedenti a quella poi messa in luce, bensì posteriori, forse d'assai, quando il poeta veronese, non si sa bene per quali cagioni, volle togliere al suo lavoro la forma responsiva e farne un carme indipendente (2), opinione sostenuta, salvo che nel tempo, dall' Ugo- letti (3). La ristrettezza dello spazio concesso all'editore nei brevi volumi della collezione diamante, gli ha tolto di discorrere dell'altra quistione che riguarda la nuova legge accennata nel carme foscoliano , in relazione con l'origine della poesia stessa e con il noto episodio del Parini. Ma a ciò egli ha poi provveduto pubblicando questa parte del suo lavoro nel Momento di Palermo, dove dà una giusta interpretazione di quelle parole, e di tutto l'episodio, mostrando come né il Foscolo cada in una ridicola contraddizione, né dica una menzogna, secondo altri ha voluto sostenere. A proposito poi delle tragedie è notevole 1' accenno alle Notizie storico- critiche sul Tieste , stampate a corredo della tragedia stessa nella prima edizione eseguitane a Venezia in quella raccolta che allora si pubblicava col titolo di Teatro moderno applaudito ; poiché , secondo i diversi indizi esposti dal Mestica , sono da ritenersi opera del Foscolo stesso ; il quale con la mente piena di pensieri alfieriani, non solo si studiava mettersi sulle orme del tragedo astigiano nel lavoro drammatico , ma voleva anche imi- tarlo nel metodo critico da lui usato nel dare al pubblico le sue opere. Ciò posto, queste Notizie avrebbero potuto trovare lor luogo o nell'Appendice, o nelle Note. E per ultimo avvertiremo che siffatte note, le quali sono di più ragioni, storiche, critiche, dichiarative, corredano egregiamente tutti que' singoli com- ponimenti che apparivano bisognosi di quelle notizie troppo necessarie alla loro piena intelligenza ; mentre danno altresì ragione di certi mutamenti, e d'alcune correzioni, alle quali é stato indotto l'editore, dipartendosi dai testi più comuni e più reputati. (1) A questa conclusione venne poi anche il Torraca (cfr. JV. Antologia, 21 serie, XLVII, 430). (2) Cfr. Tbevisan, Questione foscoliana in La Ronda, 1884, no 15, e Torraca , A proposito dei Sepolcri del Pindemonte in Rivista critica, I, 122. (3) Preludio, anno V, no 23, e anno VII, no 9. liùLi.rrrriNo biulioorakico 457 PASQUALE PAPA. — Sul quinto voiume della- storta della lO^ teratura italiana del prof. Adolfo Bartofi, — Piraiue, Up. * edit. G. Adeniollo, 188^1 (8', pp. 24). La prima parto di qucsl'opiisi-olo <> mia <■ |NiM.inno dal dantesco di Adolfo Hartoli; la Hocoiuln x la contut.'i/ioiMi di un ciato contro il Hartoli dal dr. Gaetano Amalfi (1). Quatto Uballo dicendo che e fortunatamente, non bisogna aciupar molto parola, par lilaair « colpevole di plagio, chi, fraudolentemente^ ti appropria la idaa nontaaiilo « in un libro o lavoro d'altri » , e definito cba com «ia il Taro |iliCÌO« i^ stieno che il Hartoli nel V voi. della St^ « non fa altro aa BOB |ili^iara € guastare, copiare ciò, che il professore Imbriani avata amilo, e ilaMa, « prima di lui ». Scusate so ò poco! Una accusa di disoncstii letteraria , scagliata contro Adolfo BartoU , par* rebbe che si dovesse fondare su di una dimostrazione aerrala ed irreetmbila. E infatti il sig. Amalfi una dimostrazione a modo soo la (a; ma è osa dì» mostraziono che apparo a prima giunta umorìstica. Tatto la ooùieàdanMdal Bnrtoli con l'imbrinni, coincidenze elementari di metodo, là dova fi HMlodo non poteva essere ditrcronte, coincidenze di citaiioni, là dova quaQa citarioai erano necessariamente richiamato dal tema, coincidenia di fiUli, aaeba dova i duo eruditi giunsero a conclusioni diametralmanle oppoala, tall dizio che il Bartoli ha copialo. — Ma negli, opuscoli imhriaiiaacihi y*ì ado una minima parte dello questioni toccate dal Bartdi. — Non importa, ti Bartoli deve avere assistito in ispirìto ai corri danleachi tenuti dall' bnbriaai a Napoli, 0 deve avere spedito colà uno stenografo par eogUarna a volo tutte le preziose parole. L'imbriani solo indaga, aoopra, invanla: il Baiteli, poveretto!, copia. L'Imbriani scopre documenti, anche quando gli ripradoea da nitri; l' Imbriani inventa divisioni, anche quando le loglio di pinin al Paur; l'Imbriani trova che il Latini non fu maestro di Dante, ancha qatado vent'anni prima lo abbia dimostrato il Todeschini. 11 Bartoli copia aaoqm e giunge a tanta impudenza (pare incredibile!) da leggerà a naditara ad esporro la Vita nuova, per discorrere poi di Beatrice, pradmBattla oomm ha fatto rimbriani (2). Ma noi non vogliamo perdere altro spazio per mostrare il grollaaeo di questa calandrinata insolente. Ad averne un' idea bìaogna leggerla. B dapo averla Ietta si troverh certo giusta la indignazione dd Papa, cba aaOa dMMi del suo maestro, oltre le ragioni che non gli potavano OMMaara» ha porto tutto l'ardore dell'animo suo giovanile. Un'accusa di plagio badala eoaHo (1) Àdo^lea (so tì na nmio di pi»Kio nri •{•■ato wl. MU 3L érfte ktL ItaL M k. M^ W% pp. 12, aenu note tipognfleka, eoa U itU lUrtM, f*«M ita*. (2) Aio\/ka, p. 10: « L'Imbritat li tea», a Inf», •• mmttm l*«f«Hta 4u»mm. «1 ■ « BartoU fk lo stesso *. 458 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO xin uomo che ha fatto tanto per la scienza, cui si devono tante e così nobili iniziative , che ha uno dei primi posti tra i ristauratori del vero metodo scientifico, è cosa grave e dolorosa, specialmente venuta da chi per gli studi non ha avuto campo di far quasi nulla, e in quel poco che ha fatto sfoggia tanta originalità da riuscire imitatore servile dell'opera altrui, non solo nelle idee, nello stile, nelle stranezze e nella violenza, ma persino nella grafia e nella interpunzione. Deplorevoli scissure , regionali e personali , dividono purtroppo il campo della critica italiana. Queste scissure vergognose sperperano il lavoro, che fatto di buon accordo riuscirebbe più sollecito , più sicuro e più proficuo, creano antagonismi mostruosi , ritraggono gli onesti dall' arringo, danno coraggio ai cattivi, fra i quali il mutuo suffragio diventa bisogno dell'in- dole debole e maligna. Le vecchie lotte accademiche rinas(;ono in questo nuovo mondo intellettuale, meno ciarliere, più sorde, ma non meno accanite. Il nocumento che ne viene agli studi è grande, ma la verità, lentamente, si fa pur da sé la "sua strada, e il danno maggiore ricadrà su coloro che le suscitarono e le promossero. SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE (i) ia?^rji-A.iTB Archivio déUa Società lionMiM tU Storta FtUHa (Roma): Voi. VII, 1884. — Fase. 3-4: E. Teza, Filippo li t Sisto F, veneziana di un contemporaneo. [Lun^ canzono politiea di 82 iliolii^ in dialetto veneziano, dirotta contro il ro di Spagna ed il papa. Comiocia : Dei mille cinquecento ottanta otto od ò tratta da un codico privalo dall'cdilora collazionato con uno del Museo Correr. Del cod. proprio il T. d& b toTola. E una specie di antologia lirica, contenente rìnM> di T. Taaw. dell'Albi- cante, del Panigarola, del Tansillo, di un Coltreoo {P. Cootrìnif), di A. Oow^ nelli, di M. Veniero ecc. La poesia veneCa pubblicala ha interWM alorieo e dialettale. Il T; no indica un'altra, pur yeneriana. contro Paolo V (.ISr papa Paolo quinto è intra in sto ballo), che si leffgt? nel cod. mgl. II. I. 'ilHL — E. Motta, Bartolomeo Phtina e p»p<* Paolo II. 1 Lettera di Giovanni Bianchi a Galeazzo Maria Sforza in data Roma 28. li. 140K. Ila nMcial* importanza per la storia dell'accademia di Pomponio Leto. Tratta itali* ai^ chivio di Milano, venne la prima volta poUtlicata nella Pw$tommnm » n» 8040J. Archivio per lo stttdio delle tradizioni popolari (Palermo): Voi. Ili, 1884. — Fa.sc. 4»: Usi e preqiudtsi de' contadini dMa . rContinuazionc. Vedi Giornale, IV, 2iri|. — 0. Ferr.ìro, ANM . . lare. — G. Pitrk, Rondo conto della Storia di Camprituno comtaàtito, pi^ bile, da A. Zcnatti. Archivio storico italiano (Firenie): Serio IV, voi. XIV, 1884. — Diap. 6": A. Rtoikkvt, L' mconmatiùm di Carlo V in Aquisgrana descritta da Btddassar Càsl^lime. [Um lattar» in data Colonia 2 nnv. 1520, flrmaU eoi nome di BekL rJMlitBn— • IMÌ- rizzata al card. Bibbiena, trovasi tra le Lettere de* pvimeM pdhhttnto da Girolamo Ruscelli. Questa lotterà deacrive minulamMle la iBOoranskMMdl Carlo V in Aquisgrana. L'A. crede che non vi sia ragione di dubitale eae (1) n pnMnt« SpoffUo ri^auda i mmì fi oHobr», 460 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE la lettera sia veramente del Castiglione, e avendo osservato che essa fu ge- neralmente trascurata dagli storici, ne espone il contenuto, commentandolo storicamente]. — G. Vassallo, Larga e minuta recens. del libro di G. Gor- rini , Il comune astigiano e la sua storiografia. — Notizie varie. [Vi si pubblica r atto di consegna del Codex Astensis (regalato già dall'imperatore d'Austria a Quintino Sella) al Comune d'Asti, con i documenti relativi]. — Annunzi bibliografici. [Notevole specialmente uno di A. N[eri] sul Carteggio inedito d'una gentildonna veronese, a cura di G. Biadego, perchè vi si pub- blicano due biglietti inediti di Silvia Curtoni Verza, ed una lettera del Mazza a lei]. — Con questo fascicolo si è terminato il I voi. dell'inventario delle Chrte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, che ha paginatura speciale, distinta da quella delVArchivio. Archivio storico loìnhardo (Milano): Anno XI, 1884. — Fase. 4° : A. Bertolotti , La disfida di Barletta ed uno de' suoi campioni al servizio del duca di Milano. [Documenti tratti dall'Archivio di Mantova]. — A. Dina , Lodovico Sforza detto il Moro e Giovan Galeazzo Sforza nel canzoniere di Bernardo Bellincione. [« Ciò « che per noi dà un carattere particolare al Bellincione sta da un lato « neir essersi trovato egli , uno dei minori poeti fiorentini , a capo della « poesia volgare in Milano , dall' altro nella stretta relazione eh' egli ebbe « col Moro, al cui servizio ed esaltazione consacrò la sua musa ». L'A. narra prima per sommi capi la vita del Bellincione innanzi della sua venuta in Milano e poi specialmente si ferma sulla sua dimora presso il Moro, il- lustrando con le poesie del poeta burlesco il governo di questo signore. La- voro notevole]. — G. B. Intra , Lettere inedite di Ippolito Pindemonte. [Nel 1781 r Accademia di Mantova propose il seguente tema : Quale sia presentemente il gusto delle belle lettere in Italia, e come possa restituirsi, se in parte depravato. I. Pindemonte fu tra i concorrenti in quell' anno, e poi di nuovo nel 1783. L"I. pubblica due lettere del Pindemonte a ciò rela- tive, e una lettera con la quale il P. ringrazia per essere stato ascritto fra gli accademici mantovani. Queste lettere sono tolte dall'Archivio dell'Acca- demia Virgiliana. Sul tema proposto nel 1781 e su ciò che ne segui può essere con vantaggio consultato il Della Giovanna, Pietro Giordani e la sua ditt. lett., p. 52-G7|. — G., Nozze e commedie alla corte di Ferrara nel febbraio 1491. [L'A. tratta delle feste fattesi in Ferrara per l'arrivo di Anna Sforza. Il Tiraboschi assicura che in questa occasione si recitò una com- media. Da un documento dell'Archivio di Stato milanese si ricava che questa commedia fu I Menecmi. Il documento qui pubblicato descrive minuta- mente la cerimonia nuziale, la rappresentazione, il banchetto, l'accompagna- mento degli sposi a letto. Interessantissimo]. — Bice Benvenuti, Recensione analitica della Breve storia dell" Accademia dei Lincei di D. Carutti. — G. Carotti, Recensione del Catalogo dei mss. trivulziani compilato da Giulio Porro. Archivio storico per le Marche e per V Umbria (Foligno) : Anno 1884, voi. I. — Fase. 3" : G. Mazzatinti, Cronaca di ser Guerriero di ser Silvestro de' Campioni da Gubbio. [Continuazione. Vedi Giornale, IV, 293]. — A. GiANANDREA , Iscrizioni medioevali jesine [68; la prima è del 1052, l'ultima del 1550]. — E. Percopo , Venti volumi mss. apparte- nuti a G. B. Yermiglioli nella biblioteca Nazionale di Napoli. [Di questi volumi, preziosissimi per la storia umbra, il P. dà ragguaglio, estraendone solo la descrizione di un torneo che si fece in Perugia il 17. II. 1586. Al- cuni di questi volumi furono già editi nel voi. XVI dell'Arca, stor. ital. Il Vermiglioli stesso gli citò tutti nella Bibliografia storico-perugina']. — G. Mazzatinti , I manoscritti della biblioteca vescovile di Nocera. [Sono tutti ascetici e teologici, per la massima parte scritti in latino. I più antichi appartengono al sec. XV. Dal cod. 12 il M. estrae una lauda che comincia 8P0QU0 DBLLE POBBLICAZIONI rRRIODlCHR 461 Ave croce beata. Il cod. 20 , mombr. del Me. XV, eontew QnMHnol. — M. Faloci-Pui.kìnani, Vita di S. Chiara da UtmteMeo $erinn da Juvm gario di S. AMcano. [L'A. comincia a puhblicaro la vita laliiM lMti3' ^ A. Tessieu, i-1/icorrt intomo ad una etiizitme goUeedoMU \yedì Ofar^^i^ III, IWI. Elenco di 31 commedie -.n.... ...... lUmpala tra Ìl 1198 a B ITW da 0. F. Garlxì in concorrenza i-n :io àwn Zaita. Soao a»watiit* acquisto del Musco Correr 1. — lì: di biHiogroMmjmMÈm. [Jmn- dano la st. lott. i numeri: 81. A. Kavam, Lo Studio JiPedeem eim «er» nissima Repubblica veneta; 83, R. SablKidinl . OmMrtiUa tettate memts di F. Barbaro; 84, E. Molta, Panalo Ca.^' >irfe Plmtem^Pletre Ugleimer ed il vescovo d'Alena; Ài. Strr- 'lyiwi^ cai^pwala ala una società di giovani venetiani; VO, 0. Li. Mngnni, / tee^ofi^ m wultegU scritH di Carlo Gossi; 92, A. Luxio , £«Mrra iitedite di Ohulimm MmUfr Michiel all'abbate Saverio BetHnelli; 06. B. Priaa, Amtemm^ÀMptem mr- biani poeta e critico; 98, A. Zardo, Albertino Mm$et»; 106, O. Bianta» 462 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE Ba libri e manoscritti; 106, G. Biadego, Carteggio d'una gentildonna ve- ronese; 107, Tre lettere inedite di Carlo Rosmini; 108, F. Ambrosi, Scrit- tori ed artisti trentini ; 113, Saggio di lettere famigliari del p. Alfonso di Maniago']. — G. B. Giuliari, Documenti che si riferiscono alla storia della capitolare biblioteca di Verona. [Gfr. Giornale, IV, 295]. — L. Pe- ROSA , Dei codici m,anoscritti della biblioteca Querini-Stampalia recente- mente ordinati e registrati. Arte e storia (Firenze): Anno III , 1884. — N'* 41 : Antonio Gardin , Il testamento di Jacopo Sansovino. [Il testamento ha la data 16. IX. 1568 e fu registrato nel 1570. Fu rinvenuto nell'Archivio dei Frari, insieme ad altri due documenti rela- tivi]. — N° 42: M. Faloci-Pulignani , Le pitture di Niccolò Alunno in S. Maria in Campis. [Presso Foligno. Continuazione e fine nel n» 43]. — N* 43: G. G., Metastasio, statua di Vincenzo Rosignoli. — N" 44: G. Ca- STELLAZZi, I manuali di Alfredo Melani. [I due volumetti Hoepli consacrati alla Architettura italiana, i quali possono riuscire molto giovevoli anche a chi non si occupa di proposito d' arte architettonica. Il giudice che qui ne discorre è, come si sa, fra i più competenti. Egli fa alcune osservaz. degne di nota, ma è in genere favorevole al libro]. — G. B. Intra , Un monu- Tuento sepolcrale in S. Andrea di Mantova. [Pietro Strozzi, 1529]. — N"* 45: G. Carocci, La casa di N. Machiavelli. [Protesta contro l'eccidio della casa Machiavelli recentemente compiutosi e avverte che la porta di essa è stata acquistata dal sig. P. Galletti e collocata nella sua villa della Torre del Gallo]. — N» 47: G. Cantalamessa. , Pietro Perugino dal 1495 al 1503. [Rile- vante. Continua nei n' 48, 49, 50, 51]. — N" 48: M. Caffi, Andrea da Mu- rano pittore del sec. XV-XVL — No 49: Docum,enti storici sul Perseo di Benvenuto Cellini. [Tratti dalla collez. di autografi del conte Paolo Galletti]. Atti della reale Accademia lucchese (Lucca): Voi. XXIII, 1884. — G. Sforza, La patria, la famiglia ed i parenti dì papa Niccolò V. [Lavoro assai importante, che va da p. 1 a 400. Si sa qual parte Niccolò V abbia avuto nel rinnovamento della coltura , e come a lui competa non poca parte di quella gloria onde, tra i pontefici, Leone X troppo esclusivamente fruisce. Benché uno dei maggiori papi che abbia avuto la Chiesa, duravano intorno a Niccolò V, alla sua patria e famiglia, molte in- certezze, fatte maggiori dalla discordia assai grande delle opinioni. Lo Sforza entra nell'argomento con un sussidio amplissimo di nuovi documenti, tratti dagli archivi pubblici di Sarzana, di Lucca , di Pisa , di Firenze , di Siena, di Bologna , e da quello domestico dei conti De' Nobili. Egli corregge nu- merosi errori di chi lo precedette nella trattazione dell'argomento, dà copiose notizie circa la famiglia dei Parentucelli, che fu quella del padre del pon- tefice, e la famiglia della madre, e pone fuor di ogni dubbio che Niccolò V nacque in Sarzana. Il cap. VI tutto intero tratta degli studi e della vita letteraria di lui prima che fosse eletto pontefice. L' appendice A reca Un canone bibliografico di papa Parentucelli, dove tengono il primo e maggior luogo le opere dei padri greci e latini, ma non mancano i libri di filosofia e di varia erudizione , e non manca da ultimo un elenco dei principali au- tori latini. L" appendice C reca un Inventarium quorundam, librorum, re- pertorum in cubiculo Nicholai pape quinti post eius obitum, già pubblicato dall'Amati neWArch. storico it., serie III, t. III, parte 1^. Meno il trattato di Eusebio, De praeparatione evangelica , e 1' altro di Lattanzio, De falsa religione , sono tutti autori latini, o greci tradotti in latino]. — S. Bongi , Della onercatura dei Lucchesi nei secoli XIII e XIV. — E. Ciampolini, La prima tragedia regolare nella letteratura italiana. [Sopra la Sofonisba del Trissino ; vedi Rassegna bibliografica, p. 432]. — Indice delle memorie contenute nei primi XXIII volumi. SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PP.RIODICBB 488 Atti e memorie delle HB, Defiutaatùmi m le Provincie modeneH e pm'memai (ModtM): Sono III , voi. Il, parto 2*. — Gio. BATTorrA Ysimmi, JMtuiomi dei g^ vematori di Reggio al duca Ercole I. in Ferrara. (^Sagutlo. 8Ì bunolM' lotterò di Matteo Maria Boiardo capitano di RoKffio, dal 4 ftMwdft i48Bal 22 novembre 1494. La maggior parto (dal n» lOin poi) aoao di qoMlNdteo anno. Conccrnoifn coso di amministrattone o fatti vari. Curioat qadPe dke si riferiscono ni passaggio dello aoldatoaehe di Ciarlo Vili avrialt aDlaarm di Napoli. Sono ag^unto tro altro lettere del Boiardo àeg^ Aaiiatti 4« G^ mune di Reggio e due provvigioni di questi in ooeMÌoiM diitUa iBOHe dtl Boiardo]. — L. F. Vai.uriohi. Cappelle, concerti e miMMe A eem^MUt dal sec. XV al XVI IL {Lo primo memorie conoemanti le noiteke 4mB Estensi sono del 1422. LA. aggiunge una ricca auie di TALE OioNiNi, Cenni e documetiti su Marco Pio $iffmordi Soetmolo^ [Amleo del Tasso, cho no fu presento al battesimo (15fl8) e lo lodò ne* noi aoMllL Il Pio fondò in Sassuolo l'Accademia degU Unanimi. In quarta città aoa è rimasta traccia de' suoi scritti in versi ed in prosa]. >— Ówam Càtmmh Torquato Tasso e gli Estensi. III. Le principesse sorelle. Lmeretia. (Sagoto del lavoro, dei cui capitoli antec. abbiamo parlato in (Ttom^ 1,300; III, 9QB. Il Campori, narrando, talora con {articolari inediti, la vita di Lnecaina d'Ella, conchiudo con un rigoroso giudizio su questa j)rincipc«Hi Ycndieativa, IW> nesta allo famiglie, a cui appartenne (Kir nascita e per matrìmooio « Parila « crudelmente nei niù delicati sentimenti della donna, non uardoiiò mai più « ad oll'esa che si rosso, di (tarcnte e di estraneo, di vivo e di mortola ISBlo « rimase ferma in questo concetto, cho inflnn all' ultima ora non aa ne ri> « mosse. Lo fasi del suo matrimonio. In tragedia del Gontraitì » (le taalimo> nianze su quosto truce fatto della corte estanaa sodo «wminale eritieammrte dal C), « t'odio contro Alfonso e la sua progasia, la pratieba par spofliara « la propria famiglia del ixvsscsso di Ferrara , il suo taalamaMO aoao laali « atti della vita ai costei non sappiamo, se più inftUoa O piò eolpafola^ aa « pienamente consciento di ciò che faceva »J. BoUettino storico della Svizzera it4$liaHa (Belliuona): Anno VI, 18^4. — N* 5: Le tipogra/le del QuUom TIeime eoi 1800 al 1859. [Elenco alfabetico di tutto lo pubblicazioni che vennero flUla dalla tipografie ticinesi nel |)eriodo indicato. Le condizioni politiche speeialt, par cui in quegli anni molto pubblicazioni italiane^ ftiroiio ,fatto in Uriaara rendono questo elenco molto interessante per gli atodioai. K' in onolinna- zione. Col n" 12 si giungo sino a Collettay — Somìo di una biòUoaroAa di Francesco Soave. [Continua. Votli (riornofo, TlI, 303]. — N' 7-8: Itt streghe nella Levantina nel sec. XV. [C4ìntinua nei n* 9, 11, 12]. — il mete di Volterra e la profezia di S. Brigida. [ E' riferita una lottare ia 4ala Pontremoli 25. VL 1472, con la quale Antonio Ivani pariecijia • Cieeo Simonetta il principio di una profezia in versi sull'asaedio di Vollang. 0» mincia 0 Volterriani levati in gran barato. Questa lettera fa ripaMneala, con un commento, nel Giornale ligustico, anno XI, fase WOj. BuUettino di bibliografla e di storia delle seiemm «MrteaMa- tiche e fisiche (Roma): Voi. XVI. — Fas^'. 6» : A. Fataro , Reeenuone daUa Vite di L^JI. A^ berti di G. Mancini. [Molto favorevole]. — Ymt. 8»: FBk^Uoou, «!■■■■ al problema « le noeiid de la eravate • e ad ainme Sfersm ^'i^*"* D'Aviso romano. [Rivendica al D'Aviso, scicnatintrt "iiBaDoM see. XVII. il JVattato della Sfera ai nitro opere roatcmnliche]. — ^ "*?•. *yi«'^'. \t' VARO, Discorso inedito sopra la Calamita del P. D. BmmtUe TDa un cod. della Palatina di Firenze]. — Fase !!•: O. uaMXI.. intorno a Paolo Dal Posto ToscanelU. [Con albero ■■■■"»'"'**■ ' 464 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE miglia di questo che l' U. chiama « il più grande scienziato del sec. XV , « avanti Leonardo da Vinci »]. — Voi. XVII, fase. 1": E. Narducci, In- torno al « Trnctatus sphaerae » di Bartolomeo da Parma astronomo del sec. XIII e ad altri scritti del '>nedesim,o autore. [Il Tractatus sphaerae , che qui si pubblica, è tolto dal cod. Santa Croce 228 della bibl. Vit. Em. di Roma]. Cronaca bizantina (Roma): „ Voi. VI , 1884. — No 22 : G. Carducci , BelV inno « La Risurrezione » di A. Manzoni e di s. Paolino patriarca d'Aquileia. [Fine nel n" 23. Pub- blicato poco prima altrove. Vedi Giornale, IV, 294]. Cronaca marchigiana (Camerino): Anno Vili, 1884. — No 6: Dialetto rustico camerinese. — N^ 11 : A. Conti, Dialetto marchigiano. [Si pubblicano sei poesie popolari]. Fanf lilla della Domenica (Roma): Anno VI, 1884. — No 40: A. Saviotti, Gli ultimi anni di G. Balsamo. [Da una corrispondenza fra il conte Semproni castellano di S. Leo (dove nel maggio del 1791 era stato rinchiuso il conte di Cagliostro), il cardinal Le- gato della provincia di Pesaro e d'Urbino e il card. Zelada, che va dal '91 al '95, il S. cava dei curiosi particolari sulle stranezze che il B. faceva in prigione , gli incessanti tentativi di tornar libero e i fervori ascetici a cui fingeva essersi dato, forse per deludere la rigorosa sorveglianza e ottener perdono. I documenti riferiti aggiungono un interessante capitolo alla sin- golare storia del B.]. — Libri nuovi. [Si parla dell'AdemoUo, I primi fasti della musica italiana a Parigi e di alcune pubblicazioni nuziali friulane]. — N° 43: A. Ademollo, Figuri e figure Casanoviane Silvia e Mario. [Di Giuseppe Balletti e di Rosa Benozzi sua moglie, il Mario celebre e la non meno celebre Silvia dell'ultima compagnia italiana a Parigi, il Bartoli non ha neppur ricordato nelle sue Notizie il nome. L' A. supplisce a questa la- cuna illustrando il ritratto che di Silvia lasciò il Casanova nelle sue Afe- morie con molti documenti e testimonianze del tempo che ne celebrano con- cordemente la bellezza, l'onestà ed il merito]. — N" 45: A. Borgognoni, La canzone del Leopardi « Alla sua donna ». [Il sig. B. chiama « errore « storico ed ermeneutico » la interpretazione data della canzone del L. Alla sua donna in questo Giornale dal sig. E Zerbini (III, 83 sgg.) , e sostiene che in essa si canta l'amore ideale per la donna che non si trova. Il B. si sforza anche di mostrare come varie parti del componimento non concedano d' intender nella donna del poeta la Libertà ; ma non ci sembra che le sue siano obbiezioni inespugnabili. Ad ogni modo egli ha contro di sé l'autorità di due amici del Leopardi, il Giordani ed il Ranieri (vedi Giornale, III, 473), e sopra tutto, almeno per noi, lo strano tono ironico con cui il poeta stesso afierma nell'articolo critico che la sua poesia non è amorosa. A questo egli non si è ricordato di rispondere. Cfr. del resto la risposta dello Zerbini, in Preludio, Vili, 22-24]. — N" 46: G. Bagli, DeW amore e del matri- monio presso i contadini Romagnoli. [Il B. toglie ad esaminare quanta parte sopravviva ancora nella Romagna degli usi nuziali descritti sui primi del secolo dal Placucci]. — N" 47: G. Plaggi, Giovita Scalvini. [A propo- sito delle due prefazioni dello Scalvini a\V Ortis ed ai Promessi Sposi, ac- cenna ai meriti dello Se. come critico e come poeta]. — N" 48: C. Antona- Traversi , Il « natio borgo selvaggio ». [Il sig. A. T. difende Recanati dalle note accuse del Leopardi che invita ad esclamar con lui: oh quantum m,utata! Chi invece è immutabile è il sig. C. A. T., e questo articolo d'una singolare amenità lo comprova]. — N^ 50: C. Ricci, Un cronista bolognese del sec. XIV. [Pietro di Mattiolo]. — N^ 52: M. Scherillo, Il maestro di Dante. [Lo S. parla del nuovo voi. uscito per cura di R. Renier intorno a Brunetto Latini e manifesta opinioni contrarie al Sundby, così per la questione se il Latini sia stato veramente maestro all'Alighieri, come per 1' altra del peccato che Brunetto sconta nell'Inferno]. 8P0OMO DELLE PUBBLICAZIONI HERlODICilB 405 Qaxzetta letteraria (Tonno): Anno Vili, 188-i. — N» 45: Gian Mautino S., Giacomo I^fopnnlt. N* 47: F. Fontana, Poesie di Vario Porta. IKi^tiartia V eAu. «Uu da C R. Barbiora. Favorovolol. — N" 41): (ìian Mautino S., Vittorio Ài(tm, — . N° 50: R. HAitiuKitA , Una lettera inedita del FosroL» e tm «MA riinM^, ILa lettera ù dirottn alla Socictii (ilotiraniiiialtca Ud Teatro Palriolkwitt lft> lano (15 agosto 171M), cui il Foscolo pruniutto il 7)ìmoeralc. Qm ptr «MNOft Società il ÌSIonti Hcrivesso V Aristotlnno , rome qui ai dioe> è m onai%, D ritratto )>oi ò (|uullo esoRuito da Andrea Appiani , che a ooqm " pinacoteca di HreraJ. — N» 52. 0. Oabardi, A proposito thUm __ . Ashbunihain. [Articolo desunto da quello puhhl. da I*. Papa nella , intemationale. C(r. Giornale, IV, 1)17]. — (jian MAliTi.yo S^ // Httooath. [Dìx idea abbastanza giusta dello cause e del valore che ha qoMlO ÙmoI. Gazzetta viustcale (Milano): Anno XXXIX, ISSI. -> N» 45: L. Busi, Alcune otstrvasioni alia hUmrm critica scritta da Benedetto Marcello sopra il libro dei Modrigedi di A. Lotti. rContinuazionc, vedi Giornale^ Iv, 20U. Continua net n' 48, 47« 48]. — NO 47: Luigi Lianovosani, Recensione della Storia letteroHadé^ r opera buffa napolitano. [L' A. comincia dicendo: « Non ei è Mio elM « nn qui sia stato annunciato questo pregevole lavoro, forw perchè noa di^ « fuso ». Fu qualche cosa più che annunciato! Cfr. Giornate, III, 314, 316, 437; IV, 322J. — N» 40: 0. Chiuesotti. Sensa titolo, ma mlta lettera critica di lì. Marcello contro A. Lotti. [Risposta al lungo acrìtto del Busi sopra indicato]. Gazzetta Xumismatica (Como): Anno IV, 18H4. — N*> "2: G. RuooKao* Annolasioni numitmiOieke §em^ vesi. [Descrive un genovino, recentemente aoopnio nell' Umbria, ebe porta il numero ducale XX. Lo crede di Tommaso di CampofrMmoj. -> P. lU^ MILTON, // fettdo di Seborga. [Dallopcra già puhhltoata, Bordighora et ìa Ligurie occidentale^ GiambatHeta BaoOe (NapoU): Anno II, 1884. — N» 9: Anonimo, Cenni storici e ftlolegiet totwwe « Canosa e dialetto Canosino. [Continnaziono e fine nei n' ICTe il]. — Ha* censione anonima del voi. di Ni. Scherillo, La commedia delforte m ìtaUa. — N° 10: Carlo Pascal, // libro drl dialetto lU^iolekmo di Fsrdimmmde Galiani.— N" il: M. Scherillo, Stiiria di Campriatto eowiadfao. [A jwn posito della novella omoninia ripu))blicata da A. Zenatti. Lo S. rìprowea La piacevole historia di cuccaana in terzine, tratta da una oopttdi odia. napolitana del 1715 posseduta da L. Molinaro Del Chiaro. E* «lo riaooalfaro col Capitolo di cuccagna stamp. in appendice dallo Z.]. — N* 12: M. Sonh RILLO, Farse rusticnìi. [Pubblica qui la prima di ima serie di forte naticali carnevalesche raccolto a Solofra (provincia di Avellino). Querta flwa ai OJJa» mano colà Zingare. La prima, assai intereseante, cott jP'jMw» fj'-y^pP * che parlano parto in lingua e parto in dialetto, dioen eooiporta da BMQMffa Mosca nel l^OJ. Giornale degli ertiditi e ettriooi (Padora): Anno 11, ia^4. — N° 62: Notizie di A. Tesner w jMchiorta loffio a su Fiordiligi Taumanzia, al secolo Orintin RoiaafaM»3aeratt: aolma «I G. Magno, A. Tessier e B. Morsolin sulla accademia dei PiUOgiai di V» nezia; notizia di P. Pcrrenu sullo binarrie dei lotteraU. — N* «B: JM^* di A. Corradi e R. Renier per completare la bibliogralla dalla «uwmilft italiane (cfr. questo Giom., IV, 30(0; notino di R. ReaMT «Da (liornaU storico, IV. 466 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE delle profezie di Tommaso Unziò; notizie di diversi su Benvenuto Gellini nella letteratura amena. — N" 64: A. Corradi ed E. Motta danno nuove notizie che arricchiscono la bibliografia delle università italiane. — N" 65 : Notizie di B. Morsolin e G. Ravelli sulle traduzioni italiane della Chioma di Berenice; notizie di A. Lanzi e G. G. Cattaneo sulle traduzioni tedesche dei Promessi Sposi; notizie di G. Ferraioli, B. Boncompagni e G. Ravelli sulle epistole di Dionisio Petavio. — N° 66: Nuove notizie di Gim su Mel- chiorre Zoppio; notizie di B. Morsolin e G. P. Clerici su Jacopo Antonio Bassani; nuova notizia del Favaro sulla bibliografia delle università italiane; notizie di A. Tessier su altre traduzioni della Chioma di Berenice. — N^ 67: Notizia di G. Campori su Bernardo Spina ; notizia di G. A. Musso sulle let- tere di Pietro Bembo e su Melch. Missirini. Giornale ligustico (Genova): Anno XI, 1884. — Fase. 9-10: A. N[eri], Diie lettere di Papirio Picedi. — A. N[eri], Privilegi per la proprietà letteraria. [L'A. pubblica qui alcuni privilegi concessi dalla Repubblica di Genova, cioè: 1° quello dato il 22. Vili. 1551 a Paolo Interiano per la stampa del Ristretto delle historie genovesi ; 2° quello dato il 12. VI. 1561 ad Andrea Anguillara per la ediz. completa della sua versione d' Ovidio ; 3» quello dato a Bernardo Tasso il 3.1.1561 per V Amadigi ; 4° quello concesso il 30. VII. 1610 a Francesco Bracciolini per la stampa del suo poema della Croce riacquistata ; 5° quello dato agli Accademici della Crusca il 18. IL 1612 per la stampa del Voca- bolario ; 6° quello accordato l'il. VII. 1612 a Traiano Boccalini peri Rag- guagli di Parnaso. Tutti questi privilegi vengono illustrati dal N. con la sua consueta accuratezza e dottrina]. — A. N[eri], Una lettera di Niccolò Paganini. [^Diretta ad Annibale Milzetti, il 30. IX. 1818. E' tratta dalla collezione di Cossilla del Museo Civico di Torino]. — C. Braggio, Una novella del Boccacci tradotta da Bartolomeo Fazio. [Tratta da un codice strozziano della Nazionale di Firenze. E' la prima della giorn. X]. — C. B., Recensione del libro di E. Gelesia Linguaggi e proverbi marinareschi. [Fa- vorevole]. — Spigolature e notizie. [Vi si pubblica il principio e la chiusa di un Lamento della città di Volterra di Antonio Ivani. Cfr. Boll. st. della Svizz. it.']. — Fase. 11-12: M. Staglieno, Lo storico G. Francesco Boria e le sue relazioni con Lud. Ant. Muratori. [Già nel 1862 lo S. ha indicato Giov. Fr. Doria come autore della St. di Geneva negli anni 1745, '46, '47, che venne generalmente attribuita a Fr. Maria Doria. Tale ipotesi diventa certezza per alcuni documenti trovati dall'A. nell' Archivio di Stato in Ge- nova e per una serie di lettere del Doria al Muratori, che si conservano nel- r Archivio Muratoriano. Degli uni e delle altre rende qui conto 1' A.]. — A. Ademollo, / Basile alla corte di Mantova secondo documenti inediti 0 rari. [Interessantissimo. Relazioni di Vincenzo Gonzaga con Adriana Ba- sile e di Ferdinando Gonzaga e Vincenzo II Gonzaga con la stessa Adriana e con Margherita Basile, negli anni 1603-28. La memoria è tutta documen- tata e fatta con quella maestria che V Ad. suol porre nei suoi lavori]. — A. Neri, Un corrispondente genovese di Voltaire. [Il poeta Gerolamo Ga- staldi, ministro della Repubblica di Genova in Torino. Egli tradusse YAlzira e la Morte di Cesare del Voltaire. Ma certo più interessanti che le poche relazioni sue col Voltaire, messe in chiaro da qliesto articolo, sono le molte notizie biografiche di lui che il N. ci fornisce]. — Bollettino bibliografico. [Recensione anonima del voi. curato da R. Renier, Il Misogallo, le Satire e gli Epigram,mi editi ed inediti di V. Alfieri. Favorevole]. Il Baretti (Torino): Anno XV, 1884. — N» 34: F. Pasqualigo, Se al § II della Vita Nuova sia da leggere « nobili » o « nuovi ». [Continuaz. e fine nel n' 35. Il passo studiato dice: « E vedeala (Beatrice) di sì nobili e laudabili portamenti ». Cosi la vulgata : alcuni codici hanno nuovi. L'A. ritiene giusta la lezione della vulgata]. SPOOIJO DKLLB PUBBLICAZIONI PKRIOOICIUE 407 Il Bibliofilo (Bologna): Anno V, iHSt. — N' lO-ll: C. ]x)7jei, nihli,H,ntf:.t HU fxcti^e >iet /' «>. vano Arlotto. [A pro|x>(iito dollu nuuvn r, di cui non ebbe noUxia napport 0 PlMMUMb t cho è iinportantissimal. — A. lUccui oblla Lboa. Uno ttikUù iflWiyn fico sulV UccelUern deìVOlina. (Stainp. in Roma noi 1622). — B. Faauj* Alcune lettere inedita di P. Giordani riguardanti varie «disiami di sue. [Sono diretto a Francesco Parolupi dal 1AI0 al '43. Apparteagooò ad una serio di lotterò inedite del Giordani poweduta dal or. Vernai di Parma]. — 'L. Ahiikìoni, Dell'autografò e inedito mHodrwmmui « Arvumn* di Benedetto Marcello, [ytxuio^r. ò in pò Mono ddl'A. Ha U data 1727J. M. Faloci Pulionani, Tre antiche stampe del « Qiarditutto >. (11 Oiar- dinetto di cose spirituali « ora destinato |)or la gioventù, aUtochè aoUo MM « facila vesto p()otica apprendesse e ritoncMO a nunnorìa la laltara dall'ai* « fabeto, r orazione donionicalc, i precetti di Dio a dalla Chitn ». Tra edizioni di aucsto libro il F. P. ha trovate in una miacallaota di OjpOMOli EìT lo più aol scc. XVI ap{>artonuta a un Natalizio Beofdatti di PoUfBO. e tre odi?.., eseguite osso puro in quel secolo, sono di VaMgtia« di RoMa e di Foligno. L'A. descrive queste edizioni e ne cstrae In loiMtti eaadad molto interessanti. Il primo si riferisco al modo di edoean i Alinoli, Q secondo alla bollii fcnuninilo, il terzo alle particolarità di pameeMa dllà italiano. Por il primo sonetto cfr. Giornale, I, 288 e SSl. par di altri doa Jahrbuch fùr rom. und engl. Lit^ IX, 203 ■gg.l. — P. SahTI MATm, La Gerusalvmme Lilwrata del Tasso tradotta m diatetto èokgmete.jpa Oio. Francesco Negri). — Encoi.B S()\.\, Tommaso dCAfutUia. [Il P'Aaaooa aveva supposto cho questo TommaMo. autore di ana_ crooaoa litevBla la gesta di Attila, fosse una invcn/iono di (tiam. Barlàari. L'A.« «ÌM ii nrapara a pubblicare il ix)oma francese di Niccoh*! da Caaola aròtaf Mila OMMa (cfr. Opuscoli di Modena, XVI, 47X ha trovato a e.86* dtl eod. Cawllaw» alcuni versi, nei quali si accenna chiaramente a questo ToouMMK dM at> rebbe stato segretario di Nichelo tuitriarca d'Aguileia]. — A. Borrotom. Varietà archivistiche e bibliografiche. [Nota: Una notista dai colaèra Ma- sofo Pomponnsio (lettera di H. (lapilupi al marvh. di MaalOta ÌB data 4 olt. 15(>ò); Carteggio di Lelio Mon fretti con la corte jfawlttwwa (lattara ed estrani di IctlcVò, in cui si pria del Tirante al Mono» nolo roaaaao spagnuolo, tradotto dal M. e pubblio, nel 1538); Un auUgroA del tornare del Pastor Fido (lettera del Guarini al marchasa di MaaAofa. ia daU 28. IV. 1587, con la anale gli manda la orazione par la morta dal eardioal d'EsteV). — No 12: ò. Lezzi, Origini della liitgua e della gMudm^^mm. F. Evola , La stampa siciliana fuori di Palermo e di ifaa>fc»*«ga due sec. XVI e XVH. [Qui si parla di Girgenli. Cft". 0 14: G. Mestica, Sulla vita e le poesie di Luigi Mercantini. [In continuazione.]. U Polifono (Foligno): Anno II, 1884. — N" 33: L. Cappelletti, Recensione dello studio di A. D'Ancona su Jacopone. — A. Mancinelli, Recens. del voi. del Colini su Pergolesi e Spontini. [Rettificazioni riguardo il Pergolesi]. — N" 43 : G. Padovan, Foligno. [Riassunto del lavoro del Faloci-Pulignani sui Trinci pubblicato in questo Giornale, voi. I e II]. — N° 44: L. Cappelletti, La canzone di G. Leopardi a un vincitore di pallone. Il Propugnatore (Bologna): Anno XVII, 1884. — Disp. 4-5: G. Biadego, Un Pater noster del sec. XIV. [Estratto dal ms. 827 della Comunale di Verona. L'esservi in questa orazione rimata molte parole del dialetto veronese, fa arguire al B. che, se non l'autore, certo il copista di essa fosse veronese. Nella breve prefazione il B. accenna alle altre versificaz. antiche della orazione domenicale]. — L. Pa- gano, Pietro delle Vigne in relazione col suo secolo. [Continuazione. Cfr. Giornale, 111, 309]. — V. Di Giovanni, Ciulo d' Alcamo, la defensa, gli agostari e il giuramento del contrasto anteriori alle costituzioni del Regno del 1231. [L'A. combatte con molta vivacità alcuni punti della dissertazione di A. D' Ancona sul contrasto di Cielo. Quali precisamente siano questi punti, lo si rileva dal lungo titolo]. — Erasmo Pèrcopo, Le laudi di fra Jacopone da Todi nei mss. della bibl. Nazionale di Napoli. [Questo pre- gevole e diligente lavoro è un contibuto alla edizione critica tanto desiderata delle laudi del Tudertino. Nella prima parte il P. si propone di esaminare quattro codici completi di laudi, nella seconda vuol considerare le laudi sparse in vari altri mss. napoletani. Il primo cod. che egli prende in esame è il XIV. C. 38, di cui 49 laudi sono da ascriversi, secondo altri testi, a Jacopone, 6 a Lionardo Giustiniani, 8 al Bianco da Siena, 1 al cardinale Dominici, 1 a fra Paolino da Siena. Il P. le passa una ad una in rassegna, illustrandole, e notandone le varianti in confronto coi testi a stampa]. — Ernesto Lamma, Saggio di commento alle rim,e di Guido Gtcinicelli con un discorso su gli scrittori bolognesi del sec. XIII. — L. Cappelletti, Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del Decam,erone. [Giornata VI e prime quattro novelle della giorn. VII]. — A. Miola, Le scritt. in volg. dei prim,i tre secoli della lingua ricercate nei codd. della bibl. Nazionale di Napoli. [Continuazione, vedi Giornale, 11, 450. Co- dice XII. F. 37, Confessionale di S. Antonino. Codice XII. F. 40, versione delY Apocalisse col commento del De Lira e di fra Federico da Venezia. Cod. XII. F. 41, il Libro de timore di Niccolò da Sulmona. Cod. XII. F. 42, le Regole pastorali di S. Gregorio volgarizzate. Cod. Xll. F. 44, regole di frati. Cod. XII. F. 45, Confessionale di S. Antonino. Cod. XII. F. 47, Scala, del paradiso di S. Giovanni Climaco. Cod. XII. F. 49, 17 lettere di Giovanni dalle Celle, e 6 di Luigi Marsili. Cod. XII. F. 54, trattato della confessione. Cod. Xll. F. 55, trattato ascetico di Niccolò da Osimo. Cod. XII. F. 56, Quadriga spirituale di Niccolò da Osimo e trattato « de li defecti li quali « possine intervenire ne la messa » di fra Frane. Piazza, bolognese. Co- dice XII. F. 57, Specchio di Croce e Libro della Pazienza del Cavalca]. — A. Bartoli , e T. Casini , Il canzon. Palatino 418 della bibl. nazio- SPOOMO DKI.LB PUBBLICAZIONI PBRIODICUK 4109 naie di, Firenze. — Rocenaiono di L Q«it«r dfl^ 1011111 di Ctrlo Vm«Ì|» commemoranti il Giuliani od il Witlo; raeensioiMdi Bnurto La Antona-Tra versi, Ugo Foscolo netta fhmiglia, li Bneini, H „ Battista Fngiuoli. — Diap. 6*: BOUTO ObHUNII, PJMlW tf«' MMÉIìM Mugnone e il moto di Ugnccione detta FàggUfla ùk Téaoima, — condotta con tnotodo occolionto. L'A., prnmflwi aleoM faidiaMfiirf ìmM scrittori che rì occuparono prima di lui del Pajrtinolli, iMUttina I «mBoìcw contengono buo j)ocsio, fra i quali il più notevole è il Bwter. XLV. 47, • su questa disamina busa la discuiuiono luUa auteolieità d*IU riaiii Porto in chiaro quali i)oe.sio apfmrtengano voramenta al Pk|ylÌMDI« FA. ffiA li storia dogli avvenimenti nolitici a cui egli prese parta • di Md là ìm bomU discorrono. Ecco la conclusione: « Ei non apiiarteniM a B««itaa aeMla. « come a nessuna scuota appartenne TAngioliori. col qoala. par lo ■girilo « ribelle alla diviniti, e malodiconte alla pervenuta amaiuOta moki paoli « di contatto. Guelfo di una dello più {wlcnti repobbUeba tlaliooo« MMI « lanciò il pcn!;icro al di Ih della cerchia dello tue mura, « Danto ghibellino, un solo iini^oro sotto lo scettro di un * né una repubblica universale, non sognò neppure l'Italia riaoilo* « capo Guelfo. Egli è cittadino Lucchese, e basta »1. — L. Pasano, r delle Wgne ecc. TContinuaz., vo
  • oo8Ìa buccolica in Italia, l'A. parla qol egloghe miste o tenzoni buccoliche, delle efflogha allagorieha o boffiMriJ — L. Gaiter, Antonio Cesari. [Calorosa difesa del CSaaari a ddla aoi idi — Recensioni: L. Gaiter intorno la pubblicaz. di Gius. Orlando^ tht'i stola di s. Bernardo, aspirazioni alla Passione di 0. C » warié Imt testi del sec. XIV; E. Lamma intorno A. Toblor, Da$ Bweh dm t^fmttm ed Laodho. Il Pungolo della domenica (Milano): Anno II, 1884. — N» 39: G. Siqnorini, N. MaehÌa9tUÌ § It im LmtM /hmt7 e VII della St. d. lett. itat. del BartolL 470 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE La Domenica letteraria (Roma): Anno III, 1884. — N** 47 : Un capitolo inedito delV autobiografìa di Mo- naldo Leopardi. [Fra le carte del conte Monaldo stavano alcuni fogli con- tenenti r abbozzo di un' autobiografia lasciata in tronco. Esso è dato qui alla luce: e consiste in una descrizione che il L. fa della sua patria, cne dice giunta a que' giorni a pessimo stato e per cui prevede anche peggiore l'avvenire. Le poche pagine che costituiscono questo frammento hanno qualche importanza soltanto per ciò che mostran più palese ed aperto il malanimo che nutriva contro Recanati il L.]. — N" 48 : F. Giarelli , L'Anonimo del Goldoni. [Il sig. G. dà notizie, cavandole dalla Storia di Busseto del Seletti, intorno a quel Buonafede Vitali, che fu medico celebre e non meno celebre ciarlatano e invita gli studiosi di cose goldoniane a occuparsene : « hanno « forse dinanzi una nuova miniera d' indagini e di ricerche {sic) ». Se il sig. G. avesse conosciuto 1' articolo pubblicato dal D' Ancona nell' Albo che in quest' anno medesimo, a Venezia, usci in onore del Goldoni, avrebbe ri- sparmiate le incomplete notizie e le superflue esortazioni]. — N^ 50: P. Co- LACiTO, Foscolo, Mazzini e i giornali. [Si spigolano alcune notizie sul- r aborrimento che il Foscolo aveva per i giornali del tempo suo , molto simili a quelli d'oggi del resto, e all'opinione che sul poeta nutriva il Maz- zini, dal carteggio che questi tenne colla Magiotti , or pubblicato dal Chia- rini in N. Ant., XLVIII, 23]. Xa illustrazione italiana (Milano): Anno XI, 1884. — N° 40: V. Gara velli. La Commedia dell' Arte in Italia. [Il G. discori'e del recente volume di M. Scherillo sulla Commedia dell'arte facendo molti elogi della copia di notizie pregevoli che vi sono raccolte : esso però mantiene ancora la sua opinione riguardo all' origine della Commedia dell'arte e nota come lo S. non abbia a questo proposito evitato qualche contraddizione]. — N» 42 : G. Ricci, Benedetto Marcello. [Dà conto del libro di L. Busi, B. Marcello musicista del sec. XVIII^. — G. Frizzoni, Della pittura iti Sicilia dal XV al XVI secolo. [Si accenna alla povertà della scuola pittorica Sicula e si discutono alcune attribuzioni di dipinti fatte a pittori siciliani, singolarmente a Antonio Gresenzo, creduto autore del Trionfo della Morte, che si ammira nell'Ospedale Grande di Pa- lermo]. — N° 45: F. Lodi, Guarda, guarda la vecchia! [Narra gli scan- dali originati da questo grido, emesso per semplice scopo di dileggio, nel 1748 : scandali che non cessarono se non dopo che il governatore emanò contro gli schiamazzatori una Grida che minacciava 100 scudi di multa o tre tratti di corda]. — N^ 46: M. Pratesi, Carlo Hillebrand. — N» 47: A. Neri, Goldoni e Chiari. [Il N. narra, giovandosi di un articolo dell' A- bate Ghiari pubblicato nella Gazzetta Veneta del febbraio 1761, come i due poeti da tanto tempo in discordia si rappacificassero e come la amicizia nuova dovesse essere sancita dalla pubblicazione di un poemetto che un dei due (quale non si sa) doveva dirigere all'altro e al quale il secondo avrebbe risposto. Del poemetto il N. non sa altro ; quanto all' amicizia essa non pare fosse molto sincera, almeno se devesi giudicare da quanto scriveva il Ghiari più tardi del G., quando questi era già in Francia , nei suoi Trattenimenti dello spirito umano']. — N» 48: G. Frizzoni, Della scultura in Sicilia dal XV al XVI secolo. [I più antichi monumenti siciliani non hanno ca- rattere indigeno; ma rivelano la mano di scultori forse lombardi. Il F. tocca qui di alcuni più notevoli esistenti a Messina, a Taormina, a Palermo]. — No 50: G. B. Toschi, Gita artistica a S. Vitale delle Carpinete. [Si parla del Bosco del Fracasso, ora quasi interamente scomparso, dove il Boiardo si recava spesso da Scandiano e dove si smarrì il Petrarca]. L'Annotatore (Roma): Anno X, 1884. — N» 11: G. Signorini si occupa del Vocabolario me- todico della lingua italiana di Aurelio Gotti e delle Quattrocento e più correzioni al medesimo di A. Gerquetti. SPOGLIO DKI.I.K l'UBRLIC AZIONI l'KRIomClIK 471 La nuova rivista (Torino): Anno IV, 1884. — N» 9-10: A. HEUToi.om. .V-.r^/AmM .Virr.«rr-A». lìimghi poetessa creduta piemontese. |ll Vnlhnn rvpili-. .-|,., .ml-^u jj.-u- tildonna, che il Marini amò o cui Itoatrico Cunei «flkiò il nio >-— ^ttt fosso pioinontosc. Una lettera dol Ca|Miccio, elio ni trova Mgtt U^MM Mantova, e cho il li. pubblica, la diinoNtrn nn|toUtaiM. la <|iMrio Mtkob sono mosse in luco due altro lotterò del Ca|k2ii-oio, ebc BOO ii m Jauimi come e' entrino, ed una della Biraghi al duco di Mantora b data tO. L ilHSi. — N' 11-12: A. Heutolotti, Un autograto di fìtmoso teuUort mia^pAiff. [Angelo ComoUi. l'otiziono al governo di Roma in data 2. V. 1700, tm li» sarcimcnto di danni). La nuova rivista internazionale (Firenze): Anno IV, 18H4. — N» 16: F. Leo, Venamin Forhmato. [Tradm. dalb Deutsche Rundschati]. — N> 19-20: G. Hormann, Lo qùrito é lafbnmm del sonetto. jTrnduz. aaìV Allffoncine Zeitung. L'artic. è oondollo auuoMra recento dol Wclti, che noi annunciamo in cronaca. Contìfliaa'l. U Appennino (Camerino): Anno IX, 1884. — N» 5: A. Conti, L'Università di GMMrteo. [Noliiia storiche]. La Perseveranza (Milano): Anno XXVI I. — N» 9058: La peste del 1630 in Milano. [Da El Gioie di Madrid si riproduco un curioso docuiuonto storico , c<»\ intitolalo: £<^ tera di Don Giovanni De Meta (sic, Medaf) dell'ordine di Aleamtarttfr^ Bidente in Milano, ad un suo amico, in cui gli narra ciò che iavwmmit in Milano, Modena, Cyemona, Piacenia e Fama , intorno alia fmt$ dU il Demonio inventò con polveri e unzioni, in virtù del patto eA# eon ka fecero alcuni in odio del nostro Cattolico Re Dom FU^^ e éeUm nmiiam» Spagnuola fino al 13 dt settembre di quetto presente ammo 1090. E*lm Relazione più sicura e veritiera che sus pervenuta a Sua Maasiéu e emt' forme a molte lettere pervenute a Signori e TitotaH deUa eepitau, Wtf» lettera si narra come n demonio avesse patteggiato eoo aleuii aealknti nemici del nomo spagnuolo di distruggere colla peata la naifawa • il «IowìbÌo spagnuolo. Il demonio stesso lo narrò alla proiema desìi Inqniailori, «ImIo avevano citato a comparire dinnanzi al S. ufbtio , e OMeriaM il nodo eoo cui si componevano le polveri e gli unguenti da spargere per le vie «rivolo come in Milano airesccrabile opera attendeeeero prineipalmailo il Piana ed il Moro, dei quali si descrive lungamente V atrace sttppUsio. La lettera a^ bonda di strani e paurosi particolari che mostrano sino a qval ponto la geole fosse accecata dalla superstizione, dall' ignoraoia, dalla paora. B*apioMVOlo cho ristampandola si sia voluto rammoaernarla. Veramente crai ■ BNiHln che il documento non soffri altre mutazioni ae non ortugraflebo O IO np pressione della « dizione sincopata » (*iV): ma neamno erodere eoo oo a» contista abbia potuto scrivere: la mortalità...^ d tietu terr*»rtsutit ^ OoaM si leggo nello primo righe della lettcraj. La Rassegna italiana (Roma): Anno IV, 1881, voi. IV. — Fase. 3<»: F. Roto, (Maeamo La republdica letteraria (Palermo) (1): Anno I, 1884. — N' ;38-39: X , La donna italiana nel teeaU XV. — A. G. Bianchi , Una donna letterata del setteomto. [La cootewMi Robetti Franco, rivale della Grismondi]. (1) Di questo KÌornalo ci é sUto iapoaibii* tiOT*r» talli i piato. 472 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE La Sapienza (Torino): Anno IV, 1884, voi. X. — Fase. 4 : Scritti inediti di Antonio Rosmini. [Due lettere al Manzoni degli anni 1827 e 1830]. — F. Cipolla, Studi dan- teschi.'[Sono tre lettere, nelle quali si notano e commentano i passi di D. in cui egli parla degli insetti e degli uccelli. Viene osservato come, tranne nel caso della Fenice, non si incontrino in D. le favole cosi generalizzate nel medioevo per via dei bestiari]. La scuola romana (Roma): Anno II, 1884. — N" 10: G. Tirinelli, Metastasio e le tre unità. [Artic. cominciato nel n° 8; finisce nel n*' 12]. — Lettere inedite. [Una di Carlo Botta al Monti, 9. VII. 1824]. — N» 12: Lettere inedite. [Quattro lettere del Giordani; due a G. B. Baruffi, una a Benedetto da Toro, una a G. Angelluzzi]. L'Ateneo Veneto (Venezia): Serie Vili, voi. II, 1884, — N' 3-6: Gabriele Fantoni, L'archivio no- tarile di Venezia. Letture di famiglia (Firenze) : Anno XXXVI , 1884. — N' 40 : J. Cavallucci, Benvenuto Cellini. [Con- tinua nei n* 41, 42, 43, 44]. — N'^ 42: A. Angelucci, Sul « Novo dizio- « nario universale della lingua ital. » di P. Petrocchi. [Continuazione, vedi Giornale, IV, 307. Continua nei n' 44, 45, 46, 47, 48, 49, 51, 52J. — No 43: G. Baccini, Pratolino, capitolo ed egloga inediti. [La villa di Pra- tolino fu edificata da Francesco de' Medici, figliuolo e successore di Cosimo I. Divenne poi il prediletto soggiorno della corte. L'A. dà qui la bibliografia degli scritti editi ed inediti su questa villa e si ferma su di un'egloga ine- dita di Palla Strozzi (| 1596), che si legge nel cod. Mgl. VII, 404. Vedi n' 44, 45]. — N" 44: G. Arlia, G. Gersenio e il suo libro. — N' 45: A. Mabellini, Delle rime di Benvenuto Cellini. [Seguito. Continua nei ni 46, 48, 50, 51]. Letture per le giovinette (Torino): Voi. Ili , 1884. — Fase. 2 : Gemma Giovannini, In difesa della Gemma Bona ti- A l ighieri. Miscellanea di storia italiana (Torino): Voi. XXIII, 1884. — Vincenzo Promis, Brevi cenni sulla vita e sugli scritti del P. Giuseppe Colombo Barnabita. [La cui morte fu annunciata dal Giorn. stor. , III , 336. Elenco delle pubblicazioni del Colombo]. — Carlo Cipolla e Antonio Manno , Indici sistematici di due cronache mu- ratoriane. [Si compilarono questi indici per soddisfare al voto manifestato dal secondo Congresso storico italiano, tenutosi a Milano nel 1880, e pre- sentarli al terzo Congresso, che avrebbe dovuto raccogliersi a Torino nell'a- gosto 1884. Le cronache scelte sono quella del Ferreto e le astesi di Oggero Alfieri e Guglielmo e Secondino Ventui'a. Gl'indici furono compii, da alcuni alunni della Scuola di Magistero dell'Univ. di Torino sotto la Direzione del Cipolla e del Manno. Il primo spiega il metodo tenuto e dà notizie sulle cronache spogliate: il secondo fa un calcolo per mostrare come per un in- dice di tutta la collezione muratoriana, condotto col metodo del saggio dato, occorrerebbero almeno 25 volumi di mole uguale a quelli della Miscellanea. Il lavoro paziente dato alla luce merita sincera lode, e fa desiderare che la bella opera si continui]. Napoli letteraria (Napoli): Anno I, 1884. — N" 32: F. Fiorentino, Giordano Bruno a Ginevra. [L'articolo molto interessante è condotto sui documenti recentemente messi SPOGLIO DKI.I.R PUBBLICAZIOSI l'BniODlCHB 473 in luce (la Tcofilo Dtifour. Da «usi ti ricava aonaa poimbtHUk di dubbio cb« ti Bruno appartenne alla chioda jirotostante. Ctr. CVoiuuu, p. 4ÙM I. <— N* 33: !««• tere inedite del Tanucci. | AI Mchtw, i8. 1. 1783. \MCHom„ IV, 3081 — No 34: Enrico Mkstica, Albertino Mu$$tUo 9 la t¥a tmgtdin tReetrimàmt [Qui l'A. dh l'analisi della nota tragedia. Nal n* 30 M inm. h dittiibut. • I0 svolgimento. Altro conHidorazioni crìtiche ai laggooo Bd n*37J. — N* 36: G. GiJiiTi, Critica singolare. fContro la Rivista critica dftta ùtL tei. iwr Tarticolo snW Origine del Morandi, che vi fu MlanitMln. Cfr. Cffiwnafi . Iv. p. 311]. — Lettere inedite dell'abbatte Ferdinamao QaUÌmi Makttt L^ rcnzo Mehus. [Dal co lettere del Menini • QoMmi Magiotti (183843) ed una ad Enrico Maycr, ricavate dal BMi. imoBnl della Nazionale di F'irenzo]. — Fase. 24: G. Mahtucci, Uh comko dtWmrU. [Aniello Soldano, fiorito verso il 1590, comico od autore drammatico ."fii scarsamente illustrato da F. Bartoli , mentre A. Bartoli , che lo cita -*•'• introduz. agli Scenari, non potò vederne lo opere. IM ona di cc^ f . . ^ ^ Forma popolare: i versi dovrebbero essere aleaandrw . , .. ma con molte incertezze metriche]. — ^••J^ "\ ^R*. f^**** ? ^^ mogonia, poemetto inedito di Lorenzo AoimMMM». J/<— *,y,* JP^ P*^ blicati per nozze Bayard de Volo-AIalvoxzi. (>nm biogrggWmrK» ai Rondinotti, nello stesso giornale, serie III, t. vi), --'^njymjftmm* f ^f **» frammento inedito ttel poema italico < AHla fU^fmmm #at j» eai^^eei» 1 ). preparazione /Mancese da Nicolò daCasola con proemto • moti éTEÈOaiM^ .^ [Versi 335. Molti errori nel testo: lo note P'<»]™*f*J?IJ5}' iCjSi Jl necessaria preparazione filologica; la breve preianw» «egli «a» la oai m» 474 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE soggetto tutta quella cognizione che dovrebbe. Cfr. un articolo sopra questa pubblicazione nella Riv. crii, della leti, ital., n» 4. L'ed. annunzia la pub- blicazione dell'intero poema. La cosa è desiderabilissima in sé ; ma, franca- mente, questo saggio ci affida assai poco. 11 sig. Sola non ci sembra troppo pratico di queste faccende , tant' è vero che , al primo vedere i due grossi tomi in cui è contenuto il poema, egli gli scambia per due bei maschioni, coperti dal capo ai piedi a un bel cuoio color sangue, e gli paiono due Esquimesi, di quei panciuroni di grosso taglio onde chiunque pur non sia stato nelle case del freddo, può farsi un' idea consultando il Dizionario de' costumi del Ferrario o sfogliando i volumi del Giro del Mondo. Sa- rebbe stato il suo entusiasmo maggiore se quei due libraccionì gli fossero parsi femmine? La domanda è indiscreta, ma naturale]. Preludio (Ancona) : Anno Vili, 1884. — N» 19: L. Guelfa, Giovanni Prati. — G. S. Sci- pioni, Per il maestro di Dante. [Articolo condotto sulla traduzione dell'o- pera di Th. Sundby, fatta da R. Renier. Cfr. Giornale, 111, 473]. — F. Bran- DiLEONE, Sul tipo di don Fastidio de Fastidiis. [Riguarda il tipo del paglietta napoletano, entrato nella commedia dell'arte. L'A. esamina i tipi avvoca- teschi, che si riscontrano nelle opere di Giuseppe Aurelio di Gennaro (1701- 1761)]. — L. A. Ferrai, A proposito di un epistolario galante del sec. XVI. [Risposta ad un articolo della Rivista critica. Vedi Giornale, IV, 311]. — Bibliografia anonima favorevole del voi. di M. Scherillo, La Commedia dell'arte in Italia. — N' 20-21 : C. Ferretti , Il cognome e quattro lettere inedite di Pasqualino d'Ancona. [Gontinuaz. e fine; vedi Giorn., IV, 310]. — N. Pagliara, Due rimorsi. [Del Poerio si conosce una lirica intit. Il rifuorso, che fu scritta nel 1837. 11 P. ne pubblica qui un'altra, pure del Poerio, più estesa e sinora inedita, che fu composta dieci anni prima]. — V. Cortesi, Lettera inedita di Paalo Frisi. [Diretta al Bodoni in data 13. Vili. 1767]. — Cenni bibliografici anonimi su Ugo Foscolo nella famiglia e Studi su U. Foscolo di C. Antona-Traversi , su G. Finzi, St. della lett. ital. e su R. Bonghi, Francesco d'Assisi. — N^ 22-24: G. Vanzolini, Alcune lettere inedite di Pietro Giordani. [Al conte Domenico Paoli , scienziato Pesarese, dal 182.'5 al '42]. — Giov. A. Venturi , La prima controversia fra il vescovo de' Ricci e la Corte Rom,ana. [Artic. condotto sulle Memorie di Scipione de' Ricci e su docum. ined. dell'Archivio fiorentino]. — E. Zer- bini, La canzone del Leopardi « Alla sua Donna ». [Conferma quanto ha detto nel voi. HI del Giorn. storico. In polemica col Fanfulla della dom., n** 45]. — T. PiccoLOMiNi Adami, Lettera di Giuseppe Betussi finora ine- dita. [Diretta ad Annibal Caro in data 19. V. 1559. L'Ed. prende occasione da questa lettera per dare notizie biografiche e bibliografiche sul Betussi]. Massegna Nazionale (Firenze): Anno 1884. — Fase. 71 : G. Falorsi, Appunti per lezioni di letteratura italiana. Il Decamerone. — A. Conti, Proposta di una nuova Guida d'Italia composta da Italiani. — B. Prina, Giulio Carcano. — Fase. 72: E. Nunziante, Un viaggio in Europa nel secolo XYI. [Gontinuaz. e fine]. — N. Di Soragna, Paolo lY, e la preponderanza spagnuola in Italia. — L. Grottanelli , Le avventure di una dama senese al principio del secolo decimonono. [Articolo di qualche interesse. Si parla delle avventure della marchesa Giulia Paolina Chigi]. — Rassegna bibliografica. [Si parla con lode degli Optuscoli letterarii di V. de Vit, delle Varietà ecc. del d'Ancona, e della traduzione del Purgatorio di Musurus pascià ecc.]. — Fase. 73 : G. Sforza, Un episodio della vita di Vittorio Alfieri. [Articolo interes- sante. Vi si parla del soggiorno dell'Alfieri in Lunigiana, e delle vicende della Virginia manoscritta e stampata, e di una sua sceneggiatura inedita]. — Spigolature nel carteggio letter. e polit. del March. E. Dragonetti. [Continuazione. Vi sono lettere di Carlo Mele, G. Vieussieux, A. Kestner, A. De Angelis, P. Manni, R. Keppel Crov/en ecc.]. SPOOLIO DKLI.B PO BUMC AZIONI PERIODICHE 475 Rassegna Pugliese (Trani): Voi. I, 1884. — N» 10: Italo PoLACail, Un poeta no$tramo poco agno. sciuto. (Nicola Solol. — S. Pappagallo, iVo/f/i puglini, i/am Oniti. [Nato in Mandurin noi 1778, vi mori noi I8fi2. Si occupa di lAtM ri wici. * di pedagogia, di storia letteraria. Ha un Corso annUtieo Hi httenthrrm italuin(t\. — Vincenzo De Oiuolamo, (ultunt intellethtaU dei mérédtoitaU alla corte dei W Atiff io. [QMfìato arti<;olo, ablMutania ricco nella parte cbo riguarda gli storici, i giuristi o gli uomini nolitici, ò invoco Mmi povero in quella concernente i poeti nuTidionali del toc. XIV. All' A. rimatirre a£fatto sconosciute lo reconti ricercho del Torraca). — N» 12: (i. Tarantini. Su la commedia dell' arte in Italia. [Ronde conto dol libro omnoimo di M. Scherillo, che giudica molto favorevolmente]. — V. De Uirolamu. / grandi poeti moderni del dolore. [Unico poeta italiano, tra t ptnwfthl ilr»> nieri di cui qui si parla, ò il Leopardi]. Rivista critica della letteratura italiana (Firenxci Anno I, 1884. — N» 4: S. Morpuroo, A. Qaspary, Qt$ehici schen Literntur. — E. Teza, G. Paris, Le lai ae Foi$elet deWEsopo di Francesco Del Tuppo nap)letano]. — T. Casini, \ glione aAtiUi, frammento ineatto net poema italico € AHta f — G. Ricci , L. Busi, Benedetto Marcello mitsieitta del y A. Zenatti, e. Gianipolini, La prima tragedia regolare dell'i U-ttrrat. uni.'— A. Zenatti, L. Gentile, XIV canzoni musicali inedite. — F. Tfinn \r\. .\ pro- posito de' * Sepolcri » del Pindemonte. — N" 5: F. Tov La Renaissance, de Dante à Luther. — T. Casini, l di V. Di Giovanni, G. Salvo Cozzo e L. Natoli «u (' ' ilt- NATTI, G. Sforza, La patria, la famiglia e la gin V. ^ C. Frati, P. Gellrich, uebcr die Quellen, xoeMte d^t in ùcr « tnx enthaltenen Erznhluug der Thaten Caesar xu Ortmde li^fm. ■— A F. Filarete araldo, Cerimoniale delta repuMliea fiorentina, — PURGO, A. Mabellini, Poesie giocose iftedite o rare. — B. T»\ senense. [Noti/iolQ su VAncrota, su l'Acerba, sul Libro di' Olir Niccolò da Poggibonsi, su Andrea da Barberino, su un frammento di luiliarii» poetico e su uno prosaico]. Rivista peHodica dei lavori della R* Accademia dt Lettere ed Arti di Pmlova (Padova): Voi. XXXIV, 188:M. — Fase. 1-2: A. Zardo, Un tragico padommo dtl secolo scorso. [Antonio Conti, vedi il Bollettino del praa. CMCku]. Rivista storica UeUiatui (Torino): Anno I, 1884. — Fase. 4: Venturi, I primordi del Rimueimtnto arti- stico a Ferrara. — Recensione: C. Rinauoo, F. Toooo* L'trttia nel maé»0 evo. I^Espositiva |. — Recensione: P. D* Ercole, Vittorio unbriaai* Al Poerio a Venezia. Lettere e documenti illustrati. [SI rìl«m i ì della pubblicazione]. Studi di filoloffia romatvta (Roma): Voi. 1, 1884. — Fase. 2: L. Riadene, La Passione e Riituvtiiene feth metto veronese del sfc. XIII. [Di questo pocmatlOi dal yte ■teMjjjéfflW» gw alcuni versi il Mussafìa e il Carducci, il B. ooooaM me nWiw>M^«M^dl un cod. Marciano, l'altra di un ms. della bibl. Areiv«acoTÌk dt Udiafti La redazione marciana « ò un rimaneggiamento dol tetto priaùtito. U ifseee è « conservato dal cwl. udinese pressochtN nelle aua aortaniUiw lalagrm* MS * però nella sua primitiva forma ». Nel cod. udiiMM la iiagtt> •_• **f *^ * scolanza di veronese, di friulano e di toacano CO» }^vwieem ma mm « ultimi elementi e in isi>ooio dol primo dì eeà. UTae* Mi «od. tt YaMBS 476 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE « si avverte bensì qua e là qualche lieve spruzzo letterario, ma il suo fondo « è schiettamente veronese ». Il B. fissa verso la metà del sec. XIII la composizione di questo poemetto, ne stadia la lingua ed il metro, ne dà una ediz. critica con note lessicali e fraseologiche, e offre in una appendice l'elenco degli antichi componimenti poetici italiani d'indole narrativa riguar- danti la Passione e la Risurrezione]. — G. Mazzatinti, Bosone da Gubbio e le sue opere. [Dopo aver messi in chiaro i dati sicuri che vi sono della vita di Bosone, il M. rigetta l'asserzione che Dante fosse nel 1318 in Gubbio ospite di lui, e gli istruisse il figliuolo. Passa quindi ad esaminare Y Avventuroso Ciciliano, nel quale nega esservi, come il Nott e il Carducci asseriscono, somiglianze con la Commedia. Egli pone in chiaro non esser altro VAvv. Cic. che un intarsio di cose e di fatti presi qua e là e mala- mente connessi tra loro. Lo scrittore ha copiato di pianta le dicerie che ha inserite nel suo romanzo. Le tre novelle boccaccesche, che si ritennero desunte da questo libro, sono probabilmente attinte dai due scrittori alle medesime fonti ; la nov. 51 del Novellino borghiniano, che si ravvisa anche nel Cic, rimonta al Mgl. II. I. 71. Ragioni cronologiche interne, che ri- sultano da questo esame delle fonti, dimostrano evidentemente falsa la data 1311 che il Cic. ha in un cod. Laurenziano. 11 M. non crede che il libro, cosi coni' è, appartenga a Bosone : ma non riesce ad eliminare del tutto il sospetto che esso sia il rimaneggiamento di un testo anteriore per- duto. . Posto in chiaro tuttociò, l'A. passa ad esaminare le rime che vanno col nome di Bosone. Il ternario riassuntivo della Commedia che principia Prima che sia più frutto e più diletto sembra sicuramente opera sua : non così un'altra epitome in versi sullo stesso soggetto, che è invece di Mino di Vanni d'Arezzo. La corrispondenza in sonetti di Gino e di Bosone intorno alla morte di Dante e di Emanuel giudeo il M. crede sia apocrifa: è auten- tica l'altra, più nota, tra Bosone ed Emanuel]. sT:Eò^nsriE:E?.E Bibliothèque de Vécole des chartea (Parigi): Anno 1884. — Fase. 5: Leop. Deu&ue, Le plus ancien ms. du Miroir de Saint Augustin. — L. Richard, La chroni^ue des tribulations franciscaines d'après un ms. de la Laurentienne. [L'A. indica i lavori più recenti intorno alla lotta dei Francescani nel medioevo e quelli che verranno fra non molto pubblicati. Il padre Denifle risolverà la questione dell' Evangelo eterno; il sig. Digard cerca nell'archivio Caetani la soluzione del problema relativo alla parte presa dai Fraticelli nella lotta contro Bonifazio Vili , e concen- trerà il suo lavoro intorno alla figura di Jacopone da Todi ; il card. Zigliara ha recentemente pubblicato documenti importanti su Pier d' Oliva , estratti dalla biblioteca Borghese. Ma 1' A. crede che per la storia di questa lotta nessuna fonte sia più rilevante del ms. Laurenziano contenente la Historia de septem tribulationibus ordinis Minorum. L' A. analizza questa cronaca inedita, che è nel Laur. pi. XX, 7]. Bibliothèque universélle et Revue Suisse (Losanna): Anno 89°, 1884. — W 66-67: Marg-Monnier, Le Tasse et ses critiques récents. [Gontin. e fine; vedi n" 6o. Nella prima parte 1' A. ritesse la vita del poeta; nella seconda parla della Gerusalemìne liberata ; nella, terza esa- mina, e discute la pazzia. Il lavoro è condotto sopra gli scritti numerosi cui KPOOLIO DE1J.B PUBBLICAZIONI PKRlOblCnB 4T7 il Tasso .diodo argomento in qticiiti ulttrni anni tn noi. PMìm di 4ir «Mt nuove non c'è; ma non mancano aiia o Ù oiincn-a/ioni iaCMBMMli^dht itv^ lano l'uomo di gunto onorcitato » di larga co!* loSSiataMnNMi non mancano, e la critica non vi si niOMtra «^ l'po dova. IW oiltPi^ un esempio, la storiella doU'aggramone die (lu«lu ituit«na •* quo noli nmd Colla penna e colla spada | Nessìm vai qìtanto Tmrqmikt, è rilbràa eoM autenticissima |. — N' lUl'i: MARoMomiun, Oiordano Bnmo H $m à&t' niers biographcs. [Nella prima parte TA. narra la vita del Kolaw» ììm al temoo dcllu sua venuta in Venezia; noUa aeoooda analina il fmidtluia • lo Spaccio (Iella liestia trionfimte , e brevemenle rieonki la ^■■««■►■f^ , la prigionia, la morto. Si giova dei libri d^ BarthoinMat, del Berti, del Braa» hoior. Parla del soggiorno del Hnino a (jtnovra e dei docttmeali cIm aoi^ cernono tale soggiorno , pubblicati dal Dufour. Le aUineue Ira il Bniao e il Rabelais, di cui a pp. 579-81, non sono punto dimostrate). Bulletin (le la société historique ei eerde 8ait^8im9n (Parigi): Anno II, 1884. — Fase. 2°: Gkbhart, Fra Satimhgne, /Wm«£imMt dm XIII siècle. Bulletin ila Bibliophile (Parigi): Anno 1884, aprilc-mnggio. — L. T., Notes sur Ut BibUotkèqìtm d» Pr^ vince. [Pubblicazione interessante, cbo sarcbbo bene qualcuno (aetae pv ritalia. Si nota, troppo brevemente però, ciò che v'è di importaala biblioteche provinciali. A Cacn tra gl'incunaboli v'è un libro di Lea Arotino De bello Adversus Gothos del 14T2J. — E. Sotciiiiaai, " " Lutuit. [Vi si notano medaglie pregevolissimo italiane della f specialmente una di Nicolò Fiorentino, che ha nel redo Ìl pralllo di Ok^ Vanna Albizzi moglie di Lorenzo Toriiabuoni e nel eerse il groppo dalla Grazio trovato a Siena. Vi sono anche lo storie dì V«ieua iti fMabOL adlk ziono antica, ed una Yergino in marmo bianco di Loea daDa Botbial. •» Giugno-luglio: L. T., Notes sur Ics liibltoth. de Propiitet, [Coo^attOM. A Reims ò uno splendido esemplare della Ilistoria rtmm ^mtttmm dal Sabellico, del 1487, a Sens et Auxcrro uno Specimm typegrapMa» nmmtm XY saec. del P. Xavier Laire, a Boulogne un pontitode ilaliaM del XV secolo]. — Les manusci'its de In fìiblwthèque du Vatieim. — AgottMII^ tembre: V. Develoy. Epitrcs de Pètrarque trmluiles par K, Dt Bmr^^ lémy. — Les bihliothòques de Florence au XVIII ned*. — B. Eaxoov. Causeries d' ttn bibliophile. [Si loda U libro del Caalallatti U bibUottaht neir antic/tità}. Oazette des Bemix Aris (Parigi): Voi. XXX. 1884. — Fase. 329: Euo. Miiim, Jacopo BtOfmiotU^ naissance d*tns l'Italie septentrionale. [Coatinnas. e fine, JJ'",J*?i,^5t — Fase. 330: H. Saijidin, L art dn ino^en ago ^'^j^^.^^SS^ Bi* note fanno seguito al lavoro sullo riccheiae arUrticbe della PwgM *■ j^ normant, interrotto dalla morto di questo acionxiato. Trattano dai OMMaMaMi di Traili, Bitonto, Ruvo, BariJ. Journal des savants (Parigi): Anno 1884. — Ottobre: O. Paris, Roma nella m«M«rwi e iMBf^: e est digaa f aaa tan« M tah\n nutimn nt mi'il pondpil dflS 80r%*ICCS émìnonl» ■ IOaO Ma aSfaMiOTI* uica con inuuu iJi>ui-u. ii^n un.u vuv «jitv,-.«. > ^^ .^^ZT -1— I-*- .-^ € tablo estimo et qu'il rendra des soPiiccs dminonl» à waa Wa "Waaw^ai» « après l'autcur, roviendront sur un des poinU ù ^"f^^ff^Scr.^YfSìt l' L' osservazione più importante dell' articolo nguaidajpi ««lUMOia|W" • Boezio, dei quali il G. nega l'aulenliciU. Una nnwofia daU Uinir. «*• • appoggia sulla testimonianaa di Caaaiodons dunoalim u eoatraiioj. 478 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE L'AH (Parigi) : Anno X, 1884. — 15 luglio: E. Michel, Les mattres italiens au Musée de Munich. Le Correspondant (Parigi): Anno 1884. — N" 10: Vte De Meaux, Le protestantisme, la papauté et la politique frangaise en Italie au XYIme siede. [L'A., valendosi principal- mente dell'opera del Mac Crea sulla Riforma in Italia nel sec. XYI e più ancora de Gli Eretici d' Italia del Gantù, studia le vicende della riforma religiosa fra noi per presentarne un quadro complesso e venir poi a parlare della repressione che vi fu fatta, delle idee sovversive e della rigenerazione della Chiesa, che gli pare assai più imjjortante. Quindi considera le condi- zioni politiche deliltalia ed i rapporti di questa e del papato colla Francia, specie a tempo di Enrico IV, il quale secondo FA. mirava a promuovere 1 indipendenza e l'unione, o per alleanza o per confederazione, de' vari Stati italiani sotto la direzione del pontefice]. — N» 11 : Revue critique. [Si parla del tomo VI àe\Y Histoire de Florence del Perrens]. — N° 13: Vte De Mayol de Lupe, Un pape prisonnier (Rome-Savone) d'aprés des documenta inedits. [Parla della cattività di Pio VllJ. Le Livre (Parigi): Anno V, 1884. — Fase. 59: G. Fustier, La littérature raurale. [Articolo curioso]. — Bihliotlièques puhliqiies et privées. [Si parla degli archivi va- ticani]. — N. 60: Chronique du Livre. [V è un quadro cronologico delle stamperie grado grado che si stabilivano in Europa. In Italia ne troviamo a Roma nel 1465, a Milano e Venezia nel 1469, a Bologna, Ferrara, Fi- renze, Napoli, Pavia nel 1471, a Messina nel 1474, a Genova e Torino nel 1475, a Palermo nel 1477, a Gaeta nel 1487, a Forlì nel 1495]. — 0. Uzanne, Bibliographie moderne. [Loda il libro del Muntz La Renais- sance en Italie et en France à l'epoque de Charles YIII\. Mevue archéologique (Parigi): Anno 1884. — Luglio-agosto: E. Muntz, Les m,onuments antiques de J2ome à l'epoque de la Renaissance. Nouvelles recherches. [Vedi fascicolo di maggio]. Revue critique d'histoire et de littérature (Parigi): Anno XVIII, 1884. — N» 51: A. Darmesteter , Recensione espositiva e critica del Rajna, Origini delV epopea francese. [Articolo importante. 11 D. conclude dicendo: « Ce livre est un de ceux qui font date dans 1' histoire « de la sci enee »J. Hevue de Gascogne: Anno 1884. — Fase. 9-10: P. Durrieu, Les Gascons en Italie. La mori du comi Jean III d' Armagnac. [Termina questo importante lavoro colla narrazione della disfatta di Alessandria e della seguita morte dell' avventu- riero francese (1391)]. Revue des langues romanes (Montpellier): Serie 111, voi. XII. — Ottobre: F. Gastets, Périodiques. [Esteso e bene- volo spoglio analitico dei fase. 1-6 del nostro Giornale]. — Nov.-dicembre : G. Ghabaneau, Sur quelques m,anuscrits provengaux perdus ou ègarés. [A proposito del Roman de Paris et Vienne si citano le versioni italiane di esso. L'A. segnala le opere di trovatori ignoti che si trovano menzionati nelle chiose del Barberino ai Documenti!^. SroOI.IO DKLLE PCDBLICAZIONI I>KniODICHK 479 Itetme hitttoHqne (l'arigi): Anno ÌK, IKS^t. — Fanc. II: Compte»ntmii4s eritiamm. [Si dkeorra mhì fnvorovolinonto dciro{)ora di F. Coraixini, Storia dèua wtariita wMlmw tiih liana antica (Livorno, Giusti, 1882)]. a Mevue iles quenttons hUitoHidtmi del 10 e 25 setteiubro e 10 ottobre 1884 sul iirotestantcniino, il p«|Milo • l'influenza francese in Italia nel sec. XVI, ciÌMum« !»• censionc , che venuta da tanto giudice, ha importanza capitalo. Il capilolo sulle cantileno (XVII) o quello sul ritmo epico (XVIII), coi qiuli i noilri L' studi hanno relaziono più prossima , vengono csammati con cura ,^^ L'opera del dotto italiano e giudicata col ma-^simo favore. « La icìMM W « doit une reconnaisance qu'elle aura bicn souvent l'ocoasioo da lai Opri» « mer; la Franco lui cn doit une tonto parliculière >]. Allgemeine Zeitung (Monaco): Anno 1884 (Roilage). — N» 340: L. Kei.i.ner, Dte Quettm Beeemtié'M. [Sulla 2» ed. del libro dol Landau]. — N» 3.7Ì: Fr. t. L&UDU KèHwmm. Allgemeine Zeitung des Judenthums: Anno XLVIII, 1884. — N» 45: Moses. Von Michel Amgtio, Alfieri, P»»d Heyse. Angli a (Halle): Voi. VII, 1884. — Fase. 3: L. Toulmin S^'"™ \ 'J*']!^**" '^xJT^ZI mystery play; froin a privale inanuscript ofthc IO* iwntmy. lim — w* scritto nel sec. XV, di proprictA del dr. 0. H. Kiagtri^^ 'A.^?-yfR mistero, di cui studia le relazioni con il francqa Socnfie*jfrAnMMtm,am entra a far parte del grande Misture dn Vieti Tuhmmt ^j^^^fy*? ^ noi la leggenda ebraica dio vita ad una Sacra RappfiaiBianoùa, co« jm vm 480 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE volesse far de' raffronti abbiamo segnalato il presente lavoro]. — M. F. Mann, Der Physiologus des Philipp von Tliaim imd seine Quellen. [Studio lar- ghissimo su questo poeta tanto importante. Si divide in tre parti: nel primo si studiano la vita e le opere del De T. con speciale riguardo al suo Phy- siologus; nel fecondo si ricercano, in generale prima in particolare poi, le fonti di quest' opera. 11 lavoro è di capitale interesse per cni si occupa delle leggende che riguardano gli animali, le pietre ecc. nella teratologia medie- vale]. — B. Leonhardt, Zu Cymbeline. [S. Levy in questa stessa rivista (VII, 120-127) aveva voluto dimostrare che lo Shakespeare per la sua tragedia erasi giovato, oltreché della Cronaca di Holinshed e della novella IX, giorn. II del Decameron, anche della Vili, giorn. II di questa opera. 11 L. invece crede falsa l' opinione del L. e dimostra come le fonti del Cymbeline non siano che quelle dapprima stabilite]. Archiv filr das Studium der neueren Sprachen und Litte- raturen (Braunschweig) : Voi. LXXII, 1884. — Fase. 34: Th. Thiemann, Deutsche Kultur und Litteratur des 18 Jahrhunderts im Lichte der zeitgenossischen italieni- schen Kritik. [E' la prima parte di un lavoro tanto più interessante inquan- tochè le relazioni letterarie fra la Germania e l'Italia nel sec. passato sono state finora molto trascurate. L' A. mostra buona conoscenza della cultura nostra in quel tempo. Questo stesso lavoro fu anche pubbl. nel programma della scuola reale ai Dresda-Neustadt, e nel medesimo fase, dell' Archiv se ne fa una recensione a p. 456]. Archiv filr slavische Philólogie (Berlino) : Voi. VII, 1884. — Fase. S": Kleine Miitheilungen.\Y. Jagic parla di un libro di L. Kolmacevskij , professore a Kazan , Das Thierepos im, Westen und bei den Slaven, che ha lo scopo di far conoscere largamente le favole di animali slave in relazione alle più recenti ricerche intorno all'epica delle bestie ed alla diffusione dei racconti in cui le bestie hanno parte. Si discorre anche del libro di Maretic , Studien aus dem Volksglauben der Kroaten und Serben, e del volume che contiene Meletii versus, uscito a cura di A. K. Mutas nella Biblioteca storica della Dalmazia, diretta da G. Gelcich. Si danno anche alcune notizie intorno ad un eroe popolare dalmata Rodo stizzoso, le cui gesta sono cantate in vari poemetti italiani]. Beiblatt ziir Zeitschrift filr bildende Kunst (Lipsia) : Voi. XIX, 1884. — Luglio 10: A. Wolf, Bronzerelief einer Himmel- fahrt Maria in der Akadem,ie zu Venedig und Tizian's « Assunta ». — W., Tizian 's Madonna der Familie Pesaro. Centralblatt filr BibliotheJcivesen : Anno I, 1884. — N' 9-10: K. K. Mùller, Neue Mittheilungen ùber Ja- nos Lasharis und die Mediceische Bibliothek. Deutsche Literaturzeitung (Berlino): Anno V, 1884. — N. 20: *** C. Salvioni, Fonetica del dialetto moderno della Città di Milano. [Si fanno alcune osservazioni particolari, ma in com- plesso il lavoro è detto diligente e utile. La stampa è poco corretta]. — No 21: A. Gaspary, Thomas, Francesco da Barberino ecc. [Favorevolis- simo. 11 libro aggiunge un capitolo nuovo alla storia della poesia provenzale; offre notizie preziose soprattutto per la parte didattica e la novellistica; la biografia del poeta è accurata. Io studio delle opere ben fatto, lo stile ec- cellente]. — No 23: G. VoiGT, Thomas, De Joannis de Monsterolio vita etc. [Si loda la diligenza dello studio e se ne accenna l'interesse. Notiamo che quella che il V. chiama felice congettura, che cioè la lettera a p. 100, la SPOGLIO bBI.LR PUBBLICAZIONI PKRIODICHB 481 Eiialo è intitolata Cuidam Italo, Antonio 90caio, iia Afitta ad Aaloaio oschi , era stata moiuta innanzi in quoto CHontalt (UD* 206x nbteM il Th. abbia creduto inutile accennarlo nella aoa aggiuala naaoMrttte alT^ semnlaro inviato al VJ. — N« 24: P. Ewalo, Orandiasa. Lm rmttlrm de Benoìt XI. — N*25: 0. KOrtino, M. Laodao. Dit QtttUm émD$k^ meron. [Lodando molto questo libro il K. giusta, il titolo: poicbò quello che il L. chiama la finti dal sono indirotto e moiwer Giovanni dovette raccoglierà piottoalo oralo in Napoli il tema dei huoì racconti, che dalla opara oriailali o giaate in cui si trovano originariamento j. — N* 28: R. Boat, 0. Mothaa Dit Baukunst des Mittelaltera in Italien. [Molto favoratolal. «- N* 30: H. Ja« NTTSCHER, C. Boito, Leonardo^ Michtkmgelo. A. Pattaéto. [Flafowiolal — N* 35: E. ScHRòDBR, A. Oraf, Roma nella memoria § nallt Ami. ed Medio Eoo. [Si esamina dì quest' opera il aecondo volutoa, ella vian jàtt^ cato anche più importante per il suo contenuto del primo. Lo & riaSnil specialmente rattonziono .sul capitolo dedicato a Ointiano a M (malli di 001^ clusionc in cui si parla di Roma o la Chiesa, rim|>cro nai Siaaio «VO • fai fine di Roma o del buo im()oro : e loda come foodamontala lo atndio ffftiifftt in Appendice sulla leggenda di Oog e Magog «ha ora ìul atadiala omIm il prof. H. Bieling. Lo S. termina con alcune oaaervationl paitieolaii). — No 39: E. ScHHÒDER, A. Ck)en, Di una leggenda rei. alla nateita t dUm giov. di Costantino. [Dà conto de' risultati ottenuti dal C e coodode dktf il lavoro del professore italiano ò di gran lunga superiore a quello del Heydenreich che quasi contemporaneamente osci in luco nelV Archiv fir Liti. Oesch. voi. X sul medesimo soggetto]. — N« 40: SconuuiN, M. Ijiodan, Ram, Wien, Nenpel imhrend des spanischen Erbfàìgekritgea. rL'A.,ct« prepara una storia di Carlo VI, ha raccolti qui materiali pre^toliaaimi ta grande parto inediti sull'acquisto di Nanoli per Caaa d|Aii8tna a la eaaM> guente lotta con il pontefice Clemente Xl. Egli si è giovato di doeuMBli inediti cavati non solo dagli Archivi di Vienna, ma altresì da quelli di W nezia e di Torino]. — N» 48: M. Brosch» N. Bianchi, La politica di M. d: Azeglio dal 1848 al 1859. [Si dice mollo impnrUinlol. — N* 4»: HoLST, E. T. Perrens, Histoire de Florence. — N" 5l: H. ikntvnaaok^ L. W. Schaufuss, Giorgiones Werhe etc. [Sfavorevole. Il libro i aetiMl» senza critica e formicola di errori]. Deutsche Hutulscliau (Berlino): Anno XI, 1884-85. — Fase. 2: G. Ebers, Richard Lepnm. ISi aooaaaa agli studi di egittologia in Italia]. — H. Grimm, RaphaiFi JMa» <» •fcy Jahrhunderten. [E' il primo capitolo della seconda ediàoM dal nhjo dal- l'autore su Raffaello, la quale uscire noi 1885l Fina Dal fcae^^» — f'!"^ rische Rundschau. [Si parla con parole di loda della tradoiioaa del Filostrato fatta dal barone K. von Beaulieo-Maroonnay]. IHe Oegenwart: Voi. XXVI, i884. — No 46: E. Z«l, Las Sonett in Die O^reuzboten: Anno XLIII, 1884. - N» 44: M. NacKBU Dw Thigòdi» Dmtes. Gòttiìtffische gelehrte Anseigen (Gottinga): Anno 1884. — N» 19: Recensione del libro di A. SdttMWOW, Anta Pinturicchio in Rom. - N» 21 : A. Wn.u«i^ Ì «SEs^fiwSSt trenta lettere inedite di Francesco Bnrb 19: Harnack, Recensione della monografìa di Th. For- ster su Ambrosius Bischof von Mailand. 8P00LI0 DKLLK PUBBLICAZIONI PBRIODiCHg 488 Theologisehe Stutlien ttnd KrUikm t Anno 1884. -- Fmc. 1<»: BimUT^ Witdtrtdufkr im YmtlLmùthm mm die Mute des 16 Jahrhunderts. VoMische Zeitung: Anno 1884. — N> 4(M1: R. Scaoma, D«r Brit/Smkml Cmùttù (k. vours. [Continua nei n' 42^3]. Zeitachì-ift far bUtlende Kungt (Lipcia): Voi. XIX, 1884. — Luglio 24: ReoenrioM: C Bnm, J. P. Htehim, TU hterary works of Leotiardo da Vinci. Zeitachrift der GeaéUéekaft far Erdkunde (Bnhao): Anno 1884. _ N* 4^: Kcllnzr, Die italienisehe BtMIttnmg im é«m^ schen Staìtirol. Zeitachrift fUr vmkerpaychologie urut ffpmrfttrftw mmktift (Berlino): ' Voi. XV, 1884. — Fase. 34: V. Kaiser, Der Platonismvt MicSftmfftkm — G. SiMMBR , Dantes Psychologie. [Continuazione e fine. I pinti prifi. Sali di questa parte del lavoro sono quelli che trattano del Ub«R> araitrio^ all'amore, del peccato, dell'arte]. Contemporary JRet'ieto: Anno 1884. — Settembre: The Dean of WeUs, TKe Pmyraloriò of 'Die Acfidemy (Londra): Anno 1884. — N» 632: E. Moorb, The Infamo of Dante: atr^uislru ■.. toith Notes and an Introductory Essay, by I. R. Swànid. [Il M.,a .fim'..' le gravissime difficoltà che incontra ogni traduttore doli' .\Tìehien . .»».«•:.. i come la nuova versione pubblicata dal S. superi^ ùa ncr la fcdclLà (!>-I j- :.• siero come per il mantenimento delle formo i)oeticbe dell* originale di gru lunga superiore alle antcccd. del Ford , del Wrìght, dd Omey. Dopo «W fatte alcune osserv. speciali su alcuni punti, in cui il trndntt. non ha i cogliere lo spirito del testo , il M. aggiunge i>nrole di lode aal dlMOnb di introduzione in cui si tocca della vita di Dante, delle TÌonde dai noi ^tmaL della questione intorno alla Beatrice, delP attitudine del poeta di httà» alla dottrino religiose e filosofiche dei suoi giorni. Il ritratto di da Giotto ofire poi materia al S. ad altra diticiMnone; egli non tabile la data che alla pittura ò comunemente aaegnata (ISM'gj; DM invece che essa debba esser stata eseguita molti anni dopo (138K7X l'odio politico contro r.\lighiori era stato sofTocato dalla gMMfalo ~ zione che ne circondava lu memoria. Non sappiamo qoantoqaarta OpiaioM del S. parrh accettabile agli studiosi del poetai. ^ N* tSff: B> PllMilLl % Euphorion, by Vcnton Lee. [Parla a luogo Mgli atndt «J RiaaaeiaMBMi pubblicati sotto questo titolo dalla acrìttrioe ingiMa, flweaJoaa —olla lodi» ma non celandone i difetti che son quelli, aecoodo U P^ Pi^V^ ''"Uà aeaoli degli impressionisti]. — N* 638: J. H. Hbssbu, Titles of ih» àr^Bmk» from the Earlicst Presses established in diffkrtnt (\at$, iWm^ tmé Monasteries in tlie Europe hefbre the End of 624 il prof. Bfat MflUeravw» chiesto qualo fosso la probabile derivazione di un epilallo tedOMO aUfìbailO a un Magister Martinus de Biberach che, tradotto, racoerabbe: la et*» • non so quanto a lungo: io muoio e non so quando: io parto e no^ $o per dove: mi meraviglio d'esser lieto; il quale corrinionde ad un altro antico inglese anteriore di due secoli, scoperto dal Wright Lo S» ▼wl on vmpaHr dorè, e reca con molta erudizione notizia di altn epigramim ftiaabti A< !•> sistono sulla vanità della vita, soprattutto quelli che rioorduo al vM eke diverranno simili ai morti; ma non sappiamo quanto qaeelO00MtllO| •► presso, come nota lo S., anche nel Canto comoMMilfeeOi attribollo ali Ai^ manni : Morti siam come vedete , Cosi morti vedrem voi eoo. , ijywA a quello dell' epitafio riferito da M. M.]. — N» 660: OftifMory. Ahmw Ftàin. [Breve ma caldo elogio dell'illustre e compianto uomo]. Tfce AtheìKvum (Londra) : Anno 18S4. — N» 2971 : Our library table. [Si loda la , del Traversi Ugo Foscolo nella fhmùilia. Sarebbe alato meglio i ^^^ menti inutili metterli da prtol- — N» 2980: H. Wall» ,^ HW .BariÉa !!]. — Qig; ftfcwy t»9te [Boeymoy favorevole del libro della Villari On ISteean HiUe amd Ymmm WMarej. 486 SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE The Atlantic Monthly (Boston): Voi. LIV, 1884. — Luglio: E. Bianciardi, The haunts of Galileo. — W. Lawton, The Underworld in Somer, Yirgil and Dante. The Bibliographer (Londra): Anno 1884. — N» 32: Les amis des livres. [Si parla di uno studio di H. Houssaye sul Sogno di Polifilo]. — Fifteenth Century books. [A pro- posito di un libro su questo argomento di K. G. Hawkins si dà un piccolo quadro delle varie città europee che imprimevano in sul finire del XV se- colo. La Germania nel 1450-56 aveva 50 città con stamperie , V Italia nel 1465 settantuna, la Francia 30 nel 1470, l'Olanda 14 nel 1473, la Spagna nel 1474 ventisei ecc.]. — Notes and News. CV'è un breve articolo sui codici Ashburnhamiani acquistati dall' Italia. Ed a proposito della vendita della biblioteca del Firmin-Didot si parla di un antifonario del XIV secolo con pitture di scuola senese, e di un libro d'ore fatto per Maddalena de' Me- dici sorella di Leone Xj. — N" 34 : Old Ballads. [Nel n» 73 n' è menzionata una di soggetto italiano « A dolefuU ditty of a lamentable act done by a « woman upon her husband and child at Mantua in Italye. Henry Carré 1579 »]. — N» 35: The fortsas Catalogne. [A n° 50 è menzionata l'edizione di Am- sterdam del 1655 del Pentameroné del Basile]. TJie British Quarterly Beview: Anno 1884. — Luglio: Browning, Italian University Life in the Middle Ages. Tlte Edinburgh Meview (Edimburgo): Voi. GLIX, 1884. — An Embassy to Rome. [Resoconto dello scritto di Ugo Balzani, Un'ambasciata a Rom,a, del 1487]. Tlie magazine of art (Londra) : Anno 1884. — Agosto: F. M. Rolmisan, Vittore Carpaccio. — Settembre: L Gartright, a carton by Lionardo. The national review (Londra): _ Anno 1884. — Luglio: L. Villari, Roman life in the last century. [Espo- sizione ed esame del libro del Silvagni sulla vita in Roma nel secolo scorso]. Tlie Westminster Mevietv (Londra): Anno 1884. — N» 131 : The myth of Simon Magus. [Articolo con- dotto sull'opera di G. Baur, Geschichte der christlichen Kirche., Tubinga, 1863, e su quella di E. Zeller, Apostelgeschichte nach ihrem, Inhalt und Ursprung kritisch untersucht , Stoccarda, 1854. Simon Mago altri non è che san Paolo, denigrato dai fautori di san Pietro. Accenna agli elementi mitici entrati nella leggenda]. oiio>rA.c^ I LEONI DI NBTK IN FiRENZB. — L'aotoro di qud corioio Mpitolo, eoa» crato a ricordare la grande nevicata avvenuta in Firaiu mI Muurio 1407, capitolo che il dr. L. Frati ha pubblicato nel nostro Giomak (TV. 178>, aoa sa saziarsi di far memoria dei « gran leoni > di oore, dÀ'qoali « fronzute » le vie della sua gaia cittÀ, sorpresa dall'innaipettala af di questa nuova ospite « sì bella >■>. Tutto Piorenia, egli oondodt •n di UoB oka mprt Balla Basta ai i batU intafU eka tìtì pwiaM. Quanto tenace fosso la consuetudine di rizzar per Plrene ■*— ^hifyl 41 1 nei quali sopra tutto era caro rappresontaro il Manooco^ «iwai^ lo mostra il vederla viva ancora (comò dal paMO del Landueei mente citato dal Frati) cent'anni dopo: ma più ancora lo maniiiaita oa bi» zarro documento , che risale alla motÀ del sec. XIV e ebe , a delle notizie raccolte intorno all' argomento , non repaliamo qui alla luce. Si tratta d'una balia data a di 17 dioeoabra 1364 sione del Comune a Ricco di Marano da Modena, gìodioe • Mlaio MTwtt della Mercanzia , perchè invigilasse alla ooDaervaiiooe dai leoal A Mva • punisse quelli che li distruggessero. Ecco il aingolara dooumeiilo (1): Balia domini lUeki tuptr U«m»tm /Ifmrm «Asaf émi Insnper etiam qood prndoi» rir domini» Biecha* da Manao 4a Mallaa lai. ai < Tereitatia nercatoram ciritat. fior. poHÌ( taaaatar al 4akMt iiHgastai' taMpÉMW al i omnibus et sintrulis qui ftiiasent aea Adaa dtaawtsi aaltatflia la desimi tl|;^aras seu stataas nireaa laoaoB flwlaa fai Ohttals tana, la Mb pSMMi al | ejaadein do mense noTembr. pnndaa pialarHo aaa 4a inaaatt aaaaa émmkt. al < et aingnlos cnlpabiles, aen qui oalpaUlaa tfoafaafanr Maa 4a fttMtOa «al bH|S» pmttilkmm*^ gnoecero et procedere per aecnaatioBaiB danaapMitlo— i aalMaallaaa al tefiÉIHMaa al afla qaovis modo pnblioe et «acrete èva dobìm al ém aaalsa eaaanpisBlli mMÈtmMt ail asi» santis et absqne aliqna solntione alioniaa gakaUa fnylaiaa OhhsI Iw. talaMitlasMaralM» marie et do plano et sine strepita et tfva farikU al iSfartaa aaIpMka |saln ai aasÉMfMSi tam in avere quam in persona pront riU plaoaUt aas «iMM aasvaslm aasMaala fSÉMrta a»> gotiomm et conditionibus peraonaram. Et ^«od ipsa àmàMm Maalna te pMAlMi aaaAai il ril^ gnlis et tam in procedendo qnam condepnaado al aia^SMia IsteUpisr ItlftaM rt hilaiC !■■■■ et memm et mixtnm imperinm et arbitrinm al aaataaiui yiÉMÉÉMS AhÉ. Um ai ttL aHM aeontnras et qnod de hii» rei prò hiia ^aa la fiadMIa al «Ina fnArts MS ps ^paaa^ sipi^ tione vel executione interim fecit neqaaat aiailaail bM 4i IMs fA lanlMk P. NoTAtt (1) Aroh. di SUto di Firenie. Pìottìs. ad a. I3M. f. Ili r. 488 CRONACA Un poco noto melodramma su Aleramo. — G. Carducci , discorrendo degli Aleramici nella N. Antologia {i° die. 1883) , non mancò d' accennare ai lavori d'arte che si ebbero , dal sec. XVI in poi , intorno alla leggenda di Aleramo e Adelasia (pp. 433-34 e 432 n). Tale enumerazione non pretende di essere compiuta, giacché , come il G. nota, « della letteratura aleramica « a lui importò toccare quel tanto che bastasse a segnalarne la vitalità « storica e artistica in Italia ». Tuttavia nel sec. XVIII , più forse che la tragedia del Ringhieri , di cui il G. tien conto , avrebbe meritato nota un curioso melodramma piemontese, di carattere semipopolare. Questo melo- dramma s'intitola L' Adelasia, e si trova inserito in un volumetto non co- mune che ha per titolo Satire | ossia tragicommedie | italiane, e pie- montesi. L' Adelasia è secondo tra i melodrammi inseriti in questa raccoltina. Prima v'è II Notare onorato; dopo L'Adelaide regina d'Italia. Ognuno ha frontispizio e paginatura speciali e sono tutti stampati in Torino , nella stamperia d' Ignazio Soffietti s. a. Ghe sieno composti a piccolo intervallo di tempo , lo si deduce da alcuni brutti versi tragicomici , che servono di prefazione al volume , nei quali il poeta promette , se il pubblico gli farà buon viso, tre nuovi melodrammi per l'anno successivo e più altri in seguito, poiché, com'egli dice goffamente: Bel lor seme è il fonte inesausto, epien I Ed ha fecondo la madre il suo sen. Di questo volumetto non parla alcun bibliografo a me noto , ad eccezione del Biondelli nel Saggio sui dialetti gallo-italici (Milano, 1853, p. 653). 11 Biondelli ritiene che sia stampato nel 1777, e che questa data (ricavata non so d'onde) sia giusta, lo si può argo- mentare dalY imprimatur rilasciato da un Di Ferrere per S. E. il sig. conte Caissoiti di s. Vittoria Gran Cancelliere. Infatti dal 1775 al 1779 fu ap- punto gran cancelliere degli Stati sardi il marchese Garlo Luigi Gaissotti di Verduno conte di santa Vittoria e fu referendario il conte Secondo An- tonio Garetti di Ferrere. — L' Adelasia, come gli altri due melodrammi, é scritta per la maggior parte in dialetto piemontese. Degli otto personaggi infatti, che vi hanno parte, solo tre parlano in lingua, l'imperatore Ottone, Leandro capitano e Galante cameriere di lui. Gli stessi protagonisti, Aleramo e Adelasia, discorrono in vernacolo e così pure Guglielmino loro figliuolo, che ha gran parte nell' azione. È infatti per mezzo di questo Guglielmino che l'imperatore ha occasione di vedere la figliuola, e in fine di perdonare a lei, e al marito, la grossa scappata fatta. Il personaggio comico del dramma, il buffo dell'opera, é il carbonaio Giapo, rozzo di quella rozzezza furba che fin dal medioevo i cittadini riconobbero nei villani. Nulla del resto di nuovo é nello svolgimento del tema. I versi italiani sono sgangherati, contorti, e riboccanti di quel sentimentalismo lezioso , che era vizio del tempo e del genere; per contro i versi piemontesi sono spigliati, efiìcaci , talora schiet- tamente comici. Notevole é specialmente un bel prologo in vernacolo, in cui una vecchia si lagna de' suoi acciacchi e viene dicendo frattanto l' argo- mento del dramma. Notevole specialmente perché in esso la leggenda /della bella Adelasia vien messa insieme con quella della bella Rosalinda e della bella Magalonna, \ Ch' V ave 'n sì bel m,ostas, \ Cani a le sta maronna, \ L'è vgnua un cataras. Siccome la leggenda della bella Maghelona, venuta CRONACA 480 probabilmente di Francia (1), ancor oggi ai riatempa iti Ubnlti pn|mhll piemontesi, è a crederai che anche l'aaionA drammaltea aa Adalttria afVM una fonte immediata popolare. R- RnoBL * Alcune fra le pubblicazioni nuziali più recenti menUoo di aaar ma ricordato, quantunque riguanlanti più la stotia civile che b laltmi*. Cwj per le Nosse Uusnelli-Iìallarin a Schio, per i tipi di Ltoaida Maria. H dato fuori un elegantissimo opuscolo cho contiene la daaeriidoBa coatanonaia àaW Ingresso in Londra deìf ambasciatore per la 9$r, Btgmèlkm dV T» nezia N. E. Nicolò Tron alla Maestà di Giorgio If Rmmwmt Bt tltOm Qran Brettagna seguito il 27 Agosto MDCCXV, a eoi ifegM vaa feaBa notizia di G. Bologna sulP illustre patrìzio che rialto la indiaitria dalla taih situra nel Veneto. A Belluno, per le Nozze Oerade-Phàris^ A. t R. Volpa han messi in luce documenti contemporanei sui fittti delT turno i909 md Veneto e sulla spedizione del Generale Pegrì fatta in qiMU*aaao da fftWaan a Bolzano contro gli insorti del Tirolo, spedizione fin qui pia eha — »i«t^fl E le Nozze Cadet-Roviglio hanno porta occasione al dr. Viooeaw Marohari di illustrare l' andata di Sigismondo Imperatore ad Udine od 1412 • '13 (Udine, Scitz, 1884, in-8o gr., pp. 26) cavando dagli arehiri mimicipali i documenti ne' quali son consegnato tutto Io spese fatte dal ComiuM par provvedere alle debito onoranze, cominciando dal baldacchino btlo Ava apposta sino alla paga dei piifcri che « la notte., li ballarono in pitia ». * Dando testò notizia di ricerche da lui fatte noli* archirio di Siena il prof. E. Teza ha messo fuori due curiosi cifrari usati dalla Signoria di Siena: d'uno dei quali è ignota la data; dell'altro è detto ohe appattilM al 1502: curiosi tutti e due perchè sono insieme indorinoli a «liia. « A«ai « mi piacerebbe, conclude il T., che da altra parte, da altra Sigaoria da « altri secoli, saltassero fuori queste pasquinate col sale a eoi pepa ». Q è grato poter appagare in piccola parto questo desideriot rifÌBreado alenai brasi di una lettera cho si trova nel Carteggio Sfbr$e»co deU*ArehÌYÌo di di Milano; scritta il 22 febbraio 1454 dal Conte di Campobaa» a gnore di Calabria. Le spiegazioni sono aggiunto d' altra mano^ ■ poranea, nel testo. « La venuta vostra, dice il Conto in un ponto, da qai « farà tanto bono effecto che non so poterìa diro più: che lo tme limmr$ € (Ckmte Jacobo : cioè il Piccinino) con fUit (Re Ferramdo) noa li è sialo « attese le cose promesse ». E più sotto: « Io so alato ad Bologaiaa il « quale dice che sine timore (Conte Jacobo) hate hamti li Capitoli daOa Bga « de Lucidus (Re di F^ansa) ed de Tardus (Dma dt MiUmo) al lanaliai € et parentela con Tardus (Duca di Milano, ol lo duca dX>riiene et li Ara* « gonesi ne stano mal contonti ecc. >. (I) U stori» della IwU» lla«lMlou è, neoado ogai DiBs, PouU d*r Tnmb.*, p. 184). In a«nnai» è i pMsò in IsriKorA, doT* m m tior» u tatto natasi». Tali I ìmch, in Mtichr. f. rvm. Pk4L, V, 480^. Par U ^ , ^ Éiudts sur la UH. frte^im moifn», P»ri^ 1866 a 0. Wmmb, Mtrt. 4ttaàm^iMi Paris, 1874. Par le altre vanioni vedi OaAnai, Lilirèmtà, 0, DI, l*. ^ "* 490 CRONACA * Il sig. Orazio Bacci attende a raccogliere i materiali per una edizione critica, da tempo desiderata, delle Rime di Gino da Pistoia. * Il prof. R. Sabbadini, che ha recentemente date in luce Centotrenta lettere inedite di F. Barbaro, ci avverte come sia in corso di stampa un suo nuovo lavoro, che conterrà la biografia del Guarino e l'indice del suo Epistolario, che comprende più di 550 lettere. La notizia riuscirà certo gra- dita agli studiosi. * L'editore S. Lapi di Città di Castello ha pubblicato un volume di Pen- sieri, massime e giudizi estratti dalla Divina Commedia per cura di Lo- renzo Bartolucci. Nella pregevole Biblioteca rara, di cui fu encomiato il primo volume in questo Giornale, 111, 469, si annunciano Una festa romana sotto Leone X, estr. da un cod. perugino, la Cronica rimata di Giovanni Santi padre di Raffaello , estr. dal cod. Vaticano , il Viaggio per V Italia di Federico Zuccaro, estr. da un cod. di Parma, Una cronicheita dei Ciompi da un ms. posseduto da Isidoro Del Lungo. * È uscito il terzo estratto a stampa dell'opera di Leone Vicchi intitolata: Vincenzo Monti, le lettere e la politica in Italia dal 1750 al 1830. Questo terzo volume dell'interessantissima opera tratta di Roma nelV anno 1778. * Il prof. Carlo Tonini ha pubblicato un' opera in due volumi , che ha per titolo: La coltura letteraria e scientifica in Rim,ini dal secolo XIV ai primordi del XIX. Ne parleremo. * La Deputazione di storia patria di Torino ha di recente messo in luce tre volumi di singolare importanza. Il primo, dovuto al barone A. Manno, riguarda L' opera cinquantenaria della R. Deputazione di storia patria di Torino ed è una illustrazione storica, biografica e bibliografica del- l' opera benemerita della Deputazione. Il secondo è il Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana dovuto al conte Giulio Porro. 11 terzo inizia la preziosa Bibliografia storica degli Stati della m,onarchia di Savoia, fatta da A. Manno e V. Promis. In questo primo volume della grande opera sono contenute le bibliografie della storia della Casa reale e della Monarchia. * Mons. Giuliari pubblicherà tra non molto l'epistolario di Scipione Maffei. * 11 prof. Monaci annuncia per uno dei prossimi fascicoli degli Studi di filologia romanza un suo Repertorio delle rirne antiche conservate nei principali canzonieri italiani. * L' instancabile Giuseppe Pitrè ha messo mano ora (Pedone Lauriel, edit.) ad una collezione di Curiosità popolari tradizionali, di cui sono usciti due volumi in-lS" di 200 esemplari numerati. Ne parleremo. * È stata nominata una Commissione per compilare il catalogo illustrativo dei codd. Ashburnham. La compongono il prefetto della Laurenziana cav. An- ziani ed i professori Villari , Bartoli , Vitelli , Paoli. La scelta non poteva esser migliore. * I proff. Ferruccio Martini e Guido Suster pubblicheranno tra breve in Napoli, presso 1' editore Domenico d'Angelo, la Eneide tradotta da A. Caro con annotazioni per uso scolastico. CRONACA 491 * Il sig. Emilio Faelli ha pubbl. (Panna, Battei) oat dDifnltaÉM BM. Mazzoliana , in cui racoolM indicazione di tuU« 1« o|Mra «k* parine dal celebre artista del sec. XVI Pranceioo Maaola detto tt Farmi^mmmo. Questo coscienzioso lavoro si propone lo aoopo di « prapanm i Tnanf^fi t « chi volesse rifaro con critica illuminata e sicura b Hggnflt ed Vnmà « gianino ». * È di imminente pubblicazione in Firenze la venioiM Haliaiui di m* «MM del barone v. Helfcrt, intitolata Fabrisio Ruffb, rivoUuìtm* « catfìwtwo luzione in Napoli. In quest'opera sì cerea di riabUitara il Rdfc • Mfirfit Carolina. * Antonio Ranieri ha già condotto a buon punto le MèmoHt dti miti tempi, cui non auguriamo un esito simile a quello dd Sodatiti^ * L'editore Naratovich di Venezia pubblicherà fra breve una BfUitmrmÉm veneziana, continuazione, ampliamento e correzione di quella dd "" a cura di F. Soranzo. * Giordano Bruno à Genève (1579), DocumenU imédits Th. Dufour (Genève, Schuchardt, 1884), ecco il titolo di un impoftaola k> vorctto, che uscito prima alla luce nel Journal de Genève del 15 *i^M«% (b ristampato a cento esemplari. 0. Bruno nei saoi inlMTOgalor! avavm Miralo egli stesso come si era recato a Ginevra; ma la data del ano wngiorao ia questa città restava incerta: chi la stabiliva nel 1570 ehi aal *78: ehi la facea durare 2 amii, chi 2 mesi. Ora il D. ha trovato dei docooMOlì nsfU Archivi pubblici che sotto il 6 Agosto 1579 parlano di un Philippe Joréem dit Brunus Italien imprigionato per aver scrìtte e fatte stampart dalla invettive contro il professore De la Foye. Niun dubbio dia d tratti dd fl^ sofo: Filippo era il suo vero nome: Giordano quello aaMialo «attmado M^ rOrdinc. Egli avua ofTcnnato pure di non eaaer mai stalo CahrÌBÌsIa; IM i documenti invece dinwstrano che egli chiese di entrar oooa stiidsiila aat l'Accademia fondata da Calvino; ora per conseguir ciò ooQvawTa avar blla professione di fede calvinista. Il Bruno lasciò sul Ragtstro ora fti ìaeritto la sua firma, che il D. riferisce a facsimile. Essa giova a dimoslrara oa altro fatto; che il manoscritto contenente novo trattati dd Bntao autografo dal suo possessore il sig. De Noroff, non lo è ponto. CoaM d in poche pagine sono addensate preziose notizie per la vita dd fiaada paih satoro napoletano. Si confronti in proposito un arlioolo dd wwmJaato Fl^ rentino nella Napoli letteraria, 1, 32 (vedi ^tojfUOt P- 472). * Nella Chronigue de l'Art E. MiinU ha dato, or soao alaaai aad. ao> tizia di una scoperta notevole da lui fatta nella Naaoaala di ftiigi: aa nuovo manoscritto del Trattato di FrctptUim di Pian» daOa PkaaaMOa. nel quale vi sono molti passi importanti cIm laaaeaao aaUa altra aofiaMr<^ pera e fanno meglio conoscere le teorìcba ealatieha dd * Si annuncia la prossima pubblicazìona di aa del poema dantesco. Essa ò dovuta al sig. J. 1. Miaebia. Pw della Casa editrice Georges Bell et Sons il sig. Pagat Toyabaa lavata ad aa nuovo Dizion. critico generale della Div. Omm., kaaato ad Taoa^ fesco del Blanc. Il voi. formerà parte della Colka. Bohft " 492 CRONACA dalla casa Bell. Né meno degli inglesi lavorano i Dantisti americani. Il Re- port della American Dante Society del 1883 conteneva una bibliog. delle opere dantesche uscite alla luce negli Stati Uniti e presto sarà stampato da Justin Winsor un catalogo di tutte le edizioni di Dante e di libri relativi a Dante che esistono nelle pubbliche biblioteche di Boston. Il prof. G. E. Norton darà poi fuori le note fatte da Longfellow mentre attendeva alla sua ver- sione del poema sacro. La Biblioteca della Taylorian Institution ha, per completare la sua collezione di opere dantesche che formano una delle sue specialità, acquistata una parte considerevole della Collezione Dantesca del dr. Scartazzini. * Gol 1884 ha cessato le sue pubblicazioni quel giornale assai utile e ben fatto che era The Bibliographer di Londra, del quale avemmo parecchie volte occasione di ricordare nello Spoglio degli articoli. Dalle sue ceneri però è già nato un altro giornale, il Book Love, che diretto da Elliot Stock continuerà ad occuparsi di letteratura antica. * Nel corso di questo mese sarà pubblicato a Londra V ultimo volume della Yita di Raffaello del Growe. * A Freiburg è stata testé data alla luce dal dr. F. Saverio Kraus una corrispondenza fra il papa Benedetto XIV ed il Ganonico Francesco Peggi di Bologna (1727-1758). * L' editore Gerold di Vienna ha pubblicata un' opera del dr. Gùdemann intitolata: Geschichte des Erziehungswesens und der Cultur der luden in Italien wdhrend des Mittelalters. * H. Welti ha pubblicato una memoria sulla Geschichte des Sonettes in der deutschen JDichtung (Leipzig, Veit). Ne riparleremo. * Nel periodico francese Le menestrel, di cui abbiamo potuto avere sol- tanto notizia indiretta, il sig. Pougin pubblica una serie di articoli intit. La comédie italienne en France. * Il sig. A. Hettler di Berlino prepara una Bibliographie der altfran- zósischen und provenzalisclien Literatur. * Segnaliamo le seguenti pubblicazioni accademiche, che possono avere particolare interesse per i cultori di storia letteraria : Raths, Geschichtliches ueher den Streit zwischen den Anhdngern der alten classischen Literatur und der modernen bis zum 17 Jahrhundert einschliesslich (programma del ginnasio di St. Wendel); R. Zwick, Ueber die Sprache des Renaut von Montauban (tesi di laurea. Halle- Wittenberg); Friedr. Leiffholdt, Etymo- logische Figuren im Romanischen (tesi di laurea, Gòttingen); J. Scola, Cor- neilles Le Menteur und Goldoni' s II Bugiardo in ihren Yerhdltnisse zu Alar con s La Yerdad sospechosa (scuola reale, Pilsen). * Gust. Gederschiòld ha pubblicato recentemente a Lund un volume inte- ressantissimo intitolato Fornsógur Suthrlanda. Questo volume di leggende cavalleresche islandesi contiene: 1" la Magussaga, del ciclo di Garlomagno; 2» la Konrathssaga, che ha parentela molto stretta col romanzo germanico di Lother; 3° la Baering ssaga; 4° la Floventssaga, che riferisce le gesta di Flovent, nipote dell' imperatore Gostantino ; 5" la Beverssaga, che tratta soggetto inglese. I primi due componimenti erano pubblicati in redazioni diverse; gli ultimi tre erano affatto inediti. CRONACA 409 f La sera del 23 dicembre ulUnu) morìva in Napoli, di malattia eanliac», Francesco Fiorentino. Era nato a Sambiaae proiao Ntcaatro o«l tKU; • la sua morte, quasi improvvisa, ci ha colpiti eoo tcrror». N«l hnfffaoék^ un anno, ci ò mancata tutta una falange di valoroai, U gloriOMi ftiltm ed filosofi del mezzogiorno: il TuloUi, il Tari, il Do 8uielfa« lo ^ptfMlB, 0 Fiorentino! — Coltivò a preferenza gli studi di aloria dalla flloM seminarista e poi professore nel Seminario di NioMiro, Cm» difU i filosofìa dei Santi Padri. Nel 1850 passò nella Ala garibaldina, a pigliò [ alla campagna calabrese. Riordinatisi i licei dal nooro RegM d'Italia, Ai da Carlo Poerio chiamato ad insegnare filosofia in qtiallo À Spelalo, na, nello stesso anno, vacando il posto al liceo di Maddalooi, vi fta iTMlbrilo. Di là a Napoli la distanza ò breve , ed égli ne profittò par maoara a lai^ mine una monografia sulla filosofia di Giordano Bruno. B par quaalo lavoro, Tanno seguente 1862, ottenne l'incarico della Storia della flfewHa MCUa»* versità di Bologna; od ivi dottò alcuni saggi sulla flloaoAa graoa, ékt gli valsero la nomina di ordinario. A Bologna restò fino al 71. lo qoai Bova anni, aveva compite e pubblicate le due splendide monografla« eha riman- gono le sue coso migliori, Tuna sul Telexio, l'altra sul PompoaaaL Nel 71 volle tornare in Napoli ed occupò la cattedra di filosofia della storia; aa quattro anni dopo, cedendo alle istanze del governo e dd munioipio di Pin, andò in quella Università ad insegnarvi filosofia. Vi rimaaa floo all'W, quando volle tornare in Napoli, e riprendere la cattadra abbandonala. Ma neir '84, morto lo Spaventa, fu afildato a lui rinaegnamanto Frattanto aveva pubblicate le Lesioni di filotofUi ad u$o d*'Uett,€ktH alla 7° edizione, e quel volume, che tutti conoaoooo, a temporanea. Per incarico del ministro De Sanctis ad a eoBlo dal nùnirtaro della Istruzione, attendeva ad una ripubblicaziono della opara dal Brano; • già fin dall' '80 ne aveva dato fuori un primo voluma, eontananla la opara scritte in latino , rose rarissime o mal conciata ndla adiiiona dal WagMT. Ma, in questi ultimi tempi, tutte lo aoa cura erano rivolta ad on aa|dola> voro sulla filosofia del Rinascimento, ch'egli destinava al conooiao pai pronb reale. Nonostante però il fervore disperato degli ultimi giorni, non è rioMilO a completare so non la prima parte di eaio, la ganarala. — Ma altra eba nella storia filosofica , il Fiorentino lascia traooa profimda dal no IngagM e della sua operosità nella storia letteraria. Aveva manta auula, oeeUo ari» tico vivace e penetrante , ingegno agile , od a qneala doti aggiUBgtvn «am amorosa nella ricorca dei fatti, scniiwlosità nello indagini, paiiaaa ban^ dettine nella collazione ed esame dei codici a della carta di Af^ivio. La forma del suo scrivere era franca , eleganta a diainvolla , a |^ ^^y** limpida , senza bisogno di limature e oaraoa poalariarL B la mm callan» così classica, comò moderna, era vasta a proAinda. Abbiamo di lai «n vi^ lume di Scritti varii di letteraturot fUoaofia • critiea; molli artieali kH^ rari sparsi nella Rivista bolognese^ nel Qiomatt mapotekmo ài fl»m$m • lettere, bimestrale e settimanale, diretto da lui (fra eoi vegKanin jLuium quello sul teatro di 0. B. della Porta, e l'altro «olla AloaoAa dal Pairaroa). e nella Nmwx Antologia (fra cui, ultinw, quello solla Mardbaia dal Varto); la prefazione alV Epistolario e l'altra agli iScril»i wmH dal 494 CRONACA quello che più conta è la bellissima edizione delle Poesie liriche del Tan- sillo, dove la critica storica e la estetica si compenetrano in un connubio felicissimo. — Sul Fiorentino critico scrisse uno de' suoi acuti e bei saggi il prof. D'Ovidio {Saggi critici , p. 136). E sul suo feretro , lamentando la perdita irreparabile dell'amico carissimo, dall'ingegno gagliardo e dal carat- tere integerrimo, dissero nobili parole l' Imbriani , lo Zumbini, il D' Ovidio, il Tallarigo, il Pessina, il De Crescenzo; e questi discorsi, raccolti insieme, saranno pubblicati in Napoli. Michele Scherillo. f II 21 settembre 1884 morì L. Lemcke, già professore delle letterature romanze ed inglese nelle Università di Marburg e Giessen. Egli era nato il 25 decembre 1816. Di letteratura italiana non ebbe ad occuparsi di pro- posito , ma nel 1865 egli succedette all' Ebert come direttore del Jahrhuch fur romanische und englische Literatur, e nel Jahrbuch, sotto la dire- zione sua, furono pubblicati parecchi lavori importanti concernenti la nostra letteratura^ Luigi Morisengo, Gerente responsabile. Torino — Tip. Vincenzo Bosa. INDICE ANALITICO DELLO SPOGLIO L'esponente che accompagna U numero della pagina in quanti articoli diversi nella jìagina stMm ricorra nome o la cosa r-egistrata. Accademie : dei Pellegrini di Venezia, 465; — di Torino, 321. Acrostici, 328. Ademollo A., 464. Albany (Cont. d'), 484. Aleramici, 304. Alfieri 0., 472. Alfieri V., 465», 466, 474. Algarotti F., '3(A. Aligliieri D., 292, 310, 312, 315, 328», ^, 461; — Commedia, 300, 301, 303, 306, 307, 316, 318, 327, 472,474, 481, 483», 486 ; — Vita Nuova, 303, 466; — Convivio, :t06; — Biblio- ^afia, 322; — vedi Codici'. Alighieri Gemma, 4T2. Alunno N., 462. Alvisi E., 311. Amato di Monto Cassino, 320. Ambrosi F., 462. Amclli G., ;e4. Anagrammi, 328. Ancona, 293. Ancroia, 475. Andrea da Murano, 462. Anfipamaso^ 310. Angeloni Barbiani A., 306. Anguillara A., 466. Antona-Travcrsi C, 311, 469, 474, 485. Aquileia, 295. Arcadia, 307. Architettura, 296, 481. Archivi: noUrìle di V«o«na, 47S; «• di SeiTMuioquirioo, 401 : —di Siilo italiani, 316, 317: — > VatMuri. 478^ ^ Vcroncai. 182. AnoUo L., 311). 320. Arìitoiile (VoliUca d*) od 326. Arlotto Piov- 467. Arsini C 408. Arto Diodioeindtb S& Baccini 0., 400. Baldi B., m 4001 BailaU pqpolan, 186; — ( della), m^ BalI«tU E. V., 290. BalMiDO a, 404. Baliani U., 208. 2B%, ZB, 4M, 408^ Bandettini, 800. Barbaro P., 322. 401, 481. Barberìoo P^ 478^ Barì (Roberto da). 311*. Bartoii A., 296, 3Ìlt. 3ii. W. 40OL Bartolooteo da Parma, 464. Basile Adr., 400. Basile 0. B., 48flk BaMani 1. A> 4M, Beccarì C 311. Boltiocione B., 400. Bollini J., 314, 477. BeUini V., 200. Bembo P.. 40Ol Beneitti IL, 400. 496 INDICE ANALITICO DELLO SPOGLIO Ben/one, 312. Berengario di S. Africano, 461. Bettinelli S., 304, 310. Betussi G., 474. Biadego G., 461, 462. Bianchi N., 481. Bibliografia della letteratura delle donne, 302, 467. Biblioteche: Capitolare di Verona, 295, 462; — di Padova, 300; — di Venezia, 300; — di provincia in Francia, 4772; — Vaticana, 477; — Fiorentine del sec. XVIII, 477; — Nazionale di Napoli, 319, 468; — Medicea, 480; — Querini Stam- galia, 462; — dell'Università di aen, 315; — dei Benedettini di Fleury, 323; — del duca di Os- suna, 314; — dei Francescani di Ragusa, 323; — di Monaco, 3232; — Gapponiana, 314; — di Roma e di Firenze, 314; — di Berlino, 323; — Nazionale di Torino, 296; — Vittorio Em., 328; — di Rivoli, 322. Boccaccio G., 303, 466, 468, 474, 480, 481; — Opere: 303, 3082, su, 315, 321, 322, 324, 328, 329. Boccalini T., 301*, 466. Bodoni, 299. Boiardo M. M., 463, 470. Boito C., 320, 481. Bolle: falsificate, 323. Bologna, 295, 2972, 299. Bonfadio L, 301. Borgia Lucrezia, 314. Borgognoni A., 311. Botta G., 3062, 472. Bracciolini F., 466. Bramante, 303. Brocchi G. M., 306. Bruno G., 325, 326, 472, 477. Buonarroti M., 315, 483. Buonarroti M. (il giovane), 308. Buti F., 299. Calbo A., 309. Cammelli A., 298, 311. Campioni G., 293, 460. Canal P., 306. Capello B., 316. Cappelletti L., 303, 306. Caprioli A., 295. Garcano G., 474. Carducci G., 303. Carlo Alberto, 299. Carpaccio V., 486. Carrera G., 461. Carutti D., 294, 460. Casanova, 299, 300, 464. Casini T., 303, 310, 311. Cassini D., 300. Castaldi P., 300, 312. Castellani (collezione), 327. Castelli B., 463. Castelvetro L., 306, 318. Casti G. B., 301. Castiglione B., 459. Castiglione Sabba, 314. Cavalca D., 468. Cavour C, 2982, 482, 483. Cebà A., 301. Cecco d'Ascoli, 475. Celesia E., 466. Cellini B., 300, 462, 466, 4722. Cenci F., 304. Cerlone F., 299. Cerquetti A., 470. Cesareo G. A., 311. Cesari A., 307, 469. Chanson de Roland (codice Marc), 315. Chiari P., 470. Chigi G. P., 474. Chioma di Berenice, 4662. Ciampi I., 321. Ciampolini E., 475. Cielo dal Camo, 301, 302, 303, 468, 475. Gino da Pistoia, 293. Cirillo, 320. Clouston W. R., 484. Codici, 323, 324; — Ashburnham, 298, 308, 309, 3152, 317, 465, 486; — italiani sul Tonkino, 307; — danteschi, 325; — Hamilton, 327; — italiani della Nazionale di Na- poli, 319; — di Monaco, 3232; — del medioevo, 3232; — ,jella bibl. vescovile di Novara, 460; — di Berlino, 323; — di Dresda, 466; — dello Speculum di S. Agostino, 476; — Palatino, CCCCXVflI, 468. Coen A., 481. Cola dell'Amatrica, 295. Colombo G., 293, 472. Colonna V., 297, 308, 312. Colini F., 311, 468. Comba, E., 321. Gomolli A., 471. Gonfalonieri F., 293. Confederazione (in Italia), 298. Conti A., 475. Corazzini F., 479. Correggio, 318. Costanzo (A. di), 313. INDICE ANALITICO DBLLO SPOGLIO 407 Costumi: dei contadini di Romagna, 464. Gresciniboni, 307. Cronache: napoletane, 306; — aici- liane, 303, {Ì22; — dello tribola- zioni Francescane, 476. Cartoni Verza S., 1^ 460. D Ancona A., 294, 301, 303, 311, 461, 468, 469, 474, 482. Dandolo T., 300*. D'Arco G., 303. Davanzati Chiaro, 311. D'Aviao U., 463. D'Azeglio M., 310. De Jennaro P. J., 315, 321. Del Tuppo F., 475. De Sanctis F., 300, 306, 308. Dialetti: di Pievepelaffo, 310; — ru- stico camerinese, 464; — marchi- Siano, 4(>4; — di Canosa, 466; — i Palcstrina, 300; — napoletano, 300*; — sardi e italiani, 322; — di Milano, 322; — vedi Letteratura dialettale o Sicilia. Dietrich, v. Niem, 321. Diplomi medioovali, 312. Ditti Cretcnso, 482. Documenti: Mcdioevali falsificati, 306; — della Casa di Savoia, 306; — sul Sacco di Roma, 313. Bonat proemal, 326*. Donneaud G., 321. Donne avvocate, 307. Doria F., 406. Dragonotti L., 306. Drammatica: 310; — Commedia a Ferrara nel 1491, 400; — Farse •rusticali, 461; — Mistero di A- bramo, 479; — vedi Teatro. Druffel A., 482. Duprè G., 485. D'Urso M., 308. Egidio da Viterbo, 461. Epigramma(L'),306; — funebre, 485. Pagiuoli G. B., 303. FaUetti-Fossati C., 317. Faloci-Pulignani M., 468. Fastidio de Fastidiis, 474. Favaro A., 312. Faytinolli P., 469. Fazio B., 466. Federico li, 295, 297. Ferrai L. A., 303, 311». Ferrara, 321, 475. Ferreto Vicentino, 472, Ferretti G., 296. GiortuiU ttorico, IV. Pidiio M, aoi> FiUo^a V., aoa Pilìpno II, 450. Pinu ìK 474. # Fioretto 0., 482. PlageUaoU: di ModMa, 473. Foenter Th., 48t. PofflietU U.. 301 Polengo 1^ 2ÙL Poacolo U„ 290i, 308.308^ a(MR,aOO\ 306, 300. 31Q.311I. W. mjlt^ Praneewo ^) «TAmU, adeTw. Frati L., 311. Pri«i P., 474. Prìzzoni On 484. Frugoni, 301 PuUn R., 48& Oaleasxo di Tarna, 3Q8>. Galiani P., 466, 473w Galilei C 48^480. Gaapary A., 4m OasUkfi G., 466w Gatti M., 476. Gavotti A., 301, 304. Gelirìcb P., 47& Genova, 380, 4flBi Gentile L, 47& Gerinff U., 32& GeymuUer On 461. Ghirlandaio R., 327. (iininhiillarì P. P., 304. GiampaoU L., 312. Giannotti D., 312. Qiarém«Uo di eomjfMbmk, 407. Giordani P^ 30tK 487, 472, 471 Giordano 0^ 311. Giomate storico dtttm kUtmtmm ittMtmOt 310, 478. Giuliani 0. B., 300, 383. Giuochi: Lotto, 301. GiusU Q., 206. Giostiniani L, 318, 408. Gloria A- 316. Goldoni d, 300. 301 307», W^ 4M, 460, 470*. Qona«a, 2S8, 286. 301. GooTa«rts A.j3M. Qorrini 0., 460. Gotti A.. 47a Graf A- 386, 477, 470L 481. Granvelle (CardinBWX 313. Guarìni 0. B., 467. Ooaraiflri (nor C.X ^M. G«Mtalk,»3. Goamni P. D., 303. ^ GtwliafaDOÌl vteehioA 3l2. 498 INDICE ANALITICO DELLO SPOGLIO GuUac (de) G. B., 317. Guinizelli G., 468. Hartwig 0., 323. HiUebrand G., 470, 485. Hueffer F., 327. lacopone da Todi, 461, 468. Iesi, 460. Ilario S. di Poitiers, 313. Imbriani V., 469, 475. Imitazione di Cristo, 315, 328. Ingegnieri A., 301. Innamoramento di Carlomagno, 308. It£dia (Guasconi in), 316. Kolmacevskij L., 480. LaLanca B., 317. Lampertico F., 295. Lancellotti S.,296. Landau M., 461, 479, 481^, 482. Laspeyres P., 461. Latini B., 464. Leggende: di Circe, 328; — di S. Ci- rillo e Metodio, 317; — di Totila, 461; — sui segni del Giudizio, 321; — di Tristano, 322; — di Simon mago, 486. Leopardi C, 467. Leopardi G., 298, 3062, 307, 308, 311, 461, 4642, 465, 468, 469, 474, 475. Leopardi M., 470. Lepsius R., 481. Letteratura: 312; — del popolino, 306; — in Toscana ai tempi del Gran- ducato, 305. Letteratura dialettale : napoletana , 302; — siciliana, 322; — piemon- tese, 318. Levi D., 320. Levy E., 482. Libri G., 300. Libro trojano, 308. Linguistica, 3262. Litta P., 314. Loschi A., 481. Lucca, 298, 462. Lumini A., 311. Lummeneo G. C, 301. Lundborg N., 311. Luzio A., 461. Mabellini A., 475. Machiavelli N., 295, 3003, 319^ 337, 328, 462, 469. Maffei S., 295. Magenta C, 327. Magrini G. B., 461. Mancini G., 463. Manfredi L., 467. Manno A., 482. Manoscritti, v. Codici. Mantova, 292, 293, 295, 301», 302. Mantovani D., 295. Manzoni A., 294, 302, 3062, 307, 3202, 464, 466. Marangone B., 322, 324. Marcello B., 299^, 4652, 467, 470, 475. Marcotti G., 298. Marsili L., 468. Martelli P. I., 319, 327. Mascheroni L., 301. Masiello T., 302. Matazone, 316. Matteo da Siena, 484. Mazzarino (Card.), 461. Mazzini G., 473. Medici (Caterina de'), 479. Melzi, 302. Mercantini L., 468. Metastasio P., 306,311,462,472,473. Metrica, 2922, 319; — v. Ballata e Sonetto. Meyer P., 316. Mezzofanti, 304. Michaelis G., 325. Milano, 300, 471. Missirini M., 300, 466. Modena G., 320. Molmenti P. G., 293, 3072, 314. Monaci E., 482. Mounier M., 475. Monte d'Andrea, 307. Monti C, 307. Monti V., 300. Monumenti: di Roma, 478. Morandi L., 303, 311, 322. Morosi G., 322. Motta E., 461. Muntz E., 478. Muratori L. A., 466. Musica: presso gli Estensi, 463. Mussafia A., 312. Mussato A., 319, 473. Muzio, 314. Napoleone 1, 308. Negroni C, 295. Niccolò V, 301, 462. Niccolò da Gasola, 473. Niccolò da Osimo, 4682. Niggli A., 321. Nobili F., 305. Nevati F., 293, 312, 314, 323. IN DICK ANALITICO DELLO SPOGLIO 4M Occioni-BonaiTons 0. Ochino B., 482. Orlando G., 469. Orsini F., 313. 295. Paganini N., 325, 466. Paisiello 0., 294. Paleografia, 317, 484. Palermo, 293, :K)2. Palladio G., 301. PandolHni, 315. Paoli C, 321. Paolo Diacono, 324. Panni G., 303, 312. Pasqualino d'Ancona, 310, 474. Pa8(^ualono, 302. Passionale soprasilvano, 325. Passione, poemetto, 475. Pater noster del sec. XIV, 468. Perrens E. T., 481. Perticari G., 308. Perugino P., 462. Petavio D., 466. Petrarca F., 309, 311, 314», 315, 470, 477. Petrarchisti, 307. Petrocchi P., 307, 472. Picedi P., 466. Pier della Vigna, 468. Pietro di Mattiolo, 464. Pindemonto I., 460, 4T3, 475. Pio VII, 478. Pitture italiane: 309; — in Sicilia; 470; — a Venezia, 299; — • Mo- naco, 478. Platina B., 459. Poerio A., 308, 474. Poggio, 311. Polifìlo, 486. Pontaniani, 461. Porro G., mi Porta G., 295, 328, 465, 469. Possevino A., 479. Prati G., 298, 299, 300*, 305», 306, 310, 474. Pratolino (Villa di), 472. Predelli R., 316. Prina B., 461. Pro festa : sull'assedio di Voltcrra,463. Prudenze, 316, 317. Puglie, 477. Pulci L., 306. PuIcineUa, 298. RaffacUi (Bosone de'), 476. Ragusa, 326. Rajna P., 316, 478, 479». Rasponi F., 315. Ravenna (Lellart dagli AralvaMOfi diV,323. Reni 0.. ttft. Raniar ìliehial 0, 310. # Raniar R., 4fli 4M. 4011474. Raomont (A. vosi 9i7, SI, 481 Rawoh P. H., m. Ricci (Sdp. óti\ 474. Richter J. P., 483. Riforma : in Italia , 478, 479: «- ia VoDdùa, 483. Rinaficenxa (La). 308» 30O, M9» WB. Rinuccini O., 3Ì9. Bobcrti-Pranco, 471. Roma, 325»; — v. MomtimtmtL Romagna: Un a pcagtodiii dai ea»> tadini, 202. Rondinotti Ln473. Rosmini A., 3QC^, 47^ Rosmini C, 29S, 4dL Roaaetti G., 306. Roflb (CardinaleX 304. Ruggiero di Lauria, 880. Bahhadini R., 481. Salimhena (Fra), 477. Salnoni C 32^ 48a Sanilhrìno J., 468. Santaeroea S^ 301, 304. Sanudo Bi, 31S> 31& Sanno R., 886. 800, 815. 380. «I, 484*. Sardegna. 318. Sarrooehi4|tfaghÌ M., 471. Sathaa C 300. Satira (LaX 300. Savareae O., 471 Scaduto P., 317. , Scala F., MA, 307. Scalvini G., 4^. Scaufiuw L. W., 481. SchoriUo M., 322, 466», 470.474,4781 Schmarsow A.. 481. Scultura: in SicUia. 470. Scuola poetica aciiiaaa, 300, 312. Secentismo, 'iSO. Serafini P.,488. Serio Lh, 307. Sfona C 476. 488. ShakeMeara, 480. .^ ._ SiciliaTMlS. 30O. 318; - (Ualatti gallo-italMa^ 888. Silvagni D., 480. Siniboldi, V. Olia. Sittard U 381. Soa\-e F., 403. SoU E., 47Sl 500 INDICE ANALITICO DELLO SPOGLIO Soldano Aniello, 473. Sole N., 475. Sonetto, 320, 471, 481. Spedalieri, 299. Spina B., 466. Stabili, V. Cecco. Stampa periodica, 321. Straparola, 479. Strozzi P., 304, 462. Strozzi T., 310. Studio: fiorentino, 293; — bolognese, 297. Sundby Th., 329, 464, 469, 474. Susanna, 292. Taddeo da Roma, 324. TansiUo L., 308, 459. Tanucci B., 308. Tartarotti G., 295. Tasso B., 466. Tasso T., 303,310, 312, 313,321,459, 4632, 467, 476, 485. Teatro, 299; — Melodramma , 301, 302; — I fastidì di un capocomico, 303; — Tragedia del sec. XVI, 302; — San Carlino, 299; — v. Dram- matica. Teotochi Albrizzi I., 3052. Testi F., 308. Thann Fil., 480. Thomas A., 315^, 319, 322, 480^, 482. Thouar P., 302, 308, 310. Tiberto Dario da Cesena, 304. Tipografie: 301; — in Europa, 478, — nel sec. XV, 483, 486; — in Si- cilia, 302, 467; — nel Canton Ti- cino, 463. Tiziano, 4802. Tobler A., 293, 311, 469, 482. Tocco F., 475. Tommaseo N., 305. Tommasini 0., 482. Tommaso d'Aqiiileia, 467. Tommaso di Miniato, 301. Tommasuccio, 461, 466. Tomolo G., 317. Torelli G., 299. Torraca F., 311. Toscanelli (Dal Pozzo) P., 463. Tovazzi, G. G., 295. Tradizioni: popolari, 292; — Scara- faggi, 292; — di Napoli, 300; — popolari greche, 316 ; — giudaiche in Palestina, 320 ; — cavalleresche in Sicilia, 318. Trento, 2952. Trissino G. G., 301, 462. Trovatori, 316. Tumminiello G., 322. Ugo d'Alvernia, 312, 325. Ugugon da Laodho, 482. Uhlmann F., 322. Ulrich J., 311. Università: italiane, 300^, 465, 486; — di Padova, 300, 461; — nelle Puglie, 311; — di Camerino, 471; — V. Studio. Vassallo C, 4692. Vendramin F., 307. Venezia, 295, 319, 484; — Pittura a, 299; — Giuoco a, 461. Ventura G. e S., 472. Vermiglioli G. B., 460. Vernarecci A., 294. Vernon Lee, 309, 328, 484, 488. Verona , 295, 305; — Coloni tede- schi nei XIII Com. Veronesi, 292. Verri, 293. Vecchi 0., 310. Vida G., 467. Villani, 316. Villari L., 485. Villari P., 305, 322. Vite de' philosophi, 304. Vittorio Amedeo II, 318. Volpicella, 311. Volta, 312. Witte C, 305, 479. Wright Th., 327. Zambrini F., 303, 311. Zardo A., 461. Zenatti A., 459, 465. Zoppio M., 465, 466. INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA E DEL BOLLETTINO In q'uesVindice, che abbraccia finterà annata (w. HI e IV) registrati i nomi degli autori e degU editori; t ttUM opere sono dati per lo più in forma abbreviata. Il romano indica il volume, l'arabico la pagina. Accademia {Il primo secolo dell') delle scienze ai Torino, IH, 4M. Album Virailiano, III, 154. Alighieri D., /n/emo, trad. Francke, III, 141. V. Miscellanea e Rime. Antonelli 0., Indice dei mss. della Gv. Bihl. di Ferrara, IV, 283. Arriooni L., Souvenir de Pitrarove, III, 467. Avoli A., v. Leopardi G. Bacchi della Lega A., Indice della hihliografia dantesca di C, de Ba^ tines, III, 142. Baldovini F., V. Rime. Balzani A., Le cronache ital. del medio evo. III, 253. Barbavan, V. Nozte. Bartoli a.. Storia della leti, ital.^ w. V 0 VII, III, 104. Bartolucci L., V. Governo. Bbccari C. , La Cronaca d. Nova- lesa, tv, 266. Belcari F., V. Fiorita. Bencini M., V. Rime amorose. Biadego G. , V. Carteggio; Pind^ monte G. Bianco da Siena, v. Fiorita. Blanchetti P., V. Fiorita. Boccaccio G., v. Rime. BoDONi G. B. , Lettere inedite , ed. Facili, III, 472. Borgognoni A., v. Lamento. Biuooio On ▼. TVmmIhl Bracnbou B^ BaHmam u.JommìmL HI, 142. Canzonette atUiehé, IV, 430. Guigoni (XIV) MutkaK IV. 28BL Canzoni (Quattro) popol.d«ts*c. .TV, edd. Pellegriai e Novali. III. 4001 CAPPiLurm L., «Storia peUetti, III, 14a CnARM 0. An JM. XSL IM. Chubrkra G., V. Rim»; Rime mm^ rose. CuxpouNi E. . La pHmm < regokart netta !•«. A:, IV, CicooNiNi 0., T. Rkm§ emetrwm, CicooMNi J.. V. Rime mmmme. CoLAORCMBo P.. ^hidl cnlM, in. 4fl& CoNCARi T.,.9mI<(i Monarchìaili Am«ì; ni, 277. Crani T. F..,M0dimmlmimm I— *>, IV, 260. Curtoni Vnuu S^ ▼. 502 INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA E DEL BOLLETTINO D'Albizo F., V. Fiorila. D'Ancona A., Studi sulla leti, ital.. Ili, 259. Dante, v. Alighieri. Da Prato G., v. Paravia. Della Gasa G., v. Rime amorose. Della Giovanna I. e Ercole P., Il prim.0 passo negli studi letterari, III, 292. V. Note. De' Medici B. d'Alamanno, v. Fiorita, De' Medici Lucrezia, v. Fiorita. De' Nobili L., v. Tragedia. De'Vigri G., V. Fiorita. Di Maniago A., Lettere famigliari, ed. Saracco, IV, 289. Dis (Li) dou vrai aniel, ed. Tobler, III, 139. ^ Dottrina d'amore. Sonetti attrib. a G. Cavalcanti, IV, 287. Ebering e., Bibliographischer An- zeiger f. rom. Sp. u. Lit., Ili, 294. Ercole r., v. Della Giovanna. Faelli e., V. Bodoni. Falconi L., P. Metastasio, III, 148. Ferraj L. a., V. Lettere di corti- giane; — P. P. Vergerio al tri- bunale della S. Inquisizione, III, 471. FiLARETE F. , Cerimonie della m,i- litia Fiorentina, IV, 288. FiNzi G., Lezioni di storia della lett. ital., III, 282. Fiorita (Una) di orazioni e di laudi, ed. Zambrini, IV, 279. Foscolo U., Le poesie, ed. Mestica, IV, 453. Francke L, V. Alighieri. Friske W., Catalogue of Petrarch « books. III, 467. Garlato a., Chioqqia e i suoi canti, IV, 446. Gargiolli Carlo, v. Viaggio. Gargiolli Corrado, v. Niccolini. Gaspary a., Geschichte d. ital. Lit., IV, 419. Gazzani a.. Frate Guidotto' da Bo- logna, IV, 272. GiAMBULLARi B., V. Fiorita. Giordani P., v. Nozze. Giustiniani L., v. Fiorita. Goldoni C, Albo, III, 128; — Car- teggio inedito, ed. Mantovani, IV, 451; — V. Mémoires. Governo (Bel) d'un signore di Roma, ed. Bartolucci, III, 469. Halfmann R., Die Bilder u. Yer- gleiche in Pulci' s Morgante, IV, 279. Herzog H., Bie beiden Sagenkr. von FI. u. Bl., IV, 241. Keller A., Die Sprache des Vene- zianer Roland Y*, IV, 274. Kòrting G., Die Anfdnge d. Renais- sanceliteratur in Italien, III, 424. Lamento (II) del conte di Poppi, ed. Borgognoni, IV, 288. Leopardi G., Pompeo in Egitto, ed. Avoli, III, 449. Lettere di cortigiane del sec. XVI, III, 432. Lettere di G. B. Niccolini, D. Sacchi, N. Tommaseo, III, 154. LoEHNER E. V., V. Mémoires. Luzio A., Fabrizio Maram,aldo, III, 145. Mabellini a., I Promessi Sposi, IV, 282. Magalotti L., v. Rime. Manfredi E., v. Rime. Mantovani D., v. Goldoni. Marzocchini F., V. Fiorita. Mémoires de Mons. Goldoni, ed. v. Loehner, III, 150. Mestica G., v. Foscolo. Metastasio P., Lettere, ed. Carducci, III, 289; — V. Rime; Rime amo- rose. Miscellanea Dantesca, III, 280. Morandi L., Origine d. lingua it, III, 248. Moretti A., v. Nelli. Natoli L., Cielo dal Camo, IV, 271. Nelli I. A., Commedie, ed. Moretti, III, 289. Negroni C, Discorso critico sui lessi dolenti ecc., IV, 277. Niccolini G. B., Canzoniere civile, ed. Gargiolli, III, 293; — Y. Lettere. Note ined. di T. Tasso sulla Sofo- nisba, ed. Della Giovanna, IV, 432. Novati F., V. Canzoni quattro. Nozze De Facci-Negratv-Scalfo. (Quat- tro lettere di P. Giordani) ed. Bar- bavan, IV, 291. Nyrop K., Den oldfr. Heltedigtning, IV, 264. Occioni-Bonnafons G., Bibliografia storica friulana. III, 156. INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA E DEL BOLLSTTIIIO BOB Paolieram F., V. Triaaino. Pandiani Q. B. L., // sentimento pa- trio ecc.. Ili, 287. Papa P., Sul V voi. d. Storia d. lett. it. di A. Battoli, IV, 457. Paravia P. A., Due lettere a I. Pin- demonte, ed. da Prato, III, 472. PxLLBORiNi F. C, V. Canzoni quattro. Pbtrarca F., V. Fiorita. PiNDEMONTE 0., Poesie e Lettere, ed. Biadego, III, 271. PiTRÉ G., Giuochi fanciulleschi. III, 156; — La iettatura ecc., IV, 287. Piumati A., Dante Alighieri, III, 461. Poggio F., Facesie, IV, 259. Priscianbse F., V. Governo. Pulci L., v. Rime amorose. Rxzzi L., V. iZime. Rime amorose ined., ed. Bencini, III, 472. Rime di D. Alighieri, G. Boccacci, G. Chiabrera, L. Magalotti, 0. Ru- celiai, F. Baldovini, E. Manfiredi, G. B. Zanotti, C.ZamDÌen,P. Me- tastasio, ed. Rezzi, III, 283. RuciLLAi 0., V. Rime. Sacchi D., v. Lettere. Saracco G. B., v. Di Maniago. ScHERiLLO M., Storia dell'opera buffa, 111, 473 Successo (p) dell'armata di Soli- mano, ni, 470. Tamo T., y. Nttt. TeeH imed. di ami. Hm§ 9àl§^ «d. Cmìhì, ih ia& TaoMA* A., D» L tU Mmmltr^ità IIU 264: - Fhmemcù dm BurU' rmo. III, 9i', ^ Lm Imm à Im cowr da JB^PMi IV, tf)& Tmuta A^ Di» BtrÙm§r Jbe4. dm Bum dTAuwmrpigt HI, 460. — V. Dù, Vfuùm. ToMMABao N., V. LtUmr*. Trmino 0. C Im Jb/biiiM, «d. !*»> glierani, IV, 4BL UoucoN DA Laoomo (Am Btick mh), ed. ToUer, III, 45Ì Uznixi G., Uommd» é» fftwi. IV. 281. Viaggio settentr. (ii F. JWifri. «à OargioUi, IIU 147. Viccai U, V. MomH, III, 44a Wkodiobn T. H. O., Lord Rnfiuu ecc 111, 404. YoRicK, Storia dti bmrxUtimi^ 111, 1 Zambrini P^ t. FtorikL Zampibri C, V. JMwi Zanblu a., a Ariete IO, 183. Zanktti 0. B., ▼. "" Zamk) a.. Oh IV, 450. ^ Zecmca F., V. Monti «ee^ IO. ^of INDICE DELLE MATERIE DE IV VOLUME CIAN V., Ballate e strambotti del tee. rV tntU da u eofie* trarteM BENIEB B., Un commento a Dania d«t mo. XV iMdHo • momhIiIp CEBBATO a., Il bel eataliér* di BuibaUo A TtfMliM . CASINI T., Sopra alcuni manoacrittt di ria» M Moalo XUI fti*Wiw ) . MÀZZATINTI 0.. Le «arto AltetaM « MwtftlHw (i|wlli) FBATI L., Cantari e kumM rioordatt Mila Owmb « ffiiiliììi M . BA JNA P. , Intorno al coddatto Di»l$tm Ormtmwnm ad al ■■» wiw. -ILL LUZIO A., La famiglia di Pietra Afatiao . . . ^ . . . a IM tm VARIETÀ OBOEBEB a., Oaacelm Faidit o ITe da Saai Oiet . TOBBACA F., Li OUomnuri di Jacopo Saaaaaaio NEBI A., Una lettera inedito di Oiiolaw) Mnio CIPOLLA C, Una qaistione patoograAea . MEDIN A., Poesie politiche nella Cronaca dal SmaaU SFOBZA G., Una lettera ignoto di Vittorio Alteri . srr «I* RASSEGNA BIBUOORAFIGA CBESCINI V. - HiMS HoBoo, D<$ MdM Oitmttrttm mm Fkn md Ma MEDIN A. — Poooio FioBurano, /beat* BENIEB B. - A. OAapABT, Oetehidtk im rtÉlfw»rlw UiraOir (««L t) MOBSOLIN B. - Nok mtitU di T. AtM ifOk SH^mkìt et 9. «. La Sofimiiha di 0. 6. Tii$tét», ad. W. Pl«tanL - U fHm gtdia rtgoìart rnOa MfcraAira MbMmm fm B. NOTATI F. - OmMMwMf amHekt tu 506 INDICE DELLE MATERIE BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO K. NYROP, Ben oldfranske Heltedigtning, p. 264. — C. BECCARI, La Cronaca della Novalesa e le sue leggende, p. 266. — T. F. ORANE, Mediaeml sermon-books and stories, p. 269. — L. NATOLI, // contrasto di Cielo dal Canio, p. 271. — A. GAZZANI , Frate Guidotto da Bologna , p. 272. — A. KELLER , Bie Sprache des Tenezianer Roland V* , p. 274. — A. THOMAS, Les lettres à la cour des papes, p. 275. — C. NEGRONI , Biscorso critico sui lessi dolenti dell'Inferno e sul testo della Bivina Commedia, p. 277. — Una fiorita di orazioni e di laudi antiche in rima, p. 279. — R. HALFMANN, Bie Bilder und Tergleiche in Pulci' s Mor gante, p. 279. — G. UZIELLI, Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, p. 281. — A. MABELLINI, 1 Promessi Sposi di A. Manzoni ecc., p. 282. — G. ANTONELLI, In- dice dei manoscritti della Civica Biblioteca di Ferrara, p. 283. — G. PITRÈ, La iettatura e il mal'occhio in Sicilia, p. 287. — Boitrina d' amore. Sonetti inediti attribuiti a G. Ca- valcanti, p. 287. — n lamento del conte di Poppi, p. 288. — F. PILARETE ARALDO, Cerimonie della militia fiorentina , p. 288. — XIV canzoni musicali inedite , p. 289. — P. ALFONSO DI MANIAGO, Lettere famigliari, p. 289. — Nozze Be Facci-Negrati-Scalfo (quattro lettere inedite di P. Giordani), p. 291. — A. GARLATO , Chioggia e i suoi canti, p. 446. — A. ZARDO, Un tragico padovano del secolo scorso , p. 450. — DINO MANTO- VANI, C. Goldoni ecc., p. 451. — U. FOSCOLO, Le poesie, ed. Mestica, p. 453. — PAPA P., Sul quinto volume della Storia della letteratura italiana del prof. Adolfo Bartoli, p. 457. SPOGLIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE Pag. 292, 459 CRONACA . » 330, 487 INDICE ANALITICO DELLO SPOGLIO » 495 INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA E DEL BOLLETTINO ...» 501 /O Iiinftjuìì; PQ 05 Giornale storico dellA lettaratum i tal lana PLEASE DO NOI REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY 1.